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domenica 13 ottobre 2024

 IL MUSICAL

Les Misérables finalmente in Italia

Al Rossetti di Trieste la prima 


Les Misérables The Arena Spectacular all'Ovo Hydro di Glasgow (foto di Danny Kaan)


 

Approda per la prima volta in Italia il musical “Les Misérables”, dal romanzo di Victor Hugo, nella produzione monstre che Cameron Mackintosh ha realizzato per arene e grandi spazi. Sarà il Politeama Rossetti a ospitarlo, dal 7 all’11 novembre 2024, cogliendo una doppia sfida: assicurare a Trieste il debutto italiano di un’opera gigantesca, per cast, scenografia, orchestra dal vivo, effetti speciali, e adattare la sua enorme macchina, concepita per una platea di migliaia di spettatori, alle dimensioni contenute di un teatro. L’operazione “accoglienza tecnica” della produzione inglese è già da tempo in corso al Rossetti e la logistica dell’arrivo delle scene e delle attrezzature in Viale XX Settembre farà effetto. Un “game changer”, un punto di svolta per il pubblico e per la città, come è accaduto l’anno scorso con Il Fantasma dell’Opera: così l’ha definito Stefano Curti, direttore organizzativo del teatro, che ha lavorato sodo per portare a casa il titolo insieme al presidente Francesco Granbassi e al direttore Paolo Valerio.


«Che cosa dire al pubblico? Ecco: “non dovete andare nel West End di Londra per vedere il più grande musical mai scritto, ve lo portiamo noi. Ed è davvero così. I Miserabili rimane con le persone per sempre, le cambia, e la ragione per cui va in scena da quarant’anni è che c’è gente che non l’ha ancora mai visto, ma chi l’ha visto continua a venire a teatro, ancora e ancora. È un’icona culturale, se arriva da voi non potete perderlo». Killian Donnelly ha appena debuttato all’Ovo Hydro arena di Glasgow nei panni di Jean Valjean davanti a quattordicimila persone solo nella prima serata, alla testa dello stesso cast che farà tappa al Rossetti per poi proseguire per gli Arcimboldi di Milano, unici due teatri italiani che hanno in cartellone l’evento.

 

Killian Donnelly è Jean Valjean (f. D. Kaan)

 

L’arena di Glasgow ha vibrato per tre ore di spettacolo che corrono d’un fiato, è sembrata esplodere per la potenza del suono, delle voci, per l’intensità delle luci e alla fine ha accolto il cast con una standing ovation. Poche ore prima dell’inizio Donnelly ha incontrato i giornalisti: «Ho partecipato anche all’edizione dei Miserabili del venticinquesimo anniversario - ha detto - ma la passione e l’amore per questo spettacolo per me è rimasto lo stesso e credo che passerà alle generazioni future. Ha quarant’anni, nel mondo l’hanno visto oltre tre milioni di persone. È un regalo far parte di questa edizione, che è una sorta di summa di tutte le precedenti».


Al suo fianco, nel ruolo di Javert, un maestoso Bradley Jaden, che il pubblico ha già applaudito l’anno scorso a Trieste in The Phantom of the Opera nei panni di Raoul. «Killian e io - ha raccontato Jaden - abbiamo entrambi avuto la fortuna di lavorare in passato con grandi attori che intepretavano la nostra controparte in scena, ma dopo la prima volta insieme nei Miserabili abbiamo sentito entrambi che qualcosa scattava tra di noi. È come se ci fossimo detti: tu sei il “mio” Valjean, tu sei il “mio” Javert. Una sintonia che cambia completamente lo spettacolo».

 

Bradley Jaden, Javert (f. D. Kaan)

 


Sarebbe riduttivo definire Les Misérables The Arena Spectacular un musical. Oppure un concerto interpretato. La forza della storia e della musica, i brani celeberrimi, l’intreccio di colpa, redenzione, amore e morte, libertà e giustizia, che gli artisti non si limitano a cantare, ma in cui mettono «cuore e anima», come ha detto Donnelly-Valjean, danno allo spettacolo l’impatto e la dimensione di un’opera. Accanto a Donnelly e Jaden, spiccano le voci femminili di Channah Hewitt, che sarà Fantine, Beatrice Penny-Touré, Cosette, dell’energetica Madame Thénardier di Helen Walsh, dell’americano James D. Gish, un’emozionante rivelazione nel ruolo di Enjolras, mentre ritorna a Trieste Daniel Koek, che gli appassionati del genere hanno già conosciuto in Chess e nel concerto insieme a Kerry Ellis.
Anche Trieste e il suo teatro sono stati un “game changer” nella scelta delle tappe italiane di “Les Miz”, com’è familiarmente chiamata l’opera.

