martedì 26 luglio 2022

MODA & MODI

 

Brad Pitt senza gonna

la rivoluzione della normalità

 

Brad Pitt

 

Dalla balneizzazione alla balcanizzazione. Non solo l’abbigliamento del mare ha invaso la città, ma anche le regole minime di dignità urbana sono saltate. A costo di sfiorare il politically incorrect - argomento spesso tirato in ballo per accantonare qualsiasi possibile perplessità sul fatto che ognuno se ne vada in giro come gli pare, senza un pizzico di buon senso prima che buon gusto - va registrato un fenomeno solo acutizzato dal gran caldo di questi giorni. È sparita la distinzione tra quello che ci si mette nelle varie ore della giornata. 

I due pezzi da notte, canottiera e pantaloncini in cotone o misto “seta”, sono diventati a tutti gli effetti completini da passeggio. Li si indossa tranquillamente senza pensare che il taglio, la dimensione, il materiale sono concepiti per lasciare libertà di movimento durante il sonno, non per liberare ulteriore porzioni di pelle dal fastidio della stoffa mentre ci si aggira sotto il solleone. Metà degli shorts che transitano sono lingerie, o comunque copricostume. Tra pampers di jeans (per loro pochi anni fa era stato varato il neologismo “janties”, nessuno se ne ricorda più ma il capo è rimasto e nel tempo si è ancor più ritirato) e crop top, niente più che fuggevoli copriseno a fascia, una consistente parte della popolazione cammina in costume. Qualsiasi brandello si stoffa da campeggio è stato promosso a capo urbano per combattere la calura. 

Fenomeno generazionale? Niente affatto. L’inclusività sbandierata ovunque rende la confusione trasversale. E così il valore e rispetto per qualsiasi età, taglia, fisicità, la body positivity insomma, vengono interpretati come diritto-dovere (più quest’ultimo, per la verità) di esporsi, in qualsiasi luogo e circostanza, come se il rispetto preteso dalla “positività” non valesse per se stessi.


Ragazzi e uomini non sono esenti dalla deriva, anzi. Una camicia di lino sopra un paio di bermuda è diventata un’eccentricità da dandy d’altri tempi. Il caldo è un alibi perfetto per sdoganare canottiere da palestra, pantaloncini di lycra, boxer da bagno avvistati tra le corsie dei supermercati o negli agglomerati degli apericena, spesso con un bel borsello a bandoliera. L’abbigliamento “fluido”, senza distinzione di genere, rende uniforme l’imbarbarimento.

Con un filo di malinconia tornano in mente i trepidi appelli lanciati in passato da alcuni presidi per la scelta di un abbigliamento adeguato all’esame di maturità. Il minimo: niente flip-flop, pantaloni lunghi, evitare tagli abissali, sia sotto che sopra. All’epoca furono accusati di voler distruggere la libertà di espressione dei ragazzi. Oggi, dopo le limitazioni del lockdown, nessuno si azzarda a suggerire dress code. Saper distinguere che cosa mettersi quando, dove, per fare cosa, non è più questione di maturità, nè scolastica nè anagrafica.
 

Dalla passerella di celebrità che i siti ci propinano perchè prendiamo esempio su come vestire, salviamo Brad Pitt a Berlino per la prima del suo nuovo film “Bullet Train”. Giacca morbida, con bottoni o zip, pantaloni lunghi con coulisse in vita, t-shirt, il tutto di lino nei toni del rosa, melone, grigio. Peccato che poi si sia infilato quella gonna che ha scatenato siti e stampa.

Ma non era piuttosto il suo completo maschile la rivoluzione della normalità?

martedì 12 luglio 2022

MODA & MODI

 

Il "Calzetto Pride"

 


 

 Tra la Giornata mondiale del bacio e quella per la pulizia delle mani se n’è infilata una che celebra un binomio a lungo considerato impresentabile: il calzetto e il sandalo. Non è l’operazione simpatia di una qualche pro loco nei confronti di turisti pannonici.

