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mercoledì 24 novembre 2021

IL LIBRO

Delitti a 33 giri di Furio Baldassi

nella Trieste sotto una palla di vetro 




 

Il gastrogiornalista rockettaro Furio Baldassi debutta da giallista. Senza dimenticare le sue passioni. Una, la musica, la infila già nel titolo, per mettere sulla strada i lettori. Dell’altra, ovvero la cucina ben innaffiata da birre e bottiglie di qualità, sono tanti i riferimenti lungo la trama del suo primo thriller, “Delitti a 33 giri” (Mgs Press, pagg. 200, euro 16,50), che ha al centro una molto contemporanea Trieste macchiata da una catena di singolari omicidi. Unici indizi, l’arma del delitto, una balestra, che il serial killer manovra con incredibile perizia, riuscendo a far fuori bersagli anche in movimento, e i 33 giri lasciati accanto ai cadaveri. Il libro verrà presentato il 26 novembre, alle 18, al Caffè San Marco, dall’autore in dialogo con Andro Merkù. 


“Smells like teen spirit” dei Nirvana “firma” il primo assassinio, quello di Angelo Maria Listuzzi, un insipiente travet della politica asceso dal Consorzio Oli Esausti alla presidenza dell’Autorità portuale, non certo per meriti suoi ma per decisione del deputato Franco Schergat, Papa Nero delle nomine cittadine, che strategicamente decide i candidati in base all’ottusità, alla manovrabilità, al totale immobilismo. Dopo Kurt Cobain e compagni, “Bat out of hell” di Meat Loaf accompagna il secondo morto, un trafficante di droga trafitto mentre in moto sta raggiungendo la sua villa-Fort Knox di Chiampore.

 

Sono invece i “Greatest Hits” del direttore d’orchestra anni ’60 Ray Conniff, colonna sonora dei film della fidanzatina d’America Doris Day, a suggellare il terzo cadavere, un boss romeno della tratta di clandestini, giustiziato nel parcheggio sotterraneo di un centro commerciale di Rabuiese. “Ramaya” di Afric Simone, il motivo dei trenini capodanneschi, celebra l’unico morto sfiorato, il sindaco Otello Michelut, provvidenzialmente chinatosi a raccattare il cellulare prima che la balestra lo trapassi in prossimità della casa dell’amante, nella defilata via Buie d’Istria. Infine, “The End” dei Doors, lasciata accanto all’ultimo giustiziato, quello eccellente.

 

 

Il giornalista Furio Baldassi

Un’arma medievale, dischi da intenditore, un omicida seriale che scuote l’apatico tran tran della città, presidiata in ogni carica di bosco e sottobosco dalle truppe conservatrici di Schergat, il proteo del Timavo della politica, con la benedizione della curia locale. Non c’è da meravigliarsi se il commissario Renzo Fierro, “talian” felicemente inurbatosi a Trieste con tanto di moglie autoctona, cerchi conforto in una liubljanska da passeggio sfornata dall’Approdo o, insieme al suo fido vice Zeno Martincig, trovi rifugio nella taverna balcanica Rustiko per riordinare le idee sui possibili sospetti. Perchè se le colpe dei trafficanti sono palesi, meno chiaro è il movente per un piccolo amorale profittatore come Listuzzi, o per il sindaco Michelut, un laureato all’università della vita arricchitosi facendo fruttare la macelleria della zia e reclutato in politica per le sue abilità di imbonitore, molto apprezzate dell’elettorato anziano e dagli estimatori dei rifacimenti di marciapiedi.


Riferimenti non troppo casuali sul fondale di una Trieste - per citare Brenno Brauer, il nerista del quotidiano locale - uguale alla città dentro la palla di vetro, che quando la scuoti scende non la neve, ma una coltre di “livore, desiderio di vendetta, vecchie beghe mai sanate, debiti con la storia mai ripianati”. Chi è allora il giustiziere che affianca criminali comuni alla nomenklatura cittadina? Per risolvere il caso Fierro dovrà avvalersi anche di un paio di gustose “risorse” interne della questura, il musicofilo Bruno Polojaz e Darione Filipaz, l’adiposo esperto di computer da decenni incrostato (e dimenticato) in un ufficio, che, miscelando gli indizi in un algoritmo, riesce ad abbinare dischi a futuri cadaveri. Ma l’assassino è sempre un passo più avanti.


