sabato 9 giugno 2018

IL LIBRO

Il cold case del burattinaio Dicker 





Dopo vent’anni un sanguinoso caso di cronaca viene riaperto. E la verità che sembrava giudizialmente cristallina si disintegra, mandando migliaia di pezzi a conficcarsi nella vita senza scossoni di una cittadina balneare sull’oceano, dove nulla, e nessuno, sarà più come prima. Era il 30 giugno 1994 quando nell’immaginaria Orphea, collocata nello Stato di New York, mentre si sta per inaugurare la prima edizione del festival teatrale, vengono freddati nella loro casa, a colpi di pistola, il sindaco, sua moglie e il loro figlioletto. All’esterno, un altro cadavere: una ragazza in tenuta da jogging è stata uccisa con la stessa arma, forse per aver visto l’assassino. Il caso viene affidato a due giovani e promettenti agenti, Jesse Rosenberg e Derek Scott, i primi ad arrivare sul posto, che conducono le indagini con solerzia e inchiodano il colpevole, un ricco ristoratore della zona. In galera non ci arriva: muore in un incidente durante l’inchiesta.

Siamo nel 2014, ancora una volta in prossimità dell’apertura del festival, e Jesse, diventato capitano (anzi, il capitano 100%, che non fallisce un’indagine...), sta festeggiando con i colleghi il suo prossimo pensionamento. È allora che Stephanie Mailer, una giovane giornalista imbucatasi al ricevimento, gli si avvicina e, brandendo un ritaglio di giornale, lo apostrofa con studiata malizia: «Nel 1994 ha sbagliato colpevole. Mi sembrava giusto che lo sapesse prima di lasciare il corpo». Il poliziotto e la cronista si incontreranno quell’unica volta, perchè nello stesso giorno Stephanie sparirà nel nulla.


Joël Dicker è tornato, e alla grande. Chi si è lasciato catturare e travolgere da “La verità sul caso Harry Quebert” (2012, Bompiani), best seller da sei milioni di copie, tradotto in 33 lingue, proverà ora la stessa ansia di arrivare all’ultima riga di “La scomparsa di Stephanie Mailer” (La Nave di Teseo, pagg. 708, euro 22,00), il suo nuovo, fluviale e intricatissimo giallo. Perchè al termine di ogni capitolo lo scrittore svizzero, con sbalorditiva abilità, apre un altro fronte, lascia una risposta in sospeso, getta un indizio, smantella una certezza, incastra una coincidenza, trascinando il lettore avanti e indietro dal 1994 al 2014, tra vecchie indagini e nuovi indizi, giù giù fino in fondo nelle vicende e nella personalità dei tanti personaggi, tutti cesellati eppure pieni di ombre, sempre alla fine sfuggenti. Con un espediente narrativo che sfaccetta ancor di più la trama, lasciando la prima persona solo alle voci degli investigatori Jesse e Derek, che sembrano così sovrastare il fruscio dei sospetti, delle rivelazioni, delle mezze parole in cui è avviluppata l’anonima esistenza di Orphea, un cellophane trasparente e asfittico, sotto cui si nascondono e si proteggono reciproci segreti.





La vera protagonista, in questo che è un grandioso thriller corale, è proprio l’opaca cittadina di provincia e il suo festival teatrale, evento di richiamo turistico e quindi di guadagno, ma anche palcoscenico per piccole e grandi vanità, occasione per realizzare un sogno o colpire a tradimento. Intorno a “La notte buia”, lo squinternato copione che l’ex comandante della polizia della città Kirk Harvey, vuol mettere in scena al festival del 2014, riscattando la figuraccia di vent’anni prima, quando lo spettacolo fu cancellato dal sindaco ucciso, si affollano i sospetti: il nuovo primo cittadino, Alan Brown, che prontamente, forse troppo, prese il posto del defunto, e sua moglie Charlotte, veterinaria e attrice di talento; il direttore del “New York Literary Magazine” Steven Bergdorf e la sua bella e avida amante Alice, il manager televisivo newyorkese Jerry Eden e la figlia Dakota, tossica e infelice, l’ambiguo critico teatrale Meta Ostrovski, che, insieme agli altri, ha trovato in Orphea un comodo riparo.


