domenica 3 aprile 2022

L'INTERVISTA

 

Renato Balestra, da Trieste al mondo

un impero di moda fondato sul blu 



 

Oltre sessant’anni nella moda. Anzi, molti di più, perchè il primo abbozzo di modello, che diventò il vestito per un’amica, lo disegnò da studente di ingegneria all’Università di Trieste. Alla vigilia del suo novantottesimo compleanno, che festeggerà il 3 maggio, Renato Balestra ha scelto di passare la mano del suo impero. Gli succedono le figlie Fabiana e Federica e la nipote, Sofia Bertolli Balestra, che traghetteranno lo storico brand verso le nuove generazioni. La prima collezione di prêt-à-porter ha debuttato alla Fashion week di Milano nel febbraio scorso. Dopo teste coronate e attrici internazionali, che vestirono modelli firmati Balestra fin da quando, giovanissimo, il futuro couturier vendeva i suoi disegni per mantenersi a maison come Sorelle Fontana e Schuberth, oggi la sfida è conquistare il pubblico dei millennial e della Generazione Z.


Al telefono la voce di Renato Balestra è squillante.

I ricordi, tanti, fluiscono senza interruzione, dalle case triestine, al liceo Oberdan, ai bagni e alle passeggiate con gli amici, alle serate di musica al teatro Verdi, prima della decisione di lasciare la famiglia e inseguire il sogno della moda, a Milano e poi a Roma, dove nel 1959 apre l’atelier. Il desiderio di tornare a Trieste è forte, magari con quella mostra di abiti, disegni e bozzetti, anche per i costumi di lirica e musical, che avrebbe dovuto tenersi a Miramare nel 2019 e che la pandemia ha bloccato.

 

Renato Balestra nel 1980 accanto a Mila Schon e Gianni Versace

 


Signor Balestra, lei ha ceduto lo scettro. Ma si è riservato una nicchia?  Ho passato la mia vita in quella nicchia. Eccome, se me la sono riservata. Ma oggi è cambiato tutto, compreso il modo di concepire come vestirsi, come comportarsi. Non ci sono più i grandi balli, le grandi feste, le grandi occasioni, il nostro modo di essere e di vestire si è trasformato. È giusto che lo facciano i giovani, che forse sono più allenati.


Continua a disegnare? Sì, lo faccio per occasioni speciali. E spero che succeda ancora.


Immagino che qualche sua cliente avrà nostalgia di lei... Più di una, però anch’io ho nostalgia di loro. Poco tempo fa ho telefonato a New York a delle mie clienti importanti. Vengo da voi, ho detto. E loro: “Ma vieni, dai, che ci manchi tanto, però la collezione no, perchè non ci vestiamo più”. Anche per andare al Metropolitan, un vestitino nero, magari comprato in boutique, un bel gioiello e finito. I balli del secolo, come quello di Carlos de Beistegui, a Venezia nel ’51, queste occasioni clamorose, sono passati.

 

La collezione d'alta moda autunno-inverno 2015-2016

 


Parliamo delle signore reali che hanno scelto Balestra. Intanto devo dire una cosa. Con tutto il rispetto per la posizione delle regine e di alcune signore importanti che ho vestito, i nostri rapporti sono stati sempre amichevoli, senza l’impasse del ruolo. Amiche, prima che clienti, con cui ha avuto relazioni meravigliose.


Un aneddoto regale... Ero a cena con la regina di Thailandia, mi aveva fatto sedere alla sua sinistra. Nel suo enorme parco, al Chitralada Palace, dove abitava, aveva degli artigiani che creavano oggetti per lei, tra cui dei gioiellieri. “Guardi uno degli ultimi lavori” mi disse, mostrandomi la sua borsa, a uovo, tutta d’oro e completamente ricoperta di pietre preziose. Nell’attimo in cui me la mise in mano, la borsa si aprì. “Sua maestrà, credo di essere una delle poche persone che ha visto che cosa una regina tiene nella borsetta” le dissi. E lei rispose: “Ma mi fido di lei”.


Allora c’era qualcosa che non si poteva rivelare? Ma no. Un pettinino, un rossetto. Pur nella loro incredibile posizione, erano donne come tutte le altre.


Anche Farah Diba? Farah Diba è stata una delle prime che ho conosciuto, sono andato spesso a palazzo. Intimidito? No, forse un pochino all’inizio, ma lei era gentilissima, educatissima, deliziosa, per cui il rapporto fu sempre piacevole.


Imelda Marcos? È stata quasi sempre vestita da me. Andavo nelle Filippine dalle due alle quattro volte l’anno e lei ordinava le collezioni. A volte anche lo stesso modello in colori diversi. Sono ancora amico dei figli, della famiglia, è stato un rapporto bello. Era una donna molto potente, ma non con me. Ho sempre trovato un po’ ridicolo che fosse famosa per l’incredibile quantità di scarpe. Non le collezionava affatto. Per esempio, quando le facevo un gran vestito da sera le mandavo le scarpe intonate, senza che neppure me lo chiedesse. Ci siamo visti anche a New York. Quando a Broadway realizzai il musical Cinderella di Rodgers e Hammerstein lei venne in palcoscenico e io le feci portare da un valletto un cuscino rosso con una scarpetta bianca ricamata, come Cenerentola.

 

Autunno-inverno 1988-1989

 


Più capricciose le attrici o le first ladies? Le persone che non erano così importanti e pretendevano di esserlo. Per le first ladies c’erano dei canoni, non troppo scollate, non troppo corte, abiti che si confacessero al loro rango.