Il “Socks and Sandals Day”, che ci siamo persi per pochi giorni - la prima edizione cadeva infatti l’8 luglio scorso - è stata lanciato nientemento che dall’English Heritage, l’istituto pubblico che in Gran Bretagna tutela i siti storici, in occasione delle celebrazioni per i 1900 anni dall’edificazione del Vallo di Adriano, avvenuta tra il 122 e il 128 d.C.

Chi in quella giornata si presentava in una serie di luoghi archeologici legati alla storia romana sfoggiando sandali e calzetti, poteva visitarli gratuitamente. E siccome siamo in anni di condivisione virtuale, scattando un selfie alle proprie estremità così abbigliate si riceveva in regalo un paio di calzetti griffati in tema con le gesta dell’imperatore.

La singolare campagna promozionale ha un fondamento tutt’altro che peregrino. Prima che i vituperati turisti tedeschi scendessero verso le coste italiane in pedalini e sandali, prima che Miuccia Prada lanciasse la sua estetica del brutto, anno 1996, erano stati i legionari romani ad adottare le calze per proteggere i piedi dai rigori del suolo britannico. Intrappolate nei resti dei calcei, i sandali, rinvenuti in un sito archeologico nel North Yorkshire, sono state trovate fibre riconducibili a un inequivocabile calzettone. E anche nel sud di Londra, a Southwark, il piede di quella che era stata una grande statua di epoca romana, riaffiorato da uno scavo, ha tradito l’utilizzo della calza, perchè non erano visibili i dettagli dell’unghia.


A riscattare il loro lontano passato di sottomissione alla grandezza dell’impero romano, i britannici insistono con dovizia di testimonianze nell’elencare l’uso del combo calzare-calzetto, citando anche le rappresentazioni dell’abbigliamento dei soldati sui manici di coltelli e rasoi o le tavolette con l’elenco degli indumenti, comprensivo di calzature e calze.

Altro che maestri di civiltà, insomma. Gli impavidi legionari di Adriano cedevano come i comuni mortali ai rigori della Britannia, alla faccia dello stile.


Dinnanzi a cotanto patrimonio storico, chi siamo noi per continuare a guardare con sospetto i sandali col tacco o le décolleté abbinate al calzettone, dai primi anni Novanta periodicamente riproposti dalle passerelle, o la calza a coste maschile, infilata nella ciabatta da piscina, con il logo bene in vista, ormai da tempo sdoganata da rapper e celebrità varie anche nelle passeggiate urbane?

Il “Socks and Sandals Day” degli inglesi vanta già un grande merito: seppellisce con la forza del rigore scientifico il famigerato “fantasmino”, quella mezza calzetta che arriva all’altezza del bordo del mocassino o della scarpa da ginnastica, con l’obiettivo, quasi sempre mancato, di simulare la nudità.

Riconsideriamo i tedeschi, con i loro teneri piedoni di spugna bianca dentro le Birkenstock, audaci anticipatori di uno stile.

È “Calzetto Pride”, almeno se ne va la preoccupazione della pedicure.

sabato 9 luglio 2022

IL RICORDO

Ciao Corrado Premuda, te ne vai dalla tua Trieste senza bora 

 


Corrado Premuda e una delle serate de "La testa per intrigo"


 

