martedì 13 settembre 2005

MODA & MODI: spose prémaman

Una volta si tentava ostinatamente di camuffare, anche quando l'evidenza fugava ogni possibile gossip. All'altare con un bebè in arrivo ci si affrettava a salire il più presto possibile, prima che gli arrotondamenti e le curve rinforzate alimentassero il sospetto. E che drammi dalla sarta per trovare il modello più discreto, che alla pancia, se era impossibile mascherarla del tutto, desse perlomeno l'apparenza di qualche ambiguo chiletto di troppo.
Cambiano i tempi e la gravidanza, meglio se avanzata, si esibisce allegramente, soprattutto il giorno del «sì». Che assume svariate e fantasiose connotazioni, ma non è certo più «riparatore».
Veline-letterine-vippine e stelline varie, arpionato il futuro consorte milionario, preferibilmente pallonaro, ci hanno deliziato tutta l'estate con le loro foto, pancione all'aria e bikini microscopico, intente a preparare l'abbronzatura per i servizi nuziali (o post-nuziali) da vendere alle riviste.
Gli stilisti intanto si fregano le mani, intuendo i possibili sviluppi commerciali dell'abito da sposa con acconcio spazio per il nascituro. Ci ha già pensato Gattinoni, con un linea di abiti bianchi che proprio nulla fanno per nascondere. Vita bassa e ben sottolineata, così da portare in primo piano il piccino in arrivo che, a posteriori, vedrà nel dettaglio a che punto di strada era quando mamma ha detto «sì».
Guillermo Mariotto, designer di Gattinoni, sintetizza: «Una volta quando una ragazza con bebè incorporato veniva a provare un abito da nozze, dovevamo fingere di non essercene accorti. Ora non vedono l'ora di raccontarlo».
Le nubende «blasonate», per coniugio o esposizione mediatica, hanno aperto la strada: Clotilde Coureau, impalmando Emanuele Filiberto di Savoia, sfoggiava un Valentino prémaman, Martina Colombari, al quinto mese di gravidanza, diceva sì a Billy Costacurta con il pancione griffato da Alberta Ferretti, Ilary Blasi, avviandosi a diventare la signora Totti, fasciava il bebè in un raffinato Armani.
In America è già moda: il negozio specializzato TeKai Designs (www.tk-designs.com) già dal 1998 propone una vera e propria linea per spose in attesa, che copre ormai il sessanta per cento delle vendite. Il motto: «incinta non significa priva di stile». Che le showgirl nostrane seguono alla lettera per il giorno delle nozze, un po' meno quando saltellano per le strade urbane con il famigerato ombelico a vista, lievitato, grazie alla prossima maternità, alle dimensioni di un marron glacé.
@boria_a

Clotilde Coureau ed Emanuele Filiberto il giorno delle nozze


martedì 30 agosto 2005

MODA & MODI: Sissi dominatrice

Un outfit firmato Sisi Wasabi

Culotte bordate di pelle rossa. Hotpants neri con lacci maliziosi sul polpaccio e un top a tendina che lascia abbondantemente scoperta la pancia. Abitino ad altezza inguinale con calzari vertiginosi.
Certamente sussulterebbe la principessa Sissi a frugare nel guardaroba ispirato al suo nome, molto più adatto a una Diana rediviva che all'immagine frusciante tra pizzi, corpetti, giacchine avvitate da amazzone consegnataci dall'iconografia e, soprattutto dalla cinematografia.
Ma anche il mito si evolve e si stravolge. Così, dopo gli stucchevoli film con Romy Schneider, i cartoni animati, i fumetti, ecco che l'immortale Elisabetta d'Austria diventa una griffe con capi da dominatrice. Si chiama Disi Wasabi, curioso mix austro-giapponese, e la disegnano due giovani stiliste tedesche, Zerlina von dem Busche e Carolin Sinemus, offrendo alle emule contemporanee dell'inquieta Sissi una collezione molto più grintosa e provocante.
Basta un'occhiata in rete per avere un assaggio di come sia possibile reinventare il legnoso e ingoffante «austrian style». L'immarcescibile cappottone color muschio lascia il posto a un soprabito leggero di raso a motivi floreali, i pantaloncini con pettorina di camoscio, in cui generazioni di mamme hanno costretto bimbetti riottosi, si trasformano in shorts roventi per adolescenti con gamba chilometrica, la giacchetta di lana cotta cambia pelle, si allunga, diventa croccante e dipinta sulla schiena da un gioco di lacci. I top si aprono sulla schiena, i vestiti si riducono a mini-abiti rosso lacca e delle leziosità di Sissi rimane solo qualche fiocco, disseminato con buona dose di malizia.
Sisi Wasabi» ha già convinto gli esperti di moda tedeschi. Ora sbarca a Los Angeles e a Cortina. Ce la faranno, le due giovani designer, a insidiare la «roccaforte» dell'ortodossia dell'abito bavarese e a mandare a riposo dirndl e dintorni? Tifiamo per loro.
@boria_a