Un’attrice che le è piaciuto vestire? Mah, da me sono passate quasi tutte. Quando ero negli Stati Uniti Liz Taylor, Lauren Bacall. Tutte con molta grazia. Una sola, Tina Louise, lei sì era molto capricciosa. Un’attrice che non era mai diventata famosissima ma si credeva più famosa di quello che era. Aveva delle scarpe talmente grandi, che per ridere, in atelier, una volta me le infilai.


La prima signora Trump, Ivana, comincio con lei? Sì, in Canada, all’inizio della mia espansione in America. Sfilò per me, era bellissima e molto simpatica. Regine, miliardarie, noi le vediamo sempre con la corona in testa, ma in fondo rimangono donne, con i loro capriccetti, specialmente se possono permettersi qualsiasi cosa. Ma di solito più possono, meno sono pretenziose. Mi ricordo un’attrice francese che mi telefonava e mi diceva: “Balestra, mi deve fare una vestito come quelli di Chanel”. E io rispondevo: “E allora vada da Chanel”.


Lei doveva diventare ingegnere. In verità non ci ho mai aspirato. Mio padre era architetto e a tutti i costi voleva che diventassi ingegnere. Io amavo soprattutto la musica, ho cominciato a suonare il pianoforte a sei anni. Arrivai quasi a un livello concertistico ma a casa mia non c’erano grandi aspirazioni artistiche. Solo un fratello di mia madre, che non ho conosciuto, amava la musica e a casa, da piccolo, ritrovai molti dei suoi libretti d’opera. Tra tutti ne preferivo uno che aveva una bellissima copertina con una cornice viola: erano gli Iris di Mascagni. Avevo appena imparato a leggere e naturalmente non conoscevo le opere, ma leggevo e inventavo io la musica e la cantavo.

 

Nello showroom di via della Spiga a Milano, 1975

 


E come è arrivato alla moda? Ero al bagno Ausonia con degli amici. All’epoca avevo una ragazza che era la più elegante della scuola e aveva comprato una stoffa celeste a pois blu scuri, che poi ho scoperto fosse organza, perchè non conoscevo i tessuti. Voleva farsi un vestito e non trovava niente. Io già disegnavo molto, la mia giornata era musica e disegno. Spinto dagli amici e per non scontentarla, buttai giù un figurino che poi lei diede alla sua sarta di Trieste. La cosa finì lì. Poi, dopo qualche mese, mi chiamano dall’Ufficio della moda di Milano, all’epoca già istituito, e mi dicono che una casa d’alta moda voleva vedermi.


 

 




E chi era? Jole Veneziani. Approfittai di un viaggio premio che, agli ultimi anni di ingegneria, offrivano agli studenti più promettenti. Immaginatevi con che cuore io andavo a visitare fabbriche. Comunque siamo passati per Milano e andai a trovare quella signora, avevo come me dei disegni ambientati in un palazzo, in un giardino, sembravano dipinti più che figurini di moda. Lei mi propose di disegnare la sua prossima collezione. Mi offrì abbastanza soldi, ero uno studente squattrinato, così mi sono detto: io provo. Ho chiamo i miei e ho detto loro che già mi avevano tarpato le ali con la musica, che mi prendevo sei mesi e se non ce l’avessi fatta sarei tornato. È cominciato tutto così. In atelier, finite le prove, mi caricavo i rotoli di stoffa sulla spalla e li portavo in magazzino. La signora Veneziani mi diceva che non spettava a me farlo, in realtà il magazziniere mi insegnava i nomi dei tessuti. Così ho imparato.


E poi? Avevo cominciato a vedere altre case di moda. Jole Veneziani lo sospettava e un giorno mi chiese di portarle un disegno mio che aveva scartato, così dovetti confessare che li avevo venduti tutti. Da quella volta le mie azioni salirono. Disegnavo anche per altri. Poi le Sorelle Fontana mi offrirono un posto fisso da loro a Roma e lì imparai veramente come si fa un figurino. Lavorai un po’ con loro ma io ero arrivato a Roma di proposito, la moda tutto sommato mi stava un po’ stretta, volevo creare anche per il cinema, per il teatro. La capitale all’epoca era il non plus ultra... Disegnavo per diverse case e mi mantenevo così.


Poi ha aperto la sua... Da Fontana avevo conosciuto una signora che si chiamava Madelyn Fiorito, una delle prime buyer americane per i grandi magazzini, mi aveva preso molto in simpatia. Una volta passando per via Gregoriana mi disse: “ho trovato l’atelier per te. Te l’ho già prenotato per sei mesi”. Così cominciai. Lei mi introdusse negli Stati Uniti, nei grandi magazzini sulla Quinta Strada, poi pian piano mi invitarono in America a fare le collezioni.

 

 

Foto Skino Ricci

 

 


Trieste l’aveva lasciata alle spalle? No, ci tornavo spesso, avevo ancora i miei, mio padre Renato e mia mamma Maria Gladich, che chiamavano Mary, di origine dalmata. Sono nato in via Udine bassa, mi ricordo ogni dettaglio di quella casa, vivevamo con mia nonna ma solo mia mamma aveva un po’ interessi artistici. Da lì ci siamo trasferiti in viale XX Settembre, l’ultima casa sotto la scalinata. Ci ho passato tanti anni, ero iscritto al liceo Oberdan, mi ricordo le passeggiate tra studenti, ogni giorno facevamo tutto l’Acquedotto a piedi, e poi c’era Zampolli, che era il massimo col suo gelato. Amavo concerti e lirica, e per un posto al Verdi in piedi, o in galleria e loggione, stavo in fila per ore. Trieste era piena di fermenti culturali. Nel 1999 ho fatto al Verdi “Il cavaliere della rosa” di Strauss e quando sono uscito in palcoscenico ho avuto un sacco di applausi. Allora mi sono rivolto al pubblico: “Ricordatevi che il mio cuore è là, ho passato anni con voi, in loggione e in galleria”.