Tutti, a cominciare da Jesse e Derek, hanno un passato da cui fuggire e fantasmi da disseppellire, come gli indizi tralasciati nell’indagine, che continuano a seminare morte. La verità, dice Stephanie a Jesse Rosenberg nel loro primo e ultimo incontro, era sotto i suoi occhi, ma lui non ha saputo vederla.

Magistrale burattinaio, Dicker tiene alta la suspense fino alla fine, districando tutti i fili, solo in apparenza lasciati penzolare a vuoto lungo la trama. La notte buia, sembra suggerirci l’autore, non è solo quella della mano omicida, ma è il lato oscuro custodito in ognuno di noi, dissimulato nel tran tran quotidiano, dietro la facciata, che, in circostanze favorevoli, viene a galla e deflagra. Lasciando tutti, lettori compresi, senza fiato.

@boria_a

lunedì 4 giugno 2018

MODA & MODI

Il mollettone alla conquista del Rossetti






Il mollettone fermacapelli di plastica è sdoganato. Esce dalle docce, dalle palestre, dalle spiagge e marcia orgogliosamente alla conquista del Teatro Rossetti di Trieste, in una recente soirée di mondanità a chilometro zero. Chi l’ha detto che l’utile aggeggio debba restare confinato all’intimità domestica o al tempo libero? Avvistato nell’affollato parterre del Politeama, svettava senza timidezze su un abito fiammante e alla sommità di un capino platinato, rivendicando il suo posto tra stiletti, plateau e pochettine bonbon. Un caso isolato? Tutt’altro. Nella stessa giornata, all’Hotel Savoia, nel pomeriggio con relatore illustre che ha preceduto il gala in teatro, un altro mollettone, ingentilito da strass, passeggiava nell’uditorio ad altezza considerevole. Due nello stesso giorno non fanno temere l’epidemia, ma ce n’è abbastanza per registrare un inquietante “upgrade”.

Le orfane e le fan di Sex&TheCity ricorderanno lo “scrunchie”, quell’elastico di tessuto per capelli da insegnante di aerobica che Carrie, la protagonista della serie, bollava senza pietà come segno inequivocabile di provincialismo e gusto ordinario. Qualche anno fa l’elasticone visse un estemporaneo ritorno di fiamma, quando Hillary Clinton fu paparazzata in occasioni ufficiali all’estero con i capelli trattenuti da dischi di stoffa bianchi e neri. Contribuirono alla resurrezione anche un paio di attrici come Catherine Zeta-Jones e Sienna Miller, beccate a fare shopping con lo “scrunchie” abbinato alla pelliccia e agli occhiali da diva.


Fu un momento di gloria intenso, ma breve. In fondo si trattava solo del segretario di Stato americano, mica di un’influencer da milioni di follower su Instagram. Accettata la candidatura democratica alla Casa Bianca, cinque anni dopo, Hillary si tolse il grillo dalla testa e ricomparve in pubblico solo con la “political bob” o “pob”, mezza frangia per donne di potere, come la Merkel e Theresa May, che manuteneva a prezzi da capogiro. Dello scrunchie si perse ogni traccia.

Oggi, però, la moda la detta l’influencer.
Teniamo le dita incrociate: se un’azienda di mollettoni griffati ne regalerà una scorta alle Ferragni sparpagliate in tutto il mondo, anche il forchettone di plastica avrà di nuovo il suo meritato momento di gloria. E l’anonima signora triestina sarà stata un’involontaria e geniale anticipatrice di tendenza.

@boria_a

sabato 2 giugno 2018

L'INTERVISTA

Vittorio Zucconi e l'accappatoio rubato a Trieste 



La Lettera 22 su cui suo padre, giornalista, batteva furiosamente, fino all’alba. Il videoregistratore Betamax che gli permise, con moglie e figli piccoli, di non soccombere alla plumbea televisione sovietica, negli anni da corrispondente da Mosca. Il pacchetto di wafer divorato a Kuwait City, nel giorno della liberazione da Saddam, accanto a un’imbronciata Oriana Fallaci, che voleva essere la sola. E l’America percorsa in lungo e in largo dietro agli aspiranti presidenti, scoprendone i lati privati, le debolezze e le virtù.

