giovedì 19 luglio 2018

MODA & MODI

Estate smutandata 



La città delle smutandate. La moda estiva più coriacea, persistente, trasversale delle ultime stagioni è quella dei minishorts. Al primo caldo ecco legioni di ragazzine liberarsi di qualsiasi indumento che si ostini a scendere in po’ più giù della zona inguinale, gonna o pantalone che sia. Francobolli di jeans, hanno preso il posto delle tende da circo a fiori o a balze, che per mamme e nonne erano quintessenza della libertà, e si sono propagati come un’epidemia. Minacciando da vicino il buon senso, tanto che presidi e insegnanti non smettono di metterli ogni anno espressamente all’indice, nel caso a qualcuna venisse in mente di presentarsi così, nel look adesivo, davanti a una commissione d’esame. Gambe lunghe, corte, sedere più o meno allenato, polpacci tonici o filiformi, bucce d’arancia e altre calamità dell’epidermide, su cui nei mesi invernali ci si arrovella e si soffre non poco, evaporano in una totale amnesia.

 A differenza di stivaloni da squaw o da cowgirl, sandali da schiava, pantaloni da odalisca e altre amenità etno estive, ormai residui di passati e fuggevoli innamoramenti, i pantaloncini ini ini resistono. In città o al mare non fa quasi differenza e dove i due ambiti coincidono non ci si può girare senza posare l’occhio su natiche “chi mi ama mi segua”, la pubblicità dei Jesus che quasi cinquant’anni fa scandalizzò mezza Italia benpensante, Pasolini compreso.

Oggi quella mutanda denim è diventata uniforme e di trasgressivo non ha proprio più niente. Anzi, se i centimetri si riducono, aumentano le adepte negli enta e anta, perchè la maggiore età in fatto di stile non aiuta la cautela. Qualunquisti e democratici, i mutandini non guardano nessuno dall’alto in basso, purtroppo neanche dal lato b.
@boria_a

sabato 14 luglio 2018

 IL LIBRO

La ragazza che portava il diamante al naso come un piercing da quattro soldi 





I diamanti guardano gli opposti. La ricchezza e la povertà assolute, gli estremi della scala sociale. La piccola miliardaria cinese che riceve in regalo due pietre rosa battezzate col suo nome e il piccolo miserabile della Sierra Leone, drogato e armato di kalashnikov per controllare chi lavora nelle miniere. «C’è chi li porta al dito e chi con le dita li raccoglie nel fango. Chi li compra all’asta e chi viene ammazzato se cerca di venderli. Solo loro conoscono lo spazio fra due destini paralleli». Mondi che non si incontreranno mai e che un diamante, testimone splendido e passivo, intercetta e non trattiene.
Anche la protagonista dell’ultimo romanzo di Caterina Bonvicini, Ludò, racchiude in sè gli estremi: la serenità di una vita agiata e movimentata, in giro per il mondo, e la mostruosità di un passato lontano, nella costrizione dell’immobilità per sfuggire alla morte. Il suo preziosissimo diamante rosso, che porta al naso come un piercing da quattro soldi, è lì, a testimoniare queste esistenze spaiate, che non possono riconciliarsi e che il suo stesso marito ignora.


Caterina Bonvicini


Nella prima pagina di “Fancy Red” (Mondadori, pagg. 293, euro 18,00), Ludò è già morta. Quando Filippo, gemmologo da Sotheby’s, si sveglia nella lussuosa camera da letto di una villa in Grecia, ai suoi piedi c’è il cadavere della moglie, un paio di forbici piantate nel collo, e accanto una giovane sconosciuta che lo accusa dell’omicidio. Ma è stato davvero così? La donna nella mano stringe la pietra di Ludò, che crede un semplice rubino: invece è il “Fancy Red”, diamante rosso, purissimo e dal colore singolare, di cui al mondo esistono forse trenta esemplari. If, internally flawless, perfezione assoluta.
Lui morde la mano della sconosciuta, per costringerla a mollare la pietra, intuisce che in quella gemma c’è la chiave della sua vita e la soluzione di tanti interrogativi. “Il piano di sfaldatura”, direbbe un gemmologo: il punto naturale dove la pietra cede, che i tagliatori studiano per mesi.