Il genere del giallo è palesemente un pretesto. Da cronista esperto, con un passato ultratrentennale al Piccolo, Furio Baldassi imbastisce un’indagine che porta via via i protagonisti nei quartieri, lungo le strade, nei buffet che gli sono cari, luoghi dell’anima e di “spirito”, con un’ideale colonna sonora dei suoi best of. Il gioco dell’«indovina chi» è leggero e divertente, sia che si parli di burattinai e macellai, con la loro perniciosa corte dei miracoli seduta su ogni sedia disponibile, sia che si tratti di locali dove tutto è apparenza, dal cibo ai commensali, come al “Sunset” di Barcola (nome, ma solo quello, assolutamente di fantasia).


In filigrana, però, l’amarezza di chi, per mestiere, ha registrato negli anni l’inarrestabile degrado della classe dirigente, ormai ridotta a un manipolo di volti noti, più impegnato a soffiare sui fuochi mai domati del passato, che a costruire progetti per una Trieste dove i giovani non scappino. Allora l’ironia diventa disincanto, repulsione nei confronti di quanti fanno di una certa qualità della vita una cappa sotto cui soffocare ogni prospettiva. Che lasciano circolare vendicatori con armi arcaiche, pronti a far fuori predatori di ogni genere, anche della cosa pubblica.
 

venerdì 10 luglio 2015

IL PERSONAGGIO

Demna Gvasalia a Trieste, giurato a ITS 2015 (10-11 luglio): "Non mi piace come il fashion system impone le sue regole"


Demna Gvasalia

 


Undici anni dopo il georgiano Demna Gvasalia ritorna a Trieste con lo stesso modo di lavorare in testa: prendere un pezzo di abbigliamento classico, maschile o femminile, scomporlo e poi reinterpretarne dettagli, stampe e forma in chiave moderna. Allora, nel 2004, applicando questo criterio a una collezione uomo dal titolo singolare, "Fully dressed without a smile", vestito di tutto punto senza un sorriso", vinse il "Fashion collection of the year", il premio più importante di ITS Three. Uomini con bei giubbotti di lana e pelle, trench e camicie con un accenno di sparato, pantaloni morbidi sui fianchi e affusolati ai polpacci: il tutto decostruito e ricostruito fino a creare uno stile metropolitano, aggressivo ma anche morbido, ironico.
Il successo ha aperto a Demna, uscito dalla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, le porte degli uffici stile di Martin Margiela e Louis Vuitton, dove si è fatto le ossa ma ha anche capito quanto possa essere stritolante il calendario del fashion system, con le sue collezioni obbligate ogni quattro mesi.
Il sorriso era scomparso anche a lui. Così, un paio d'anni fa, con alcuni giovani designer all'epoca inseriti in altri marchi, Demna ha deciso di prendersi tempi diversi e dar vita a un nuovo brand, Vetements, con base a Parigi, che, ancora una volta, rilegge l'abbigliamento classico sballandone proporzioni e accostamenti, per vestire un popolo giovane e underground. Vetements - vestiti, appunto, perchè il focus è sui capi non sulla griffe - è stato selezionato quest'anno tra i finalisti del LVMH Young Fashion Designer Prize e nei mesi scorsi si è conquistato i titoli dei magazine specializzati proponendo l'ultima collezione, autunno-inverno 2015, nel sexy club gay Le Depot, a Parigi, una location efficace per rappresentare i lati controversi della moda. Così Demna, quest'anno giurato a ITS 2015, ci racconta le sue scelte.
Quando lavorava per altri brand, che cosa non le piaceva del fashion system?
«Il modo in cui impone le sue regole. Tutti le devono seguire. Semplicemente non ero d'accordo».
La pressione e i ritmi serrati delle collezioni hanno finito per bloccarla?
«No, anzi. La pressione per me ha funzionato all'opposto, ha stimolato la nascita di un'idea creativa personale e la voglia di metterla alla prova. E mi ha motivato nella decisione di dar vita a un brand tutto mio».
Quindi "Vetements" è nata dall'esigenza di lavorare secondo i suoi ritmi?
«Direi piuttosto dall'esigenza di esprimere me stesso senza condizionamenti e da un senso di liberazione».
Lei è alla guida di un gruppo di designer che vogliono restare anonimi. C'è l'idea di privilegiare la "squadra" piuttosto che i singoli?
«Ho fondato personalmente il brand e ora ne ho la direzione creativa insieme al mio team. Alcuni si occupano del design, gli altri dello sviluppo del prodotto e delle vendite. Siamo in pochi, quindi è inevitabile che tutti facciano un po' tutto. La squadra è composta da gente giovane e divertente e funziona. Ma nessuno si sente a suo agio a essere ripreso o fotografato, così per noi è stata una scelta del tutto naturale rimanere sullo sfondo del nostro lavoro, che in ogni caso deve parlare da solo».
Per lei cos'è la creatività? E va d'accordo col business?
«Creatività per me significa avere idee che eccitano e motivano lo sviluppo e il desiderio. E non solo è possibile ma anche molto facile combinare creatività e business, quando le idee si combinano con il desiderio».
Come lavora il gruppo di Vetements per una nuova collezione?
«La nostra squadra si basa sulla discussione e il confronto. Parliamo molto, lavoriamo con statistiche e facciamo ricerche teoriche su che cosa piace indossare alla gente che ci piace e che prendiamo come punto di riferimento. Analizziamo come si veste e come possiamo intervenire su questi elementi per creare un nuovo prodotto».
E l'ispirazione da dove vi viene?
«Dalla strada, dalla gente intorno a noi, dalla gente reale, dai nostri amici. E poi da Internet, Instagram, Facebook, dalle file nei supermercati, dai codici del vestire».
Avete in mente una donna o un uomo particolari quando disegnate?
«Cool, naturalmente».
È vero che le piacerebbe collaborare con Ikea?
«Oh, l'ho detto molto tempo fa... I nostri desideri cambiano e si evolvono con il tempo. Adesso penso piuttosto a una collaborazione con Walmart. Ma su questo progetto davvero non posso sbilanciarmi di più».
Che cosa le ha lasciato il lavoro da Martin Margiela e Vuitton?
«Esperienza preziosa e maturità professionale».
Si ricorda quella notte a Trieste, nel 2004, quando vinse il premio più importante di ITS Three?
«Certo: una gioia infinita, motivazione forte e molti vodka-Red Bull.
Da giurato, che cosa cercherà nelle collezioni dei finalisti?
«Individualità».
twitter@boria_a