 


 

 

Bradley Jaden si è innamorato della città e del Rossetti, dov’è tornato, dopo il Fantasma, per un concerto da solista, e la sua promozione è entusiastica, in ogni occasione (è riuscito a infilare Trieste anche al Sondheim Theatre di Londra, durante lo spettacolo “Old Friends”, davanti a spettatori per lo più britannici...). «Quando ho fatto Phantom - ricorda - mi sono sentito veramente accolto, Trieste ha abbracciato lo show, per strada tutti sapevano del Fantasma. Mi sono innamorato dalla città: cammini per miglia in entrambe le direzioni, il castello di Miramare ti dà la sensazione di vivere in una favola, e poi l’architettura, le montagne, la gente... E naturalmente il mio fruttivendolo, che ogni giorno mi preparava i carciofi».


Killian Donnelly arriverà con la moglie, “contento”, dice, di avere qualche giorno di libertà dai figli piccoli per visitare la città e misurare il suo Jean Valjean in uno spazio raccolto. «Al pubblico voglio anticipare questo: i nostri Miserabili sono uno show incredibile ma allo stesso tempo intimo, disegnato in modo così perfetto che lo possiamo rappresentare nelle arene o nei teatri senza che nessuno si perda nulla. È come se lo spettatore lo ascoltasse nelle cuffiette, per conto suo, ma su grande scala».

domenica 14 aprile 2024

IL MUSICAL

Gabriella Slade e i costumi di Six

Tra storia e pop, hanno vinto un Tony Award 


Six di Toby Marlow e Lucy Moss


 

Sei regine rock. Immediatamente riconoscibili dai colori e dalla silhouette. Sei donne che portano su di sé il peso della storia e la condivisione di un uomo ingombrante, ma che si scatenano sulla scena adrenaliniche come popstar di oggi. Una band, coesa e compatta, dove ognuna delle protagoniste rivendica la sua individualità.


Non è stato un compito da poco vestire le regine di Six per la costumista Gabriella Slade. Ma questa giovane creativa, che ha studiato arte e ha radici napoletane per parte di madre, lo ha assolto in maniera così originale da vincere un Tony Award per i migliori costumi di un musical alla 75° edizione dei premi. Il segreto? Mescolare dettagli storici all’energia della musica contemporanea. E assegnare una tinta particolare a ogni sovrana, solo sua, per renderla unica e inconfondibile. Il musical cult Six sarà in scena al Politeama Rossetti di Trieste, in esclusiva nazionale, dal 24 al 28 aprile 2024.


Anna di Cléves (f. Pamela Raith)



«Caterina d’Aragona, per esempio - spiega Gabriella - è spagnola e cattolica. Per lei una scollatura squadrata e poi il nero e l’oro, riferimenti cromatici imprescindibili, che ci riportano però anche a una star di oggi come Beyoncé. Anna di Clèves, invece, in un famoso dipinto indossa un abito come ampie strisce a zig zag, che ho voluto assolutamente riproporre nel costume. Per Anna Bolena, poi, il girocollo è un elemento fondamentale...». L’infelice seconda consorte, infatti, mandata a morte per decapitazione con un ventaglio di accuse dal tradimento all’incesto, sfoggia l’iniziale del nome proprio sotto la gola, una sorta di medaglione incastonato nello scenografico costume verde smeraldo. L’altra consorte cui Enrico VIII fece mozzare la testa, l’adultera Caterina Howard, porta l’iniziale del nome appesa a un choker intorno al collo, punto sensibile del suo destino. Il costume di Caterina d’Aragona ha avuto invece l’onore della ribalta museale, esposto nelle sale del Victoria&Albert di Londra.


