domenica 26 agosto 2018

IL LIBRO

I figli dell'estate di Monika Held e il peso della memoria





«Che colore, che odore ha la sua infanzia?». Rania, psicologa, rivolge questa domanda centinaia di volte, a tanti interlocutori diversi. L’obiettivo del suo studio è capire perchè oltre la metà delle persone che per decenni ha lavorato e vissuto lontano dal luogo di nascita, nella vecchiaia torni ai paesaggi dei primi anni di vita o ne senta una nostalgia struggente.

Anche l’infanzia di Rania ha avuto colori e odori: il bianco e il grigio dell’acqua e del cielo, che si toccano in un fondale unico, e il puzzo della fabbrica della farina di pesce. È il paesaggio tagliente del Wattenmeer, nella Germania del Nord, dove la donna ha deciso di tornare, dopo la scoperta del tradimento del compagno. Due stanze in affitto affacciate su una natura familiare, per curare la sua ferita senza bisogno di parole, lasciandosi invadere dall’aria di casa. In una geografia che riconosce, come un cieco gli spazi in cui è abituato a muoversi da sempre.


Rannicchiata nella grande poltrona sul balcone, Rania guarda i bagnanti concludere la giornata in spiaggia. Improvvisamente, davanti ai suoi occhi, lo scenario sbiadisce e lascia il posto ad altre immagini, che si sovrappongono a quelle reali, come in un’allucinazione: una piscina, una bambina che ci cade dentro, un ragazzino impietrito e immobile su una panchina davanti al mare. Ed ecco lei, Rania quindicenne, correre, tuffarsi, ripescare quel corpicino dal fondo, con i capelli fluttuanti come alghe.


Da quel giorno lontano, la piccola è diventata uno dei tanti “Figli dell’estate”, titolo dell’intenso romanzo della scrittrice tedesca Monika Held, il secondo edito da Neri Pozza (www.neripozza.it). Bambini strappati all’acqua e alla morte, ma condannati al coma vigile, menti assenti e annichilite, in corpi che continuano a crescere e a trasformarsi. Che cosa è successo alla bimba salvata e al ragazzino biondo con cui quel pomeriggio Rania condivideva la panchina e il contatto breve di una coscia? Perchè lei non li ricorda? E perchè non ricorda la fine di quella giornata, probabilmente una sequenza di urla, autoambulanze, luci, polizia, domande, genitori? Solo i nomi riaffiorano, a fatica: Malu la bambina, Kolja il fratello biondo.
Nella sua memoria dell’infanzia, Rania adulta scopre un buco, un’arbitrarietà incomprensibile, un’interruzione che la inquieta e la spinge a muoversi. Chi decide che cosa i ricordi trattengono e cosa lasciano andare? Comincia così il suo viaggio all’indietro nel tempo, sulle tracce di frammenti e di volti, di nomi e di circostanze, per riallacciare i fili della trama là dove si sono lacerati.



Monika Held, scrittrice  e giornalista


Con grande raffinatezza, mentre Rania avanza nella sua ricerca a ritroso - gli incontri con un vecchio compagno di scuola di Kolja, una dottoressa, la madre, l’amico Mark - la scrittrice ne precede i passi e ci racconta la vita del ragazzo dopo la tragedia. I genitori che si fronteggiano in un dolore che ognuno custodisce a modo suo, il trasloco della famiglia nella città della clinica specializzata dove la sorella cresce, l’implosione della coppia, le giornate anomale di un adolescente a contatto con bambini-vegetali, in cui si immedesima al punto da trasferire la sua vita nella loro. Nemmeno l’amicizia con Mark, un coetaneo che ama gli animali e d’istinto capisce come stimolare i sensi dei piccoli ricoverati, riesce ad aiutare Kolja, che insegue l’idea della morte, nelle orecchie la voce della madre che lo spinge a visitare la sorella, alla quale non riesce ad accostarsi: «Vai a vedere cos’hai combinato». Davanti agli occhi un’immagine affiora dal passato, l’unica che lo riscalda: Rania, i capelli al vento, piantata in mezzo alla strada, che cerca di bloccare il camion del trasloco.