L’ultimo post su Facebook ricorda la sera di mercoledì scorso, alla presentazione del libro di un caro amico sulla terrazza del Museo Revoltella, tra risate e scambi di battute tra uomini che il teatro e il senso del ritmo ce l’hanno dentro. Avrebbe dovuto tornarci, su quella terrazza, il prossimo 3 agosto, questa volta a presentare il suo di libro, l’ultimo, “Trieste senza bora”, in cui aveva scelto di parlare della città da una prospettiva diversa: tre racconti in cui i protagonisti si trovano immersi in una dimensione immobile e lattiginosa, quasi d’attesa di qualcosa, di un evento, di un incontro. E nell’ultimo non poteva mancare la pittrice che l’aveva stregato, Leonor Fini, con la sua capigliatura furiosa e i suoi adoratori, di cui questa volta lui aveva scelto di immaginarsi figlio, anzi figlio-gatto, come a lei sarebbe piaciuto. I racconti della città senza il suo vento erano nati durante una residenza artistica alla Casa degli scrittori di Pisino e in uno di loro compariva anche Tadeusz Kantor, stranito per le strade di Trieste dal fantasma del padre. Lui, visceralmente triestino, che della sua città amava la lingua, i personaggi, le contraddizioni, il sole, il mare, il sapersi godere la vita, aveva scelto di rappresentarla nelle pieghe più inedite, mai da titolo di telegiornale.

 


Quella presentazione non si farà. Corrado, il “nostro” Corrado Premuda, ci ha lasciato improvvisamente, a 48 anni, per un malore. Solo pochi giorni fa era a Cagliari, ancora una volta sulle tracce di Leonor. Un gruppo teatrale sta provando la messinscena di un suo testo dedicato alla pittrice e gli aveva chiesto di assistere alle prove. Era tornato pieno di entusiasmo da quella trasferta e nell’attesa di vedere la piéce in palcoscenico, il prossimo autunno, progettava una festa in maschera per il compleanno di Leonor, il 30 agosto, un’altra celebrazione dell’artista-trasformista di quelle che organizzava alla Stazione Rogers di Trieste, chiamando a raccolta amici, attori, esperti a sviscerare ogni aspetto della complessa, ingombrante, sfuggente figura femminile che l’aveva stregato. Al punto da raccontarla anche in una versione per bambini, nel libro “Un pittore di nome Leonor”.


Si era laureato in Scienze politiche, ma non è stata la politica la sua passione. Era scrittore, autore di testi teatrali, da anni collaboratore delle pagine culturali del Piccolo, appassionato di letteratura per l’infanzia. Oltre che di Leonor Fini, su cui da anni si confrontava con galleristi, collezionisti, biografi, estimatori. E insegnante di italiano all’Istituto alberghiero Ial Fvg di Trieste. Un insegnante amato al di là dei banchi, che sapeva convincere e trascinare i suoi studenti alle serate di lettura di testi e improvvisazione, organizzate prima in città poi sul mare a Grignano. Le aveva intitolate “La testa per intrigo”, con una di quelle frasi che si dicono ai più piccoli in famiglia, e ognuno era chiamato a parlare di sé in un’atmosfera che Corrado sapeva rendere intima e insieme gioiosa, spezzando l’ansia da microfono.


Amava l’arte figurativa, certo, ma mai per pure questioni estetiche. E le donne erano spesso protagoniste dei suoi libri e dei suoi spettacoli, donne celebri - quelle forti e determinate di inizio Novecento, oltre alla pittrice “Lolò” anche le sorelle Wulz, Felicita Frai, Delia Benco - e donne anonime alle quali dare una voce, come in “Guardiana dei sogni”, il testo andato in scena negli anni scorsi al Revoltella.


Ai suoi lettori più piccoli aveva dedicato “A bordo di un guscio di noce”, una storia scritta nel 2014 a Pisino, primo italiano invitato nella Casa degli Scrittori croata. Il testo era uscito in versione bilingue, la favola di un ragazzino capriccioso che si dimentica del suo pesce rosso e deve affrontare un’avventura per recuperarlo nella grande caverna carsica su cui è costruita la città.


Perché un ragazzino era rimasto anche lui. Molti lo ricorderanno in giro per il centro città, vitalissimo a cavallo della sua bicicletta, sempre sorridente e affabile. Magro, scattante, ironico, curioso, pieno di interessi e di progetti. Al punto da riuscire perfettamente a immedesimarsi nelle curiosità dei viaggiatori più giovani e a scrivere per loro una “guidina” alla scoperta di Trieste, questa volta sì prendendoli per mano e portandoli incontro al vento, nella città della bora. Come aveva fatto ne “La Barcolana dei bambini”. E ancora ne “Il vaso di Pandora”, avvicinando i miti, rendendoli comprensibili. Era un suo talento quello di riuscire a formulare una scrittura didattica leggera, mai pedante.