"Fully dressed without a smile" la collezione con cui Demna Gvasalia ha vinto ITS Three a Trieste nel 2004 (foto Andrea Lasorte per Il Piccolo)

domenica 29 marzo 2015

LA MOSTRA
 

Cento gioielli del Novecento al Magazzino delle Idee




Cento Novecento. Un secolo d’arte raccontato dal punto di vista della Cassa di Risparmio di Trieste attraverso cento opere della sua grande raccolta, che ne comprende oltre quattrocento. Una selezione mirata a testimoniare le personalità di pittori e scultori legati al territorio, ma insieme a rappresentare il gusto, lo stile, gli orientamenti del collezionismo locale e quelli specifici dell’istituzione che, attraverso anni e stagioni, le opere individuava e acquisiva. Nessuna bizzarria, nè incursioni nel futurismo o nell’astrattismo puro, piuttosto la preferenza accordata alla “bella pittura” di autoctoni di fama, ai temi paesaggistici, alle marine e agli scorci cittadini, nonostante a Trieste in quegli anni non mancassero vetrine e mostre su artisti nazionali e tendenze più avanzate.

 
Al Magazzino delle Idee si apre domani, alle 17.30 (inaugurazione solo a invito, per il pubblico da mercoledì), la mostra promossa dalla Provincia con il supporto della Fondazione CRTrieste e curata da Patrizia Fasolato, che fino al 2 giugno offrirà ai visitatori l’opportunità di compiere un itinerario artistico e apprezzare dipinti e sculture non altrimenti fruibili. Tredici sezioni ripercorrono la genesi della collezione - oggi della Fondazione CRTrieste - i suoi sviluppi e le strategie di acquisto, da quella “Marina” di Ugo Flumiani, acquistata nel 1924 in omaggio al gusto borghese dell’epoca e alla riconosciuta fama dell’autore, fino all’acquisizione del 2008 delle dodici tele della Stock, straordinaria sintesi di arte e pubblicità con il prodotto più noto dell’azienda, il Brandy Stock84, e del grande bassorilievo Pan di Marcello Mascherini per la facciata dello storico stabilimento di liquori triestino. Ma in mostra si vedranno anche due opere di Afro e Fontana, una donazione del 2014, a testimoniare non solo la vitalità di una raccolta che cresce e si evolve, ma anche la scelta della Fondazione come soggetto privilegiato per conservare e promuovere i “gioielli” di privati collezionisti. 