La vita di un giornalista di razza come Vittorio Zucconi è fitta di incontri, personaggi, occasioni straordinarie. Di sapori, oggetti, auto, animali, trovati o lasciati da un capo all’altro del mondo. Cose e paesi che, nel suo ultimo libro, “Il lato fresco del cuscino” (Feltrinelli), gli permettono di ripercorrere un’eccezionale avventura di cronista, in un viaggio nella memoria condotto tra ironia e un po’ di nostalgia. Ne ha parlato a Trieste, in occasione del Premio Luchetta, e ha promesso di fare ammenda per un lontano "fattaccio".


Lei ha coperto per quattordici volte le campagne presidenziali americane. Ci racconta qualche presidente? Clinton, per esempio…
«Tra tutti quelli che ho seguito da vicino era il più grande candidato elettorale che abbia mai visto. Un mostro. Quando entrava in una sala, ci fossero 20 o 2000 persone, lui risucchiava tutta l’aria... anche se la parola risucchiare non è la più indicata, visti i precedenti... Aveva la capacità di trasformarsi nei suoi interlocutori: se parlava con una donna diventava donna, se parlava con un ricco diventava ricco, se parlava con un nero diventava nero. Era completamente zelighiano e ti dava l’impressione, che tu in quel momento fossi la persona più importante del mondo. Ecco perché era così bravo a sedurre le donne. L’altro grande candidato che ho visto all’opera è stato Ronald Reagan: simpatico, umano, spiritoso. Clinton non era spiritoso...».


L’ex attore che pochi prendevano sul serio… «Sì, dimenticando una cosa che avremmo poi tutti scoperto, anche in Italia, che ogni uomo o donna che voglia far fortuna in politica deve essere un po’ attore o attrice. Dopo gli anni ’60, dopo l’irruzione della televisione come elemento dominante, tutti devono saper recitare la loro parte. Reagan disse a un giovane deputato repubblicano che era andato a rendergli omaggio alla Casa Bianca: “Ricordati che in politica per avere successo devi essere sincero. Se riesci a sembrare sincero ce l’hai fatta”».


E Obama? «Un grande oratore, però con lo spartito. Non era bravo a improvvisare come Clinton, ma, come Reagan, aveva il copione e anche la battuta pronta. I presidenti ripetono cinque, sei, sette volte al giorno, in paesi e città diverse, sempre le stesse cose, ma quando le diceva Obama acquistavano vita. Aveva lo stesso problema che poi avrebbe avuto Hillary Clinton, quello di non sembrare troppo nero, di dare l’impressione che lui fosse un uomo qualsiasi, un candidato da votare indipendentemente dal colore della pelle, o, come sarebbe stato per Hillary, dal genere. Quindi non era bravo come gli altri, era bravissimo. In rapporto agli avversari, s’intende, perché la politica ha la stessa legge dello sport: non puoi battere qualcuno con nessuno. I suoi avversari erano dei nessuno, quindi ebbe buon gioco».


Hillary? «Due donne in assoluto contrasto tra di loro: c’era la Hillary pubblica, quella dei comizi, completamente rigida, chiusa nella sua bravura, nella sua intelligenza, nella sua preparazione. Straordinaria, però non sapeva comunicare. Poi c’era la Hillary privata, che ho avuto la fortuna di incontrare in alcune occasioni. Mi colpiva moltissimo come rideva. In pubblico aveva una risata da palcoscenico, fredda, artificiale. Quando era in privato rideva come una ragazza, risate spontanee, cristalline, anche un po’ “stupidine”. Sono stato tentato più volte di dirle: “Hillary ma perché non porti ai comizi questa donna? Butta via quell’altra. Parla dei nipoti, della figlia, della tua vita”. Le due Hillary che non si sono mai ricomposte, alla fine hanno creato una tragedia umana grandissima. Una donna che alle 8 di sera dell’8 novembre 2016 era presidente degli Stati Uniti, la prima donna presidente, e tre ore dopo era una donna qualsiasi».