Di lui resta nella redazione del Piccolo il ricordo di un professionista colto e gentile e prima ancora di un amico. Se n’è andato anche lui in un giorno senza bora, senza una ragione.

lunedì 27 giugno 2022

MODA & MODI

 Shein fa outing per tre giorni a Milano

 


 

 

Shein si materializza. Da oggi, martedì 28 giugno, a giovedì 30, in piazza Gae Aulenti a Milano, il colosso cinese dell’abbigliamento femminile online, apre un negozio a tempo. Centocinquanta metri dove le fan potranno per tre giorni toccare finalmente con mano i capi e gli accessori e fotografarsi nella postazione “social friendly”, perpetuando quella che è una delle chiavi del successo di questo gigante dell’ultra fast fashion: trasformare tutte in testimonial del brand, far correre nella rete le immagini e i video delle shopaholic impegnate in frenetiche maratone di prova e di acquisto, entusiasticamente autoprodotti sotto l’hashtag #Sheinhaul. Cinque miliardi e duecento milioni di visualizzazioni su Tik Tok sono i numeri che danno la misura di questa gigantesca e geniale campagna di promozione dell’e-store, valutato cento miliardi di dollari.


Preparatevi alle file, avvertono siti e giornali. Le fan della Generazione Z non perderanno certo l’occasione di correre a strapparsi di mano fisicamente vestiti da otto euro in giù e, con i saldi già avviati, pezzi a partire da 1,99 euro. Ma sarebbe ingenuo pensare che siano solo ragazzine con pochi soldi e il desiderio di un guardaroba illimitato e in continuo rinnovamento, ad alimentare la crescita costante di Shein. La discrezione delle Rete permette anche a mature signore di dare un’occhiata alle proposte, rinnovate al ritmo di settemila pezzi al giorno. Il clic riempie il carrellino virtuale e libera altrettanto rapidamente la coscienza da qualsiasi preoccupazione sulla salvezza del pianeta e lo sfruttamento del genere umano. Il passaparola digitale, e non solo, fa il resto.

Nessun rischio di essere pizzicate magari dall’amica a rovistare tra gli espositori di un qualsiasi grande magazzino di fast fashion, nessun imbarazzo nel dover chiedere alla commessa un’escalation di taglie curvy. Con Shein un algoritmo seleziona, screma, anticipa i desideri, con autorevolezza propone. Bastano pochi acquisti e ogni giorno un algido software riempie la nostra personalissima vetrina di quanto potrebbe piacerci, frutto di incroci matematici: abiti lunghi, larghi, da scolaretta o da panterata. Una continua lusinga all’acquisto compulsivo, vario e a prezzi stracciati.


E allora, che fine fanno i crucci sulla sostenibilità? Shein è la cartina di tornasole della nostra cattiva coscienza. La generazione dei Fridays for Future è la stessa che ha creato la spaventosa fortuna del gigante cinese, nato e cresciuto tra i consumatori, sedotti, vampirizzati e risputati sul mercato planetario come influencer della porta accanto.

a i numeri e la crescita del brand ci dicono che la sua penetrazione è trasversale, che anche le generazioni negli anta, con stipendi ed ecoconsapevolezze strutturati, acquista senza problemi prodotti spazzatura, che inquinano, intasano, sfruttano, depredano ambiente e diritti. Non si metteranno in fila a Milano nei tre giorni di outing del brand, ma esistono e continuano, nelle domestiche stanze, segretamente a cliccare.

martedì 14 giugno 2022

MODA & MODI

La perversa attrazione

per il vero uncinetto

 


 

 