Il lavoro di Gabriella Slade è stato certosino. Prima lo studio delle regine dal punto di vista storico, quindi la loro ritrattistica e l’approfondimento degli elementi del periodo Tudor. A tavolino ha discusso a lungo le caratteristiche dei personaggi con gli autori del musical, Toby Marlow e Lucy Moss, poi con le interpreti. «Così mi sono sentita completamente a mio agio nel disegnare e le artiste a loro agio nell’indossare i costumi». La sfida è stata grande: outfit all’altezza di uno show che stava facendo molto parlare di sé, ma che doveva uscire dall’ambito universitario per approdare al Fringe Festival e poi sui palcoscenici del West End londinese, una delle mecche del musical. «All’inizio avevamo pochissimi soldi, ma lo spettacolo era ambizioso. Dovevamo dare il massimo con la nostra creatività. È stata un’avventura appassionante, il risultato di molto studio, ricerca, prove per cercare di capire se erano abiti con cui si poteva andare in scena ogni sera, se erano confortevoli per le interpreti, banalmente se erano facili da lavare per chi lavora nel backstage». I primi costumi furono in numero ridotto. Oggi sono un elemento chiave dello spettacolo, ogni interprete ha i suoi, e il loro costo è astronomico.

 

Jane Seymour (f. Pamela Raith)

 


A legare la corte di Enrico VIII alla contemporaneità ci sono i materiali: cuio, ecopelle, latex, pvc, paillettes, plastica, vinile, pellicola olografica. Superfici che riflettono e amplificano il gioco di luci, una scarica elettrica proprio come in un concerto rock. E finiture borchiate per tutte le sei mogli del sovrano. «È un riferimento al genere di ornamenti che indossavano i membri delle famiglie reali - spiega la costumista -. Le regine sono sempre ritratte con gioielli magnifici ed elaborati e i loro abiti sono decorati. Ma le borchie danno anche l’idea di un’estetica fresca e dura. Il nero mescolato al colore, e le trame degli abiti, si rifanno poi agli elementi architettonici del tempo, come le vetrate colorate».

 

Caterina d'Aragona (f. Pamela Raith)

 


Gabriella ha definito i suoi costumi “sculture mobili”. Le gonne, le maniche e i bustier hanno un’anima interna, una struttura invisibile agli occhi, che permette, per esempio, di realizzare pieghe molto piccole, simulando la naturalezza di un tessuto convenzionale. E cos’è quella sorta di gancio applicato davanti, all’altezza dei fianchi, negli stessi colori di gonne e shorts? Sembra un accenno di fodero per la spada, invece è il porta-microfono. Gli abbinamenti tra regine sono plurimi: Caterina D’Aragona mescola primedonne come Beyoncé, Jennifer Lopez, Jennifer Hudson, Shakira e Katy Perry; Anna Bolena si ispira a Miley Cyrus, Avril Levigne e Lily Allen; Jane Seymour ad Adele, Sia e Céline Dion; Anna di Cléves all’energia di Nicki Minaj e Rihanna, Catherine Howard a Britney Spears e Ariana Grande; infine l’ultima moglie di Enrico VIII, Catherine Parr, ad Alicia Keys ed Emeli Sandé. «Il risultato? Un look regale - lo ha definito Gabriella Slade - per le ultime regine a dominare il palcoscenico».

giovedì 22 febbraio 2024

IL PERSONAGGIO

 

Candace Bushnell: "Io, Carrie, Sex and The City e New York"




Candace Bushnell in The True Tales of Sex, Success and Sex and The City

 

 

Candace Bushnell sale stasera - venerdì 23 febbraio 2024 -, alle 20.30 in data unica, sul palcoscenico del Rossetti di Trieste. La vera Carrie Bradshaw di Sex and The City è proprio lei e dalle sue rubriche degli anni ’90 scritte per il New York Observer, tra mondanità e sesso, è nata, ormai un quarto di secolo fa, la serie televisiva cult, poi i due film e oggi il cosiddetto reboot “And just like that”, che racconta Carrie e le sue amiche nella mezza età.


Un energetico one-woman show su vita, uomini, incontri, esperienze di una ragazza ventenne sbarcata dal Connecticut nella Grande Mela, con pochi spiccioli e una grande voglia di vincere un Pulitzer, fino alla Candace di oggi, sessantacinquenne divorziata e ricca, con sempre un paio di Manolo ai piedi e un Cosmo da bere con le amiche. Allo spettacolo seguirà un party glamour, e tanta musica, in platea al Rossetti,  cui gli spettatori potranno contribuire ispirando i loro look alla serie.


