domenica 17 dicembre 2023

ARTE

Arturo Nathan, un dipinto ricompare dopo 90 anni

Era conservato in una cantina

 


 


Aveva in casa un dipinto di Arturo Nathan e non sapeva di possedere un piccolo tesoro. Di più: un’opera che da tempo si considerava dispersa. E che ha passato gli ultimi vent’anni in una cantina. Si intitola “L’onda”, anno 1932, un olio su compensato esposto da Nathan, un’unica volta, alla VIII Mostra d’Arte del Sindacato Interprovinciale Fascista delle Arti della Venezia Giulia, tenutasi nel Padiglione Municipale di Trieste tra giugno e luglio 1934, e pubblicata sul catalogo dell’esposizione. Da questo momento se ne perdono le tracce, quasi novant’anni fa.


Il quadro viene citato su tre numeri del Messaggero Veneto del settembre 1948, dove Cesare Sofianopulo scrive della partecipazione di Nathan e Vittorio Bolaffio alla Biennale, poi nel catalogo della mostra tenutasi alla Galleria dei Greci a Roma tra novembre e dicembre 1990, in entrambi i casi senza illustrazione. Nella monografia su Nathan di Enrico Lucchese per la Collana d’Arte della Fondazione CrTrieste del 2009 il dipinto viene riprodotto in bianco e nero ma senza indicazioni di tecnica e dimensioni. Sotto il quadro si legge: ubicazione ignota.


“L’onda” oggi è ricomparsa. E sarà venduta all’incanto martedì 19 dicembre 2023 a Milano, alla casa d’aste “Il Ponte”, partendo da una valutazione di 25-30 mila euro, la più alta tra quelle delle 150 opere della tornata, che offre uno scorcio sulla produzione artistica a cavallo fra i due secoli. Saranno battuti quadri di due maestri dell’impressionismo come Camille Pissarro e Alfred Sisley, del russo Maljavin, del polacco Wojciech Weiss, oltre agli italiani Angelo Morbelli, Achille Befani Formis, Ettore Tito.


La storia del ritrovamento del quadro di Nathan ha dell’incredibile. Lo racconta Elio Gaetano, a capo del dipartimento di Dipinti e Scultura del XIX e XX secolo della casa d’aste, che ha assicurato a “Il Ponte” la vendita dell’opera lavorando con la sua assistente Sofia Mattachini. «Veniamo contattati spesso dai clienti sia per alienazioni che per il servizio di valutazione gratuita - dice Gaetano -. In questo caso ho ricevuto una serie di fotografie di quadri, tra cui c’era “L’onda”. Quando l’abbiamo vista siamo rimasti gelati. Personalmente mi sono occupato della dispersione di beni di famiglie ebree dopo le leggi razziali, ho visto la firma, ho riconosciuto Nathan. E dalla monografia di Lucchese ne ho avuto conferma. Era vicino ad altri quadri privi di importanza, quasi da mercatino. Il proprietario, dalla Lombardia, non aveva consapevolezza del pittore e del valore dell’opera. Nel frattempo - aggiunge Gaetano - la fotografia ha cominciato a circolare, erano infatti stati contattati altri possibili venditori. Ma noi abbiamo capito subito di che cosa si trattava e alla fine con grande soddisfazione siamo riusciti ad assicurarcela. La riscoperta de “L’onda” è un contributo importante agli studi monografici sul pittore triestino. Naturalmente la valutazione che abbiamo assegnato è da asta, per suscitare il maggiore interesse possibile sul dipinto».


L’onda”, olio su compensato firmato e datato in basso a destra, reca sul retro il nome di Arturo Nathan, l’indicazione dell’indirizzo dell’abitazione-studio di via San Francesco 12, Trieste, e il titolo. Sotto, cancellato con un taglio, compare un probabile titolo antecedente, “Spiaggia”. C’è anche l’indicazione della provenienza: Daisy Nathan Margadonna, la sorella di Arturo.

 


 


Per vent’anni il quadro è rimasto in una cantina e il suo stato era pessimo. «Abbiamo provveduto a restaurarlo - spiega Gaetano - consolidando la pittura che veniva via e il compensato. Ora possiamo dire che è in buone condizioni. Fa certamente parte del lotto di opere che Carlo Sbisà inviò, a Roma, dopo i bombardamenti, a Daisy Margadonna. Alla fine della seconda guerra mondiale, la sorella di Nathan vendette delle opere, tra cui “L’onda”. Impossibile risalire ai passaggi che ha fatto da allora, oggi si trova in Lombardia, ricevuta in eredità dall’attuale proprietario».