C’è un po’ di Trieste nel suo Blu Balestra? Non lo posso dire, perchè in realtà ho sempre scelto il blu, fin da quando ero piccolo e mia mamma mi comprava i vestiti. È stata una sorta di elezione. Ho sempre pasticciato con i colori e mischiandoli ne è uscito questo blu che è presente in tutte le mie collezioni. Poi sono stati i giornalisti a definirlo Blu Balestra. 


Che cosa ne pensa degli influencer? Non ne penso molto bene. Cosa c’è dietro? Non granchè. L’eleganza e la cultura vengono studiando, leggendo, viaggiando, informandosi. Mi sembrano un po’ superficiali.


Una donna protagonista di oggi che le piace. Kate Middleton, la moglie del principe William. È una persona che ha saputo adeguarsi alla sua carica, non è nata principessa, ma è più reale di tante reali. Non fa mai spropositi, mai un passo sbagliato.


Trieste non è una città che produce moda, ma ha dato quattro grandi nomi alla moda italiana: Renato Balestra, Ottavio Missoni, Mila Schön, Raffaella Curiel. Lei come se lo spiega? Non ne ho la minima idea. La città aveva fermenti culturali enormi e questo ha influito sulla mia formazione, ho cercato il bello sempre e quindi la moda. Probabilmente è successo anche ai miei colleghi, che ho conosciuto e con cui ho parlato a lungo. Poi una certa dirittura di pensiero, tutti abbiamo lavorato sodo per conquistare la nostra posizione nel mondo della moda.


Si farà a Trieste la sua mostra Celeblueation, bloccata dalla pandemia?
Lo spero tanto. Pensi che non conosco Miramare molto bene, l’avevo presa come un’opportunità per approfondire la storia del castello, di cui ho un’idea romantica, legata a Massimiliano d’Asburgo, alla sua partenza per il Messico. Mi piacerebbe tornare nella mia città, ci penso con nostalgia. Non ho più la casa, quando i miei sono mancati ho avuto una specie di rifiuto, per me la loro assenza è stata un grande shock. Nel 1998, però, ho esposto abiti e bozzetti al Museo Revoltella. E i Civici Musei conservano il quadro di un mio prozio....


Chi? Angelo Balestra, pittore di una certa fama. Io ho il ritratto del mio bisnonno Giovanni fatto da lui, che era sempre stato custodito con grande attenzione dai miei a Trieste, in particolare da un mio zio e da sua figlia, Renata, con cui sono sempre stato in contatto. Un giorno, forse prevedendo qualcosa, mi ha detto che voleva mandarmi il quadro, raccomandandomi di tenerlo perchè per la famiglia era prezioso. Ce l’ho a casa, l’ho fatto restaurare e chi ha eseguito l’intervento ha detto che si tratta di una mano molto buona. Per forza, ho risposto, è un pittore da museo.


Legge? Qualche volta un libro al giorno. Non leggo, divoro. Tutto. Quando non c’è di meglio anche romanzetti rosa. In questo momento una biografia di Lauren Bacall con foto. Ma mi piacciono molto i libri sui personaggi storici.


Come passa la giornata? Ah, mi passa presto. Un po’ leggo, un po’ disegno, un po’ incontro degli amici. Stasera (la prima del 22 marzo 2022, ndr) vado a sentire la Turandot all’Opera di Roma. Per la Turandot in passato ho fatto i costumi. E sa che so tutte le più importanti opere a memoria?


Cos’è l’eleganza? Armonia. Dove non c’è nessuna nota stonata, come in una bella sinfonia.


Un abito cui è legato? Ne ho fatti talmente tanti... Forse il primo che ho disegnato col mio nome, che ho rifatto poi e mostrato anche in altre collezioni. Un vestito corto di raso blu, naturalmente, con una specie di drappeggio davanti. E poi uno che a me è piaciuto sempre tanto, lungo, semplicissimo, ma con una stella tagliata sulla schiena, sul nudo. Sono tanti gli abiti, tutti figli miei, anche quelli che hanno avuto meno successo. 

 

 

Los Angeles, chiusura della sfilata nel 2011


Un consiglio a sua nipote? Cercare il bello, l’armonia, non fare passi falsi, ricordarsi sempre che non basta un successo per avere successo. Io ero sempre su un aereo, ho girato il mondo, a volte con la mia valigetta e senza neanche un assistente. Ero molto avventuroso. Una volta mi trovavo alle Filippine, ricevuto in pompa magna, e ho voluto andare a visitare i paesi del Nord. Così sono sparito, senza dire niente a nessuno, perchè volevo andare da solo. A un certo punto qualcuno disse che avevano visto una specie di hippy biondo, ma educato, che se ne andava in giro. Quando sono riapparso
mi hanno sgridato in tutti i modi, ma me la sono goduta.