martedì 19 luglio 2005

MODA & MODI: Valeria's secret 
Reggiseno-gioiello di Valeria Marini (Epa/Virginia Farneti)

Guêpière con autoreggenti incorporate, balconcini con bretelle di cristalli, reggiseni in strass, perizomi intarsiati di pizzi preziosi e decorati con ciondoli di swarovski a cuore e a stella, slip piumati.
Ebbene sì, finalmente. Ecco la biancheria intima che tutte aspettavamo, quella che trasformerà legioni di desperate housewives in panterate assatanate. Valeria Marini ha pensato a noi e ha voluto regalarci, parole sue, «un sogno di seduzione». Basta con l'intimo non coordinato, via quei reggiseni tristanzuoli e magari un po' grigetti per la promiscuità delle lavatrici, bandita qualsiasi tipo di mutanda la cui area superi i cinque centimetri, riscoperto il comodo e praticissimo reggicalze, che ci aiuterà a sentirci femmine desiderabili anche mentre passeggiamo alla SuperCoop.
La nuova linea di lingerie-gioiello si chiama per l'appunto «Seduzioni» ed è stata presentata nei giorni scorsi alle sfilate di AltaRoma, dopo un penoso tira-e-molla con gli organizzatori che ritenevano la collezione - ma perchè mai? - troppo osè. In un'atmosfera che l'attrice, nel suo comunicato stampa, ha detto ispirata al «boudoir» del film «Eyes wide shut» di Kubrick, e che il regista-coreografo della sfilata, Luca Tommassini, ha ribattezzato (subito corretto), «bordello», diciotto indossatrici hanno mimato i balli d'amore del grande cinema. Illustrando, alle future acquirenti, pose e corretto utilizzo degli ineffabili pezzi.
Ma lo sapevate che la guêpière si può indossare anche come sotto-giacca? Questo è l'uso preferito che suggerisce Valeria, consapevole che le signore che potranno permettersi il suo prezioso bustier, avranno preventivamente provveduto a risollevare e rivitalizzare il décolleté. E i cuoricini e le perle che penzolano dai reggiseni? Niente paura, si staccano prima del lavaggio (nel caso, ovvio, noi li aveste prima dati in pegno all'amante).
Pure le stecche dei balconcini sono capolavori di vestibilità, studiate per evitare che si squaglino nella bacinella. Quanto ai ninnoli che pendono dagli slip sono fatti apposta per i jeans a vita bassa, per noi, Ombelico-Generation.
@boria_a

lunedì 18 luglio 2005

E' ITS FOUR A TRIESTE
 

Marcus Lereng Wilmont, uomini-samurai dalla Danimarca, vince la quarta edizione del fashion contest