I lavori all’uncinetto sulle bancarelle sono diventati pezzi di tendenza. Chi li guardava con sufficienza, come passatempo da terza età, adatti perlopiù al mercatino domenicale degli hobbisti (lo ammetto: io), scopre di esserne perversamente attratto. Quegli assemblaggi di colori snobbati perchè un po’ kitsch, che accettavamo con un sorrisetto di circostanza se regalati da nonne e prozie, oggi sono la sintesi più genuina, colorata, divertente di quei valori su cui la moda di questi tempi discute parecchio, facendone spesso solo uno slogan: manualità, risparmio, sostenibilità. Ritorniamo agli anni Settanta e ne recuperiamo lo spirito e la leggerezza, quando il capo all’uncinetto spopolava nel guardaroba hippy, simbolo del bisogno di autenticità, della voglia di valorizzare e trasmettere un patrimonio antico di lavorazioni tradizionali. 


Nel gergo modaiolo si preferisce definirlo crochet, perché francesizzando, l’uncinetto esce dalla dimensione domestica e viene promosso a oggetto del desiderio, che caratterizza una stagione. Ci sembra di vederlo dappertutto perchè griffe del lusso e fast fashion l’hanno equamente vampirizzato, piazzando i loro loghi sui punti a catenella delle canotte o sulle borse “granny square”, fatte dei quadratini della nonna.


Dal berretto al bikini, dalla giacca all’abito, dalla borsa alle scarpe: oggi di uncinettato non c’è che l’imbarazzo della scelta, in qualsiasi foggia e colore. Celebrità e influencer di passaggio si fotografano in vestitucci a maglie larghe, giurando di maneggiare regolarmente il ferretto per rilassarsi. La serialità industriale spersonalizza e mette al riparo anche dal più impercettibile, umanissimo, difettuccio di lavorazione. Se poi il crochet è griffato, come il famoso maglione di Harry Styles che ha fatto impennare le ricerche online, ecco che il prezzo schizza alle stelle, quasi si trattasse davvero di capi artigianali e unici. Prendete un modello di borsa celebre e riconoscibile, proponetela in versione crochet ed è pronta la circolarità deluxe per le vetrine Instagram. Dall’uncinetto alla macchina industriale, però, l’obiettivo si è perso di vista.


DIY, do it yourself, fattelo tu. L’idea viene da lontano, ma oggi ha una nuova forza. Senza pretendere di salvare il pianeta, confezionare qualcosa con le proprie mani, riparare, trasformare, recuperare, ci aiuta a conoscere i materiali, a rispettarne il valore e insieme a valorizzare il nostro tempo. Agucchiare e sferruzzare diverte e rilassa ed è anche un modo di stare insieme e di comunicare. Quello che una volta si imparava in casa, ora si fa in gruppo, o con l’inesauribile offerta di immagini, lezioni, video, tutorial della piazza virtuale. Se poi i risultati sono modesti, basta cedere all’ipnosi cromatica delle perfettissime e caleidoscopiche borse a centrini della bancarella. Tutte diversamente no-logo.

sabato 11 giugno 2022

IL LIBRO

 

Giampaolo Simi e il ritorno

del “nerista” Dario Corbo
nella campagna fiorentina
dove l’arte lascia una scia di morte




 

 

«Ma non aspettatevi un sequel», aveva scritto Giampaolo Simi sul suo blog nei giorni dell’uscita, nel giugno 2018, di “Come una famiglia”, il secondo romanzo - dopo “La ragazza sbagliata” del 2017 - con protagonista Dario Corbo. Invece, l’ex giornalista di nera, finito a lavorare alla Fondazione artistica della donna che molti anni prima con i suoi articoli aveva contribuito a far condannare, è tornato. E il titolo del nuovo noir della serie, “Senza dirci addio” (Sellerio, pagg. 389, euro 16), stuzzica indirettamente i lettori, conferma quello che leggiamo nelle ultime righe: Corbo continuerà a indagare, perché il crimine che è al centro di quest’ultima trama, un traffico di reperti archeologici provenienti da tombe etrusche, è ancora tutto da ricostruire nelle sue ramificazioni, dai depredatori ai destinatari, passando per qualche compiacente guru universitario.

