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martedì 8 febbraio 2022

MODA & MODI

 

Carrie è boomer, ma prima è stata green

 

L’abito da sera “mille foglie”. Il poncho indossato dopo una notte brava con le amiche. Il costume da “Heidi” per un picnic sul prato. I due modelli firmati Halston, uno lungo arancio, l’altro corto blu. Siamo nell’episodio otto di And Just Like That, la serie che dopo più di vent’anni ci racconta cos’è accaduto nel frattempo alle ex ragazze di Sex And The City. Carrie, ovvero Sarah Jessica Parker, sta riordinando il suo guardaroba insieme a Lily, la figlia di Charlotte, prima di mandarlo in un magazzino.

Per la gioia e gli occhi dei cultori della serie, che non si sono fatti mancare nemmeno i due modesti film seguiti alle sei gloriose stagioni, alcuni capi storici scendono dagli appendini, riprendono fiato, riaprono il passato. Ricordate il Mille Feuille, il superbo pezzo haute couture di Versace che non uscì mai dalla camera dell’hotel di Parigi, mentre Carrie aspettava invano l’artista Petrovsky (il narciso Baryshnikov, al suo meglio) e che nella nuova serie si è messa un paio di volte per mangiare pop corn, appena rimasta vedova, davanti alla finestra del suo appartamento?

 

L'abito Mille Feuille Versace haute couture

 

 Il poncho se l’era buttato addosso per correre al servizio fotografico per il New York Magazine, in ritardo e con le occhiaie, all’indomani dell’ennesima rottura con Mr Big, e un’altra volta per coprire il dirndl, diretta al parco con le amiche, assemblando uno dei completi più assurdi e perversamente indimenticabili usciti dalla mente della costumista Patricia Field.


Vent’anni dopo quello che era lussuoso, sofisticato, allegro, etnico, è diventato vintage, più o meno d’autore. Così almeno lo vede l’adolescente Lily, che indossa il poncho come un reperto salvato da un’altra epoca. Un durevole guardaroba che la protagonista ancora rimette in circolo, che combina con capi nuovi, che ha conservato e curato gelosamente negli anni. Sono rispuntate fuori in And Just Like That anche le Manolo bluette equivalenti dell’anello di fidanzamento di Mr Big, incredibilmente sopravvissute per oltre due decenni alle strade e agli urti di Manhattan.

 

Lily col poncho di Carrie in And Just Like That

 


Ma è proprio questo il senso dell’operazione amarcord, studiata dagli sceneggiatori disseppellendo dall’affollatissima e impenetrabile rastrelliera i vestiti che evocano momenti chiave delle serie precedenti. Carrie, che dalle colonne di una rubrica è dovuta passare ai podcast, e ancora non ci si sente a suo agio, e dalle notti scalmanate alle scalmane delle menopausa, non può che essere stata green e sostenibile quando nessuno lo era, quando preoccuparsi del pianeta e della sua salvezza era da pochi lungimiranti eletti, molto cool. Gli abiti, le scarpe, le spille, che ritornano nella serie della maturità (a parte il “mille foglie”, degno di un museo), ci suggeriscono l’attitudine a proteggere e conservare quello che si è amato, a fare il riciclo creativo, l’upcycling.

 

Spilla "riciclata" e le celebri Manolo bluette

 


Insomma, sarà anche boomer la povera Carrie over cinquanta, proprio come tante di noi che sono invecchiate con lei, dovrà ancora fare l’orecchio, come le sue amiche del cuore, alle terze persone plurali di chi non si sente binario, ma nella moda è stata slow quando tutto intorno a lei girava fast e ai suoi capi continua a dare una seconda possibilità. L’ha fatto anche con gli uomini, ma nei vestiti certo non si sbaglia mai.