“L’onda” - dipinto enigmatico, tra paesaggio marino e psichico, come recita la scheda dell’opera - si può vedere dal vivo ancora oggi, nella sede de “Il Ponte” in via Pontaccio 12 a Milano (10-13, 14-18), oltre che sul catalogo online della casa d’aste.


Sembra che Nathan restituisca un frammento alla volta i pezzi mancanti della sua esistenza e della sua esperienza pittorica. Appena un mese fa è stata messa online l’immagine della tomba dell’artista triestino - morto nell’ospedale del campo di Biberach il 25 novembre 1944, a 53 anni - la cui ubicazione era anch’essa sconosciuta. Nathan è sepolto nel cimitero ebraico di Laupheim, in Germania, fila nord 29, lapide 10, come ha testimoniato il conservatore del camposanto, Michael Schick, che non aveva idea di chi fosse il defunto di cui stava curando il sepolcro. Dal 10 gennaio 1946, quando le spoglie di Nathan furono traslate a Laupheim dal cimitero evangelico, nessuno ha mai chiesto informazioni su di lui e sulla sua tomba.


Oggi, da una cantina spunta un dipinto di cui si aveva traccia solo cartacea. «È una perfetta espressione della fase più matura del’artista. Può essere avvicinato a “La sentinella” e “Il forte”, i cui soggetti militari sono probabilmente ispirati dalla lettura delle gesta di Napoleone» si legge nella scheda preparata dagli esperti de “Il Ponte”. I cannoni distrutti portati a riva dalla tempesta, il cielo incombente negli stessi toni della spiaggia: una sintesi efficace degli elementi emblematici della pittura di Nathan, di un travaglio interiore che si fa universale.

lunedì 11 dicembre 2023

MODA & MODI

Il rosso che fa rumore

 

Max Mara, autunno inverno 2023/2024

 

 La modella Liya Kebede avvolta da un fiammante abito di lana sulla copertina di dicembre di Vogue Italia. Poche pagine dopo, le lunghe gambe di Kaia Gerber, distesa su un divano nello scatto di Steven Meisel, sfuggono da un mini abito di Valentino, con pelliccia abbinata, entrambi nella nuance a cui lo stilista ha dato il nome. Da un’altra copertina, quella dell’ultimo 7, l’attrice Elizabeth Debicki, la lady Diana di The Crown, in pantaloni e pull ciliegia, seduta su una sedia di identico colore, fissa l’obiettivo simulando con impressionante verosimiglianza una delle espressioni della principessa.


Il rosso è dappertutto. Sulle riviste e nelle vetrine, non soltanto quelle prevedibili dell’intimo festaiolo. È un rosso totale, non un accenno: si veste dalla testa ai piedi. Forte, imperativo. Ha conquistato anche la Scala nonostante il perentorio anatema di Lella Curiel, la couturier triestina delle prime di Sant’Ambrogio, che ha messo in guardia le signore dal preferire il colore che le farebbe confondere con poltrone e arredi del teatro e quindi sparire, o peggio far tappezzeria.


Che fosse una delle tinte di tendenza per l’inverno 2023-2024 si sapeva da tempo, anticipato sulle passerelle di tutti gli stilisti in una gamma di sfumature che si arricchisce di definizioni, prima fra tutte il rosso Ferrari del film che esce a giorni con Adam Driver. Tomato, lipstick, ruggine, barolo (ma i riferimenti enologici sono molti, ci sono anche l’amarone, il chianti...) per vestiti, tailleur, pellicce, cappotti che bucano i pastosi e soporiferi beige e grigi del quiet luxury, il lusso sotto traccia, mai urlato. Questo rosso invece urla. Ha cancellato il fastidio legato alla lingerie di Capodanno, con tutto il suo scontato e usurato immaginario di aspettative e promesse beneauguranti. Quelle vetrine sempre uguali, anno dopo anno, tra slippini e bustier con pizzi e boxer allusivi, da indossare una volta sola, non per tradizione ma per l’insofferenza verso un acquisto d’impeto, che dopo poche ore è già tristemente datato.