«Originariamente - racconta Candace - avevo intitolato questo spettacolo “Is there still Sex in The City”, come il mio libro (In italiano “Sex in The City... e adesso?”). Poi un caro amico mi ha detto che non si capiva di che cosa parlava. È una persona di grande successo, quindi l’ho ascoltato e ho cambiato in “The True Tales of Sex, Success and Sex and the City”. Infatti è la storia autentica di com’è nata la rubrica, mescolata alla mia storia, ci sono le mie relazioni, le mie amiche e un po’ di avventure piccanti di sesso, così, per divertimento. E c’è la nostra vita di adesso, donne mature e single».


Lei è mai intervenuta nella sceneggiatura? «Nei primi due anni con il produttore Darren Star, che è un mio buon amico, sono andata nella writing room, nella stanza degli sceneggiatori di Sex and The City. Una volta volevano far fare agli attori un giro di shopping da Bloomingsdale, e io ho cancellato la battuta e ho scritto “Gucci, Gucci, Gucci!”».

 


 


 

In effetti in Sex and The City la moda ha un ruolo centrale. E alcune borse e scarpe sono diventate, e sono ancora, oggetti del desiderio. «Sex and The City è stata la prima serie influencer, non era mai accaduto prima. Tutto quello che c’era dentro, vendeva. Le scarpe per me erano molto importanti, perchè quando arrivai a New York per la prima volta notai subito che i veri newyorkesi indossavano sempre scarpe belle. In un ristorante potevi entrare o non entrare in base a che cosa avevi ai piedi. New York era uno dei pochi posti dove si trovavano i brand italiani, avevamo Gucci, appunto, che solo i newyorkesi conoscevano. E io impazzivo per le loro loafers... Sì, forse con la serie ho contribuito a farne vendere un po’...».


Lei se lo aspettava un successo ancora così duraturo? «È meraviglioso, davvero, ma all’inizio nessuno lo sa, altrimenti qualsiasi cosa sarebbe un successo. Credo che la serie rappresenti un momento particolare nella vita delle donne, che tutte le ragazze di oggi vivono. Una volta si passava dalla casa dei genitori a quella del marito. Poi dalla casa dei genitori al college per trovare un marito e quindi nella casa da sposate. Oggi non succede. Dalla casa dei genitori le ragazze vanno al college e poi esplorano il mondo, definiscono se stesse, costruiscono le loro carriere, hanno diverse relazioni. È giusto, riflette il tempo in cui viviamo. Per questo la serie continua a piacere e donne di varie età ci si riconoscono. Ogni nuova generazione si trova nella stessa situazione e si fa le stesse domande: come posso gestire la mia vita, quello che voglio, quello che la società si aspetta da me? Voglio sposarmi? Voglio esplorare la mia sessualità? Vivere questa fase crea dei legami. Che durano nel tempo, come dimostra “And just like that...”».


Com’era la New York dei suoi vent’anni? «Turbolenta, spaventosa, molto divertente. E molto, molto creativa. Non giravano tanti soldi e artisti, designer, scrittori vivevano in appartamenti piccolissimi. Ci potevi venire e seguire le tue passioni artistiche, non avevi niente da perdere. Era costoso, ma non così tanto come oggi. Andavamo in sei, dieci posti diversi in un’unica sera: ristoranti, club, mostre, inaugurazioni. Non c’erano i social media, se volevi sapere cosa succedeva dovevi esserci di persona. Io ci andavo con un piccolo taccuino e appuntavo tutto, li conservo ancora quei quadernetti: nella rubrica parlavo di quello che era sexy a New York, dei desideri delle donne e degli uomini che incontravamo. Accennare al sesso a quei tempi era una novità».


 Dalla scrittura al teatro... «Mi piace stare in palcoscenico, ma mi piace anche scrivere e sto bene quando lo faccio. Ora non ho un libro in cantiere, ma magari scriverò un altro testo teatrale».


E adesso c’è un Mr Big, o un Mr Biggest, nella sua vita? «No, non c’è, spero di essere io Miss Biggest. Ho amici molto cari, ma davvero non ho tempo. Sulle dating app ho conosciuto un paio di ragazzi di Milano. Continuiamo a scriverci per fissare un incontro, ma è difficile, siamo sempre molto occupati. Quando ho cominciato la mia rubrica, negli anni ’80, gli uomini non volevano impegnarsi. Via via sono andati peggiorando, ora non si fanno nemmeno vedere. Ma a sessant’anni sei meno tollerante nei confronti del comportamento di un possibile partner. Se qualcuno ti dà buca o cancella un appuntamento, puoi essere tentata di dargli una seconda o terza possibilità, ma per quanto tu voglia che le cose vadano diversamente questo non farà loro diversi. L’ho imparato con l’età».