Monika Held firma un racconto duro e raffinato sul senso di colpa (perchè mi sono distratto?, Kolja. Potevo salvarla?, è il pensiero che si aggira nel subconscio di Rania, cercando un modo per riaffiorare...) e sul mistero della memoria, delle sue scansioni e rimozioni. Sul dolore e sull’amore, senza leziosità. Sostenuti da una scrittura evocativa e insieme asciutta, che non scivola mai nel registro della commozione, i due livelli narrativi confluiscono in un finale sospeso. La terapia è affrontare, insieme, il peso di un’assenza, fisica o mentale. Il buco nero dove tutto è cominciato. —
@boria_a

domenica 19 agosto 2018

IL LIBRO

Rimpatriata di quattro amiche
le nonne di Sex&TheCity


Le ragazze di Rona Jaffe sono diventate grandi e per loro è arrivato il momento del bilancio. 1977, raduno annuale delle ex studentesse di Radcliffe, prestigiosa università femminile americana dove rampolle di ottima famiglia prendono la laurea giusta per un auspicabile matrimonio con qualcuno dei “cugini” di Harvard. Niente di troppo impegnativo, inglese o relazioni sociali, tanto per saper stare in società. Vent’anni prima, era il destino obbligato delle matricole Annabel, Chris, Daphne ed Emily: non “fare” il medico, ma “la moglie del medico”, ricca, annoiata, mediamente tradita e depressa, impeccabile nell’arte di organizzare ricevimenti e nascondere la propensione alla bottiglia. È andata davvero così a queste quattro donne, che si incontrano dopo due decenni nei loro vecchi dormitori universitari? O anche loro, come le protagoniste del primo romanzo e best seller di Rona Jaffe, “Il meglio della vita”, hanno cercato di affrancarsi dalla deriva della casalinghitudine, per quanto patinata?




Rona Jaffe - scomparsa nel 2005 a 74 anni - torna in libreria con “Riunione di classe”, uscito negli Usa nel 1979 e ora riedito da Neri Pozza. La stessa casa editrice nel 2007 aveva riscoperto “Il meglio della vita”, scritto a 27 anni e pubblicato nel 1958, ventun anni prima di questo romanzo, che è la sua continuazione ideale. Jaffe è stata una delle “sue” ragazze: laureata a Radcliffe, impiegata diventata in quattro anni editor della casa editrice Fawcett Pubblications di New York, lasciò il lavoro per dedicarsi alla scrittura. Per il primo libro aveva intervistato una cinquantina di donne e ricevuto la conferma che c’erano temi di cui volevano parlare: sesso, verginità, rapporti prematrimoniali, aborto, carriera, mobbing. In una delle ultime interviste, ha detto di aver scritto ”un Sex&TheCity senza il vibratore”, richiamando un parallelo che non le rende giustizia. Siamo negli anni ’50, il decennio della “lotteria genetica” (cattura l’uomo migliore, metti al mondo bambini perfetti...), dove non c’è spazio per l’insuccesso. Rompere le convenzioni sociali e il muro della morale accettata è l’inizio di una rivoluzione, sia per le signorine wasp, bianche e protestanti che sposano gli "Svedesi" di Philip Roth, sia per le segretarie che facilmente li inducono in tentazione.

Carrie e amiche ne godranno solo i frutti. 

A Radcliffe c’erano “regole” scritte e non scritte. Le prime vietavano i pantaloni a cena, le altre di calarli più di quanto necessario ad agganciare i pretendenti migliori. Comincia da qui il lungo flashback nei destini delle protagoniste della rimpatriata. Che non sono le dattilografe in cerca di indipendenza de “Il meglio della vita”, ma ricche debuttanti da cui ci si aspetta di essere pilastri del successo dei mariti. Entrambe hanno fatto delle scelte e spesso pagano un prezzo di tradimenti e solitudine. Annabel, bella e disponibile, è una madre single di ritorno dopo il matrimonio con un miliardario idiota e una lunga parentesi alcolica. Daphne, la più intelligente, deve liberarsi da un segreto e confrontarsi finalmente con un marito blasonato, che nella sua progenie non tollera difetti. Emily, ebrea e di ricchezza recente, non si è mai liberata dal senso di inadeguatezza, al fianco di un uomo di successo, innamorato ma insofferente. Infine Chris, la più moderna e inquieta, che per amore accetta l’omosessualità del compagno, a costo di continui patimenti.


Sullo sfondo la New York della “decadenza”, come sintitola la seconda parte del romanzo, che tra le strade di Manhattan si scopre omofoba, violenta, classista, razzista. Dietro l’angolo del perbenismo dorato, si prepara il decennio della paura: gli eccessi, poi la peste dell’Aids. Gli uomini ne escono male, forse troppo. Splendidi e opachi comprimari, accanto a donne acciaccate e ferite, ma sempre in lotta contro un ruolo assegnato. Così, tra pagine leggere, frettolosamente definite chick lit, letteratura da gallinelle, l’autrice racconta un momento cruciale per l’emancipazione, l’uguaglianza, il rispetto e la parità tra i sessi. E ha ragione lei, senza scomodare #metoo: non ci siamo ancora prese il meglio. 