martedì 24 gennaio 2012

MODA & MODI


Carrie fa un comeback, ma è una liceale

Una minaccia corre in rete: ritorna Sex &The City, versione prequel, primo capitolo della saga, quando Carrie non era una trentenne esperta di uomini e di Cosmo, ma una sciacquetta liceale nel Connecticut, con una cofana di capelli come la Melanie Griffith "donna in carriera". Dopo il flop del secondo film e le scarse fortune professionali sul grande schermo delle quattro amiche, ai quali i relativi personaggi sono rimasti appiccicati (ora loro stesse direbbero "spiaccicati") addosso, la HBO films ha pensato di ovviare alle cattiverie del tempo facendo un salto indietro, grazie al materiale che la stessa Candace Bushnell, creatrice del serial, fornisce con due suoi libri: "The Carrie Diaries", ovvero gli amoretti di una Carrie liceale, e "The Summer in the City", fresco di stampa, che ce la propone appena scaricata dalla provincia nella tentacolare New York. Se le protagoniste non potranno che essere "nuove", pescate da altri tormentoni televisivi odierni di rassicurante (e innocuo) successo, tutto prevedibilmente ruoterà ancora intorno alla moda, con un massiccio ripescaggio degli anni '80.

Sarah Jessica Parker sarà espropriata della sua Carrie probabilmente da Blake Lively (l'inespressiva Serena di "Gossip Girl"), ma ancora più amara è per lei la galleria delle sue vecchie foto che i siti propongono come fonte di ispirazione per Patricia Field, la costumista del pirotecnico, inesauribile guardaroba diventato cult. 

Eccola Sarah Jessica, nel suo prequel autobiografico del 1987, infilata in una sorta di divisa scolastica: microkilt e golfino, decorato a ramage su quel seno che ci avrebbe accompagnato per almeno tre serie di "Sex and The City", prima della deludente lievitazione, a ridosso degli anta.
I capelli sono una criniera di riccioli in libertà sulla schiena, o raccolti da un cappelluccio su cui spicca un fiore enorme, un po' clownesco, una prova generale sbiadita di quelle costruzioni aeree, di capelli e copricapi, che avrebbe poi sfoggiato nei party a Manhattan.

E la salopette o i pantaloni denim a vita alta con le bretelle, quasi ripescati dal video archeologico di "Girls just wanna have fun"? Peggio ancora per il fidanzato dell'epoca, un Robert Downey jr insalsicciato in una giacca a righine da aspirante crocierista. Vien voglia di urlare: smettetela di frugare nel passato di Carrie e di Sarah Jessica e soprattutto nel loro guardaroba.
@boria_a

martedì 6 aprile 2010

MODA & MODI

Il bon ton non c'entra con l'happy hour

Donne con le gonne, ma soprattutto con le forme. Schiene piene e ben disegnate, vite ampie, décolleté rigogliosi. Che cosa succede se top model neomamme, sfoggiando le rotondità della recente gravidanza, sfilano inpasserella senza sottoporsi a snervanti digiuni? Che la moda ha riaperto un capitolo, delizioso, del suo passato, quello tra gli anni Cinquanta e i primissimi Sessanta, popolato da silhouette morbide che si appoggiano, una volta tanto, su entrambi i lati, A e B, avvolte in vestiti e consistenze che li esaltano.
Da Parigi a Milano rimbalza lo stesso "mood". Per gli appassionati di prodotti televisivi di nicchia (da noi, almeno), l'accostamento è immediato: la moda si ispira alle protagoniste della pluripremiata serie televisiva Mad Men, alle tornite signore che, nell'era kennedyana, lavorano in un'agenzia pubblicitaria newyorkese sulla Madison, con i loro delicati twin-set e chemisier, le gonne a ruota e il punto vita restituito dalla cintura, i colletti infantili e le cascatelle di rushes sulle camicette, i tweed spessi, che non hanno paura di aggiungere centimetri a centimetri già abbondanti. Non a caso, una delle protagoniste, Peggy Olson, la timida ma determinata segretaria che diventerà rapidamente copy writer, nella prima serie riesce a scodellare un bebè senza che nessuno dei famelici e sessisti executive che popolano l'agenzia si accorga di nulla, limitandosi al massimo a qualche commento sulle sue misure lievitanti.
Come accadde a Patricia Field per i vestiti di Sex&TheCity, Janie Bryant, la costumista di "Mad Men" regina del vintage, che ha ricreato in modo sublime il guardaroba dei Sixties, è già diventata una star in America: gli stilisti dichiarano apertamente di pescare dalle sue idee, Brooks Brothers e Banana Republic l'hanno ingaggiata per collaborare a serie limitate, il gusto retrò spopola nelle vetrine di Manhattan e i negozi dell'usato, anche quelli respingenti dell'Esercito della salvezza, sono diventati miniere da esplorare.
Certo, è improbabile che i suoi stupendi abiti da cocktail possano essere esportati in quei finti, tristi, omologati raduni che sono gli happy hour. Abiti alla Grace Kelly, cui la Bryant ha confessato di ispirarsi, sbracciati e regalmente scollati, con fantasie di grandi fiori e colori zuccherosi. O che il lui di turno indossi un completo scuro, il gilet e la cravatta sottile o, addirittura, altro fresco "repechage", il papillon.
Ma il revival è nell'aria, come voglia di pulizia, di bon ton, di sobrietà. Le reminiscenze anni '60 dell'ultima collezione di Prada, portate in passerella da modelle con fianchi e seno, sono raffinati abiti tagliati in  vita, maglioncini fermati dalla cintura, alti chignon trattenuti da una fascia. Vuitton ha proposto una florida Laetitia Casta, al suo terzo pargolo, con l'abito dalla gonna vasta sottolineata da un fiocco di velluto in vita e lunghi guanti color mou. Proprio come quelli, di capretto, che indossano le protagoniste del romanzo di Rona Jaffe, "Il meglio della vita", (anno 1958, riedito nel 2007 da Neri Pozza), uno delle storie importanti della letteratura femminile americana. È il gennaio 1952 e dalla metropolitana newyorkese escono centinaia di giovani donne, tailleur di tweed e guanti di capretto, per andare alla conquista di "the best of everything"...
twitter@boria _a