Il rosso di questo scorcio d’anno fa venire in mente quanto scrive Riccardo Falcinelli in Cromorama (Einaudi): “nel mondo contemporaneo il rosso, spiccando rispetto al circostante, è prima di tutto una maniera importante di occupare lo spazio, una presenza egocentrica e volitiva. Più che un significato, è un tratto caratteriale. La Ferrari, il Campari, la Coca-Cola o gli estintori antincendio sono rossi perché il loro ruolo è distinguersi con forza”.


Rosso di consapevolezza, di testimonianza ma anche di rivolta. È stato pensato molti mesi fa, ma ha incrociato una fase planetaria delicata e l’urgenza della cronaca. Così ha perso ogni stucchevolezza festivaliera, per trasmettere piuttosto energia, determinazione, sentimenti di unione e solidarietà trasversali ai sessi, alle generazioni. Un rosso che dice: ho fiducia in me e nelle mie forze, ci sono. Un rosso che fa rumore.

sabato 2 dicembre 2023

IL PERSONAGGIO

Arturo Nathan, scoperta a Laupheim la tomba del pittore triestino morto nel 1944



 

Si aggiunge un tassello alla biografia del pittore triestino Arturo Nathan, il “contemplatore solitario”, come lo definì la mostra del 2022 al Mart di Rovereto, tappa importante nella sua più recente riscoperta. Nathan morì il 25 novembre 1944, a 53 anni, nell’ospedale del campo di Biberach nel Baden-Württemberg, dove era stato trasportato in treno dal lager di Bergen-Belsen. Il pittore era arrivato il 17 novembre minato nel fisico, spirò pochi giorni dopo per un “avvelenamento del sangue”, come si legge negli elenchi del campo. Ma che fine fecero le sue spoglie? Dov’è la sua tomba? Neanche l’articolata biografia firmata da Enrico Lucchese nel 2009 per la Collana d’Arte della Fondazione CRTrieste ne riporta un’immagine (e anche come data di morte, tutt’ora incerta, nel libro si indica il 20 novembre).


Arturo Nathan è sepolto nel piccolo cimitero ebraico di Laupheim. Oggi, dopo quasi ottant’anni, circola online una fotografia della sua tomba. Nella fila nord 29 di Laupheim, sulla lapide numero 10, c’è un’iscrizione in inglese: “In memoria di Arthur Nathan, 53 anni, che morì nel campo di internamento civile britannico Biberach il 25 Novembre 1944”. L’immagine è stata pubblicata da Michael Schick, conservatore del camposanto, a corredo di un suo articolo dedicato al pittore triestino. A sua volta uno studioso di storia tedesco, Reinhold Adler, di Pfullingen, impegnato in una ricerca sul campo di Biberach, l’ha trasmessa ad Alessandro Rosada della Galleria Torbandena di Trieste, da sempre attiva nella tutela e promozione dell’opera di Nathan. Dell’artista, in questi giorni, si può ammirare in galleria “Costa con rovine”, anno 1932, nell’ambito della mostra “Masters”, accanto a un taglio di Fontana, un paesaggio di Morandi del 1913, a una “Danseuse” di Severini.

 

Arturo Nathan sull'Harley Davidson ritratto dall'amico Carlo Sbisà: "Il motociclista", 1932 (già Collezione Lanfranchi, Milano)

 

 «Non sapevo nulla di Nathan - dice Schick - ma quando Adler mi ha segnalato il suo nome ho fatto delle ricerche e sono rimasto sopraffatto dalla scoperta di quale personalità sia sepolta a Laupheim. E sono orgoglioso che, come custode del cimitero ebraico, mi sia permesso occuparmi della sua tomba. Finora non abbiamo avuto contatti con persone interessate a Nathan. Qualche anno fa, forse, c’è stata una richiesta al nostro museo, ma nessuno si è reso conto che si trattava di un artista importante».


Com’era arrivato Nathan a Biberach? Nell’aprile 1943 le SS crearono un altro campo nella parte sud di Bergen-Belsen. Era riservato a gruppi di ebrei che SS e Ministero degli Esteri intendevano scambiare con prigionieri tedeschi internati all’estero, o con valuta straniera e merci, e che quindi avevano salva la vita.
Per gli scambi venivano scelti ebrei in possesso di documenti ufficiali rilasciati dall’autorità britannica, o cittadini di stati occidentali nemici dei nazisti o che avessero ricoperto alte cariche nelle organizzazioni ebraiche. Nathan aveva anche la nazionalità inglese, perchè inglese era suo padre Jacob, sposato con la triestina Alice Luzzatto.
Le SS avevano organizzato campi separati per i prigionieri da scambiare: il Campo Stella per gli olandesi, il Campo Ungheria per gli ungheresi, il Campo Speciale per gli ebrei polacchi e il Campo Neutrale per i cittadini di stati neutrali. Secondo i numeri forniti da Schick, da luglio 1943 a dicembre ’44, almeno 14.600 ebrei furono trasportati nel campo di scambio di Bergen-Belsen, tra cui 2.750 bambini e ragazzi. I cancelli si aprirono solo per 2560 di loro.