@boria_a

martedì 14 agosto 2018

IL LIBRO

 David Litt: Così ho insegnato a Obama a far ridere



David Litt con Obama e il capo degli speechwriter Cody Keenan





David Litt


Prima di House of Cards e Scandal, è stata la serie televisiva West Wing a portarci nelle stanze del potere vicine allo Studio Ovale, nell’ala ovest della Casa Bianca, dove lavorano i più stretti collaboratori dell’uomo più potente del mondo, il presidente degli Stati Uniti. David Litt, per sua stessa ammissione, non è Rob Lowe, l’attore che sul piccolo schermo interpretava il vice capo della comunicazione: aitante, carrierista, sciupafemmine, sempre capace di escogitare la strategia vincente per scongiurare una crisi. Ma Litt, ad appena ventiquattro anni, in quelle stanze del potere ci è entrato davvero, non solo nella fiction. E per Obama, dal 2011 al 2016, ha trovato e scritto molte parole, magari non solo quelle alte e alate che avrebbe sognato, su infrastrutture e giustizia penale, ma le battute, le frasi ironiche, i sottintesi divertenti che hanno fatto ridere e sorridere gli americani. E se non entreranno nella Storia con la s maiuscola, hanno restituito un presidente meno ingessato nel suo perfezionismo e nella sua preparazione, rendendolo in qualche modo umano. Perfino insicuro o disarmato.

Immaginatevi un Obama che non riesce a pronunciare “buona festa” in ebraico e continua a inciampare sul gutturale suono ch di chag sameach. Ha percorso migliaia di chilometri attraverso il pianeta, è distrutto dal jet lag, ma ci prova fino a quando il risultato non è accettabile, consapevole di quanto possa contare una frase, per quanto semplice. «Perché non avevo scritto buone feste in inglese, anziché usare una parola così difficile da pronunciare?» si rammarica Litt, autore del discorso per la Pasqua ebraica. Il problema, spiega, è l’invisibile “polvere magica” che aleggia alla Casa Bianca, il granello sempre in agguato per inceppare la macchina più sofisticata. «Quando sul tuo biglietto da visita c’è lo stemma del presidente, errori altrimenti insignificanti rischiano in un batter d’occhio di trasformarsi in una catastrofe».





È stata un’esperienza entusiasmante, con qualche risvolto surreale, per un neolaureato di Yale diventare uno dei più giovani speechwriter di Potus, President of The United States, secondo l’acronimo ormai familiare anche ai non addetti ai lavori. Tant’è che i veri uomini del presidente, lo chiamano semplicemente P, a marcare una differenza di consuetudine e vicinanza, l’appartenenza a un gruppo ristretto. Arruolato subito dopo l’università tra gli “Obamabot”, gli attivisti e supporter delle campagne elettorali, Litt entra in poco tempo a far parte dello staff superspecializzato delle “penne”. I ghost writer di indirizzi di saluto, commemorazioni, elogi, discorsi sui più diversi temi, gli estensori di quelle “minute” che poi saranno passate palmo a palmo dai fact checker. Un’inesattezza o il rischio di un’interpretazione equivoca possono scatenare tensioni internazionali, crisi politiche, attacchi mediatici, l’ironia degli avversari. Su ogni parola l’ultima parola spetta naturalmente allo stesso P.

“Tuttofare retorico” si definisce Litt, con una specializzazione particolare: entrare in campo quando Obama non deve fare il “grande consolatore” del paese, ma il “grande comico”. È il caso delle cene con i giornalisti, o con i potenti e miliardari, quando serve la battuta fulminante per un titolo che l’indomani conquisti l’opinione pubblica. Litt ha dovuto fare anche qualcosa di meno piacevole: trovare il coraggio per dire al presidente che una sua foto accanto al primo ministro israeliano andava tolta di mezzo prima che sorgesse un incidente diplomatico spiacevole. Il motivo? Da un’angolatura ricordava Hitler.
 

“Grazie, Obama” (HarperCollins, pagg. 375, euro 18,00), le memorie semiserie di un giovane scrittore di discorsi, sono la cronaca brillante di un temporaneo insider della Casa Bianca. Lo stesso Litt lo presenterà a pordenonelegge (www.pordenonelegge.it), nella giornata conclusiva della kermesse, domenica 23 settembre 2018 (all'istituto Vendramini, ore 17).