Peggy Olson della serie Mad Men (l'attrice Elisabeth Moss)

martedì 24 marzo 2009

MODA & MODI: Becky and the clashing colours

Rosso e arancio. Arancio e rosa. Rosa e verde. Questi accostamenti vi fanno rabbrividire? Urtano la vostra sensibilità al punto da indurvi a rivalutare lo scontato ma rassicurante total black? Avete sempre considerato Custo Barcelona un bizzarro signore che assemblea i colori con una vena di schizofrenia e comunque per una fetta di acquirenti che non supera i sedici anni? Bene, è tempo di rivedere i codici cromatici. Come fa Becky Bloomwood, o meglio l'attrice Isla Fischer, protagonista della versione per il grande schermo del successo editoriale di Sophie Kinsella, «I love shopping». Una simpatica spendacciona che degli accostamenti temerari fa la cifra del personaggio, anche un po' troppo, perchè le fan ortodosse della Becky letteraria si erano dipinte mentalmente un'eroina a tinte meno esuberanti.
Pazienza. Fidiamoci del fiuto di Patricia Field, geniale costumista della serie (e del film) «Sex & The City», dove abbinamenti al limite del buon gusto hanno contribuito a creare almeno tre delle quattro celebri amiche fashioniste. E la Field ha letteralmente "rivestito" anche Becky, la rossa pasticciona che infila viola su rosso, verde smeraldo su arancio, rosa shocking su tutto il resto, con buona pace degli accostamenti considerati immodificabili per i canoni dello chic. La Field promette: «Voglio donne con più potere», a cominciare da un colpo d'occhio subito audace, trasgressivo.
A volte le riesce, altre cade nella caricatura, ma il suo suggerimento rimane valido: diamoci una bella iniezione di fiducia, di spensieratezza, bandendo le tinte spente, insipide, sbiadite. Li chiamano «clashing colours», colori a contrasto, e devono per forza avere il compito di galvanizzare un'estate che i titoli di giornali e telegiornali continuano a colorarci solo in grigio e nero. Abiti, accessori e pure trucco, con occhi sottolineati di bluette e verde e una bocca rosso lampone. È la moda «consolatoria» dei tempi di crisi: accessori esagerati, o troppo
piccoli o troppo grandi, tacchi alti e scarpe decorative, una «palette» semaforo per aiutarci ad affrontare con spirito battagliero i rovesci dell'economia.
L'imperativo è osare. Pure con le dovute avvertenze, perchè l'effetto pagliaccio è sempre in agguato, è tempo di rompere alcuni tabù. Chi l'ha detto che azzurro e verde siano per forza inconciliabili? O che guanti e borsa viola (come la Becky del film) non possano essere gli accessori giusti per un abito rosso? Che il difficilissimo arancione non riesca a sposarsi col lilla? Sulla carta sembrano matrimoni contro natura, ma un pizzico di spudoratezza può trasformarli in accoppiate burrascose eppure originali, naturalmente appropriate per chi non ha paura di attirare gli sguardi.
Ne sono contagiati anche gli uomini, che si azzardano a uscire dal nero-verdino-grigetto-marroncino-crema del loro recinto cromatico. Qui intorno a me si aggira un evidenziatore con maglione rosa e pantaloni arancio (o viceversa? c'è un po' d'abbaglio), che guardo con l'incredulità e  lo shock riservati a chi apre una strada, un po' a casaccio.
@boria_a
La Becky cinematografica di "I love shopping"