 

"Pomeriggio d'autunno", 1925 (Courtesy Galleria Torbandena Trieste)

 


A Bergen-Belsen non c’erano camere a gas, ma le condizioni di vita erano terribili e i prigionieri morivano a migliaia. Al campo di scambio si sopravviveva: gli internati potevano portare un bagaglio personale, vestire abiti civili e, di nascosto, praticare il loro culto. Era un campo per famiglie, non per persone singole. Questo potrebbe spiegare la presenza negli elenchi di Jeannette Nathan, erroneamente indicata nell’articolo di Schick come la moglie di Arturo. Jeannette, nata a Londra da genitori italiani, Enrico e Carolina Piazza, di dieci anni più vecchia di “Arti”, era stata internata a Fossoli, vicino a Carpi, il 29 ottobre 1943. Anche Nathan passò di là, proveniente dal confino nelle Marche, prima a Offida poi a Falerone, dove restò fino l’8 settembre 1943, quando fu deportato dalle truppe di occupazione tedesche. I due si dichiararono coniugi ai nazisti per evitare l’eliminazione immediata una volta entrati nel lager in Germania. A Bergen-Belsen furono trasportati insieme a un gruppo di ebrei con passaporto britannico arrestati dagli italiani a Tripoli e Bengasi e poi passati nei campi di transito in Italia. Tutti soffrivano di malattie infettive agli occhi e di ulcere.

 

"Rupi vulcaniche", 1933, Collezione privata

 


Nel gennaio 1945, grazie alla mediazione della Svizzera, era previsto uno scambio tra prigionieri tedeschi e americani. Trecentouno ebrei di Bergen-Belsen, tra cui Nathan e le famiglie di Lazar Schönberg e John Hasenberg, furono caricati su un treno della Croce Rossa diretto a Costanza, città individuata per la consegna degli americani. Il treno si fermò a Biberach, dove fu scaricato il corpo di John Hasenberg, morto sul convoglio. Quaranta prigionieri vennero fatti scendere e portati nel campo Lindele, mentre il loro posto fu preso da quarantadue americani destinati allo scambio. La tappa successiva fu Ravensburg. Stessa procedura: salirono prigionieri americani e altri ebrei dovettero abbandonare il treno, per essere trasferiti in caserma a Weingarten e il giorno dopo al campo Lindele di Biberach, che dal ’42 accoglieva prigionieri con documenti britannici.
Nathan vi fu lasciato il 17 novembre 1944. Otto giorni dopo moriva di stenti e della cancrena che gli aveva divorato la gamba. Il 28 novembre trovò sepoltura nel cimitero evangelico. Fu Jeannette a comunicare alla sorella Daisy Nathan Margadonna, a Roma, la morte di Arturo: lo dice lei stessa al Piccolo in un’intervista di Gabriella Ziani, nell’edizione del 20 settembre ’96. Dopo la guerra, le spoglie dell’artista furono traslate nel cimitero ebraico di Laupheim, dove giacciono dal 10 gennaio 1946. Nella stessa fila in cui si trova la tomba del pittore sono sepolti anche Lazar Schönberg e John Hasenberg, con cui era salito sul treno a Bergen-Belsen.

 

"L'incendiario", 1931, Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo

 

Il Journal of Italian Translation, rivista letteraria di New York, che dedica ogni numero all’approfondimento di un artista italiano, nell’edizione della primavera 2023 pubblica le immagini di quindici opere di Nathan, corredate da una biografia dell’artista firmata da Marilena Pasquali, storica dell’arte e presidente del Centro Studi Giorgio Morandi e da un racconto di Alessandro Rosada, “Nathan nelle città”, tradotto da Anthony Molino. Apre la selezione di immagini “L’esiliato” del 1928, chiude “L’asceta” del 1924: in mezzo una galleria di rupi, frammenti, resti di barche, bastimenti persi in un orizzonte lattiginoso, torri spezzate, come fu spezzata la vita di Nathan all’annuncio delle leggi razziali. E l’“Autoritratto con gli occhi chiusi” del 1925, dietro i quali rimane insondabile il suo mistero.