Aneddoti, curiosità, personaggi. I collaboratori, i portavoce, la sicurezza. Il ritratto del presidente, nei suoi tratti umani e nella sua inumana capacità di lavoro e concentrazione. La sua abilità di andare subito al punto, e il suo gusto di punzecchiare, il suo annunciarsi fischiettando. Il sogno del primo uomo nero a guidare gli Stati Uniti, delle sue riforme a volte difficili, osteggiate, dall’avvio farraginoso, che sono riuscite a migliorare la vita di milioni di americani. L’Obamaworld, con le sue regole, la sua agenda, i retroscena che paiono incredibili in un sistema sottoposto a un controllo maniacale.


Solo chi ha il badge blu può muoversi liberamente e percorrere la West executive Avenue, la strada che separa il generico campus, familiarmente chiamato “palazzo”, dalle autentiche stanze dei bottoni, senza rischiare di essere bloccato dalla sicurezza. Con un’unica eccezione: il gatto Smokey, alimentato in segreto da qualche agente con un debole felino. Il “first randagio” è dotato di uno straordinario senso dell’opportunità politica, che lo spinge a mostrare gli artigli e a far la guardia al sancta sanctorum del presidente quando l’economia dà segni di debolezza o una crisi è all’orizzonte.


In una toilette, quella stessa probabilmente usata da Nixon O Johnson quando erano vice, cui si accede da una scala a spirale che forse anche Roosevelt percorse prima della poliomielite, l’episodio più sconcertante: un filetto di salmone alla griglia, quel giorno nel menù di Ike’s, il deplorevole self service interno, rinvenuto da Litt a galla nel water, intonso. Possibile che fosse stato l’unico altro occupante del bagno, un agente del Secret service, uno degli X-Men che vigilano a vista il presidente, a essersi liberato così platealmente di un piatto sgradito? Cosa c’era dietro? Ed ecco, avverte Litt, ancora una volta l’effetto della polvere bianca, dell’influenza perversa del potere: nè una toilette, nè una scala e nemmeno un filetto di salmone a galla in un water sono semplicemente quello che sono.



E l’Air Force One? Lo chiamono così i neofiti del potere, per gli iniziati è solo “The Plane”. E dentro è tutt’altro che mitico, come nel film con Harrison Ford: i posti sono assegnati in base all’importanza di chi li occupa, con il “cuore” in testa dove il presidente ha l’ufficio privato, quindi il corridoio centrale può essere percorso solo all’indietro, mai avanzando. C’è di più: è rumoroso, fa freddo, una luce stordente sale da terra, si mangia cibo spazzatura ed è impossibile dormire senza i sonniferi che il medico di bordo distribuisce generosamente prima di decollare. Solo un novellino li rifiuterebbe. Un’avvertenza: mai abbuffarsi a colazione prima dell’atterraggio, se non volete trovare una fila interminabile per la toilette e rischiare di scendere in pigiama. In entrambi i casi, Litt ne sa qualcosa.


Spiritoso, autoironico, imprevedibile, sempre affettuosamente partecipe, questo diario ci racconta dall’interno il grande sogno dell’I Care e di quanti, anche solo mettendo in fila le parole più appropriate, hanno contribuito a costruirlo. Compreso un neolaureato che esordì nella West Wing rischiando di pestare un paio di lucide scarpe nere e di scoprire cosa fa il Secret Service agli sprovveduti che danno una testata nel petto di Potus. Anzi, di P.

@boria_a
MODA & MODI

Muccata versus Panterata

Il muccato di Calcaterra
 

Sarà un altro inverno bestiale. Come ogni anno degli ultimi dieci a questa parte, le anticipazioni per i prossimi mesi ci propongono una pelle maculata. Ma non l’avevamo già provata a sazietà? Fidatevi, rassicurano i guru delle tendenze: l’effetto savana urbana non va mai fuori moda, è uno dei filoni più coriacei. L’animalier, insomma, ha la pelle dura. E, a dispetto dei suoi tanti e violenti detrattori, la vende cara. Leopardi, ghepardi, zebre.