martedì 13 novembre 2007

MODA & MODI: power cashmere

Non bastavano i tronchetti, i leggins, il grigio da suora, il neo-panterato che s'insinua dappertutto, persino sulle inermi ballerine. In quest'inverno di piccoli e subdoli orrori, c'è pura un'altra minaccia: il ritorno delle spalle imbottite. Ma come, non le avevamo sepolte con gli anni Ottanta e la Milano da bere, con le giacche e quei terribili, legnosi, militareschi soprabiti di pelle? Tutti ricordano Melanie Griffith in «Una donna in carriera», quando faceva le scarpe a Sigourney Weaver, sfilandole la scrivania e un appetitoso Harrison Ford, a colpi di stiletto (prontamente sostituiti in metropolitana alle scarpe da ginnastica) e soprattutto a «spallate» di spallone. Ma era quasi trent'anni fa, l'epoca della Thatcher e delle prime soap torrenziali, quelle Dallas e Dinasty piene zeppe, appunto, di signore con tacchi vertiginosi, rossetti scarlatti, chiome fluenti e tailleur-armatura super-fascianti, sotto cui mostrare i seni (e pure i primi glutei) ritoccati.
Sembra impossibile credere che la nuova generazione di donne in carriera, spesso nemmeno trentenni, voglia adottare il più trito capo del power-dressing e abbandonare abitini, golfini, scaldacuore e camicette, tessuti morbidi e il taglio impero di quest'anno, per tornare a sigillarsi nei tailleur scolpiti, con la vita da Barbie e le spalle flessuose come un attaccapanni. Imitando più che lo stile neo-Jackie di Cecilia (ex) Sarkozy, quello cancellieresco di Angela Merkel o quello di Hillary, la candidata-dominatrice.
E quelle imbottiture, poi, sono davvero archeologia della moda: tristi, posticce, mal attaccate, mai a posto e simmetriche. Come i «pesciolini» che qualcuna si ostina a mettere nel reggiseno, ma quelli, almeno, servono ad arrotondare forme disperse, non a «volumizzare» omeri per riconvertirli in un'arma contundente.
Se tailleur dev'essere, scegliamolo come quello delle quattro ragazze pronte a sostituire Carrie e amiche dell'ormai storico «Sex and The City». La nuova serie si chiama Cashmere Mafia e ha pure la stessa costumista, quella Patricia Field celebre per aver inventato il guardaroba televisivo di Sarah Jessica Parker (molto più originale dei capetti che la poveretta, costretta a essere Carrie per sempre, indossa nella vita vera). Le nuove quattro sono donne in carriera, ma "cashmire" appunto, morbide, sensuali, e indossano tailleur «corporate», aziendali, che sono sagomati, femminili, con giacche sciolte non necessariamente abbinate alla gonna.
Il «power», adesso, sta negli accessori. La borsa (ma per favore, non con il logo a vista) e le scarpe. Un paio di Manolo Blahnik, meglio ancora di Christian Louboutin, sono più «intimidenti» di qualsiasi spalla, per quanto rimpolpata sia.
@boria_a
Le protagoniste di "Cashmere Mafia"

martedì 6 febbraio 2007

MODA & MODI

Yo soy Betty, il riscatto delle cozze
Ugly Betty, l'attrice America Ferrera (ph. Abc)