Ha qualche rimpianto? «Direi di no. Da giovane mi sarebbe piaciuto scrivere soap opera per la televisione. Ma poi ho pensato che nessuno mi avrebbe dato un incarico del genere. Forse l’unico rimpianto è di non aver fatto i soldi prima, perchè a vent’anni non ne avevo molti ed è stata dura».


Nello spettacolo c’è molto del suo libro “Is there still Sex in The City”, che racconta l’esperienza sua e delle sue amiche, donne single di una certa età... «Ne ho moltissime di amiche. Ed esco ancora per il brunch con loro, proprio come nella serie. Adesso viviamo così. L’idea che ognuna sia felicemente accoppiata come in una favola non esiste. Così dobbiamo vivere in un modo diverso, come donne single con le nostre amiche per famiglia. Ma è importante parlare di questa fase, sia per condividerla con chi ha raggiunto la nostra stessa età, sia per far capire alle generazioni più giovani che niente è finito, che ci sono ancora molte opportunità da cogliere. La vita continua dopo i cinquant’anni e può essere intensa e piena di esperienze, oltre che offrire nuove occasioni per uscire con gli uomini». 


Che cosa le ha portato l’età? «Il fatto di non aver paura, nella vita e nel lavoro. Tutte le donne che conosco che hanno lavorato dai venti ai cinquant’anni, a sessanta danno il massimo. Hai meno paura di quello che la gente pensa e non hai paura di provare. Il successo è un aspetto importante della nostra vita. In questo senso dico che possiamo essere noi il nostro Mr Big».

domenica 11 febbraio 2024

 
Candace Bushnell: "Sono io Carrie

di Sex & The City"

 

 

 

 

Carrie Bradshaw esiste e sta per salire in palcoscenico a Trieste per svelare tutti i segreti di Sex & The City, la serie cult che oltre venticinque anni fa ha rotto un tabù: il modo in cui le donne si raccontavano in televisione, parlando per la prima volta senza filtri di sesso, uomini, incontri, carriera, amicizia al femminile, sullo sfondo delle mille luci di una New York ribollente. Perché la vera Carrie, sullo schermo l’attrice Sarah Jessica Parker, è in realtà la scrittrice, giornalista e oggi anche attrice, Candace Bushnell, sessantacinque anni splendidamente portati, dai cui articoli sul New York Observer negli anni Novanta e dal primo dei libri che li ha raccolti, è nato un fenomeno internazionale, che non accenna a sgonfiarsi: sei stagioni televisive, dal ’98 al 2004, due film, il prequel da un altro suo libro, “The Carrie Diaries”, (che ha scalato fino al primo posto la classifica dei più venduti sul New York Times), e un sequel, “And just like that”, che segue le quattro amiche - Carrie, Charlotte, Miranda e Samantha - nell’età della menopausa, e di cui aspettiamo la terza stagione.

 


 


Candace Bushnell sarà, per la prima volta in Italia, al Politeama Rossetti il 23 febbraio 2024, proveniente dal teatro degli Arcimboldi di Milano (21 febbraio), con il suo one-woman show che si intitola “True Tales of Sex, Success and Sex and The City”, in lingua inglese e con soprattitoli in italiano. In questi giorni lo spettacolo era per un’unica data al Palladium di Londra, da tempo tutto esaurito, dove la scrittrice-attrice ha trascinato per un’ora e mezza un pubblico di ogni età dai faticosi esordi come giornalista a Manhattan, dalla raccolta di articoli di cui si innamorò il produttore Darren Star per farne la prima stagione di Sex & The City, dall’esplosione internazionale della sua carriera, al tritacarne della fama e del lavoro, al divorzio (il marito era un ballerino, e le fan della serie non tarderanno a rivedere Carrie e la sua storia con lo scultore Petrovsky, sullo schermo la leggenda della danza Barishnykov...), fino all’ingresso in un’altra stagione della vita in cui Candace-Carrie e le amiche scoprono che esiste, eccome, ancora sesso a New York, anche nella loro attivissima vita da neo-single della terza età.