"Bragozzi al largo" di Ugo Flumiani

Flumiani, pittore tutt’oggi molto amato a Trieste, tiene dunque a battesimo, il 20 marzo 1924, la pinacoteca della Cassa di Risparmio, seguito, due mesi dopo, da Edgardo Sambo. I registri che seguono passo passo le vicende della collezione riportano “Festa sul Piave”, perchè l’estensore, al di là del titolo, annota quanto crede di vedere lui stesso sulla tela: così lo sbuffo d’acqua del colpo di artiglieria nell’alveo del fiume, trasforma la “Battaglia sul Piave” pensata dall’autore, in una “Festa”.
 
Gli acquisti riprendono nel ’28 e sono destinati sia alla collezione dell’Istituto che a donazioni al Revoltella o alla Civica Galleria Triestina, come accade a opere di de Finetti e Irolli. La Cassa di Risparmio acquista dalle gallerie o nelle mostre del Sindacato fascista Belle Arti al Giardino pubblico. In equilibrio tra “gusto e dovere”, in questa sezione della mostra è rappresentata la pittura fresca e respirante del ’900, gli scorci ariosi del “Grano” di Brumatti, del “Podere” di Eligio Finazzer Flori, della “Veduta di Trieste” del solido Flumiani, accanto alla pensosa “Fiaba” di Dyalma Stultus. Intensa e interessante la galleria al femminile, dove spiccano il ritratto di Argio Orell e la giovane signora in abito nero firmata da Croatto.




"Rive di Trieste", 1938, Augusto Cernigoj


Sono anni in cui la Cassa di Risparmio apre le agenzie sul territorio, a Trieste e nei centri vicini, nobilitando anch’esse con opere d’arte, come i pannelli “L’Industria e il Commercio” di Barison, comprati nel 1937 e destinati subito alla filiale di Sesana. Come vogliono i tempi e l’opportunità politica, nella raccolta entrano le effigi del Duce e del Re. Santo Lucas, Ramiro Meng, Marcello Titz, Tranquillo Marangoni, Livio Rosignano, Tullio Silvestri, Nicola Sponza sono gli artisti al centro delle attenzioni della Cassa, che ne acquista le opere spesso per regalarle a personalità in vista o per fare premi di concorsi.

 
Il 1942 è l’anno del centenario della banca, celebrato commissionando a Marcello Mascherini l’«Abbondanza», una scultura destinata alla sede centrale, quell’edificio progettato da Enrico Nordio e completato tra il 1891 e il 1894. Il committente suggerisce sicuramente i temi della “terra nutrice” e del “risparmio fecondatore”, che Mascherini fa suoi e sviluppa in forme rotonde e opulente, con un’opera che non ha niente della retorica di quelle “imposte”, ma si colloca a livello della sua produzione più alta.
Un altro snodo importante nella storia della collezione è il dopoguerra, quando la banca cambia strategia “artistica” e comincia a guardare all’800, ai ritratti borghesi, all’estetica neoclassica, quasi a voler ricostruire la storia figurativa di Trieste e del suo territorio. Qui il visitatore troverà i “Calzolai” di Tullio Silvestri, già di proprietà di Italo Svevo, e “La malata” di Cesare Sofianopulo, un tempo appartenuta alla famiglia Garigioli. L’inventario, i famosi registri dell’istituto - Evidenza opere d’arte e Opere d’arte II - accoglieranno d’ora in poi maestri veneti, lombardi, friulani, marchigiani, allargando definitivamente la geografia artistica al di là del territorio giuliano e dei suoi interpreti.