Alla vigilia dei suoi 98 anni, ha ancora un sogno? Uno? Tanti, la mia testa è piena di sogni. Anche le mie collezioni, molte volte me le sognavo prima di buttarle giù. Ne sognavo l’atmosfera. La mia testa è rimasta quella di un ragazzino, sempre allerta.
 

lunedì 21 marzo 2022

MODA & MODI

Birkenstock in Blahnik

la tedescona convola di nuovo a nozze

 



 Ancora tre giorni e un altro matrimonio ardito si compirà. Dopo le nozze domestiche di Berlusconi e della sua ultima compagna in ordine di tempo, Marta Fascina, anche la ragazzona Birkenstock sta per impalmare l’ennesimo pretendente, lo spagnolo Manolo Blahnik, signore dei tacchi affusolati e delle altezze vertiginose.

Giovedì 24 marzo 2022 il risultato di questa unione sarà disponibile sul mercato. La piatta e sempliciotta calzatura tedesca si vestirà di rosa e cristalli per celebrare la nuova collaborazione modaiola. BB, Birkenstock in Blahnik. I due brand decidono di intrecciare le loro storie e di attraversare insieme una stagione postpandemica ancora piena di disorientamento. Lei, come sempre, resta coi piedi per terra, ma in omaggio al nuovo compagno, abbandona i colori di ordinanza, cuoio e verde militare, e si veste di rosa shocking, si decora di fibbie brillanti, adottando lo stemma di famiglia del partner blasonato. In attesa di vedere se il rapporto reggerà, sono previste due uscite di modelli, la prima a marzo, la seconda a giugno.

La Birkenstock Arizona, tra poche ore disponibile in fucsia, nero o blu, riveste di velluto la sua tomaia da sandalotto vacanziero e sulle due fasce, dai cultori così apprezzate perchè consentono al piede di respirare in libertà, piazza le fibbie di cristallo simbolo del marchio Blahnik. L’altra, la Birkenstock Boston, è l’inconfondibile zoccolo tondo, il sabot pannonico rivisitato anch’esso con la fibbia, in cuoio o velluto. Birk-Blahnik, due versioni per ciabattare ovunque con un tocco glam, da mattina a sera e con qualsiasi abito.

 


 


Per la verità Manolo è solo l’ultimo di una serie di pretendenti che hanno visto nel sandalo tedesco il compagno ideale per provare nuove esperienze. Nel 2013 se ne innamorò Céline e ne nacque il “furry sandal”, una birkenstock rinforzata con soletta o carapace di pelo, per non privarsi della libertà di girare col piede nudo anche nelle primavere capricciose. Nel 2015 Burberry lanciò “the field sandal”, un’ingentilita ciabattina arcadica multicolore, dai toni brillanti e cuoio morbido, adatta a trotterellare con urbanità verso l’aperitivo. Non erano collaborazioni conclamate tra brand, quelle che il sistema moda ha varato in tempi più recenti, ma inequivocabili ispirazioni: la sobria Birkenstock come un territorio da esplorare, un lenzuolo bianco su cui giocare di fantasia. Poi, nel 2019, il matrimonio ufficiale con Valentino, che partorì l’Arizona tutta rossa e quella nera col logo della maison di lato. Prima di Blahnik, nel gennaio scorso sulle passerelle della settimana della moda parigina, una storia con Dior, da cui è nata la versione invernale di due modelli Birkenstock, in feltro e scamosciati, con chiusure a scatto sulle fasce e decori di piccoli fiori colorati sul fondo grigio.

 


 


Cosa avrà mai la pulzella tedesca per attirare così tanti ammiratori? Certo il carattere versatile e la disponibilità a lasciarsi coprire di fronzoli e camuffi senza snaturarsi. Ma la sua apparente arrendevolezza non deve ingannare. Perchè mentre l’originale continua a conquistare il mondo, dei tanti compagni di strada non rimane traccia, schiacciati sotto il suo passo spietatamente sgraziato.

lunedì 7 marzo 2022

MODA & MODI

Il potere del pancione

 

 


 

 

Il pancione di Rihanna appena velato da un babydoll di tulle bordato di pizzo fa impazzire i fotografi alla sfilata di Dior durante la Parigi Fashion week. Da quando ha annunciato l’arrivo del primo figlio, che aspetta dal rapper A$AP Rocky, la cattiva ragazza del pop più amata dalle griffe, ha fatto della gravidanza un potente strumento di comunicazione della moda.

Sono passati trentuno anni dalla storica copertina di Vanity Fair del 1991, con Demi Moore nuda, al settimo mese di gravidanza, che scherma il seno con un braccio e con l’altro si sorregge il ventre, fotografata da Anne Leibovitz. Un’immagine dirompente, che ha contribuito a spazzare via molti tabù, soprattutto in tema di mascheramento e dissimulazione, mostrando quanto il corpo femminile possa essere sensuale e desiderabile, sereno e forte anche in un momento di delicata trasformazione. L’accento è posto sulla nudità dell’attrice, in uno scatto in posa in cui il messaggio è chiaro, pur se filtrato dall’obiettivo autoriale del fotografo. La gravidanza esposta è stata una sorta di empowerment femminile in anticipo sui tempi, quando l’attesa di un bambino era ancora vissuta come condizione limitante della socialità e del lavoro. Oltre trent’anni prima, nel ’56, Grace di Monaco, appena sacrificato il cinema per il principato, nascondeva la gravidanza dietro la celebre borsa Kelly disegnata per lei da Hermés.