 


 


A Londra, per una strana e singolare coincidenza, il Palladium dista pochi minuti dal teatro Savoy, dove Sarah Jessica Parker, Carrie Bradshaw per sempre, recita in questi giorni insieme al marito Matthew Broderick in “Plaza Suite” di Neil Simon, con grande successo di critica: la scrittrice Candace e la sua alter ego Carrie si guardano a distanza, legate indissolubilmente da una storia, vera e interpretata, ancora in grado di parlare a milioni di spettatori e di conquistarne di nuovi. «Non mi stupisce - dice Candace Bushnell - perchè le giovani donne di oggi affrontano le stesse problematiche di quelle che le hanno precedute. Madri e figlie si ritrovano in un racconto comune e questo crea un legame che va oltre le generazioni».


Issata sugli stiletto delle sue Manolo fucsia, in una scenografia con divano in tinta e una generosa selezione di scarpe («è Carrie che ha la mia ossessione» dice Candace, «ne ho più di venti paia e meno di Imelda Marcos...»), la scrittrice ritorna la ragazza del Connecticut, del tutto ignara di faccende di sesso, che abbandona il college e arriva a Manhattan con venti dollari in tasca e un Premio Pulitzer da chiamare, molto più vecchio di lei, che le metterà un lussuoso tetto sulla testa. Fare la scrittrice è dura, ma è la New York dello Studio 54, di Andy Warhol e della cocaina che cade come polvere d’oro, delle mille possibilità se si ha un obiettivo grande, una determinazione di ferro, un paio di stivali di Manolo. E naturalmente amiche pronte a sostenerti e a fare squadra, anche se finiscono per ritrovarsi sulle colonne di un giornale.

 


 

 

La prima rubrica sarà un misto di alta società e sesso, una cena in onore di Karl Lagerfeld organizzata da Anna Wintour e una visita al club per coppie scambiste Le Trapez. Candace Bushnell diventa Carrie Bradshaw, CB, per non imbarazzare il papà scienziato e i vicini di casa nel Connecticut. Da lì una storia tutta in ascesa, dieci libri, milioni di copie, soldi a palate e oggi una tournée internazionale e ancora molti progetti. Non ha bisogno di Mr Big, è diventata Mr Big.


Ma lui esiste davvero? Lo scopriremo in scena, con tanto di gigantografia dell’originale, ovvero il playboy e allora editore di Vogue, GQ e Vanity Fair Ron Galotti (spoiler: vi deluderà parecchio), che naturalmente piantò la scrittrice per convolare con un’altra donna meno problematica.

 

 


 


Candace gioca col pubblico, con humor, ritmo e qualche incursione sessuale. Vero o falso che è andata a letto con un politico? E con un modello di Calvin Klein? Che la voleva Matthew Mcconaughey? Chissà. Vero è, invece, che la nonna italiana, dopo lo strappo da Big, le diceva sempre “Se è stato così stupido da sposarla, lascialo cuocere nel suo brodo”. E che le amiche, in ogni età, sono per sempre

lunedì 4 giugno 2018

MODA & MODI

Il mollettone alla conquista del Rossetti






Il mollettone fermacapelli di plastica è sdoganato. Esce dalle docce, dalle palestre, dalle spiagge e marcia orgogliosamente alla conquista del Teatro Rossetti di Trieste, in una recente soirée di mondanità a chilometro zero. Chi l’ha detto che l’utile aggeggio debba restare confinato all’intimità domestica o al tempo libero? Avvistato nell’affollato parterre del Politeama, svettava senza timidezze su un abito fiammante e alla sommità di un capino platinato, rivendicando il suo posto tra stiletti, plateau e pochettine bonbon. Un caso isolato? Tutt’altro. Nella stessa giornata, all’Hotel Savoia, nel pomeriggio con relatore illustre che ha preceduto il gala in teatro, un altro mollettone, ingentilito da strass, passeggiava nell’uditorio ad altezza considerevole. Due nello stesso giorno non fanno temere l’epidemia, ma ce n’è abbastanza per registrare un inquietante “upgrade”.