 
Anche l’influenza dell’impressionismo, nelle sue declinazioni tedesche, venete e francesi, trova spazio in mostra con i ritratti di Fittke e Veruda, mentre la presenza costante del paesaggio nella collezione Cassa di Risparmio è rappresentata dall’olio “Le rive di Trieste” di Augusto Cernigoj, dipinto nel ’38 e acquistato nel ’46, quando la Galleria San Giusto gli dedica un’importante personale. L’Istituto ritorna a comprare arte nelle gallerie, come testimonia anche “Caffè all’aperto (Giardino pubblico”) del 1954 di Levier, scomparso un anno prima e celebrato dalla Galleria d’arte Trieste con una mostra postuma. Un capolavoro verso l’astratto è considerata la grande tela “Notte e luna” di Nino Perizi, presentata alla Biennale di Venezia nel 1952, dove la raffigurazione emerge da una sintesi del paesaggio data da linee, curve, campiture di colore in perfetto equilibrio. 


Caffè all'aperto", 1954, Adolfo Levier

Completa il percorso ancora un omaggio alla donna nei nudi di Corinth, Zangrando, Veruda, Fonda e Sambo, nei ritratti firmati da Leonor Fini e Vito Timmel, nella festa di colori che è l’olio “Donna e barca” di Vittorio Bergagna, fino alle sculture di Dequel, Asco e a “L’erotica” di Mascherini, acquisita nel 2011, ottant’anni dopo la sua realizzazione. Come anche per gli “Gli amici” di Miela Reina, acquistato nell’87 ben sedici anni dopo la morte della pittrice, queste scelte “all’indietro” mirano a ricostruire il percorso dell’arte triestina attraverso il secolo. 

" L'Erotica" di Marcello Mascherini, 1931

Il cerchio si chiude da dove siamo partiti, dalla collezione dedicata allo Stock84, che la Fondazione ha rilevato in blocco per difenderla da smembramenti. Le interpretazioni pittoriche del celebre brandy sono in linea con la storia di tutta la raccolta: un dialogo con Trieste, il suo territorio, la sua cultura.
@boria_a

sabato 7 febbraio 2015

LA MOSTRA

Trieste in stile New York, correva verso la guerra

La mostra "La grande Trieste 1891-1914. Ritratto di una città" all'ex Pescheria di Trieste (foto di Francesco Bruni dal Piccolo)

Il 30 dicembre 1909 sbarca a Trieste il principe Tsai Fhung, a capo di una missione di studio dell’Imperiale marina cinese, in visita al cantiere San Marco. La fotografia dell’aristocratico orientale - una figurina minuta, colta mentre incede speditamente nell’abito lungo e svolazzante, seguito dalle occhiate curiose di una delegazione di gentiluomini in completo scuro - è una delle sedici “immagini sospese” che all’ex Pescheria, fino al 3 maggio 2015, raccontano “La grande Trieste”. Dal 1891, anno dell’abolizione del porto franco, allo scoppio della Grande guerra, 1914: quasi un quarto di secolo in cui Trieste assume, esteriormente, la connotazione odierna, scandita dai grandi palazzi che testimoniano un’economia già solida, ma vivace e in crescita, un composito tessuto industriale e non solo portuale, una cultura multiforme, una pluralità di voci e di comunità, di cui sono espressione le arti, la musica, il teatro, l’associazionismo, il confronto sui tanti giornali, in italiano, sloveno, greco. Una sorta di “Trieste delle meraviglie”, New York in miniatura proiettata verso il mondo, dove un ingegnere boemo avrebbe potuto agevolmente scendere dal treno alla stazione centrale per poi imbarcarsi, dal lato sud del Molo IV, sul piroscafo Helouan, alla volta di Alessandria d’Egitto: pochi scali e servizio prestigioso, riservato all’aristocrazia europea e ai top manager dell’imprenditorialità.
Industria, porto, e terziario già all’avanguardia nelle campagne di marketing e di promozione, come testimoniano le immagini, quasi dannunziane, di aviatori o di bellezze femminili, che le Assicurazioni Generali fanno inserire nei pacchetti di “spagnolette” e che danno diritto a uno sconto sulla polizza. O l’Agenda della padrona di casa, gadget datato 1898, in cui accanto a una sorta di scadenzario del bucato, c’è l’invito, amabilmente intimidatorio, a una sana gestione del budget familiare rivolto alla gentile signora: È troppo caro?
Le foto “sospese” tracciano una sorta di galleria ideale di questo capitolo di storia recente ma ancora poco conosciuta, offrono spunti e collegamenti, suscitano curiosità che il visitatore potrà approfondire andando alla riscoperta di documenti, giornali, dipinti, modellini custoditi nelle collezioni della Fototeca dei Musei civici, del Revoltella, del Museo Schmidl, dei Musei Scientifici, della Biblioteca civica. Alla cordata di istituzioni comunali - perchè questa è mostra “autarchica”, che in tempi di magra punta a valorizzare le raccolte di casa - si affiancano lo spazio curato dalla Biblioteca nazionale slovena e quello riservato all’Archivio storico delle Generali, da cui proviene anche la singolare macchinetta distributrice automatica di polizze, destinate ai viaggiatori di terra e di mare per ventiquattro ore, in uso nell’Ottocento: 10 centesimi in cambio di un ipotetico premio di 3000 lire in caso di morte, mille per un occhio, trecento per la perdita di “almeno” tre dita.