 


 

 
Oggi i social veicolano messaggi visivi diretti e immediati, inimmaginabili in epoche non dominate dalla Rete, dove i confini tra pubblico e privato si confondono, anche per la gente comune. E la prospettiva della comunicazione si è rovesciata. Per le celebrità dar notizia ai fan e follower di un figlio in arrivo è un passaggio importante nella vita e nella carriera, da gestire con oculatezza. Rihanna ha creato un suo forte e spregiudicato stile da maternità, l’ha portato all’eccesso, senza abbandonare quella street couture che ne ha fatto una testimonial ricercatissima, ma puntando sul pancione in crescita come l’elemento di forza intorno a cui ruota tutto il resto.

 Annuncio della gravidanza ad Harlem, in omaggio alle radici del futuro papà, con jeans a vita bassa sotto il piumino rosa caramella vintage di Chanel e inequivocabile pancia all’aria, decorata con le collane della maison. Poi, via via, in un tour premaman dove il futuro bebè, a seconda della temperatura, è stato incorniciato di reggiseni di latex, pantaloni di raso, top stringati, pellicce vintage o ecologiche, abitucci di pelle, tutti supergriffati. Piccoli aggiustamenti al suo stile per rendere la crescente maternità sempre protagonista. L’aveva già fatto Beyoncé, per gradi: la prima gravidanza nel 2011 annunciata agli Mtv Video Awards aprendo la giacca dello smoking e mostrando il ventre arrotondato coperto dai pantaloni, la seconda del 2017, gemellare, immortalata in lingerie con velo in testa e fondale di fiori.

 


 


Nel saggio “Le vesti dell’attesa”, del 1988, la storica Doretta Davanzo Poli registrava la progressiva liberazione femminile nel guardaroba e nel ruolo della maternità. Verso il nuovo millennio, dove si ferma la ricerca, le future mamme, dismessi gli abiti zuccherosi, fanno sport in shorts, il ventre sempre protetto. Poi c’è stata Demi Moore e l’affermazione orgogliosa che l’era di Instagram ha trasformato in esposizione continua. Per la sexyness della gravidanza si sacrificano il senso di custodia e la privacy del nascituro. Chissà se è conquista o una diversa dipendenza.

domenica 20 febbraio 2022

MODA & MODI

 Il rosa 2022, colore non binario

 

Jacquemus


Il rosa si diffonde nelle vetrine, in alcune una nota sottile, in altre accampandosi come il colore che fa da ponte verso la nuova stagione. Tenero, baby, shocking, fucsia, virato sulle vibrazioni del lilla, o annacquato fino a diventare ostrica, ci spinge a familiarizzare con l’idea di lasciare indietro, di staccarci dalla gamma dei neri e dei grigi, o dalla palette autunnale, per scegliere almeno un accessorio della tinta che porta con sè l’idea di qualcosa che si schiude, di un altro inizio. Questo rosa infantile sembra innocuo, ma accostarlo e indossarlo evitando l’effetto Barbara Cartland richiede sempre un bell’esercizio di misura. Le vetrine ci rimandano molti total pink, interi tailleur, vestiti lunghi fino alle caviglie, pullover e gonne ton sur ton, che allenano l’occhio e il nostro senso critico a rifuggire dall’overdose.

 

La scrittrice Barbara Cartland

 


È un rosa da guardaroba femminile, ma non solo. Anzi, l’aspetto più interessante e originale ha a che fare proprio con la perdita di qualsiasi connotazione di genere legata a questo colore. Agli inizi del Novecento, la ripartizione cromatica per sessi era rovesciata: il rosa apparteneva al maschio, in quanto derivazione del rosso, espressione di vigore e forza, mentre alle femmine era riservato l’azzurro, più tenue e delicato, virginale e remissivo, per associazione al mantello della Madonna. Fino alla seconda guerra mondiale non c’è una categorizzazione secca dei colori, anche se dagli anni Trenta gli uomini cominciano ad adottare tinte scure, legate al mondo del lavoro, lasciando alla sfera domestica delle donne una palette più tenue. Nei lager, però, gli internati omosessuali erano distinti dal triangolo rosa.


Le operazioni di marketing degli anni Ottanta cambiano la prospettiva: rosa per le donne, dalla culla all’età adulta, passando per abbigliamento, giochi, cosmetici, accessori. Il maschio progressivamente si spoglia dell’azzurro, amplia la gamma, mentre la connotazione cromatica al femminile è dura da smantellare e per convenzione giornalistica resiste nei titoli: squadra rosa, vittoria in rosa, stagione tutta rosa, a definire con un aggettivo la prevalenza o la componente donna. 

Il simbolismo abbraccia gli estremi: da una parte ci sono le “quote”, dove dal recinto si passa al ghetto, dalla parte opposta il “pussy power hat”, il berrettino di lana con le orecchie che nel 2017 ha vestito la rivolta delle gattine contro il sessismo di Trump e di tutti i predatori stanati dal #metoo.


