lunedì 8 gennaio 2024

  MODA & MODI

 

No-pants, sarà l'anno della mutanda? 

 

Emma Corrin alla Mostra del Cinema, settembre 2023

 

 Resisterà nel 2024 la mutanda urbana, o meglio, per dirla nell’indulgente gergo modaiolo, continuerà la tendenza “no-pants”? L’idea è all’osso: uscire di casa senza pantaloni o gonna, in un paio di collanti infilati dentro una culotte sgambatissima. Nel 2023 ha rappresentato la punta più estrema del sotto che diventa sopra, dell’underwear promosso outwear, un ribaltamento dei codici spiegato come ribellione post-Covid, all’insegna della massima liberazione del corpo. Su quelle mutande da passeggio Miu Miu, pioniera della svestizione 2023, ha piazzato il suo logo e ci ha infilato dentro un corpo efebico come quello di Emma Corrin, la Lady Diana della quarta stagione di The Crown, appena sbarcata a Venezia per la Mostra del cinema. In passerella Emma, ha affrontato la prova estrema, con un broncio che neppure il cachet da testimonial ha dissimulato: sfilare nelle stesse mutande ma ricoperte di paillettes, lasciando all’immaginazione degli astanti l’idea dei piccoli dischi dorati che si conficcano nella carne non appena i glutei guadagnino una qualsiasi seduta, morbida o rigida che sia. Ricordava Carrie Bradshaw modella per un giorno in Sex&The City, quando sognava di portarsi a casa un abito di Dolce & Gabbana e si ritrova in un paio di loro mutande glitterate.


La galleria delle celeb in intimo rimbalza nei siti. Le solite sorelle modelle Jenner, Kendall in slipponi neri Bottega Veneta a passeggio per Los Angeles, Kylie brandizzata Loewe, alla sfilata parigina della griffe, in canotta e slip bianchi, e poi Anne Hathaway, Dua Lipa sulla copertina del New York Times Magazine. Sui siti modaioli il dibattito divide, alimentato da prese di posizione eccellenti. Julia Hobbs di Vogue inglese plaude alla naturalità della scelta, ritiene che l’intimo a vista sarà una delle tendenze di punta del 2024, una sorta di dichiarazione di stare bene nella propria pelle nello spirito libertario degli anni Sessanta, Vanessa Friedman del New York Times si interroga su quanto la mutanda sia credibile sulle nostre strade, il Wall Street Journal boccia.

Quindi, in o out? C’è chi cita Chanel è il suo suggerimento di guardarsi allo specchio e togliersi di dosso qualcosa prima di uscire, come se la couturière celebrata in questi mesi nella sontuosa mostra al Victoria & Albert di Londra avesse sognato di liberare le donne non da orpelli inutili ma dalla convenzione sociale dei vestiti. Meglio allora riesumare la defunta prima signora Trump, Ivana, che già nel 1992 appariva su Vanity Fair in tuta da sci-mutanda giallo canarino, in pieno edonismo d’epoca. Vero è che ogni volta che una cosiddetta influencer calca la rete in slip s’impennano le ricerche, addirittura il 170 per cento in 24 ore con Emma-Diana a Venezia. Ma dal web alla strada? Le tante adepte degli shorts, in epoca no-shaming diventati purtroppo molto democratici, decideranno di alzare l’asticella?

La lettura socio-politica sostiene il diritto delle donne di mostrare il corpo, farne manifesto di libertà e di empowerment, in un momento storico in cui totalitarismi di varia natura si accaniscono su quelle donne che il corpo non lo coprono completamente.

Resta solo da decidere se al sacrosanto obiettivo arriveremo in mutande. 

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