TRIESTE Hanno vinto gli uomini, gli uomini con le gonne. Trasgressivi e classici, moderni e antichi, statuari e un po' remoti come i samurai ai quali si ispirano. Mai così tante collezioni maschili, ben sei, presentate sabato sera sulla passerella di  ITS, il concorso per stilisti emergenti, e mai così curate, sartoriali, innovative. Il premio più importante è andato proprio agli scolpiti guerrieri del Terzo Millennio disegnati dal danese Marcus Lereng Wilmont, allievo del Royal College di Londra, che, per una volta, ha messo d'accordo giuria e umori del pubblico reinventando una moda da uomo che anche lei ha voglia di indossare: alte cinture, allacciate dietro come bustier, gilet di pelle intrecciata, camicie costruite, giacche di pelle che sembrano dipinte sul corpo, da cui spuntano lunghe code di cavallo. E poi quelle gonne a pieghe, perfette, color torrone e torba, paradossalmente un inno alla mascolinità.
La collezione maschile del vincitore, Marcus Lereng Wilmont (foto Claudio Tommasini per Il Piccolo)
Uomini protagonisti, dunque. Spiritosamente metropolitani, come li ha voluti l'allampanato tedesco Christoph Froehlich, vincitore del succoso «Diesel Award», che ha portato in passerella efebi percorsi da brividi di giallo acido, con i pantaloni a vita bassa sostenuti da fantasiose bretelle ispirate ai tasti del pianoforte. O uomini-creature notturne, tutti imbozzolati in giubbotti neri, secondo la visione della coppia danese Caroline Hansen e Mie Albaek Nielsen, premiata con l'«Ingeo Award» per le proposte più rispettose dell'eco-sostenibilità.
Menzione a parte, infine, per il vincitore dell'anno scorso, il georgiano Demna Gvasalia, laurea in relazioni economiche a Tblisi accantonata per un futuro glamour, tornato a Trieste con una collezione tutta maschile da applauso: maglioni lunghissimi, verde salvia, con guanti incorporati, camicie a quadretti le cui maniche si arrotolano in vita, pantaloni ampi, quasi clowneschi, che però sanno materializzare un uomo sicuro di sè, eccessivo ma mai dolciastro.
Gli urban boy del tedesco Christoph Froelich
Al confronto di questi maschi dal guardaroba ineffabile, le collezioni femminili sono sembrate spesso ripetitive, eccessive, pasticciate (quante noiose fatine o simili uscite dalla Melevisione...), come se fossero le donne, una volta tanto, ad aver perso la bussola dell'abito.
Portovecchio, per una notte, succursale di New York, Londra, Milano. Per il quarto anno consecutivo nell'orbita vuota dell'enorme ex magazzino Pacorini, affacciato sul mare, si è calata la cittadella della moda internazionale, con il popolo multietnico che «Its» (sigla non digeribile, International Talent Support, letteralmente «una mano al talento internazionale») richiama dalle scuole e accademie di moda di tutto il mondo. Settecento concorrenti per l'edizione 2005, ventun finalisti, i più lontani da India, Australia, Giappone, nessun italiano. Quest'anno pure un premio fotografico, ancora in rodaggio, andato all'inglese Danielle Mourning.
 Ancora uomini, disegnati da Caroline Hansen e Mie Albaek Nielsen
Nel parterre del capannone, tirato a lucido, il rutilante carrozzone della moda, arrivato in quest'angolo a nordest che normalmente lo snobba. Vip e finti vip, bacini bacini distribuiti a tutti e soprattutto agli estranei, modelle irritabili e top-model di una volta che non si rassegnano agli anni, gli ospiti dei generosi sponsor, così tanti da lasciare - che peccato! - solo un pugno di posti ai locali.

In prima fila Renzo Rosso, il re di quel casual che continua a lievitare a dispetto dei cinesi e della recessione, tutto intento a prendere appunti e a selezionare per il suo staff i talenti emergenti con cui continuerà a disegnare jeans cari come un weekend in mezza pensione.
Davanti alla passerella lo stilista Antonio Marras, punta di diamante della giuria di ITS, l'inventore di quella griffe italiana che ha trasformato l'etnico in alta moda e il direttore creativo di Kenzo, un cuore e una cultura sarda per una firma storica del Sol Levante. Accanto a loro, ormai abituato alle bizzarrie della passerella triestina, l'assessore comunale Bucci, apprendista dandy della giunta Dipiazza e fedelissimo sostenitore di ITS, quest'anno per la prima volta affiancato dal presidente della Camera di commercio Paoletti, che di moda forse un po' ne mastica.
Sfilata a ritmo incalzante, condotta con verve da Victoria Cabello. E organizzazione inappuntabile, gestita con precisione poco modaiola e molto asburgica da Barbara Franchin, l'ideatrice di «Its». A Trieste, tagliata fuori da qualsiasi latitudine della moda, un gruppetto di giovani ha dimostrato che si può mettere in piedi un premio proprio come a New York e a Londra. Sarà per questo che la città li guarda ancora con diffidenza. E che a New York e a Londra ITS vuol dire qualcosa, da queste parti poco o niente.