Il rosa 2022 non esprime radicalizzazioni. Si distribuisce sulle passerelle maschili e femminili, interpretando al meglio quanto ha detto Pierpaolo Piccioli, direttore creativo di Valentino: “non esistono uniformi ma persone e i colori sono di tutti, di tutte le persone”. Dai berrettini da baseball ai completi alla Gatsby, passando per felpe, soprabiti, pull e pantaloni, esiste un’infinita gamma di rosa per lui, in tutte le sfumature, senza nessuna sdolcinatezza. Il 19 marzo al Victoria & Albert Museum di Londra aprirà la mostra “Fashioning masculinities”, dove, raccontando l’evoluzione dell’uomo attraverso il guardaroba, si riabbracciano i concetti di ornamento, frivolezza, mollezza. E il rosa ritorna alle origini, colore non binario, adatto a tempi fluidi.

giovedì 17 febbraio 2022

L'INTERVISTA

Capucci: "Valentina Cortese voleva

essere grande, nei miei abiti più difficili"

 


 

 «Ho conosciuto Valentina Cortese agli inizi della sua carriera. Venne da me inizialmente come cliente, poi siamo diventati anche molto amici. Ci accumunava la passione per il grande teatro di prosa, per me lei era un mito, una interprete eccezionale tra attori e registi eccezionali».


Gli abiti di Roberto Capucci, dal guardaroba di Valentina Cortese, saranno battuti all’asta a Milano nella prima tornata dell’1 marzo 2022, ma potranno essere ammirati nelle sale di Palazzo Crivelli, in concomitanza alla Milano Fashion week, il 25, 26 e 27 febbraio 2022. Un trionfo di colori, cascate scenografiche di volants, ampie maniche a pipistrello, mantelle dall’alto collo a scialle. Abiti su cui il tempo ha lasciato il segno, al punto da aggredire e “bruciare” sete e chiffon.


Capucci, come piaceva vestire a Valentina Cortese? Voleva solo vestiti molto importanti e soprattutto dovevo disegnarle abiti che mettessero in risalto la sua personalità. Quasi mai il nero, solo gran colori, dal rosso al verde al fucsia. Sceglieva modelli di tutti i generi, sia costruiti che morbidi. Dovevano essere molto significativi, era la caratteristica principale che chiedeva. 


Che tipo di donna era fuori dalla scena? Spiritosa e allegra e non parlava mai male di nessuno, qualità che io apprezzo molto. Amava l'arte e la cultura, era curiosa e intelligente, era sempre un piacere e una sorpresa parlare con lei.


Un aneddoto relativo alla vostra amicizia? Un giorno mi telefonò per portarmi Anna Magnani. Ero molto contento, ma purtroppo non legammo e istintivamente, nonostante la Magnani avesse ordinato cinque vestiti, io non li misi in lavorazione, sentivo che non sarebbe andata bene. Poi telefonai a Valentina Cortese ringraziandola e spiegandole che non ero convinto. Valentina mi rispose che capiva e giustificò l'atteggiamento della Magnani dicendo che c'erano troppe donne belle nella mia sartoria.


Tra gli abiti che vanno in asta due dei Capucci sono i più preziosi. Com’è nato il kimono? Erano dei vestiti presentati in collezione, dove io mettevo sempre ispirazioni diverse. Valentina si innamorò di quello di ispirazione orientale, con il sopravestito a kimono, ed effettivamente lo portava in una maniera magica.


L’altro in seta e chiffon blu notte è quello che voleva copiare Raffaella Carrà ma lei lo impedì, non è vero? No, non lo impedii perché era un abito pubblicato e tutti lo possono rifare. Soltanto che il mio era confezionato in sartoria, quello della Carrà non so.


Come definirebbe lo stile di Valentina Cortese? Il suo guardaroba era quasi tutto firmato Capucci...  È vero, ero il suo sarto preferito, ma la cosa più importante è che eravamo amici. Valentina era una donna particolare, a parte la bellezza, con un volto straordinario, aveva la sicurezza di portare i miei vestiti, anche i più difficili, con estrema nonchalance. Il suo stile era di essere "grande".


È d’accordo che il suo guardaroba vada all’asta per beneficenza? C’è chi lo vorrebbe mantenere unito, magari sotto la tutela di una fondazione... Nella mia Fondazione ho già dei vestiti che mi lasciò Valentina Cortese e li conservo con molta cura per poterli mostrare al pubblico in iniziative culturali che diffondano la conoscenza delle lavorazioni nel campo della moda nel suo insieme e del mondo del tessile in particolare. Quest’asta ha uno scopo benefico, per chi ha bisogno, e io sono favorevole a questo tipo di interventi a sfondo sociale.

IL PERSONAGGIO

Valentina Cortese

all'asta il suo mondo triestino

de Sabata, Strehler, l'amica Leonor Fini

 

Gli amori, gli incontri. I registi, i colleghi, le teste coronate, racchiusi nelle cornici d’argento delle fotografie. Gli arredi, le suppellettili, le porcellane, i dipinti. Abiti da sogno e il sogno dell’arte, che si respira in ogni pezzo. La mondanità e l’intimità. Il mondo, pubblico e privato, di un’artista e di una donna, dal palcoscenico, allo schermo, agli affetti più gelosi e custoditi.

 

"Ritratto di Valentina Cortese e di suo figlio" di Leonor Fini

 


Molto della vita di Valentina Cortese, l’ultima grande diva, morta il 10 luglio 2019 a 96 anni, andrà all’incanto l’1 e 2 marzo 2022 a Milano. Arredi e guardaroba provenienti dalle sue residenze di Milano, l’ex conventino in piazza Sant’Erasmo, e della Giudecca a Venezia, che saranno battuti dalla casa d’aste Il Ponte in due tornate da remoto, per uno scopo benefico. È il congedo e l’abbraccio alla città di una sua figlia amata e celebratissima, che ha scelto di destinare i proventi della vendita a favore dell’Istituto di ricerca Mario Negri, cui fu sempre vicina, e della sua seconda casa, il Piccolo Teatro, dove per la prima volta andò in scena nel 1959. 