Le sfigate hanno trovato la loro eroina. Si chiama Betty e in America e Inghilterra è già diventata un'icona di stile alla rovescia: anonima, un po' sovrappeso, coi denti ingabbiati nell'apparecchio, le sopracciglia cespugliose, assolutamente incapace di abbinare colori e vestiti senza sembrare un'insegna al neon. «Ugly Betty», protagonista l'attrice America Ferrera, è una serie televisiva che, negli Stati Uniti, ha sbaragliato tutti gli indici di ascolto, soffiando due Golden Globe alle stilose «Desperate housewives» e a quella gattamorta della dottoressa Grey dell'omonimo telefilm.
Basata sulla telenovela colombiana «Yo soy Betty, la fea, la fea» - e già l'origine la dice lunga sulla carica eversiva del prodotto - racconta le disavventure di Betty Suarez, assunta dal magnate dell'editoria Bradford Meade come assistente del figlio Daniel alla rivista patinata «Mode». Betty è arguta e acuta, ma viene scelta solo perché è probabilmente l'unica donna a New York con cui Daniel non andrebbe a letto.
La prima scena è già tutto il telefilm. Betty arriva a «Mode» impacchettata in un orrendo poncho rosso e blu con la gigantesca scritta «Guadalayara» che le ballonzola sul seno, causando una specie di infarto alla splendida receptionist Amanda.
Potrebbe sembrare il «Diavolo veste Prada» formato serial. Ma, al contrario dell'Andrea del film, che finisce risucchiata dall'implacabile sistema della moda, Betty non cambia né i valori né tantomeno il guardaroba. Anzi, quel suo stile «bancarella», quelle sue tinte esplosive da mercato latino, sono diventati un «trend».
Secondo un'indagine del network Abc, su cui va in onda la serie, i telespettatori si affidano all'antieroina delle griffe non solo per i risvolti buonisti della storia - l'intelligenza, la creatività, l'impegno che prevalgono sull'esteriorità: è la rassicurante faccia del sogno americano - ma anche per il suo modo di vestire, che ha riportato alla ribalta un delizioso look retrò anni Settanta.
Non tutto è casuale, anche nella bruttezza, ovviamente. Il poncho che Betty indossa il primo giorno di lavoro è un'idea della costumista Patricia Field, che ha inventato il pirotecnico guardaroba della serie Sex&TheCity. E così la collana della protagonista, una B gigante in creta e perle artificiali, che un po' fa il verso a quella famosa con la scritta «Carrie» di Sarah Jessica Parker, è opera della designer Jennifer Parrish (di Parrish Relics), tutt'altro che paccottiglia etnica.
Ma il resto sembra uscito in blocco da un negozio di seconda mano e con una sua, indefinibile, coerenza cromatica e cronologica: dai gilet di lana che danno a Betty quell'aria «zitellosa» alle camicette dalle fantasie caleidoscopiche, dalle gonnellone simil-jersey ai vestiti chiusi al collo con la sciarpina, dai golfini chiassosi e un po' infeltriti, all'abito «da sera» stile Judy Garland nel Mago di Oz, al tocco degli occhialoni da lettura linea occhio di gatto: tutto autentico e demodè, come i suoi ideali. E mentre intorno trionfano le griffe (visto il successo della serie gli stilisti non si sono fatti pregare a «prestare» capi e accessori), è il no-logo di Betty a sembrare davvero nuovo e originale.
Intanto, la rivista People ha scatenato la ricerca delle reali «ugly Bettys», invitando quante si sono sentite ignorate nella vita a causa di aspetto o look, a inviare foto e storie. Riuscirà il riscatto della «cozza» a prendere piede anche da noi, quando il telefilm approderà in primavera (dopo un primo assaggio già andato in onda su Happy Channel)? E il motto «be ugly» (scritto sulle magliette che l'online store della rete Abc vende alle fan, insieme agli accessori dei vari episodi) segnerà fieramente la rivincita delle bruttine, stagionate e no?
A guardarsi in giro, tra tv e riviste, è difficile crederlo. Ma c'è di certo una Betty nascosta in ognuna di noi. Basta non reprimerla troppo.
twitter@boria_a