martedì 7 giugno 2005




MODA & MODI

Un'estate sui trampoli



La zeppa di Ferragamo, 1938


Bellissime non sono, anzi. E se non sei adeguatamente allenata danno pure un'andatura caracollante che cancella all'istante l'unico vantaggio conclamato: allungare di una decina di centimetri l'altezza.
Rassegnatevi. L'estate sale sulle zeppe. Sì, proprio quelle ripescate dagli anni Settanta e già all'epoca foriere di divisioni manichee, per taluni ordinarie e volgarotte, per altri oggetti di culto, quasi «fetish». Coloratissimi, di sughero, corda, paglia, in tessuto fiorato, i dibattuti zatteroni invadono le vetrine, siano carissimi e concupiti, come quelli della linea flora di Gucci, o d'effetto grafico, firmati Anna Molinari, oppure abbordabilissimi e scopiazzati, in qualsiasi negozio di scarpe.
Non ci sono mezze misure. L'estate o ciabatta in mule rasoterra, o si issa ad altezza ragguardevoli. Ma se il giudizio sull'estetica delle zeppe è quantomai opinabile, la loro storia è antica e altrettanto controversa. Intorno al 1400 le signore timorate le indossavano per non schizzarsi col fango delle strade, ma erano soprattutto le cortigiane a sottoporsi alla fatica dei trampoli per svettare sulle altre donne e attrarre gli sguardi dei gentiluomini paganti.
Negli anni Quaranta è Salvatore Ferragamo a rilanciare la zeppa multicolore, con quella scarpa che ancora oggi è simbolo della maison e del glamour italiano nel mondo. Allora, in tempi di austerity, l'acciaio serviva alla guerra e non a creare tacchi resistenti, così Ferragamo impiegò il sughero sardo, autarchico come voleva il regime ma rivestito di camoscio, per disegnare una calzatura stuzzicante e sensuale, con caviglie e dita sottolineate dal capretto dorato.
Negli anni '70 la zeppa di corda è appannaggio delle figlie dei fiori, quelle di strass e paillettes di star come Elton John o il bellissimo - e altissimo, che se le metteva a fare? - David Bowie. Negli anni '90 le ripesca, ancora una volta, la Madonna di «Evita», ma stilisti trasgressivi come Gaultier, Vivienne Westwood (che ne ha fatto delle vere e proprie piattaforme di legno), Galliano e McQueen non le hanno mai abbandonate.
In quest'estate che si piange addosso per idee e vendite che latitano, la moda si rifugia ancora una volta nelle citazioni del passato aureo. Cercando consolazioni, speriamo transitorie.