Filippo non ha mai voluto possedere un diamante, almeno finchè non ha conosciuto Ludò. E ora sarà proprio il “Fancy Red”, che appare e scompare lungo tutta la trama, a guidandolo a ritroso sulle tracce del passato della moglie, morta eppure protagonista in ogni pagina, con i suoi segreti e la sua inquietudine. Ludò adottata dal ricco finanziere milanese e da lui amata più dei suoi figli naturali; Ludò affamata di sesso, alla ricerca di avventure di una notte con Filippo, da Lisbona a Cuba, dalle Fiandre all’Argentina; Ludò bambina che, al luna park con la nuova mamma, rifiuta il cane di peluche vinto al tiro a segno perchè le ricorda i bersagli dei cecchini a Sarajevo; Ludò che affida i ricordi tremendi dell’assedio solo alle lettere indirizzate al marito, al suo “Pip” e scritte al computer come un diario da non condividere. Ludò che molti anni dopo, durante un incidente in barca a vela, vede un uomo morire in mare e sente il sangue fresco, calpestato sulle strade a Sarajevo, risalirle in testa.


Lungo gli otto capitoli della struttura a ottaedro, come quella cristallina del diamante, questo thriller asciutto, a tratti spiazzante, affolla tanti temi: i rapporti di coppia, il divario sociale che si allarga fino a diventare sperequazione tra il Nord e il Sud del mondo, la malavita internazionale, il coesistere di verità e menzogna. Al centro, metafora del doppio, il Fancy Red, che continuerà ad attraversare mondi e vite, a essere bramato o maledetto, senza che sporcizia e imperfezioni lo intacchino.
A differenza di Ludò, vittima del più elementare e ferino sentimento umano.

@boria_a
MODA & MODI

Il nuovo marsupio va per traverso

Dallo zaino alla borsetta, qualcosa va anche di traverso. L’estate 2018 getta scompiglio in materia di accessori maschili. Innanzitutto, un grande rientro: il marsupio, che gli inglesi chiamano familiarmente bum bag, ovvero un contenitore legato sopra il fondoschiena. Riemerso tra gli indicatori degli anni Novanta, equivale all’animalier al femminile: non ci sono zone grigie, o lo si considera comodo e spiritoso (gli americani lo definiscono funny pack, appunto...), o lo si cataloga nell’abbigliamento da aeroporti e lunghe traversate in classe economica, come le tute da ginnastica e le ciabatte.
Il marsupio 2018, per confonderci cambia posizione. Non ballonzola più all’altezza della cintura, ma si porta a bandoliera, cioè trasversalmente, come un grande arachide, meglio se griffato. La sua capienza ha un limite: se troppo riempito, davanti impedisce i movimenti, dietro crea protuberanze infelici.





Versace ha tagliato le mezze misure e a Milano ha fatto sfilare di recente maschi con la borsetta. Veri e propri contenitori mignon, con la catenella, identici a quelli femminili, indossati di traverso su giacche, canottiere e t-shirt. Borsette in tutto e per tutto intercambiabili con quelle che una signora sceglie per uscire la sera, quando non ha bisogno di altro che di chiavi, cellulare ed, eventualmente, di una carta di credito. È l’ultima frontiera nel guardaroba genderless, che attraversa i sessi senza differenze.




 
Versace, Men Fashion Fall Winter 2019-2020



Tra marsupi reloaded e provocazioni, resiste lo zainetto. Quest’estate è geometrico e si porta infilato a entrambe le braccia, mentre il simil-eastpak floscio sulle spalle, continua a piacere agli stropicciati radical chic. Tra gli uomini che non vogliono avere le mani occupate, è ancora la soluzione più innocua.
@boria_a

martedì 26 giugno 2018

L'INTERVISTA

Il tradimento, la quarta sfumatura di Irene Cao



Dov’erano rimasti Elena e Leonardo, lei restauratrice lui chef stellato, inventati nel 2013 da Irene Cao, scrittrice di Caneva (Pordenone), che con la sua trilogia ero-soft - “Io ti guardo”, “Io ti sento”, “Io ti voglio” - senza fruste e ammanicoli, ma con tanto sesso ortodosso, ha venduto oltre 400mila copie? Dopo un percorso accidentato di strappi, riappacificazioni e amplessi, li avevamo lasciati intenti a metter su famiglia, mentre la loro storia, risposta italiana alle “Sfumature” di E.L. James, usciva dai confini nazionali per essere tradotta in dodici lingue, l’ultima il coreano, e ristampata da Rizzoli anche in tre diverse edizioni Bur.