Hillary ha sofferto la modaiola Michelle Obama? «Michelle non l’ha sofferta tanto personalmente, anche se dei rapporti tra le due abbiamo poche tracce, perché erano molto diverse. Hillary non avrebbe mai indossato jeans o zampettato per pomodori e peperoni in cortile. Michelle aveva il grande vantaggio che, essendo donna e non avendo un ruolo istituzionale, poteva non nascondere né la sua femminilità, che era prorompente, né il suo sangue di origine africana. I colori che indossava avevano chiaramente un sapore di Africa. Mentre Hillary con quel tailleur pantalone sembrava un soldatino di piombo. Erano assolutamente incompatibili, ma non credo che Hillary abbia sofferto direttamente il confronto... Il suo confronto era secondo me con il fantasma del marito, di Bill».


Aveva previsto la possibilità che Trump vincesse? «Non posso dire di averlo fatto, anche perché chi potevo essere io contro gli ultimi 158 sondaggi, dei quali 157 davano Hillary come sicura vincitrice? Sarebbe stato un po’ presuntuoso... Però avevo avvertito sia il giornale, sia attraverso twitter e i social network, che esisteva più di una possibilità che Trump ce la facesse. Perché sentivo arrivare il brontolio dal ventre dell’America. E soprattutto la non voglia di eleggere un altro Clinton alla Casa Bianca. In gergo americano si chiama la “Clinton fatigue”, la stanchezza: era pure buono, ma otto piatti di caviale no, datemi un pezzo di pane. Ho visto arrivare non tanto la vittoria di Trump quanto la sconfitta di Hillary».


Che ne pensa della first lady Melania?  «Mi fa un po’ pena, mi sembra una farfalla inchiodata con uno spillo, come in certi musei di storia naturale. Bella, terrorizzata all’idea di invecchiare e lo si vede, perché è una donna che finora ha fatto della bellezza la sua forza. Vive un po’ prigioniera nella Casa Bianca, aggrappata a quel bellissimo bambino, Barron, che riesce a difendere come un’orsa coi cuccioli. Ha tentato qualche sortita in pubblico con delle iniziative, ma tutto molto artificiale. Michelle era notoriamente non contenta di stare alla Casa Bianca, però recitava la sua parte col massimo possibile della felicità. Melania mi sembra una prigioniera del castello: della funzione istituzionale, dell’imbarazzo di essere la prima first lady che parla con un fortissimo accento straniero. E poi vive all’ombra di un mostro, del gigante con la pannocchia in testa, che si mangia tutta la scena, che dice delle cose invereconde, che ha chiaramente un rapporto con le donne non proprio esemplare».


La passione per questo mestiere è nata con la famosa Lettera 22 di suo padre? «Beh sì, anche se nel libro racconto che rimasi completamente sedotto dalla prima visita in tipografia, dall’odore del piombo fuso. Mio padre lavorava credo al Popolo, che era l’edizione milanese del giornale della Democrazia cristiana. I miei fratelli e sorelle non provarono mai il desiderio di fare il giornalista, mentre a me affascinava l’idea da quando vidi mio padre partire per l’Ungheria nel ’56. Ero un bambino, la rivolta di Budapest, i carri armati... Mia madre piangeva, io provavo un’invidia divorante: mio padre va al centro della cosa di cui oggi tutti parlano... Ma ho visto anche l’altra faccia del mestiere di scrivere, cioè l’immensa fatica. Chi dice che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, è perché non l’ha mai fatto davvero». 


Nel libro confessa un “reato”, commesso proprio a Trieste... «Mi vuole mettere in difficoltà perché ci devo tornare… Beh, sono stato affascinato da un meraviglioso accappatoio e l’ho rubato... Lo uso ancora a Washington, di un cotone fantastico, resistentissimo. E me lo sono insaccato in valigia. Una di quelle cose vergognose perché non è che non potessi permettermelo, quindi quando tornerò in quell’albergo (i Duchi, nel libro lo scrive, ndr) cercherò di pagarlo. Voglio saldare questo debito perché ho rubato solo due cose nella mia vita. La prima, un chiodo: una volta stavo piazzando dei quadri in casa e andai dal ferramenta lì a Washington. I chiodi li vendevano dentro delle grandi ceste, ma c’era la fila... io ne presi uno, me lo misi in tasca e uscii. Sono passati sedici anni e quel chiodo mi brucia in tasca da allora. E l’accappatoio, ogni volta che esco dalla doccia a Washington e me lo infilo, mi dà un brivido di colpa che cercherò di saldare tornando a Trieste».