Le orfane e le fan di Sex&TheCity ricorderanno lo “scrunchie”, quell’elastico di tessuto per capelli da insegnante di aerobica che Carrie, la protagonista della serie, bollava senza pietà come segno inequivocabile di provincialismo e gusto ordinario. Qualche anno fa l’elasticone visse un estemporaneo ritorno di fiamma, quando Hillary Clinton fu paparazzata in occasioni ufficiali all’estero con i capelli trattenuti da dischi di stoffa bianchi e neri. Contribuirono alla resurrezione anche un paio di attrici come Catherine Zeta-Jones e Sienna Miller, beccate a fare shopping con lo “scrunchie” abbinato alla pelliccia e agli occhiali da diva.


Fu un momento di gloria intenso, ma breve. In fondo si trattava solo del segretario di Stato americano, mica di un’influencer da milioni di follower su Instagram. Accettata la candidatura democratica alla Casa Bianca, cinque anni dopo, Hillary si tolse il grillo dalla testa e ricomparve in pubblico solo con la “political bob” o “pob”, mezza frangia per donne di potere, come la Merkel e Theresa May, che manuteneva a prezzi da capogiro. Dello scrunchie si perse ogni traccia.

Oggi, però, la moda la detta l’influencer.
Teniamo le dita incrociate: se un’azienda di mollettoni griffati ne regalerà una scorta alle Ferragni sparpagliate in tutto il mondo, anche il forchettone di plastica avrà di nuovo il suo meritato momento di gloria. E l’anonima signora triestina sarà stata un’involontaria e geniale anticipatrice di tendenza.

@boria_a

sabato 10 febbraio 2018

LO SPETTACOLO

Sunset Boulevard, divina Norma








Uno spettacolo magnifico sulla magnifica ossessione dello spettacolo. Quando Norma Desmond, diva del muto caduta nell’oblio, torna sul set e, avvolta dalla luce di un riflettore, canta we gave the world new ways to dream, abbiamo dato al mondo nuovi modi per sognare, la macchina da presa comincia a girare sotto i nostri occhi, incessante e crudele creatrice di illusioni e di dipendenze. Siamo improvvisamente lì, negli studi della Paramount, al centro del set dove il grande regista Cecil B. De Mille sta lavorando, tra concitazione e frenesia della nuova Hollywood che nasce. Norma incede maestosa nel suo tailleur nero glitterato, e intonando il pezzo più celebre, “As if we never said goodbye”, accende il teatro col fuoco che la divora, la smania di tornare protagonista di un mondo che ormai ha voltato pagina, confinandola nel passato.






È “Sunset Boulevard”, il musical di Andrew Lloyd Webber, scritto da Don Black e Christopher Hampton, che sarà in scena al Politeama Rossetti di Trieste (www.ilrossetti.it), in esclusiva nazionale dal 21 al 25 marzo 2018 (sabato e domenica anche in pomeridiana, alle 16, prevendite già aperte), con un’emozionante Ria Jones nei panni di Norma Desmond.


La cantante era stata scelta proprio da Webber, quando cominciò a provare la sua opera nel 1991, ma all’epoca era troppo giovane per interpretare i tormenti e la follia di Norma. L’anno scorso un’occasione le restituisce la parte, quando Glenn Close, in cartellone al London Coliseum, si ammala, e Jones viene chiamata a sostituirla da un giorno all’altro. Glenn Close aveva già interpretato Norma nell’edizione americana del musical, a Los Angeles nel 1993 e poi a Broadway nel ’94, dove lo spettacolo vinse sette Tony Award, compreso quello per la miglior attrice protagonista, e staccò oltre un milione di biglietti.











 


Comprensibile, quindi, la prima reazione del pubblico del West End alla notizia della sostituzione della protagonista. Accolta da sonori malumori del pubblico che per sentir cantare Glenn Close aveva pagato anche più di cento sterline, al termine della rappresentazione Ria Jones riceve una lunghissima standing ovation (documentata su youtube), per l’interpretazione intensa di tutti i registri del personaggio: la disperazione, la tirannia, la malinconia, la passione, l’egoismo e la megalomania, l'ironia e la tenerezza, fino alla demenza. 


Quella che arriverà a Trieste è la produzione originale inglese, che poi volerà al Koninklijk Theater Carré di Amsterdam. Venti attori in scena per dar vita a quarantacinque personaggi, diciassette musicisti (uno dei più numerosi complessi in tour) diretti da Adrian Kirk che eseguono partiture riorchestrate, originariamente scritte per quarantasei, dieci chilometri di cavi sul palco, seicento costumi fatti a mano ed elaborate parrucche, da 2000 sterline l’una, che ogni sera vengono ripettinate e messe in forma con cura certosina (tre addette solo per loro).