twitter@boria_a

martedì 29 marzo 2005

IL LIBRO

Michel Pastoureau:  dagli Oscar alle rivoluzioni, tutte le sfumature del Blu

Hilary Swank vestita da Guy Laroche alla cerimonia degli Oscar 2005

Blu l'abito della vincitrice dell'Oscar, Hilary Swank, blu quello della bionda Cate Blanchett e di Imelda Staunton, pluriosannata per la sua interpretazione di Vera Drake, che nella Londra degli anni '50 aiuta le donne ad abortire. Quest'anno sul tappeto rosso di Los Angeles è ricomparso il colore meno gettonato dalle star, quel blu, bluette, avio, malva, che gli stilisti di solito snobbano per le creazioni di haute-couture. Anche le sfilate per l'autunno-inverno 2006 lo rispolverano alla grande e alcuni assaggi per la primavera appena iniziata sono già nelle vetrine: tailleur pantaloni in gessato carta carbone, gonne di seta cruda, spolverini in puro navy-mood. Da alcune stagioni - e in coincidenza con l'accorciarsi di quelle «di mezzo» (mai luogo comune è stato più opportuno) - il blu era scivolato nel dimenticatoio: scomparsi i tailleur in fresco di lana, i trench, gli abbinamenti col bianco, che facevano tanto marinaretto-look, al suo posto l'onnipresente nero o molti sdolcinati pastello (quest'anno è già invasivo l'orribile verde pisello...).
Sembra difficile credere che il blu, al contrario, sia il colore più sfruttato per l'abbigliamento nel mondo occidentale, perchè - come si legge nell'interessantissimo excursus su questo colore di Michel Pastoureau («Blu - Storia di un colore», edizioni Ponte alle Grazie) - le sue connotazioni nè violente nè trasgressive ma in prevalenza «neutre», lo hanno fatto preferire al rosso, al verde, al bianco e persino al nero, indipendentemente dal sesso e dalla posizione sociale.
La storia di questo colore attraverso i secoli è affascinante. Per i romani era la tinta che connotava i barbari e, in età repubblicana e agli inizi dell'impero, quella scelta dagli eccentrici o da chi era in lutto. Il riscatto del blu comincia nel XII secolo, quando entra nel sistema dei colori liturgici, viene utilizzato per il manto della Madonna e, dalla fine del XII secolo, anche dal re di Francia, entrando a pieno diritto nella palette delle tinte aristocratiche, inserito in buona parte degli stemmi della nobiltà francese. Nel corso della Riforma protestante, percorsa da un'insistente cromofobia, viene assimilato al nero, colore per eccellenza solenne e virtuoso. Al suo trionfo si assiste nel romanticismo: nessun libro sembra aver avuto sull'abbigliamento un impatto paragonabile a «I dolori del giovane Werther» e per decenni i giovani dell'intera Europa sfoggiarono l'abito blu e i pantaloni gialli che il protagonista indossa la prima volta che incontra Charlotte...
Blu «politico» nella Francia rivoluzionaria, blu dei jeans dei cercatori d'oro, nella California di metà '800, blu della ribellione negli anni '60, ma anche segno di voglia di evasione e di migrazione verso approdi lontani.
Che connotazione avrà questo e il prossimo anno? Forse, complice la crisi economica e la contrazione dei consumi, quella della calma, della distanza, quasi di una sorta di anestesia?

twitter@boria_a
Imelda Staunton al party di Vanity Fair per la cerimonia degli Oscar

lunedì 19 luglio 2004

E' ITS THREE A TRIESTE
Demna Gvasalia dalla Georgia vince la terza edizione del fashion contest


La collezione maschile di Demna Gvasalia (foto di Andrea Lasorte per Il Piccolo)
 TRIESTE Viene dalla Georgia, studia in Belgio, e immagina uomini a loro agio in giubbotti voluminosi, di pelle e lana, da portare su pantaloni aderenti ai polpacci, che assomigliano vagamente ai mutandoni di lana dei cercatori d'oro del vecchio West. Lui si chiama Demna Gvasalia e ha vinto il premio più importante, tredicimila euro, del concorso di moda per giovani stilisti ITS Three, assegnato per la prima volta, sabato notte in Porto Vecchio, a una collezione tutta maschile.
Un'edizione che ha ridisegnato la geografia dei nuovi talenti della moda, mandando i riconoscimenti principali verso le Filippine, l'Austria, gli Stati Uniti, paesi un po' tagliati fuori dalle consuete rotte della creatività emergente. Il colpo d'occhio offerto dalla collezione di Demna, ventitre anni, è quello di un gruppo di viaggiatori internazionali, ricercati nei dettagli ma non leziosi, mascolini eppure in qualche modo morbidi, disarmati: proprio il tipo di «mood», di umore, che hanno trasmesso le ultime passerelle della moda maschile di Parigi.
La giuria del concorso - nomi di punta, tra cui gli stilisti Antonio MarrasEnnio Capasa e Raf Simons, il direttore dell'edizione francese di Vogue Uomo, Richard Buckley e il direttore creativo di Diesel, Wilbert Das: tutti presenti alla serata finale - ha fatto scelte poco audaci, orientate al prodotto, ai capi immediatamente indossabili e vendibili, concedendo pochi spazi alla sregolatezza. Un orientamento che ha penalizzato l'unico geniaccio tra i ventitre finalisti, il giapponese Yoshikazu Yamagata, che se ne tornerà a casa con la consolazione di un premio speciale, inventato lì per lì al posto di quello, non assegnato, per gli accessori, oltre all'«Ingeo Award», dedicato al capo più convincente confezionato con la fibra prodotta dallo sponsor, riciclabile al cento per cento. Eppure sarebbe bastato questo delizioso abitino bianco, dal taglio asimmetrico, a fugare ogni dubbio sulle potenzialità del giovane stilista.
La tribù di Yoshikazu Yamagata (foto di Andrea Lasorte per Il Piccolo)