Com’è l’Italia vista dall’America in questo momento? «È come l’Italia vista dall’Italia. Cioè un enigma avvolto in un mistero, si diceva una volta nell’Unione Sovietica. È inquietante per me vedere come questo paese stia tornando furiosamente indietro nel tempo e come si stia di nuovo dividendo in vari paesi, signorie, comuni. Abbiamo due Italie che non si parlano praticamente più e che vivono una vita parallela. E che rischiano soprattutto di staccarsi dall’Europa, l’ipotesi che mi preoccupa di più. È venuta in Italia mia figlia, una signora nei suoi anta, con delle amiche, e hanno deciso di andare a Roma. Ero spaventato un po’ all’idea, non tanto per mia figlia, ma per quelle signore di sobborgo americano col praticello verde, il golden retriver, lo steccato bianco, che arrivano nel merdaio romano… Invece, sono tornate con una cotta da ragazzine, entusiaste, drogate di pastasciutta, cacio e pepe. A volte forse noi siamo più severi nel giudicarci di quanto facciano gli altri. Stare a Roma cinque giorni non è come viverci, però abbiamo ancora una capacità di seduzione, nonostante tutto, che sottovalutiamo
.
@boria_a

martedì 22 maggio 2018

MODA & MODI

 Erbari come gioielli























Fiori, foglie, vetro, colore. La natura imprigionata in una teca o tra due dischi di vetro diventa un gioiello. Delicato, rarefatto, dal gusto un po’ retrò, anche se, a guardarle con attenzione, le minuscole composizioni incorniciate in una spilla o un orecchino disegnano geometrie contemporanee. I pezzi firmati Lamerti ricordano le atmosfere de “Il filo nascosto”, il film di Paul Thomas Anderson dove il dettaglio che non si coglie al primo sguardo, o che proprio non si vede, racconta molto della personalità del designer. Lamerti viene dal soprannome con cui gli amici di infanzia chiamavano Martina Angius. Che è nata a Cagliari trentadue anni fa, ma ha scelto Parigi come città dove vivere e produrre le sue piccole collezioni di accessori. All’inizio l’idea era diventare stilista e i primi passi sono stati da apprendista in sartorie romane e poi sul set delle fiction come sarta di scena. I ritmi della macchina televisiva, però, non fanno per lei, mentre l’incontro con un maestro di vetrate, che casualmente possiede un grande giardino, le rivela una vocazione: lavorare il vetro, materiale povero ma ostico, e presentare la natura come un oggetto raro da mettere in bacheca. Trasformare petali, foglie, pistilli in erbari in miniatura da portare al collo, alle orecchie, da appuntare su un abito.

Così, sei anni fa, da una serie di circostanze fortuite, nasce Lamerti. Muove i primi passi a Roma, poi il laboratorio si trasferisce a Parigi, dove i giardini urbani esplodono di colori. Se prima l’interesse di Martina per le piante era superficiale, con l’avvio del marchio comincia ad approfondire nozioni di botanica e a coltivare qualche pianta. I petali diventano tele infinitesimali da dipingere e poi da comporre in motivi sempre più astratti.


Ogni gioiello Lamerti è completamente creato dalla designer, che taglia il vetro, fa la molatura, essica i fiori e fissa il colore naturale prima che la disidratazione sia completata. Poi passa alla creazione del motivo, alla chiusura e alla saldatura, utilizzando argento e di recente anche oro. Del 2017 le collezioni “Matisse” e “Riflessioni sul colore e la materia”. Ora “Noir”, capsule di 50 tra spille, collane e ciondoli, solo in bianco e nero, come espressione di un momento personale di transizione e riflessione sull’identità dell’artista. “Noir” è in mostra, per tutta la settimana, da Giada a Trieste (via Roma 18, www.giadatrieste.com). www.lamerti.com
a@boria_a

domenica 20 maggio 2018

IL LIBRO

Lo stupro che macchia il sogno di Miden




Essere ordinati, non rumorosi, solidali. Far parte delle varie commissioni in cui si articola la vita sociale, dagli amanti del té ai fitofarmaci naturali. Ricorrere ai mediatori per comporre qualsiasi conflitto, siano battibecchi tra amici, bisticci familiari, incomprensioni culturali. Vestirsi con colori accesi, per allontanare la tristezza. Non importare niente dal mondo esterno che non sia stato vagliato e approvato. Indossare zoccoli di legno o sandali di cuoio prodotti a chilometro zero, perchè oltre a quello c’è l’ignoto. Essere felici.