 

 

Giampaolo Simi


A chi non ha detto addio Dario Corbo? Alla sua ex moglie Giulia, travolta da un’auto pirata in una zona collinare dispersa tra Firenze e Prato. Che ci faceva lì, in un - presunto - posto da scambisti, e che fine ha fatto il suo cellulare? L’intreccio prende le mosse da questa morte, ma come sempre nelle storie di Simi sono i paesaggi interiori dei personaggi, con smottamenti e abissi che sembrano sempre trovare una loro corrispondenza con quelli “fisici” dei luoghi, a scandire lo sviluppo degli eventi. 


Dario e il figlio Luca affrontano a modo loro la liturgia del distacco, l’uno, nella delicata posizione di “vedovo mancato”, quasi fosse titolato solo a un dolore minore, reagisce incaponendosi nell’indagine, si muove da nerista qual era. L’altro, ex promessa del calcio finito sotto processo per aver coperto una storiaccia di violenza sessuale dei compagni, si rifugia a dormire nella Smart della madre, tentando di trattenerla, di custodirne il profumo.
Giulia lavorava per una galleria d’arte gestita dalla spregiudicata e ricca Maddalena (Maddajena, per Dario) Currè, intorno alla quale si muove una fauna di strani personaggi: un luminare dell’arte antica, un marito broker con la passione del collezionismo, un padre che ha fatto i soldi col cemento, la nuova toygirl del genitore dal cervello limitato. E un artista misterioso, “Absentium”, i cui quadri sono in mostra nella galleria, incomprensibili croste che trasmettono allo spettatore un senso di ripulsa e che la “jena” riesce comunque a vendere a peso d’oro.


Dove è stata uccisa Giulia? Il luogo, più che equivoco, è sinistro: anni prima un casale della zona, chiamata “Case Marsi”, fu teatro dello sterminio di una famiglia - un maresciallo dei carabinieri, sua moglie ex ballerina di night e la figlioletta - mentre un altro cadavere venne ritrovato all’esterno, in auto, forse un testimone scomodo. “Case Marsi” risveglia l’istinto da cronista di Dario. Di lì a poco emergerà un legame inquietante tra Giulia e il giovane ammazzato: hanno avuto lo stesso docente di tecniche artistiche all’Università.
Impossibile rovinare il gusto di scoprire la trama, tante sono le sterzate, le digressioni temporali, gli incroci imprevedibili tra i personaggi, fino alla conclusione aperta che depone a favore del mantenimento di Corbo in attività. Anche perchè l’indagine sull’ex moglie morta sembra aver scalfito la corazza della sua datrice di lavoro, l’insondabile e sfuggente Nora Beckford, che Dario ama e non ha mai potuto toccare.


Magistralmente Simi tira i fili, in un giallo che rimesta in una palude di affari, avidità, speculazioni, amoralità, ricchezze facili, ipocrisie. Una desertificazione umana che richiama il luogo dove tutto è cominciato, quel “Case Marsi” orfano di un centro commerciale bloccato, a due passi da lottizzazioni suburbane abortite, dove la vita nel cascinale è stata strappata via dalle radici e non è mai ricresciuta.

IL FOTOGRAFO

 

Frank Horvat: "Per favore, non sorridete"

E la vita s'insinua nell'inquadratura glamour

 

Frank Horvat


 
Una fotografia di moda su cui è impossibile non aver fermato lo sguardo, almeno una volta. È stata scattata nel 1958, a Parigi, per la rivista Jardin des Modes: della modella si vedono solo gli occhi scuri tra il cappello bianco di Givenchy, una sorta di pillbox hat, il copricapo portapillole, con una vistosa applicazione di fiori, e l’alto collo bianco del cappotto, che le avvolge il viso come in una spirale. Intorno a lei uomini in cilindro e tight puntano il binocolo verso le corse dei cavalli. Non la guardano e lei non guarda loro. Ignora gli uomini e le gara, i suoi occhi entrano diretti nell’obiettivo, sorpresi da qualcos’altro che non possiamo intuire.