«Stavo per firmare il contratto di un film - ricordava l’attrice - ma il buon Dio volle che Paolo Grassi mi avesse appena vista in Amarsi male di François Mauriac diretto da Orazio Costa. Gli piacqui così tanto che venne in giacca e cravatta a Roma per propormi di persona il ruolo di Sofia in Platonov e gli altri di Anton Čechov al Piccolo Teatro di Milano, con la regia di Giorgio Strehler». 

 

Valentina Cortese col figlio Jackie e il marito Richard Basehart

 


C’è tanta Trieste in questi capitoli della sua vita che Valentina Cortese ha scelto di affidare in custodia ad altri. Strehler, regista, maestro, amore furioso. Che vediamo in un’immagine poetica de “Il giardino dei ciliegi” del 1973, inginocchiato sul palcoscenico, la mano tesa verso di lei, la sua Ljuba, tutta vestita di bianco, come l’ombrello rovesciato al suo fianco. «Ma abbiamo insieme una cosa bellissima da fare, Valentina: - le scrive Strehler durante le prove dello spettacolo, il rapporto ormai al capolinea - una nostra nuova creatura che non è nè la prima nè l’ultima della nostra storia. È una delle tante, sebbene certo una delle più importanti. Il nostro discorso, cara, continua così, come può, con i nostri vecchi cuori che battono impazziti, le nostre memorie, le nostre speranze».

 

Valentina Cortese nell'abito kimono di Capucci (foto Fiorenzo Niccoli)

 


L’album fotografico si apre con i tre ritratti del lotto n. 1, un altro artista che segna la vita e l’inizio della straordinaria carriera di Valentina Cortese, il compositore e direttore d’orchestra triestino Victor de Sabata. Ha appena diciassette anni, Valentina, quando lo conosce, a Stresa, dove passa lunghi periodi con la nonna materna, e per seguire quell’uomo, più grande di trentun anni, sposato e con figli, fugge a Roma dove studia recitazione e inizia a farsi notare dal cinema. Nei tre ritratti in asta vediamo de Sabata impegnato a dirigere, seduto in poltrona con un foglio tra le mani, forse una partitura, e sorridente in primo piano, l’onda dei capelli bianchi e il profilo scolpito. «Fu un uomo speciale e meraviglioso. Persi la testa. Lasciai il liceo, mi trasferii a Roma», scrive lei nella sua biografia “Quanti sono i domani passati”. Quando il rapporto si chiude, lei vola a Hollywood.

 

Il direttore d'orchestra triestino Victor de Sabata

 


Spostiamoci idealmente nel salotto di Valentina Cortese dove una fotografia ci restituisce un momento che sembra di grazia. Sul divano, sorridente e senza l’iconico foulard, abbraccia l’unico e adorato figlio Jackie, vestito da marinaretto, accanto all’attore americano Richard Basehart, suo marito dal 1951 al 1960. Quando si scopre incinta, Valentina rinuncia al ruolo in “Luci della ribalta” al fianco di Charlie Chaplin. Jackie, che segue la carriera dei genitori, protagonista degli anni folli della “Hollywood sul Tevere”, muore dopo una lunga malattia che l’aveva allontanato dal mondo, nel 2015 a 64 anni. «Ancora un giro di clessidra e lo raggiungo» dice Valentina, che si spegne quattro anni dopo.

 

 

L'amitié, 1958, di Leonor Fini


Dietro il divano è appeso uno dei quadri più importanti dell’asta (base delle offerte 4-5mila euro), il “Ritratto di Valentina Cortese e di suo figlio”, firmato dalla sua grande amica Leonor Fini e già esposto nella mostra che il Revoltella dedicò alla pittrice triestina nel 2009, “L’italienne de Paris”. Valentina e Jackie si tengono per mano, ognuno perso in un suo pensiero, il piccolo in un completo antico, seduto sull’ampia gonna salmone della madre come su un isolotto. Ancora più prezioso (6-7mila euro), il dipinto più quotato dell’asta è “L’amitié”, anno 1958, andato in mostra a Trieste (l’allora direttrice del Revoltella, Maria Masau Dan, lo definì in catalogo “un capolavoro”) ma anche al Musee du Luxemburg di Parigi nell’86 e alla Galleria civica d’arte moderna Palazzo Diamanti di Ferrara nell’83, in altrettante esposizioni dedicate alla Fini. Infine, l’acrilico su tela “Le retour des absents” (3.500-4mila euro), anch’esso in mostra a Trieste e Ferrara.

 

Valentina Cortese in Capucci (foto Fiorenzo Niccoli)


“Per la mia Valentina con amore” scrive Leonor sotto l’acquerello “Ritratto di fanciulla”, che fa parte di una serie di opere minori, come una “Figura in piedi e “Lucrèce”, entrambe tecniche miste su carta. Completano la raccolta, i bozzetti di Rosaura e dei corteggiatori spagnolo e inglese, a inchiostro e gouache su carta, per “La vedova scaltra” di Goldoni, messa in scena per il Piccolo Teatro nel 1953 con la regia di Strehler, le scene di Fabrizio Clerici e i costumi di Leonor Fini.