“Miden”, la comunità ideale che dà il titolo al terzo libro di Veronica Raimo (Mondadori) ricorda da vicino la serie televisiva americana Wayward Pines, andata in onda in due stagioni tra il 2015 e il 2016. «Non parlare del passato. Non parlare della tua vita precedente. Lavora sodo. Goditi la vita»: regole che, scoprirà il protagonista Matt Dillon, trasformano la località dell’Idaho in cui è capitato per caso in un lager all’apparenza ameno e inclusivo, dove tutto è orwellianamente sorvegliato e da dove è impossibile fuggire.





Da Miden, invece, si viene accolti in numero contingentato e si può andar via. O essere espulsi per un comportamento che possa intaccare l’ordine. Che metta a rischio il dogma della felicità. A raccontarlo è una delle due voci narranti della storia, “il compagno”, professore di filosofia nell’Accademia della comunità, che a Miden è approdato fuggendo dal suo paese, ormai in pieno tracollo economico. Nella nuova società ha incontrato “la compagna”, prima arrivata lì per una vacanza, poi diventata residente, che ora attende un figlio da lui. Perchè se nel vecchio paese si muore di depressione e di paura e dilaga l’incapacità di procreare, Miden è piena di bambini: «lo sguardo ebete sotto il cielo stellato - sintetizza “la compagna” - contemplava anche la creazione di nuovi esseri viventi». Un giorno, però, alla casa della coppia bussa una ragazza: «Sono stata violentata dal professore», dice alla donna. È successo due anni prima, quando ancora il docente non conosceva la sua partner. L’ex studentessa non ha mai denunciato l’uomo, ma ora vuole che sia punito: «Perchè allora non lo sapevo, ora lo so. Che ho subito una violenza». A Miden è registrato come “Trauma n. 251”.


Tra loro, all’epoca, si dicevano “ti amo”, lei si faceva calpestare, sodomizzare, legare in un’aula di studio. Si lasciava fotografare nuda per un progetto artistico della scuola, che il professore le aveva suggerito di chiamare “Gioco e Controllo”. Ora, nel dossier dove anche quelle immagini sono finite come prova di un comportamento manipolatorio, i due vengono definiti il Perpetratore e la Subente. I loro feticistici modi di eccitarsi sono diventati un elenco di “pratiche”, su cui si esprimerà la commissione atta a giudicare se il professore ha commesso uno stupro sull’allieva, consenziente ma inconsapevole dell’abuso, se nel dna di lui c’è il gene che può corrompere il tessuto sano di Miden. Nel disciplinato svolgimento della vita della comunità, dove al rumore di un trolley sull’asfalto le mamme tappano le orecchie dei piccoli, non sono tollerati disequilibri o perdite del controllo, nè sonori nè altro.


Amici e conoscenti rispondono ai questionari. Testimoniano su comportamenti e possibili scorrettezze del professore. Il suo tutor dice di aver favorito il ricongiungimento alla “compagna” perchè la nostalgia gli infiacchiva lo spirito. La collega insegnante gli imputa l’idealizzazione della sua vita passata, persino la giacca che porta è un’eccentrica stortura, un segno di mancata uniformità estetica. L’istruttrice di nuoto lo giudica “sessista”, pur riconoscendo che l’appartenenza a una cultura che subordina la donna all’uomo sia difficile da sradicare. E l’anamnesi investe la coppia. La “compagna” porta il grigio, il colore della terra di nessuno, dell’indifferenza, che soffoca il nascituro sotto una coltre di coercizione. Gli scrive anche il padre della ragazza: da genitore prova odio, ma sul sangue prevale il suo essere tra i fondatori del Sogno di Miden, che non ha bisogno di martiri, ma di individui fiduciosi e fedeli al patto di essere felici.