Irene Cao fotografata da Giorgio Mondolfo


Le lettrici, però, si arrovellavano. Resiste la passione al tran tran coniugale? Così, via social e mail, hanno suggerito a Irene Cao, ex insegnante precaria di lettere classiche diventata cinque anni fa un caso editoriale, di inventarsi un seguito. Perchè se dopo la trilogia autoctona Cao ha firmato anche altro - il dittico “Per tutti gli sbagli e “Per tutto l’amore”, poi un romanzo compiuto, “Ogni tuo respiro” - i suoi primi personaggi restano i più amati. Così, in quattro mesi, scrivendo forsennatamente, l’autrice esce oggi in libreria con “Io ti amo”, quarto capitolo della saga (ancora Rizzoli, pagg.278, euro 16,00).


«Nell’ottobre di un anno fa - racconta - mi è venuta l’idea di buttar giù una traccia di continuazione e l’ho condivisa con l’editore, che mi ha spronato ad andare avanti. Dopo un tentativo che non mi convinceva, il 29 gennaio di quest’anno, tornando da Venezia, ho scritto le prime righe del nuovo libro sull’iPhone. Da lì non mi sono più fermata, l’ho consegnato all’inizio di maggio. Ho lavorato giorno e notte. Non è stata un’operazione semplice, è stato un percorso faticoso anche dal punto di vista fisico».




Il sequel di un successo commerciale è una tentazione sempre in agguato. E.L. James ha sfornato due Sfumature dalla parte di lui. Cao, invece, ha deciso di scuotere la sua coppia dalla deriva domestica ed esporla di nuovo alle debolezze della carne. Che qualcosa si sia incrinato nel rapporto è chiaro fin dalle prime pagine, quando Elena, affidato il piccolo Michele, ormai alle elementari, alla madre, esce a incontrare l’«altro» uomo: Dario, di professione scultore. E Leonardo dov’è finito? Parte il lungo flashback, che ci racconta uno chef inquieto a caccia di una terza stella Michelin per il suo “Cenacolo” a Roma e con tante distrazioni, non solo del palato. La verità si intuisce subito, perchè il Nostro è molto più credibile nelle prodezze erotiche che nella parte del premuroso papà. Infatti, cade subito nel più trito degli errori: concedersi un’avventura extraconiugale, mentre la compagna è alle prese con l’apprendistato della maternità.


 La trama si srotola sottile tra tradimenti, veri o sospettati, e la descrizione degli amplessi, adeguata al nuovo status dei protagonisti: le due pagine di ginnastica tra lavello e fornelli che chiudevano il terzo libro, si sono ristrette a una manciata di righe nella reciproca conoscenza coniugale.

Irene Cao, difficile ritornare indietro? «Ho passato le scorse vacanze di Natale a rileggere la Trilogia, cosa che non avevo più fatto dalla pubblicazione. Quei libri sono scritti in prima persona, si trattava di recuperare un modo di pensare e di raccontare. Volevo riprendere la voce di Elena, quindi è stata una rilettura profonda, mi sono calata nella sua mente, cercando di assumere il suo punto di vista, il suo sentire. Certo, non siamo più nel contesto delle Sfumature, quello che conta non è più solo il gusto erotico, com’era in quel momento ben preciso, tra l’estate 2012 e il 2013. Allora ho cercato di capire che cosa potrebbe essere successo nelle vite di due persone che si erano scelte, e scelte così tanto da fare un figlio insieme, che cosa potesse unirle ancora. E se avessero ancora qualcosa da scoprire l’uno dell’altra...».


Ce l’hanno? «Le mie lettrici un po’ se l’immaginavano che non sarebbe stato facile imbrigliare uno spirito libero come Leonardo. Anch’io l’ho odiato in certi momenti, sono entrata in contrasto col personaggio, ne scrivevo e allo stesso tempo lo detestavo, soprattutto nel primo libro, con quel suo fascino demoniaco e il modo di fare da stronzo. Poi, man mano che la storia procede, anche lui subisce un cambiamento. Nel terzo libro sono alla pari, due anime che si incrociano e hanno voglia di andare avanti insieme, di fidarsi reciprocamente. Poi qualcosa succede, come a molte coppie: non si parla più, non ci si ascolta, non ci si fida e si diventa due entità che procedono autonomamente su vite parallele, senza interfacciarsi. Tanti tradimenti nascono da lì, dall’incapacità di comunicare. È una storia abbastanza comune, lo vedo intorno a me».