MODA & MODI

Demna, il re è nudo

Anzi, con l'asciugamano 



 

Genialata o provocazione? Demna (è il Gvasalia direttore creativo di Balenciaga, ma ha vezzosamente abbandonato il cognome anche per marcare le distanze dal fratello Guram, rimasto alla guida dell’ex marchio comune, Vetements) insiste nel suo codice di comunicazione: prendere un oggetto banale, brandizzarlo, e mandarlo in passerella come oggetto del desiderio. È successo con la shopping bag Frakta di Ikea (0,75 centesimi) che in pelle versione Balenciaga svettava a quasi 1700 euro, proprio come la Trash Pouch dell’anno scorso, il sacco dell’immondizia riconvertito in borsa a mano per lo stesso prezzo. E così via di stagione in stagione, con i media che assecondano il gioco e si interrogano sul concetto, anzi sul “concept” sotteso alle crocs col tacco, ai sacchetti di patatine come pochette, alle sneakers distrutte in edizione limitata, il cui modello di punta tocca i 1450 euro.

 L’ultima trovata è la più estrema, senza neanche la foglia di fico della materia prima di pregio. Un asciugamano beige di spugna, due bottoni interni e il logo stampigliato frontalmente, da portare a portafoglio, effetto uomo docciato o che si cambia il costume in spiaggia. È la ”Towel Skirt”, prezzo in pre-order sul sito 695 euro, con l’avvertenza “dry cleaning” che porta l’operazione a livelli sublimi di presa in giro. Appunto: genialata o provocazione? Giornali e riviste online si dividono tra chi pontifica con sprezzo del ridicolo su “Demna che vuole rendere glamour anche la doccia del mattino” e chi riflette sull’abilità del designer georgiano, ora lussuosamente radicato a Zurigo, di denunciare la perversione dei loghi. Insomma, sarebbe una sorta di spavaldo attacco dall’interno del sistema alla clientela esclusiva che può spendere centinaia di euro per un asciugamano logato con le due B a specchio, del tutto uguale a quello replicato per scherzo su Instagram da Ikea Uk per 16 sterline.


Genio o provocatore? Demna sembra piuttosto scollato rispetto al tempo e ai tempi. Dopo che un anno fa l’intero mondo della moda gli ha dato addosso per la campagna pubblicitaria con le borse-orsetto sadomaso sui bambini, ci si aspettava un cambio di linguaggio, anche per non irritare il gruppo del lusso Kering, a cui conti, posizionamento e reputazione del brand certo non sfuggono. Invece, con la gonna in spugna, il designer persevera nell’“ironia da saper cogliere”, come la definiscono molti giornali, mentre i post dei consumatori propendono per la porcheria griffata e la presa in giro (non con le stesse parole).


Non c’è nulla in queste proposte della grazia e dell’ironia di Moschino o di Gaultier, sempre sostenute da taglio e materiali, nulla dell’esigenza di sostenibilità, durata, qualità, riutilizzo che il Covid ci ha lasciato. L’impennata dei prezzi dei beni di lusso va esaurendosi, come l’ansia obnubilata da revenge shopping post-pandemia. Nel ripetersi Demna non trasmette la convinzione di un’idea ma solo la sua mancanza. E la difficoltà a leggere i segnali di un mondo cambiato. Il re è nudo, o con l’asciugamano? 

martedì 14 novembre 2023

MODA & MODI

 Project328, microcapsule di borse gioiello

 



Trecentoventotto passi separano due laboratori nel cuore storico di Trieste, nati entrambi dieci anni fa. Amici, artisti, artigiani, spesso insieme negli appuntamenti espositivi, Rossella Mancini e Matteo Dazzo di Maison Dressage, designer di borse e accessori in pelle nell’atelier di via Donota, e Lodovica Fusco, creatrice di gioielli contemporanei con la sua griffe Collanevrosi in piazzetta Barbacan, hanno deciso di intrecciare i loro mondi per dar vita a un’estetica comune. Pelle nera, ottone placcato oro e perle, elementi diversi per natura, colore, sensazioni tattili, hanno trovato il loro equilibrio in un oggetto prezioso, fatto a mano.