Con le voci del “compagno” e della “compagna”, Veronica Raimo registra l’inarrestabile disgregarsi della coppia, in una società glaciale che dissangua ogni istinto, ogni individualità, ogni passione non vigilata. L’esito non potrà che essere un rigetto.
È forte la tentazione di leggere questo romanzo alla luce dello scandalo molestie e del #metoo, del disequilibrio tra le forze in campo, tra perpetratori e subenti delle cronache odierne (anche loro coscienti dell’abuso addirittura decine di anni dopo...). L’inquietudine che percorre il libro ci porta però in un’altra direzione e a un’altra domanda: il controllo paranazista fuori e dentro di noi, ci preserverà dal crollo?

@boria_a

lunedì 14 maggio 2018

IL VOCABOLARIO

Queste parole non passano di moda





L’idea di indossare uno slip dress vi fa arrossire? Non riuscite a darvi pace per la scomparsa della pochette? Vi consigliano una scarpa peep-toe e non sapete in che cosa state per infilarvi? Le parole della moda sono spesso oscure e gli esperti del settore le utilizzano come un gergo iniziatico, per pochi eletti che ne sanno di cose glam. Aprite una rivista, anche non di settore, e vi imbattete in cortocircuiti linguistici del tipo: il “mood” di quest’anno? Skinny-legged jeans con Beatles boots e clutch color block. Sarebbe molto più semplice e comprensibile, ma infinitamente meno posh - ops, chic - dire che nell’aria quest’anno ci sono jeans a sigaretta, stivaletti alla caviglia con tacco e una borsa bustina dai colori forti.

 Ma si sa: il fascino perverso della moda è anche la sua terminologia, che non è affatto materia di poco conto, ma una lingua specialistica, con un alto tasso di tecnicismi, infarcita di parole straniere e tanta necessità di compattezza e sinteticità. E come se non bastasse, se la moda passa in fretta di moda, lo stesso avviene per le sue parole, anche se non altrettanto rapidamente. Il francese, per esempio, che per due secoli ha monopolizzato il gergo dell’eleganza, fin dalla nascita delle riviste di moda negli anni ’80 del Settecento, ora ha perso terreno in favore dell’inglese: per questo clutch e leggings hanno spazzato via pochette e fuseaux.

E poi è facile cadere nei trabocchetti, o farsi sedurre da falsi amici: slip dress, per esempio, non ha niente a che fare con le mutande, ma significa abito sottoveste. O i “neologismi semantici”, cioè gli anglicismi con significati aggiuntivi: golf, per esempio, detto a un inglese, lo farebbe pensare a un green per praticarci l’omonimo sport, non certo a un cardigan, così come il suggerimento di indossare uno smoking per una prima teatrale lo confonderebbe, perchè nel suo guardaroba per queste occasioni ha tuxedo o dinner jacket.

L’Italia, poi, se ha un primato internazionalmente riconosciuto nel design, non altrettanto può vantare per la sua lingua, colonizzata dai “forestierismi”, che vengono giudicati più seducenti per descrivere un settore così effervescente e mutevole. A parte dolcevita e ballerina, pochi nostri termini riescono a infilarsi nella corazzata degli anglismi, tralasciando quei cotta e zucchetto che raramente possono servire per trattare il trend più hot del momento.
Come risolvere il problema? Cominciando proprio dallo strumento basic (per restare nel linguaggio modaiolo) per conoscere le parole, il vocabolario, che Zanichelli ha appena mandato in libreria. Il “Dizionario della moda”, di Mariella Lorusso, in doppia versione inglese-italiano e italiano-inglese (pagg. 640, euro 24,50), con qualcosa come 30mila lemmi e oltre 300 illustrazioni di stili, capi, accessori e tecniche, 170 falsi amici, oltre 2mila frasi ed esempi e, in appendice, una tabella di misure e taglie.