A Elena che cosa è successo? «Vive un momento difficile, ma trova la forza di scegliere. È molto più protagonista. Prima Leonardo era il maestro, mentre in questa storia il punto di vista è centrato su di lei. Elena è autonoma, è madre, si è presa delle responsabilità che l’hanno resa più forte. Non c’è più l’iniziazione ai sensi e al piacere, è tutto già successo, ma una coppia che si conosce e non si sa se durerà o no».


Lei, Irene, è cambiata? «Sì, anch’io. Sono stati cinque anni intensi e potenti. Elena non mi rispecchia completamente, ma qualcosa di me stessa, almeno a livello caratteriale, lo metto sempre nel suo personaggio. Rispecchia la mia visione del mondo, il mio modo di intendere i sentimenti e la vita. E in lei c’è il mio amore per l’arte, una delle mie scialuppe di salvataggio nei momenti critici».


Ha fatto solo la scrittrice? «Nell’ultimo anno ho provato a cimentarmi con la regia. Sto ultimando il montaggio di un prodotto un po’ innovativo, da far girare sul web, in cui mi muovo tra i mondi della regia, della fotografia, della luce. Per il momento è ancora in stand by perchè ho dato priorità al libro e io nei progetti mi ci tuffo con l’anima e riesco a fare solo una cosa per volta. Questo esperimento si avvicina molto all’idea di un film: sette episodi di cui sono regista e in parte anche attrice, che raccontano il mio viaggio di scrittrice e fanno entrare nell’atmosfera dei miei libri. È un progetto in cui ho investito molto tempo e finanze. Non mi sono sposata, quindi mi sono concessa questo matrimonio con il mondo delle immagini».


Dov’è girato? «A Venezia, a Roma, Milano, in una villa veneta e anche a Trieste, sul Molo Audace, in una scena che mi è rimasta nel cuore. Finiamo sulle mie colline, vicino al mio eremo creativo di Caneva».


E l’amore?«L’ho trovato e l’ho perso. Forse non era ancora arrivato il mio momento. In questi anni, e parlo degli ultimi dieci, sono successe tante cose, mi sono messa al servizio della scrittura. Io, come persona, mi sono fatta da parte, mi sono dimenticata di me per cullare i miei personaggi e i miei progetti. Adesso ho deciso di prendermi una lunga pausa, in cui cercherò di capire dove voglio andare e rivivere alcuni momenti che mi sono persa nel corso del tempo. Sono stati anni di grande sacrificio, che mi hanno dato molto ma anche tolto molto. Alla fine devo ricreare un equilibrio dentro di me».


Dunque lei è tra i fortunati che vivono di scrittura... «Negli ultimi cinque anni sì. E ringrazio i miei lettori, perchè chi ti rende scrittore è chi ti legge. Storie ne ho ancora tante in testa, ma adesso devo alleggerirmi, perchè quando trattieni tanto materiale per tanto tempo l’anima diventa pesante. Vivo la scrittura in modo viscerale».


Cosa le è mancato di più? «Forse non aver avuto abbastanza tempo per le amicizie, che come gli amori vanno coltivate e innaffiate. Non sempre si viene capiti, ascoltati, spesso gli altri non gioiscono delle tue gioie. L’invidia non mi appartiene, ma siamo umani, lo comprendo. È l’altro lato della medaglia».


Il successo l’ha cambiata? «Per niente. La gente pensa che abbia una vita stratosferica, mentro sono qui, nella mia casa, che mi sono tirata su da sola, grattando dalla mattina alla sera, con l’aiuto di mio padre, che faceva questo mestiere. Mi piace lavorare con le mani, anche a Tarvisio ho passato giorni a restaurare la casa dei miei nonni taglialegna, in mezzo ai boschi. Mi sento arricchita dentro, ma al di là del riconoscimento economico, non sono cambiata. Sono gli altri che mi vedono diversa».