Ma quest’anno c’è una novità. Tra gli animali esotici, s’insinua una placida e rassicurante pezzata, col suo mantello a larghe macchie bianche e nere. Se non vi sentite a vostro agio nella parte, e nella pelle, di una specie ferina, forse avete un’anima più bovina. Ti va un muccato? Non è una variante del cappuccino, ma uno dei cappotti sfilati in passerella e firmati da griffe di punta. Lunghi fino ai piedi, con cintura, a metà polpaccio, tutti con l’inconfondibile manto bicolore, alla mucca Carolina dei formaggini Susanna, che alle signore negli anta evocano l’immagine di Caroselli spensierati.

Che poi non di vera mucca si tratta, ma come per i più graffianti leopardati e zebrati, di una semplice stampa su pelle di vitello, il cosiddetto “cavallino”, che ha anche una versione tutta ecologica. Se l’animalier bordeggia sempre il kitsch, non fidatevi troppo della pelle di mucca. Sarà pure un pattern semplice, ma dall’impatto forte, tutt’altro che addomesticabile. La signora country, allevatrice metropolitana, deve accettare il rischio di essere eccessiva. Non ci si può rivestire di pelo bicolore, coprirsi di macchie dalla testa ai piedi, e poi, tolto l’involucro, rifugiarsi in indecisi colori pastello. La guerra a colpi di stile richiede coraggio fino in fondo.
La mucca è la nuova pantera. 
@boria_a

giovedì 19 luglio 2018

MODA & MODI

Estate smutandata 



La città delle smutandate. La moda estiva più coriacea, persistente, trasversale delle ultime stagioni è quella dei minishorts. Al primo caldo ecco legioni di ragazzine liberarsi di qualsiasi indumento che si ostini a scendere in po’ più giù della zona inguinale, gonna o pantalone che sia. Francobolli di jeans, hanno preso il posto delle tende da circo a fiori o a balze, che per mamme e nonne erano quintessenza della libertà, e si sono propagati come un’epidemia. Minacciando da vicino il buon senso, tanto che presidi e insegnanti non smettono di metterli ogni anno espressamente all’indice, nel caso a qualcuna venisse in mente di presentarsi così, nel look adesivo, davanti a una commissione d’esame. Gambe lunghe, corte, sedere più o meno allenato, polpacci tonici o filiformi, bucce d’arancia e altre calamità dell’epidermide, su cui nei mesi invernali ci si arrovella e si soffre non poco, evaporano in una totale amnesia.

 A differenza di stivaloni da squaw o da cowgirl, sandali da schiava, pantaloni da odalisca e altre amenità etno estive, ormai residui di passati e fuggevoli innamoramenti, i pantaloncini ini ini resistono. In città o al mare non fa quasi differenza e dove i due ambiti coincidono non ci si può girare senza posare l’occhio su natiche “chi mi ama mi segua”, la pubblicità dei Jesus che quasi cinquant’anni fa scandalizzò mezza Italia benpensante, Pasolini compreso.

Oggi quella mutanda denim è diventata uniforme e di trasgressivo non ha proprio più niente. Anzi, se i centimetri si riducono, aumentano le adepte negli enta e anta, perchè la maggiore età in fatto di stile non aiuta la cautela. Qualunquisti e democratici, i mutandini non guardano nessuno dall’alto in basso, purtroppo neanche dal lato b.
@boria_a

sabato 14 luglio 2018

 IL LIBRO

La ragazza che portava il diamante al naso come un piercing da quattro soldi 





I diamanti guardano gli opposti. La ricchezza e la povertà assolute, gli estremi della scala sociale. La piccola miliardaria cinese che riceve in regalo due pietre rosa battezzate col suo nome e il piccolo miserabile della Sierra Leone, drogato e armato di kalashnikov per controllare chi lavora nelle miniere. «C’è chi li porta al dito e chi con le dita li raccoglie nel fango. Chi li compra all’asta e chi viene ammazzato se cerca di venderli. Solo loro conoscono lo spazio fra due destini paralleli». Mondi che non si incontreranno mai e che un diamante, testimone splendido e passivo, intercetta e non trattiene.
Anche la protagonista dell’ultimo romanzo di Caterina Bonvicini, Ludò, racchiude in sè gli estremi: la serenità di una vita agiata e movimentata, in giro per il mondo, e la mostruosità di un passato lontano, nella costrizione dell’immobilità per sfuggire alla morte. Il suo preziosissimo diamante rosso, che porta al naso come un piercing da quattro soldi, è lì, a testimoniare queste esistenze spaiate, che non possono riconciliarsi e che il suo stesso marito ignora.