 



È nato così Project328: pochi passi a separare i creativi e un progetto a sei mani ideato insieme, nella scorsa primavera, da cui è uscita una mini mini collezione di due borse, una pochette e una baguette, già presentate lo scorso settembre al Maison Objet di Parigi e a Coterie di New York. Oggi si possono vedere da Combiné in piazzetta Barbacan e in dicembre saranno nella vetrina-mercato di CrafTS, il meglio dell’artigianato artistico triestino, in piazza Ponterosso (oltre che sui rispettivi shop online, collanevrosi.it e maisondressage.com). I primi pezzi hanno convinto il mercato americano, per averli bisogna ordinarli e aspettare il tempo tecnico di un mese, come richiede la produzione manuale, soprattutto per la fusione a cera persa del metallo.

 


 

Riconoscibilissima per il suo minimalismo e il disegno rigoroso, è la struttura in pelle a concia vegetale dei due creativi di Maison Dressage, un brand che da sempre guarda alla precisione e all’eleganza della tradizione equestre per le sue collezioni di borse, bracciali, collane, choker, polsiere. Negli anni si è un po’ perso il gusto fetish degli oggetti, a vantaggio di linee geometriche, pulite, equilibrio tra funzionalità e decoro. Come combinare il nero severo della pelle con le placcature dorate e l’effervescenza delle perle bianche che caratterizzano le collezioni di Lodovica Fusco? Le ispirazioni dei tre designer sembrano andare in direzioni opposte, il rischio di creare un assemblaggio strampalato c’era.

 


 


L’idea è stata un abbraccio tra gli elementi, ispirato ai contrasti della natura. L’ottone è diventato una decorazione sopra la chiusura delle borse, una sorta di fibbia che nel disegno riproduce le screpolature della terra punteggiate dalle perle come sbuffi di schiuma marina. Per un caso fortunato le immagini promozionali della mini collezione sono state realizzate in Islanda, a Litli-Hrùtur, sito dell’eruzione vulcanica dell’agosto scorso, dalla videomaker Giuditta Dalla Torre con la performer Rouge Maudit: un paesaggio che sintetizza anche il senso del progetto dei due brand, contrasto e intreccio. I prezzi sono da oggetto esclusivo, nessuno è uguale a un altro.
 

domenica 12 novembre 2023

LA STORIA

Cade a pezzi la libreria di Saba a Trieste

Appello per salvare "l'antro oscuro" del poeta

 

Fotoservizio di Andrea Lasorte per Il Piccolo di Trieste

 




 

«No, non si può visitare, mi spiace. Ma vi racconto la sua storia». Il gruppo di turisti americani staziona stoicamente sotto una pioggia impietosa davanti alla vecchia saracinesca abbassata al numero 30/b di via San Nicolò. “Libreria antiquaria Umberto Saba” dice la scritta sul vetro a mezzaluna, tenuto insieme da una striscia di nastro adesivo. Chiuso per malattia, recita il post it sulla porta, messo da un commerciante vicino. Volonterosamente la guida turistica cerca di mitigare la delusione dei visitatori, raccontando del vecchio poeta e dei versi scritti dietro quei muri.


È chiusa da cinque mesi la libreria di Saba, da quando il suo proprietario, Mario Cerne, si è ammalato. Un lungo periodo che ha aggravato anche le condizioni del luogo, dei pavimenti, dei soffitti, dei ripiani di legno che corrono fino al soffitto. In alcuni punti sono incurvati, sembrano soccombere sotto il peso dei libri e di cotanta storia dimenticata.

 


 


A improvvisarsi cicerone è l’avvocato Paolo Volli, responsabile del patrimonio immobiliare della Comunità ebraica, proprietaria dell’intero immobile e quindi anche dei muri della libreria. Alza la saracinesca, accende la luce da un vecchio interruttore introvabile dietro la porta d’ingresso, cammina sulle tavole di truciolato compresso messe provvisoriamente a riparare il cedimento di alcuni parchetti a spina di pesce. Da sotto i rattoppi esce una terra spessa, che s’intravede qua e là. Non è facile procedere lungo le stanze, letteralmente manca il terreno sotto i piedi.