 

 

Parigi, 1958, Les Jardin des Modes, cappello di Givenchy (tutte le immagini sono tratte da Horvatland)

 

Ma è davvero una fotografia di moda? Chi l’ha scattata, Frank Horvat, forse non l’avrebbe ritenuta tale. O non soltanto. Nel 1951, quando con la sua Leica comincia a firmare servizi per le riviste couture, lo fa con il taglio, la sensibilità, l’approccio di un fotoreporter. Con lui la moda scende in strada, si mescola alla gente, racconta non solo abiti ma luoghi e persone, esce dalla fissità e dai canoni dell’immagine da studio. E anche quand’è in posa, c’è sempre un elemento che introduce un altro sguardo: in un’immagine del ’58, a Parigi, per Elle, il suo figlioletto Michel, in piedi su una poltrona damascata, accarezza con una lunga piuma il viso della modella, che pare dissolversi.


Le prime foto di moda di Frank Horvat hanno già in sè questo percorso. 1951, Roma: l’indossatrice in un abito dalla gonna a ruota e il cappello a pagoda, di profilo sotto il sole, gioca con la sua ombra proiettata contro un muro, la mano guantata di bianco. 1951, Parigi: un’altra modella ripresa di schiena, sul marciapiede, appoggiata all’ombrello, guarda il traffico che scorre, e l’occhio di chi osserva cade sul gioco delle scarpe nere che s’incrociano, sul disegno della calza con la riga.


Anche quando immortala le celebrità, Horvat fotografa l’uomo e la donna dietro la maschera, ne coglie la piega più fragile o più spiazzante, entra nella loro vita per restituirne un momento. La fotografia, diceva, è l’arte di trattenere l’attimo prima che la scena si imprima sulla pellicola. Ecco allora Aznavour a Parigi quasi perso tra la folla, Josephine Baker appoggiata a una scala dopo lo spettacolo, lo stilista Jacques Fath che si trucca, Yves Saint Laurent giovanissimo, col sorriso disperato a un ricevimento, Coco Chanel che assiste alla sua sfilata dalla scala, in una trama di linee in bianco e nero, un filo dei suoi stessi tessuti.

 


 


 


 


“Please, don’t smile”, dicevano i fotografi prima dello scatto per scongiurare la serialità espressiva. Le modelle di Horvat, sulle pagine di riviste patinate come Harper’s Bazaar Usa, Vogue Uk, Vogue France, Elle, dai mercati di Les Halles alle strade di New York, dalle trattorie di Roma alle spiagge della Normandia, il sorriso lo accennano appena, a volte lo dimenticano del tutto. Fissano enigmatiche l’interlocutore dai vetri della metropolitana, spuntano tra gruppi di vigili del fuoco, calciatori, bambini di una classe elementare, fumano al tavolino di un caffè perse nei loro sogni, si vestono per un ricevimento dietro la finestra di un appartamento elegante, camminano in abito da sposa “sospese” sopra Montmartre.

 

Coco Chanel guarda dalle scale la sua sfilata

 

Chi si muove intorno a loro, che cosa Horvat ha sottratto all’inquadratura? Vestiti, scarpe, cappelli, gioielli sono un pretesto. La statuaria top-model China Machado è ritratta in piedi, dietro allo scrittore Alberto Moravia, seduto nella sua biblioteca con un persiano bianco in braccio. Lei indossa un tailleur couture dai bottoni gioiello, ma gli occhi di entrambi sono catturati da qualcosa che accade altrove. Chissà cosa vedono - ci chiediamo - chissà perchè il gatto sembra l’unico a non curarsene, i suoi, di occhi, ridotti a fessura. 

Roma, Alberto Moravia e China Machado