L’ha condizionata l’etichetta di scrittrice erotica?
«Tantissimo. Gli uomini ne sono spaventati. Magari non hanno letto neanche una riga dei miei libri, ma si costruiscono un immaginario e quando mi conoscono e capiscono che sono una persona tranquilla, e con certi valori, restano delusi».

@boria_a

sabato 23 giugno 2018

IL LIBRO

 Il bambino che cerca il coma etilico







Le fedeltà invisibili sono lacci che ci legano agli altri, a volte fino a strangolarci. Quelle che un bambino sente verso i genitori separati e che lo spingono a difenderli da loro stessi, a evitare che si sbranino per lui. Quelle che un amico nutre per il suo compagno di banco, di cui intuisce l’abisso di dolore e di smarrimento e lo rispetta col silenzio. Quelle di una donna verso il padre che l’ha maltrattata da bambina, togliendole per sempre una parte di sè. Patti d’amore e di lealtà nei confronti di chi amiamo o abbiamo amato, spinti al limite, fino all’autodistruzione.





È una fedeltà invisibile quella che Théo, dodici anni, prova per i due nemici che lo hanno messo al mondo, da cui vive a settimane alterne. Suo padre è un uomo alla deriva: lasciato dalla nuova compagna, scaricato dalla sua azienda, si lascia morire dentro un pigiama sporco in un appartamento buio e puzzolente, tra i cartoni del cibo. Sua madre è intossicata dal risentimento per l’ex marito e ogni volta che il bambino rientra a casa lo tiene a distanza, evita di guardarlo, tutta concentrata nello sforzo di riammettere nel suo spazio il figlio tornato da un territorio ostile e contaminato, di cui bisogna cancellare ogni traccia.


Come si può smettere di amare i genitori, come si può strapparli dalla propria vita, per quanto fragili, egoisti, anafettivi siano? Théo non ci riesce, fedele a quel patto che gli suggerisce quando tacere, mentire, fare la faccia neutra o recitare per non ferirli, per non offrire argomenti a nuovi scontri e rivendicazioni. Un peso insopportabile, che si può annullare solo stordendosi.
Théo beve superalcolici. A scuola, in un nascondiglio che condivide con il coetaneo Mathis. Ogni giorno il livello della bottiglia scende un po’ di più, ogni giorno bisogna rubacchiare in casa per procurarsi, in un negozio che non fa domande, vodka, rum, whisky. Per Mathis, ammirato e un po’ succube, è solo un gioco clandestino, per Théo un piano lucido, da portare fino in fondo: «Si chiama coma etilico. Gli piacciono queste due parole, il loro suono, la loro promessa: un momento di scomparsa, di eclissi, in cui non devi più niente a nessuno». La madre di Mathis, Cécile, vorrebbe interrompere il legame tra i bambini, che avverte pericoloso, ma la sua attenzione è risucchiata da altro: quel marito che le fa pesare la sua inferiorità sociale, ha una seconda vita in Internet, profili multipli dietro cui scarica la sua aggressività.


È un’altra solitudine a intuire da subito quella di Théo. Hélène, l’insegnante di scienze, non si fa ingannare dalla lentezza dei movimenti, dallo sguardo che sfugge quello degli altri, dallo sforzo di rendersi trasparente. Riesce a vedere le ferite del bambino sotto i vestiti, anche se l’infermiera della scuola ha detto che sul corpo non ha un graffio. «Non c’era nulla. Peccato che io le botte le ho prese e non mi fregano». Hélène non può avere figli perchè suo padre da bambina l’ha presa a calci fino a provocarle un’infezione, ma anche lei non ha parlato nè chiesto aiuto, proprio come Théo. «So che i figli proteggono i loro genitori e so quale patto di silenzio li porti a volte fino alla morte». Ma l’insegnante è isolata, i colleghi minimizzano, come se la sua sia solo un’ossessione malsana per l’alunno.