In tutto una macchina da cento persone al lavoro per ricreare la magia e la crudeltà dello star system colto in un momento epocale, il passaggio dal muto al nuovo cinema industriale, a una tecnologia che cancella, o ridicolizza, le vecchie star. «Con un solo sguardo», canta Norma all’inizio dello spettacolo, scendendo la scalinata della sua magione, decadente come una scenografia abbandonata, «incendio lo schermo, nessuna parola può raccontare le storie che raccontano i miei occhi»: è lo strazio della divina che non si rassegna alla fine del suo mito. Sulle quinte scorrono le immagini dei “silent movies”, quando labbra, occhi, sguardi e sorrisi dilagavano sullo schermo. Lei è rimasta cristallizzata in quei primi piani, con il suo trucco pesante, i turbanti e le architetture di piume, gli strass e l’animalier, i kimono da primadonna che esce dalla sala trucco, offrendosi ai riflettori per il primo piano (Alright, Mr. De Mille, I'm ready for my close-up).





Il musical ripercorre in tutto la trama del celebre film di Billy Wilder con Gloria Swanson del 1950, in Italia “Il viale del tramonto”. Terrorizzata dall’oblio, Norma intrappola nel suo disegno il giovane e squattrinato sceneggiatore Joe Gillis (a Trieste sarà l’aitante Danny Mac, che strappa applausi da pettorali quando, in boxer a bordo piscina, all’inizio del secondo atto canta il brano del titolo, Sunset Boulevard), coinvolgendolo nel suo progetto di scrivere un testo, “Salomé”, per il suo ritorno in scena (non un “comeback”, ma un glorioso “return”).





Prima collaboratore presto toyboy (e non c’è qualcosa di contemporaneo in questi meccanismi?), Gillis si trasferisce nel castello dell’attrice, dove il maggiordomo Max, in realtà il suo primo marito, ne custodisce con devozione memorie e memorabilia. Lo interpreta l'imponente Adam Pearce, quasi un Lurch della famiglia Addams, la cui estensione vocale, dai toni più profondi agli acuti senza falsetto, lascia a bocca aperta negli assoli.


La scena è sempre un set, con le posizioni degli attori ben segnate sul pavimento e le grandi luci anni Trenta appese alle quinte. Norma scende le scale, incorniciate da tende che sembrano un pesantissimo sipario, e si muove nella sua casa seguita da una macchina da presa, come i ricordi che la perseguitano. Per spostarsi dal castello alla Paramount, Gillis si siede dentro una sagoma di auto mossa freneticamente a mano da figure nell’ombra, e completa solo dalla parte funzionale alla cinepresa. Per precisa scelta registica, il cinema è ossessione perenne.




La comodità della nuova vita e la pietà per l’attrice in disarmo non basteranno a trattenere il giovanotto, che si innamora di Molly, coetanea degli Studios, e decide di rompere la prigionia in cui è stato ridotto (lei, Betty Schaefer, ha una voce luminosa e i loro duetti ritmati e caramellosi si scalpellano in testa, restandoci per giorni). La vicenda, da qui, è un crescendo verso la tragedia. Dopo il patetico ritorno di Norma sul set, frutto di un equivoco, la donna rivela al telefono a Molly la doppia vita del suo amore e quando Gillis sta per lasciare lei e la sua dimora una volta per tutte, lo ammazza con un colpo di pistola.


Spettacolare, nell’ultimo quadro, l’uscita di scena di Norma, che ormai folle e scarmigliata, con le labbra livide senza più rossetto, scende le scale e va incontro a poliziotti e giornalisti credendoli assiepati per celebrare la sua rentrée, mentre Max, seduto sugli scalini, cerca fino all’ultimo di difenderla da se stessa e dai suoi fantasmi.


Il pezzo “The final scene” fa calare il sipario sul lato oscuro e disturbante dell’industria dello spettacolo: il cinismo con cui crea e distrugge i suoi miti, la tossicità della fama, la dipendenza dal mondo dell’immagine, i compromessi che pretende. La musica di Lloyd Webber è splendida e senza tempo, la storia di “Sunset Boulevard”, riletta alla luce delle quotidiane cronache da Hollywood (e non solo), ancora potentemente attuale.

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