Un'opera naturalmente indirizzata agli studenti della moda, ma anche ai professionisti che, in diversi campi - giornalisti, traduttori, studiosi, costumisti, operatori di tutta la complessa filiera dell’abbigliamento e dell’accessorio - hanno a che fare con la terminologia della moda. Un vocabolario - spiega Lorusso - che ha richiesto una certa dose di “creatività” metodologica, per mettere ordine nei processi di formazione dei vocaboli, nei prestiti da altre lingue, nelle abbreviazioni (bra non è nient’altro che un reggiseno, “troncato” da brassiere), nelle modificazioni semantiche (pensiamo a tight, stretto, che al plurale, tights indica i collant...) e nei neologismi. Non mancano gli eponimi, ovvero i nomi comuni derivanti da personaggi famosi.

E se le borse Kelly e Birkin sono entrate nell’immaginario collettivo, it-bag con interminabili liste d’attesa, meno battuti sono i “Lennon specs”, gli occhiali alla Lennon, o la “scollatura sabrina”, che richiama la Hepburn dell’omonimo film, il “bogie look” ispirato al trench e al cappello di Humphrey Bogart o la “serafina”, maglietta girocollo con tre bottoni che indossava il bucolico Celentano sullo schermo.






Audrey Hepburn in "Sabrina"

Un vocabolario resta soprattutto uno strumento di lavoro, ma nella consultazione spuntano curiosità su cui riflettere. Pensiamo al suffisso “kini”, che si moltiplica in costumi da bagno come il trikini, il tankini e il pubikini, sulle cui dimensioni, soprattutto in quest’ultimo, non c’è molto da far correre l’immaginazione, ma, all’estremo opposto della scala vestimentaria, recupera tutti i centimetri persi in spiaggia e lascia visibili solo gli occhi sotto un burkini. 

@boria_a

martedì 8 maggio 2018

MODA & MODI

I disoccupati non si mettono in felpa 



 

Attenzione alla scritta su felpe e magliette. Nel bicentenario della nascita di Marx, il proletariato è intoccabile, almeno per la moda. Lui, il filosofo autore del Capitale, è diventato icona pop come il Che, ma guai a ironizzare sulle classi operaie. Il grande fratello della Rete è insorto contro gli slogan “unemployed”, “broke”, “working class” - disoccupato, squattrinato, proletario - e su qualsiasi riferimento alla parola “povero” stampata su capi d’abbigliamento. “Too poor for Dior”, recita una t-shirt. E un brand ha varato la linea per “council estate princess”, principesse delle case popolari: niente da fare, anche dove la dissacrazione è palese e l’ironia leggera, gli internauti hanno storto il naso. Su questi temi non si scherza.

Alcuni dei brand o delle catene chiamati in causa si sono affrettati a fare ammenda e a togliere dalla produzione i capi incriminati, primo fra tutti H&M e la sua felpa del disoccupato, di un bell’arancione segnaletico da cantiere stradale. Il prezzo popolare, in questo caso, ha infastidito ancora di più gli internauti, come se la scritta fosse una presa in giro, un doppio tradimento da parte di una catena di fast fashion nei confronti di chi può permettersi solo i suoi vestiti: “lavoro ma non ho i soldi per comprare la tua felpa del disoccupato”, ha chiuso la vicenda un utente di Twitter.


Anche la Rete, però, ha pesi e misure. E la stessa levata di scudi non ha investito un brand modaiolo come Vetements, che, dopo aver ipnotizzato tutti con la presa in giro della maglietta identica (prezzo a parte) a quella dei corrieri Dhl, a chi aspira a sentirsi proletario vende - per parecchie centinaia di euro - pantaloni di cotone da disadattato urbano, “chav lounge pants”. Ipocrisia? In fondo anche Maria Grazia Chiuri, direttore artistico di Dior, ha mandato in passerella t-shirt bianche con la scritta “dovremmo tutti essere femministi”: uno straccetto da attivista glam al prezzo di 550 euro, accolta da molti consensi per l’impegno. Donne discriminate, disoccupati e poveri: tutti sul mercato. Con un'unica differenza: prezzo e griffe.


I più lungimiranti, a questo punto, sono i clienti H&M che si sono accaparrati la tuta “unemployed” prima della censura. Se sono disoccupati o mal occupati davvero, ora si ritrovano per le mani una limited edition. Non risolverà i loro problemi, ma almeno potranno levarsi qualche sfizio.

@boria_a