“Le fedeltà invisibili” di Delphine de Vigan - quinto romanzo della scrittrice francese e primo pubblicato da Einaudi, pagg. 134, euro 17,00 - stringe lo stomaco in una morsa. Lucido e teso fino all’ultima riga, scarnifica il lettore. Bambini che coprono i cedimenti dei genitori, determinati a difenderli, ad assumere su di sè i loro problemi, a costo di uccidersi. Adulti che annaspano dietro un paravento di normalità. O che sentono di dover restituire qualcosa alla loro infanzia violata, come Hélène che ha deciso che la “fedeltà invisibile” non debba più annientare nessuno. «A volte penso che diventare adulti non serva a nient’altro che a questo: riparare le perdite e i danni originari. E mantenere le promesse del bambino che siamo stati».


Il finale è sospeso, non consolatorio, ogni esito è possibile. E ci interroga nel profondo sul nostro essere genitori e figli. Perchè a ognuno è capitato, in entrambi i ruoli, di pensare che un legame così stretto vada protetto da ogni intrusione esterna, che ogni richiesta d’aiuto sia un tradimento. E il prezzo da pagare dura una vita.


sabato 9 giugno 2018

IL LIBRO

Il cold case del burattinaio Dicker 





Dopo vent’anni un sanguinoso caso di cronaca viene riaperto. E la verità che sembrava giudizialmente cristallina si disintegra, mandando migliaia di pezzi a conficcarsi nella vita senza scossoni di una cittadina balneare sull’oceano, dove nulla, e nessuno, sarà più come prima. Era il 30 giugno 1994 quando nell’immaginaria Orphea, collocata nello Stato di New York, mentre si sta per inaugurare la prima edizione del festival teatrale, vengono freddati nella loro casa, a colpi di pistola, il sindaco, sua moglie e il loro figlioletto. All’esterno, un altro cadavere: una ragazza in tenuta da jogging è stata uccisa con la stessa arma, forse per aver visto l’assassino. Il caso viene affidato a due giovani e promettenti agenti, Jesse Rosenberg e Derek Scott, i primi ad arrivare sul posto, che conducono le indagini con solerzia e inchiodano il colpevole, un ricco ristoratore della zona. In galera non ci arriva: muore in un incidente durante l’inchiesta.

Siamo nel 2014, ancora una volta in prossimità dell’apertura del festival, e Jesse, diventato capitano (anzi, il capitano 100%, che non fallisce un’indagine...), sta festeggiando con i colleghi il suo prossimo pensionamento. È allora che Stephanie Mailer, una giovane giornalista imbucatasi al ricevimento, gli si avvicina e, brandendo un ritaglio di giornale, lo apostrofa con studiata malizia: «Nel 1994 ha sbagliato colpevole. Mi sembrava giusto che lo sapesse prima di lasciare il corpo». Il poliziotto e la cronista si incontreranno quell’unica volta, perchè nello stesso giorno Stephanie sparirà nel nulla.


Joël Dicker è tornato, e alla grande. Chi si è lasciato catturare e travolgere da “La verità sul caso Harry Quebert” (2012, Bompiani), best seller da sei milioni di copie, tradotto in 33 lingue, proverà ora la stessa ansia di arrivare all’ultima riga di “La scomparsa di Stephanie Mailer” (La Nave di Teseo, pagg. 708, euro 22,00), il suo nuovo, fluviale e intricatissimo giallo. Perchè al termine di ogni capitolo lo scrittore svizzero, con sbalorditiva abilità, apre un altro fronte, lascia una risposta in sospeso, getta un indizio, smantella una certezza, incastra una coincidenza, trascinando il lettore avanti e indietro dal 1994 al 2014, tra vecchie indagini e nuovi indizi, giù giù fino in fondo nelle vicende e nella personalità dei tanti personaggi, tutti cesellati eppure pieni di ombre, sempre alla fine sfuggenti. Con un espediente narrativo che sfaccetta ancor di più la trama, lasciando la prima persona solo alle voci degli investigatori Jesse e Derek, che sembrano così sovrastare il fruscio dei sospetti, delle rivelazioni, delle mezze parole in cui è avviluppata l’anonima esistenza di Orphea, un cellophane trasparente e asfittico, sotto cui si nascondono e si proteggono reciproci segreti.