Infine si spalancano le porte del guardaroba di Valentina Cortese ed esce una straordinaria collezione di abiti da giorno e da sera di Roberto Capucci, Maurizio Galante, Carlo Tivioli, Christian Dior, Mila Schön, idealmente abbinati a un set di valigeria Louis Vuitton. Della dalmata Mila è riconoscibilissimo il robe manteau avorio con petali rossi e ramage nero ispirato ai “mobiles” di Alexander Calder, ma c’è anche un inedito completo Schön-Capucci, dove la stilista di Traù firma una mantella corallo e il grande couturier romano un abito da cocktail con maniche a pipistrello e ampi volants rossi e fucsia.

L'abito di Mila Schon ispirato ai "mobiles" di Calder 

 


Abiti amati e indossati, con segni e difetti. Pezzi di storia privata e di storia della moda, quasi tutti con offerte base da poche centinaia di euro, non solo per le loro condizioni di conservazione, ma per rendere l’asta benefica accessibile a quante più persone possibile, come se fosse il saluto affettuoso di Valentina alla sua Milano. C’è però chi vorrebbe che questo patrimonio restasse unito, che il ricordo della diva non venisse disperso.

 

Roberto Capucci (Alfonso Catalano per gentile concessione dell'agenzia SGP)

 

 Due i pezzi più cari, entrambi di Capucci: un abito di gala in chiffon e seta blu notte, con un papillon sul corpetto ricamato con canottiglie (base 1200-1500 euro), e un vestito con sopravestito a kimono di seta abbinato a un ventaglietto con inserti di madreperla (1800-2000). Non sfigurerebbero nel sontuoso archivio di Capucci a Villa Manin di Passariano, dove sono custoditi altri abiti donati, “restituiti”, da Valentina Cortese al suo sarto preferito. 

 

Valentina Cortese con Elizabeth Taylor e Richard Burton

 

 

martedì 8 febbraio 2022

MODA & MODI

 

Carrie è boomer, ma prima è stata green

 

L’abito da sera “mille foglie”. Il poncho indossato dopo una notte brava con le amiche. Il costume da “Heidi” per un picnic sul prato. I due modelli firmati Halston, uno lungo arancio, l’altro corto blu. Siamo nell’episodio otto di And Just Like That, la serie che dopo più di vent’anni ci racconta cos’è accaduto nel frattempo alle ex ragazze di Sex And The City. Carrie, ovvero Sarah Jessica Parker, sta riordinando il suo guardaroba insieme a Lily, la figlia di Charlotte, prima di mandarlo in un magazzino.

Per la gioia e gli occhi dei cultori della serie, che non si sono fatti mancare nemmeno i due modesti film seguiti alle sei gloriose stagioni, alcuni capi storici scendono dagli appendini, riprendono fiato, riaprono il passato. Ricordate il Mille Feuille, il superbo pezzo haute couture di Versace che non uscì mai dalla camera dell’hotel di Parigi, mentre Carrie aspettava invano l’artista Petrovsky (il narciso Baryshnikov, al suo meglio) e che nella nuova serie si è messa un paio di volte per mangiare pop corn, appena rimasta vedova, davanti alla finestra del suo appartamento?

 

L'abito Mille Feuille Versace haute couture

 

 Il poncho se l’era buttato addosso per correre al servizio fotografico per il New York Magazine, in ritardo e con le occhiaie, all’indomani dell’ennesima rottura con Mr Big, e un’altra volta per coprire il dirndl, diretta al parco con le amiche, assemblando uno dei completi più assurdi e perversamente indimenticabili usciti dalla mente della costumista Patricia Field.


Vent’anni dopo quello che era lussuoso, sofisticato, allegro, etnico, è diventato vintage, più o meno d’autore. Così almeno lo vede l’adolescente Lily, che indossa il poncho come un reperto salvato da un’altra epoca. Un durevole guardaroba che la protagonista ancora rimette in circolo, che combina con capi nuovi, che ha conservato e curato gelosamente negli anni. Sono rispuntate fuori in And Just Like That anche le Manolo bluette equivalenti dell’anello di fidanzamento di Mr Big, incredibilmente sopravvissute per oltre due decenni alle strade e agli urti di Manhattan.

 

Lily col poncho di Carrie in And Just Like That

 


Ma è proprio questo il senso dell’operazione amarcord, studiata dagli sceneggiatori disseppellendo dall’affollatissima e impenetrabile rastrelliera i vestiti che evocano momenti chiave delle serie precedenti. Carrie, che dalle colonne di una rubrica è dovuta passare ai podcast, e ancora non ci si sente a suo agio, e dalle notti scalmanate alle scalmane delle menopausa, non può che essere stata green e sostenibile quando nessuno lo era, quando preoccuparsi del pianeta e della sua salvezza era da pochi lungimiranti eletti, molto cool. Gli abiti, le scarpe, le spille, che ritornano nella serie della maturità (a parte il “mille foglie”, degno di un museo), ci suggeriscono l’attitudine a proteggere e conservare quello che si è amato, a fare il riciclo creativo, l’upcycling.

 

Spilla "riciclata" e le celebri Manolo bluette

 


Insomma, sarà anche boomer la povera Carrie over cinquanta, proprio come tante di noi che sono invecchiate con lei, dovrà ancora fare l’orecchio, come le sue amiche del cuore, alle terze persone plurali di chi non si sente binario, ma nella moda è stata slow quando tutto intorno a lei girava fast e ai suoi capi continua a dare una seconda possibilità. L’ha fatto anche con gli uomini, ma nei vestiti certo non si sbaglia mai.