Distributore automatico di polizze assicurative Generali: 10 centesimi per 24 ore
Sono trecento, in totale, le fotografie stampate appositamente per realizzare questo che, amministratori e curatori, hanno definito un “incubatore” di suggestioni. Cinquanta i metri lineari di bacheche, uguali a quelle in uso a Vienna e appartenenti al Museo di storia naturale, nell’epoca d’oro il terzo per importanza in Italia, con direttori che erano scienziati di fama e curavano rapporti internazionali, come testimoniano i coccodrilli esposti, omaggio o acquisizione da omologhe istituzioni estere. Tredici i chilometri di cavi nautici che, sotto il soffitto della Pescheria, ne riproducono il cassettonato, in otto colori diversi, simbolo delle comunità e delle componenti diverse della Trieste “plurale”.
Le immagini appese si misurano con l’altezza della Pescheria, anch’essa orgogliosamente appartenente all’epoca rappresentata in mostra, e rimandano alle dieci aree tematiche ricavate ai lati. Si parte dal 1849, quando Trieste viene riconosciuta “città immediata dell’impero”, col privilegio di un rapporto diretto col sovrano, per poi approfondire l’adozione delle più innovative tecnologie in tutti i campi, dal telegrafo, all’illuminazione elettrica, al cemento armato per le costruzioni portuali, quindi passare alle proiezioni marittime, esaltate dal Lloyd Austriaco e dalla Compagnia austro-americana dei fratelli Cosulich specializzata nelle rotte del nord e sud America, entrambe tra le più importanti al mondo, ma anche dagli armatori delle compagnie libere triestine. Nel 1893 l’Austria decide di premiare le costruzioni navali effettuate nei cantieri nazionali: vent’anni dopo, il successo di quest’incentivo è rappresentato nel dipinto di Timmel in mostra, punteggiato di navi, sul cui nome e appartenenza si lavorerà in futuro. È la prima opera documentata di grandi dimensioni del pittore, per un valore di oltre mille corone, donato dagli armatori al Museo del mare a testimonianza della capacità di crescere e della volontà di far crescere anche la cultura cittadina.
Dal Museo Schmidl arrivano le istantanee della Trieste “scatola magica” di educazione artistica e divertimento, con immagini del Verdi, del Filodrammatico (l’ultima recita prima della chiusura), dell’Armonia, del Rossetti, del Fenice, del Minerva, della sala teatrale del Narodni Dom, della Società Filarmonico Drammatica e dello Schillerverein. La Festa delle Bambole al Verdi nel 1907, una Grande Cavalchina al Rossetti del 1905, le allieve del maestro Coronini con i loro strumenti a corda, la costituzione del Circolo mandolinistico, un ritratto di Eleonora Duse dedicato “al signor Morpurgo”, si affiancano ai preziosi strumenti musicali, ai costumi teatrali, alle locandine, tra cui una “Dannazione di Faust” firmata da Dudovich, per suggerire l’ambiente colto che fa da cornice al fervore economico, spaziando dalla lirica al cabaret.
Costumi teatrali del museo Schmidl di Trieste
Ma torniamo sotto la galleria “sospesa”, immaginando che cosa avrebbero potuto vedere il principe Tsai Fhung e l’ambasciatore Leu Pou Dong durante la permanenza in città, che festeggia l’importante delegazione sulle note dell’inno cinese suonate dal Reggimento Bosno-erzegovino, tra l’entusiasmo di una folla trattenuta a stento. Un anno prima, il 1° novembre 1908, a Trieste è stato aperto il frenocomio di San Giovanni e i pazienti già lavorano nei laboratori del comprensorio. In tutt’altro scenario (e alcuni anni dopo, nel 1913), la famiglia Basilio si lascia immortalare dal pittore comunale Pietro Opiglia - che non disdegna di fare il ritrattista o il fotoreporter - nella villa di Grignano con le racchette da lawn-tennis, sport diffuso in città dal 1896. Due anni dopo, nel ’98, in via Murat nasce il Lawn Tennis Triestino, che raccoglie gli appassionati della disciplina.