La famiglia Volli è legata a Saba da un rapporto antico: il nonno di Paolo, Ugo, avvocato anche lui, con lo studio in via San Nicolò aperto nel 1929 e poi a lungo portato avanti dal padre Enzio, gli raccontava che una parte dei libri della loro biblioteca legale si era salvata dallo scempio dei tedeschi perché Saba aveva dato ricovero ai volumi nella sua libreria, al piano terra dello stesso edificio. Altrimenti avrebbero seguito la triste sorte degli altri, fuoco per riscaldare una casamatta.

 


 


Ora è tempo di ricambiare il favore. E Volli lancia un appello alla città, propone una sottoscrizione pubblica per salvare la libreria di Saba dal suo inarrestabile degrado. Alcuni privati si sono già messi in cordata, ma ne servono molti di più. I lavori dovrebbero partire entro l’anno, per durare circa otto mesi, con ditte e restauratori della città guidati dall’architetto Aulo Guagnini, incaricato dalla Comunità ebraica, lo stesso che ha seguito la nascita del Caffè Sacher di Trieste nel magnifico ex negozio Rosini. La Comunità sta impiegando energie e tempo nella regia dell’operazione, ma interviene anche con un impegno finanziario.

 


 

La cifra del preventivo è importante, centodiecimila euro salvo sorprese, che probabilmente non mancheranno. E bisogna muoversi tra mille cautele e pastoie: su tutto l’immobile insiste un vincolo paesaggistico e storico, sulla libreria quello di studio d’autore, i settecento volumi con la sigla manoscritta di Saba e i suoi cataloghi sono intoccabili. Manca un’archiviazione dei volumi, al punto che non si sa nemmeno di preciso quale possa essere il valore “commerciale” dell’azienda. Accanto ai libri antiquari in più lingue, alle “Poesie” di Saba del 1911 e alla prima edizione del “Canzoniere”, sotto la sinfonia di tomi della Geografia Universale Utet spunta un Ken Follett e un libriccino del 2023 sul significato della parola “Amen”. Sembra una beffa affatto casuale. L’appello è esteso dunque a studenti, laureandi, ricercatori in archivistica, per riordinare definitivamente il patrimonio librario.


Bisogna fare ordine, innanzitutto, continuando un intervento già iniziato di ripulitura dal ciarpame accumulato negli anni. I libri - la massiccia scrivania che non passa dalla porta, certamente montata in loco e altri mobili inamovibili - andranno tutti ricoperti prima di alzare i parchetti, che verranno restaurati con la stessa essenza e colore originari. I più rovinati finiranno in fondo, quelli in migliore stato di conservazione saranno portati avanti. Prima di ri-appoggiare il pavimento dovrà essere realizzata una conca di cemento armato impermeabilizzata per scongiurare infiltrazioni. La carta da parati, in più punti cadente e strappata, è ottocentesca: dovrà essere pulita, mantenuta e, dove irrecuperabile, sostituita da tasselli color tortora per simulare la continuità cromatica.

 


 


Alle librerie servono puntelli, ma le “pance” scavate dal tempo verranno rispettate. Le due “torri” librarie della seconda stanza pare possano essere spostate, una sola ridisegnerà l’«antro oscuro» di cui Saba si invaghì e comprò a stretto giro nel 1919. Voleva rivenderlo e guardagnarci sopra, finì per seppellircisi con i suoi tormenti e la dannazione dei magri clienti. Al centro, in una teca di vetro, la macchina da scrivere del poeta. Ci scrissero sopra i ragazzi di una scuola, il ringraziamento a Mario Cerne che durante una visita aveva insegnato loro il funzionamento di quell’arcaico strumento con i suoi duri tasti ticchettanti. Da un cassetto spuntano le schede metalliche col nome dei clienti per la confezione delle etichette, tutte rigorosamente ordinate da Saba, insolventi compresi.

 


 


 


Nemmeno i monumentali termosifoni possono essere rimossi, ma si provvederà a riscaldare con un nuovo impianto. Nuovo sarà anche quello elettrico, con illuminazione “wall washer” sopra le librerie e di stanza in stanza meno forte, così da evocare la suggestione del luogo, «riproporre l’idea dell’antro con i libri illuminati, riportando il visitatore indietro nel tempo», spiega Guagnini. Chissà se i crocieristi che schiacciano il viso tra i rombi metallici della saracinesca si sentono investiti da quella potenza simbolica di cui parla Giampiero Mughini, cultore affezionato.