Quella di Yoshikazu è stata l'ultima uscita in passerella, la più teatrale (ma chi ha pensato di abbassare riflettori??). Peccato che la sua non fosse una collezione di abiti, anzi nemmeno una collezione, ma una piccola tribù metropolitana, con un barbone coperto dalla testa ai piedi di spruzzi di filo colorato e casetta di cartone sulle spalle, una sposa con l'abito decorato di rocchetti, un uomo in frac con la camicia lunga fino ai piedi e una valigia piena di cose misteriose, un clown dalla giacca affollata di pupazzetti. Una fiaba raccontata con i vestiti, un piccolo, grande spettacolo, un po' come quelli che sempre si pretendono dall'alta moda, costruito su abiti importabili (e qualche modella ha fatto i capricci, in prova, visto il peso degli «accessori»...), ma essenziali per capire un mondo, una filosofia, un percorso: non si indosseranno mai, ma forse permetteranno al loro inventore di diventare quella firma che spingerà lefashion victim di domani a comprare le sue magliette e i suoi pantaloni.
Peccato. I tempi di ripiegamento e la crisi globale, hanno fatto propendere per proposte poco spiazzanti. Come l'impeccabile collezione femminile dell'americano Steven Hoffman, secondo premio (cinquemila euro), uscita da un album di figurini anni '50, con gonne aderenti, trench a corolla che citano il new look di Christian Dior, pull dipinti sul busto e «raddoppiati» sulla schiena, abiti da cocktail. O quella del terzo premio (cinquemila euro), il giapponese Takashi Sugioka, che ama le linee semplici, i colori pastosi della terra, uno street-style da brava bambina, aggiornata ma non provocante. L'ambito «Diesel Award», praticamente un contratto di lavoro con l'azienda di Renzo Rosso - anche lui arrivato a Trieste e seduto in prima fila accanto al presidente della Camera nazionale della moda, Mario Boselli - è andato al filippino Lesley Mobo, che ha proposto donne imbozzolate in giubbotti post-atomici, mentre la talent scout francese Maria Luisa Poumaillou, componente della giuria, ha scelto per le vetrine della sua boutique di Parigi le collezioni di due austriaci, Iris Eibelwimmer e Peter Pilotto, accomunati dalla propensione per i fuseaux e per i colori indigesti: giallo acido, rosa smalto, verde pennicilina.
Porto Vecchio irriconoscibile, sabato sera, con l'ex magazzino Pacorini per una notte diventato crocevia di lingue, di scambi, di energia. Faceva uno strano effetto vedere, tra tanti spazi da tempo deserti, orbite vuote e silenziose, l'enorme capannone pulsare di luci, di musica, di giovani arrivati da paesi di mezzo mondo per giocarsi, a Trieste, la prima grande opportunità di sfondare.
Quest'edizione di ITS, la terza, con oltre mille persone e giornalisti da quindici paesi, ha laureato definitivamente il concorso come uno dei più importanti d'Europa, sostenuto dalla macchina organizzativa oliata dell'agenzia «Eve» di Barbara Franchin (unico appunto, i presentatori della serata, Benedetta Barzini e Ted Polhemus: senza ritmo e prolissi).
«A Trieste le nazioni unite dello stile» è stato detto. Verissimo, complice uno spazio sul mare per la prima volta restituito alla vita, alla dimensione di porto franco della fantasia. C'è da augurarsi che ITS diventi four, five e ancora avanti, rimanendo un evento radicato a Trieste. E che adesso sappia conquistarsi, dopo le simpatie internazionali, anche quelle, più avare, della sua città.