La famiglia Basilio nella villa di Grignano con le racchetthe da lawn-tennis, 1913
Sono ricordi che già sbiadiscono la grande festa della Lega Nazionale in piazza Grande, nel 1902, e lo sciopero dei fuochisti, il 2 febbraio dello stesso anno, contro straordinari non pagati e obbligo di turnazioni di guardia più pesanti.

Per la prima ascensione dell’aerostato, il principe avrebbe dovuto attendere ancora un anno. È il 30 aprile 1910 quando il pallone prende il volo, riempito di gas dal concittadino Otto Pollach. Un’immagine degna della Trieste delle meraviglie, che quattro anni dopo, il 2 luglio 1914, avrebbe seguito il funerale di Francesco Ferdinando e Sofia. E forse un po’ anche il suo.
@boria_a

mercoledì 10 dicembre 2014

IL LIBRO

Vivere a Trieste, esterni e interni segreti di una città



studiocinque e altro di Ines Paola Fontana e Roberta Debernardi


Trieste vista dai suoi interni. La città del prefisso “multi” per eccellenza svela i suoi eleganti, un po’ narcisistici individualismi, il suo “particulare”, gli angoli più intimi. Guidati da una giornalista e stimolati dall’obbiettivo di una fotografa, entriamo nelle stanze di case private, ville, appartamenti, sottotetti, e lasciamo scorrere gli occhi con curiosità su pezzi di design, su preziosi oggetti di famiglia, su colpi cromatici o, all’opposto, su ambienti “greige”, mix di grigio e beige, su bizzarre collezioni, timbri, carnet da ballo, porta-bouquet...
Micaela Zucconi Fonseca, per dieci anni alla vice direzione di Marie Claire Maison e Francesca Moscheni, fotografa, hanno scatenato il gioco di società più divertente, che sicuramente gli autoctoni compulseranno, il who is who di Trieste, o meglio, il whose is whose.
Di chi è la mansarda dove la ceramica di una vecchia stufa incornicia un caminetto e la padrona di casa dorme nel letto che fu di sua nonna guardando un disegno di Bueno? 




Chi è la famiglia italoamericana che abita nella casa rurale ottocentesca in pietra del Carso, sul colle di Scorcola, filo conduttore il colore rosso e firme di designer come Patricia Urquiola e Tomita Kazuhiko che convivono con i vetri di Venini, il paravento balinese e una porta acquistata in Rajasthan, in un “crossover” stilistico sorvegliato dal gusto della padrona di casa? Chi si muove nei solenni ambienti stile Impero, dove ogni modernità è bandita e il tempo si concentra in due secoli, Seicento e Settecento, e la selezione di oggetti d’antiquariato, curata personalmente dai proprietari “battendo” mostre e gallerie («le aste no, non emozionano...»), è aperta idealmente dal dipinto di un noto francese del ’700, François Bouquet, che la padrona di casa acquistò a rate, per fiuto, senza conoscerne l’autore?
Chi è il Lorenzo collezionista compulsivo di accendini Zippo, di lampade, di giocattoli di legno? Chi è riuscito a trasformare una delle tantissime pietre con corda della, smontata, installazione di Kounellis in Pescheria, in un oggetto d’arredo, collocandola sopra un mobile cinese rosso denso?



Questi “interni” d’autore sono una delle sezioni, la più curiosa, del patinato  “Vivere a Trieste” (Idea Libri, pagg. 239, euro 49,00, edizione bilingue italiano e inglese) firmato da Micaela Zucconi Fonseca, triestina nel cuore trasferita a Milano, e Francesca Moscheni, milanese di padre triestino, da venticinque anni fotografa per importanti testate internazionali.