«Sarà un’operazione storica, culturale e certamente anche turistica» sottolinea Paolo Volli lanciando la sottoscrizione. Il conto bancario è stato aperto, chi volesse donare per il “Restauro libreria antiquaria Umberto Saba” può farlo con l’Iban IT78F0306909606100000199505. «Una sfida culturale che parte da zero e si rivolge alla città» aggiunge Guagnini.


Ma il futuro? «Mario Cerne si tiene in contatto continuo, se si sentirà in forze ritornerà al lavoro. Altrimenti - prosegue Volli - magari deciderà di cedere la libreria alla Comunità ebraica, vedremo poi in quale forma giuridica, che potrebbe realizzarne una parte di museo diffuso o, a sua volta, affittarla a un nuovo gestore con tutti i suoi vincoli. Intanto, pensiamo a renderla nuovamente agibile e fruibile».

 

Umberto Saba nel ritratto all'interno della libreria

 


All’uscita una coppia di ragazzi di Belgrado sbircia speranzosa attraverso la porta che si sta chiudendo. Volli si fa blandire e i due azzardano qualche passo tra la polvere e i rattoppi di tutto quell’abusato immaginario collettivo che va in pezzi, perlopiù nell’indifferenza.

lunedì 16 ottobre 2023

MODA & MODI

 Il potere dell'anonimo golfino Miu Miu

 

L'attrice Mia Goth apre a Parigi la sfilata F/W 2023 di Miu Miu

 

 Può un piccolo cardigan girocollo appoggiato alla vita, morbido ma non striminzito, diventare l’oggetto del desiderio di questo inizio d’autunno 2023? Un cashmirino tinta unita, grigio, lilla, cipria, con una fila di bottoni, infilato nella gonna e portato con la borsetta nell’incavo del braccio, a disegnare una figura tutta discrezione ed eleganza soffusa?


Può, eccome, secondo gli analisti, che valutano l’impatto sui consumatori di una quarantina di brand del lusso, incrociando ricerche online, presenze sui social media e traffico nel web. In base alla rilevazione dei dati del Brand Leading indicator di BofA, la Bank of America, per il secondo semestre consecutivo, Miu Miu, che firma il modesto golfetto da cui siamo partiti, è al primo posto nei desideri del mercato. Il pezzo-icona ha trascinato un’impennata di vendite per il marchio, estesa alla prima linea Prada, ma anche generato una febbre online, dove i cardigan, di qualsiasi tipo, siano essi fast o quiet fashion, sono compulsivamente cliccati nell’e-commerce (più 45% dice il termometro trimestrale di Lyst, che monitora prodotti e desideri dei consumatori).Si cerca il succedaneo che più si avvicina all’originale, venduto alla bellezza di 1250 euro.


La domanda è scontata: come può il golf più anonimo delle passerelle accendere cotanta brama? In realtà quello che sembra un modesto capetto, quintessenza del guardaroba altoborghese della signora Miuccia, è un geniale concentrato di tutte le aspirazioni e le contraddizioni che animano la moda del post-pandemia. È perfetto per il lusso sottotraccia, la tendenza della stagione: stile discreto, mai gridato, capi duraturi che non cavalcano l’hype del momento, tinta unita, da abbinare facilmente, un insieme che trasmette l’idea del classico impeccabile e affidabile. Al polo opposto dell’eleganza senza tempo, c’è la logopatia, tutt’altro che scomparsa, come testimonia la sfilza di accessori, felpe, maglioni, cappelli - originali o tarocchi - dal marchio esasperato. In molte borse di alta gamma il brand è di nuovo sbattuto in faccia, a segnare con enfasi un’appartenenza.


Il golfino Miu Miu abbraccia anche questa aspirazione e colloca il suo logo in alto a sinistra, in nero, firma inequivocabile, il segno della differenza e della distanza dalle imitazioni.

E il guizzo? Quella proposta birichina capace di attirare, dopo la signora bon ton, il tiktoker aspirante influencer? La risposta sfila in passerella, col versatile golfetto appoggiato alla gonna longuette per una soluzione più formale, o infilato dentro i collant trasparenti che spuntano fuori dal bordo della gonna, con altro logo bene in vista, per la proposta giovane e provocatoria. O, agli estremi, eccolo abbinato a un paio di mutande da passeggio, lisce o paillettate, dello stesso brand.


Nei grandi magazzini e online si sprecano le imitazioni. Il golfino, materiali a parte, è di semplicissima riproducibilità. Sta qui il suo potere: gratificare chi si permette l’autentico come chi si accontenta di vestire “alla maniera di”.