La vera protagonista, in questo che è un grandioso thriller corale, è proprio l’opaca cittadina di provincia e il suo festival teatrale, evento di richiamo turistico e quindi di guadagno, ma anche palcoscenico per piccole e grandi vanità, occasione per realizzare un sogno o colpire a tradimento. Intorno a “La notte buia”, lo squinternato copione che l’ex comandante della polizia della città Kirk Harvey, vuol mettere in scena al festival del 2014, riscattando la figuraccia di vent’anni prima, quando lo spettacolo fu cancellato dal sindaco ucciso, si affollano i sospetti: il nuovo primo cittadino, Alan Brown, che prontamente, forse troppo, prese il posto del defunto, e sua moglie Charlotte, veterinaria e attrice di talento; il direttore del “New York Literary Magazine” Steven Bergdorf e la sua bella e avida amante Alice, il manager televisivo newyorkese Jerry Eden e la figlia Dakota, tossica e infelice, l’ambiguo critico teatrale Meta Ostrovski, che, insieme agli altri, ha trovato in Orphea un comodo riparo.


Tutti, a cominciare da Jesse e Derek, hanno un passato da cui fuggire e fantasmi da disseppellire, come gli indizi tralasciati nell’indagine, che continuano a seminare morte. La verità, dice Stephanie a Jesse Rosenberg nel loro primo e ultimo incontro, era sotto i suoi occhi, ma lui non ha saputo vederla.

Magistrale burattinaio, Dicker tiene alta la suspense fino alla fine, districando tutti i fili, solo in apparenza lasciati penzolare a vuoto lungo la trama. La notte buia, sembra suggerirci l’autore, non è solo quella della mano omicida, ma è il lato oscuro custodito in ognuno di noi, dissimulato nel tran tran quotidiano, dietro la facciata, che, in circostanze favorevoli, viene a galla e deflagra. Lasciando tutti, lettori compresi, senza fiato.

@boria_a

lunedì 4 giugno 2018

MODA & MODI

Il mollettone alla conquista del Rossetti






Il mollettone fermacapelli di plastica è sdoganato. Esce dalle docce, dalle palestre, dalle spiagge e marcia orgogliosamente alla conquista del Teatro Rossetti di Trieste, in una recente soirée di mondanità a chilometro zero. Chi l’ha detto che l’utile aggeggio debba restare confinato all’intimità domestica o al tempo libero? Avvistato nell’affollato parterre del Politeama, svettava senza timidezze su un abito fiammante e alla sommità di un capino platinato, rivendicando il suo posto tra stiletti, plateau e pochettine bonbon. Un caso isolato? Tutt’altro. Nella stessa giornata, all’Hotel Savoia, nel pomeriggio con relatore illustre che ha preceduto il gala in teatro, un altro mollettone, ingentilito da strass, passeggiava nell’uditorio ad altezza considerevole. Due nello stesso giorno non fanno temere l’epidemia, ma ce n’è abbastanza per registrare un inquietante “upgrade”.

Le orfane e le fan di Sex&TheCity ricorderanno lo “scrunchie”, quell’elastico di tessuto per capelli da insegnante di aerobica che Carrie, la protagonista della serie, bollava senza pietà come segno inequivocabile di provincialismo e gusto ordinario. Qualche anno fa l’elasticone visse un estemporaneo ritorno di fiamma, quando Hillary Clinton fu paparazzata in occasioni ufficiali all’estero con i capelli trattenuti da dischi di stoffa bianchi e neri. Contribuirono alla resurrezione anche un paio di attrici come Catherine Zeta-Jones e Sienna Miller, beccate a fare shopping con lo “scrunchie” abbinato alla pelliccia e agli occhiali da diva.


Fu un momento di gloria intenso, ma breve. In fondo si trattava solo del segretario di Stato americano, mica di un’influencer da milioni di follower su Instagram. Accettata la candidatura democratica alla Casa Bianca, cinque anni dopo, Hillary si tolse il grillo dalla testa e ricomparve in pubblico solo con la “political bob” o “pob”, mezza frangia per donne di potere, come la Merkel e Theresa May, che manuteneva a prezzi da capogiro. Dello scrunchie si perse ogni traccia.

Oggi, però, la moda la detta l’influencer.
Teniamo le dita incrociate: se un’azienda di mollettoni griffati ne regalerà una scorta alle Ferragni sparpagliate in tutto il mondo, anche il forchettone di plastica avrà di nuovo il suo meritato momento di gloria. E l’anonima signora triestina sarà stata un’involontaria e geniale anticipatrice di tendenza.

@boria_a