Un omaggio-strenna a una città fascinosa ma per tanti versi indecifrabile, al suo grande passato dietro le spalle e al suo futuro ancora da scrivere, alla sua architettura urbana d’autore e al design discreto e autorevole degli spazi privati, ai suoi artisti e intellettuali, ai creativi spesso più noti nel mondo che a casa, ai “miti” ormai entrati nell’immaginario collettivo nazionale: il bagno di “genere” Pedocin, il Leone alato delle Generali, Miramar, il Caffè San Marco dove Magris distilla parole, il “monumento” polveroso della libreria di Saba, maliziosamente (per vezzo o filo di perfidia?) accostato a quella dell’indaffarato e rampante libraio editore Volpato, la Drogheria 28.
Un biglietto da visita ricco di splendide foto (una sola, il golfo picchiettato dalle vele della Barcolana, è firmata da Marino Sterle) destinato a veicolare l’immagine di una città che ha tanto da offrire al turista e da riscoprire - o addirittura scoprire - per l’autoctono annoiato e distratto: cultura, arte, edifici e libri, ma anche attrattive da golosi e gourmand, atelier, botteghe d’artigianato d’autore, un archivio della moda che, grazie al concorso ITS trasforma una soffitta di piazza Venezia in una miniera inesplorata di giovani talenti internazionali.
Ma torniamo alle case perchè, forse a dispetto delle stesse intenzioni delle autrici, non potranno non catalizzare l’attenzione dei lettori. Nella spunta del “chi c’è chi non c’è” tra le più prestigiose e sfiziose, per due delle dimore selezionate gli indizi celati negli “scatti” mettono il curioso sulla buona strada. La ragguardevole “E” sull’asciugamano nel bagno impreziosito da una cascatella di piatti di fini porcellane azzurre, come una spruzzata di gocce sospesa sulla vasca, non potrebbe stare per Etta, la signora di villa Carignani? La collezione di borse di bachelite americane degli anni Quaranta, trait d’union tra zona giorno e zona notte nell’appartamento di un palazzo nobiliare, dove convivono antico e moderno, sia mai quella di un’altra signora che ama ricevere e raccogliere preziosità, Tina Campailla?
Nessun dubbio invece per villa Tripcovich, immaginificamente teatrale come la volle il barone de Banfield e la mano del pittore e decoratore Emilio Carcano, già “firma” delle dimore di Nureyev a Parigi e delle scenografie di Giulietta e Romeo per Zeffirelli, magione oggi di Luca Farina, patròn della “Orion”, che, forse anche per l’«intoccabilità» del regno di Falello, la riserva a residenza estiva, come un signore ottocentesco. E dubbio non c’è, naturalmente, dove sono gli stessi padroni di casa a fare gli onori: lo scrittore e regista Giorgio Pressburger nella casa-studio, zona “extraterritoriale”, in stile Secessione viennese, diversa da quella dove abita, lo scrittore Veit Heinichen nel buen retiro di Santa Croce, a picco su un mare mozzafiato, il pittore Serse Roma nell’ex serra ristrutturata dove dipinge e il collega Paolo Cervi Kervischer nell’abitazione-studio nella casa disegnata da Max Fabiani, disseminata da indizi che tradiscono la passione per l’Oriente.


il mare di Grignano dall' hotel Riviera
foto di Francesca Moscheni



Ancora, David Dalla Venezia, che ha scelto Trieste per lavorare alla sua pittura figurativa nutrita di fumetti e cinema, e Alice Psacharopulo, che svela all’osservatore solo uno scorcio della sua stupenda casa di via Commerciale. E c’è anche Fabio de Visentini, ex manager pubblico ma qui in veste di padrone di casa “aromatiere”, intento a setacciare, dalla sua lontana formazione farmaceutica, una cioccolata senza latte nè grassi, godimento per salutisti.
Il viaggio in questa Trieste-boutique si chiude con un pugno di ferro, il design industriale della Wärtsilä. E l’auspicio, in chi sfoglia, che cultura, turismo e pure industria permettano a nuove generazioni di lavorare, crescere e far crescere la città. Poi, magari, anche collezionare, qualcos’altro che sogni.

@boria_a