Caterina Bonvicini


Nella prima pagina di “Fancy Red” (Mondadori, pagg. 293, euro 18,00), Ludò è già morta. Quando Filippo, gemmologo da Sotheby’s, si sveglia nella lussuosa camera da letto di una villa in Grecia, ai suoi piedi c’è il cadavere della moglie, un paio di forbici piantate nel collo, e accanto una giovane sconosciuta che lo accusa dell’omicidio. Ma è stato davvero così? La donna nella mano stringe la pietra di Ludò, che crede un semplice rubino: invece è il “Fancy Red”, diamante rosso, purissimo e dal colore singolare, di cui al mondo esistono forse trenta esemplari. If, internally flawless, perfezione assoluta.
Lui morde la mano della sconosciuta, per costringerla a mollare la pietra, intuisce che in quella gemma c’è la chiave della sua vita e la soluzione di tanti interrogativi. “Il piano di sfaldatura”, direbbe un gemmologo: il punto naturale dove la pietra cede, che i tagliatori studiano per mesi.


Filippo non ha mai voluto possedere un diamante, almeno finchè non ha conosciuto Ludò. E ora sarà proprio il “Fancy Red”, che appare e scompare lungo tutta la trama, a guidandolo a ritroso sulle tracce del passato della moglie, morta eppure protagonista in ogni pagina, con i suoi segreti e la sua inquietudine. Ludò adottata dal ricco finanziere milanese e da lui amata più dei suoi figli naturali; Ludò affamata di sesso, alla ricerca di avventure di una notte con Filippo, da Lisbona a Cuba, dalle Fiandre all’Argentina; Ludò bambina che, al luna park con la nuova mamma, rifiuta il cane di peluche vinto al tiro a segno perchè le ricorda i bersagli dei cecchini a Sarajevo; Ludò che affida i ricordi tremendi dell’assedio solo alle lettere indirizzate al marito, al suo “Pip” e scritte al computer come un diario da non condividere. Ludò che molti anni dopo, durante un incidente in barca a vela, vede un uomo morire in mare e sente il sangue fresco, calpestato sulle strade a Sarajevo, risalirle in testa.


Lungo gli otto capitoli della struttura a ottaedro, come quella cristallina del diamante, questo thriller asciutto, a tratti spiazzante, affolla tanti temi: i rapporti di coppia, il divario sociale che si allarga fino a diventare sperequazione tra il Nord e il Sud del mondo, la malavita internazionale, il coesistere di verità e menzogna. Al centro, metafora del doppio, il Fancy Red, che continuerà ad attraversare mondi e vite, a essere bramato o maledetto, senza che sporcizia e imperfezioni lo intacchino.
A differenza di Ludò, vittima del più elementare e ferino sentimento umano.

@boria_a
MODA & MODI

Il nuovo marsupio va per traverso

Dallo zaino alla borsetta, qualcosa va anche di traverso. L’estate 2018 getta scompiglio in materia di accessori maschili. Innanzitutto, un grande rientro: il marsupio, che gli inglesi chiamano familiarmente bum bag, ovvero un contenitore legato sopra il fondoschiena. Riemerso tra gli indicatori degli anni Novanta, equivale all’animalier al femminile: non ci sono zone grigie, o lo si considera comodo e spiritoso (gli americani lo definiscono funny pack, appunto...), o lo si cataloga nell’abbigliamento da aeroporti e lunghe traversate in classe economica, come le tute da ginnastica e le ciabatte.
Il marsupio 2018, per confonderci cambia posizione. Non ballonzola più all’altezza della cintura, ma si porta a bandoliera, cioè trasversalmente, come un grande arachide, meglio se griffato. La sua capienza ha un limite: se troppo riempito, davanti impedisce i movimenti, dietro crea protuberanze infelici.





Versace ha tagliato le mezze misure e a Milano ha fatto sfilare di recente maschi con la borsetta. Veri e propri contenitori mignon, con la catenella, identici a quelli femminili, indossati di traverso su giacche, canottiere e t-shirt. Borsette in tutto e per tutto intercambiabili con quelle che una signora sceglie per uscire la sera, quando non ha bisogno di altro che di chiavi, cellulare ed, eventualmente, di una carta di credito. È l’ultima frontiera nel guardaroba genderless, che attraversa i sessi senza differenze.




 
Versace, Men Fashion Fall Winter 2019-2020



Tra marsupi reloaded e provocazioni, resiste lo zainetto. Quest’estate è geometrico e si porta infilato a entrambe le braccia, mentre il simil-eastpak floscio sulle spalle, continua a piacere agli stropicciati radical chic. Tra gli uomini che non vogliono avere le mani occupate, è ancora la soluzione più innocua.
@boria_a