mercoledì 10 ottobre 2018

MODA & MODI

Il verde al potere 


Emporio Armani 2018-2019
 


Verde di bile. Sorci verdi. Restare al verde. E magari verdi di rabbia. Le espressioni usate nel quotidiano non aiutano a farcelo piacere. Un colore da sempre definito difficile, impegnativo, invasivo, complicato da abbinare. Sarà perché le contraddizioni appartengono al suo dna, come spiega magistralmente Michel Pastoureau, in uno delle sue monografie edite da Ponte alle Grazie. Verde cavalleresco nel Medioevo, colore della gioventù, dell’amore e del destino, lo porta sullo scudo Tristano. Ma già nel tardo Medioevo e all’inizio dell’età moderna, cade in disgrazia, complici le difficoltà tecniche nel tingerlo e nel fissarlo. Diventa così il colore del diavolo e le sue sfumature si fanno vischiose, pustolose, l’habitat adatto alle creature infernali dell’iconografia. 

Tutto cambia nel Romanticismo, quando il verde, che Goethe amava indossare (al contrario del suo Werther, che ha panciotto giallo e pantaloni blu...), diventa il colore della natura e poi, attraverso gli anni, della libertà, della salute, dell’ecologia. 

Se i mutamenti nel ruolo dei colori riflettono i cambiamenti sociali in atto, oggi ogni carpet è green, attento alla moda etica, alla sostenibilità della produzione, al rispetto dell’ambiente. Quest’anno ne siamo avvolti è l’effetto non dispiace. Dall’acido al muschio, passando per smeraldo, salvia, prato, penicillina, e ogni sottile sfumatura che le passerelle hanno inventato, il verde tinge capispalla e accessori, abiti e pellicce, calze e scarpe, senza temere il total look.


 È un’affermazione di personalità e insieme la ricerca di un guscio naturale di protezione. Non definitivo come il nero o imperativo come il rosso, la sua natura cangiante (o inclusiva, a seconda delle interpretazioni) si adatta ai tempi che viviamo. 
@boria_a

lunedì 8 ottobre 2018

MODA & MODI

 Vestivamo alla marinara, con la Barcolana
trionfa l'outfit del velista (o presunto tale)










La Trieste Barcolana cambia pelle. È una muta lenta, che comincia con i primi gazebo alzati sulle rive. Anche chi non ha dimestichezza con scafi e strambate, scopre in sè un animo marinaro.

Mentre i bar si allungano all’esterno, montano panche e spinano birre dai fusti che spuntano come funghi, gli armadi degli autoctoni si aprono per andare in regata. I marinai di lunga esperienza si ringalluzziscono, sfoggiano i reperti consumati come trofei, sanno bene che meno velista sei più ti appendi al logo, perchè la griffe fa il “sailor”. Tutti gli altri, che vogliono sentirsi parte della festa, scavano fuori un bomberino tecnico e un paio di scarpe da ginnastica per atteggiarsi a navigatore. Un cappellino consumato dal sole e dal sale ed è facile entrare nella parte.


Sbarcati da fuori per l’occasione, nei giorni che precedono la regata, si vedono improbabili capitani di terra, con l’outfit perfetto per entrare e uscire dai gazebo sulle Rive: maglioncino legato al collo, pantaloni blu con un accenno di piega (o bianchi, se il tempo lo consente), una lampadata al viso da maratona transoceanica, testano con applicazione l’offerta enogastronomica a ridosso del mare. E strologano sulla forza del vento, con lo smartphone in mano, perchè la Barcolana rende tutti un po’ velisti ma soprattutto molto meteorologi.


I vecchi dei circoli velici li riconosci al volo. Ormai nessuno, raccontano, ha più l’armadietto in sede dove stivare i vestiti stinti e logori da mettere “per la barca”, quelli che una volta uscivano dal circuito urbano per consunzione ed entravano in quello marino, dove trovavano una seconda vita. I tessuti tecnici hanno conquistato anche i regatanti più attempati e poco inclini alle diavolerie: leggerezza e traspirabilità sono parole d’ordine per tutti, con buona pace dei maglionacci bucati.


Alla vigilia, calano i tecnici. E le categorie cominciano a distinguersi. I competitivi - uomini e  donne, qui la moda è davvero “genderless” - si riconoscono al primo sguardo. Non hanno saccheggiato le linee “marina” dei negozi specializzati, con novità e colori di stagione, che sono un po’ l’equivalente “cruise” delle passerelle, ovvero le collezioni di chi non ha la noia del cambio di stagione, tanto in pieno inverno può traslocare ai Caraibi con un guardaroba nuovo di zecca per sport o relax a bordo piscina.


I velisti che sentono il brivido della gara portano tutta la loro storia in borsoni consunti dal marchio tecnico. Indizio inequivocabile: le scarpe da barca ben “provate” appese per i lacci. Se piove ci sono gli stivali, con ghette antifreddo e waterproof, mai di gomma per carità, altrimenti si “scivola”, letteralmente, nella categoria sfigati. Il cappellino consunto affratella, lo portano amatori e professionisti.


E ai piedi? Nudi con le infradito, anche se il meteo è in picchiata, fa tanto regatante maledetto e di sicura esperienza, abituato a solcare mari molto lontani da Trieste. Qualcuno, in questa categoria, lo vedi circolare in fuseaux con ginocchio rinforzato (una versione sportiva di quelli che le modaiole chiamano “meggings”, l’equivalente uomo dei leggings, altrettanto inguardabili), sopra cui infilare bermuda multitasche. Ecco servite due brutture una sopra l’altra, ma, se quest’edizione della Barcolana è fortunata, davvero con buon vento, può capitare di vederli addosso a un omologo marino di Roberto Bolle, e pure con un filo di barba maschile.


Eccoci a bordo, finalmente. L’agonista s’infila lo spray top, giacchino che sprizza neoprene e conferisce ai movimenti la fluidità di un omino Playmobil, in particolare quando è il momento di toglierselo. I guanti, accessorio manicheo, che divide seccamente tra estimatori e detrattori, qui amano le mezze misure: dita libere per fare nodi. E la cerata? La portano i croceristi, alla Barcolana solo se infuria la bufera, altrimenti ci si dichiara in partenza velleitari: vestiti da Middle sea race magari per piantarsi in mezzo al golfo e tirar fuori salame e tagliere.


Finita la festa l’esercito dei regatanti molla gli ormeggi: rispuntano scarpe da ginnastica e bomberino per veleggiare in scioltezza verso gli erogatori di birra. Un’avvertenza: girare con borsone e maglietta “logati” Barcolana, non è troppo apprezzato dai velisti puristi. Da queste parti, nei rudi uomini di mare batte un cuore molto snob.

@boria_a

sabato 6 ottobre 2018

IL LIBRO

Quell'ingombrante cadavere a Calcutta
che ci spiega anche la Brexit







Un alto funzionario britannico trovato con la gola tagliata dietro un bordello, il corpo mezzo affondato in una fogna, in bocca un biglietto appallottolato, scritto in bengalese: “Non ci saranno altri avvertimenti. Il sangue inglese scorrerà per le strade. Andate via dall’India!”. Comincia come un classico thriller “L’uomo di Calcutta” (Sem, pagg. 348, euro 17), primo romanzo di Abir Mukherjee, commercialista nato a Londra da genitori indiani, cresciuto in Scozia e arrivato alla scrittura per una passione antica e un recente colpo di fortuna: a quindici anni un amico gli presta “Gorki Park" e lo fa innamorare del thriller, nel 2014 vince il concorso per esordienti del Daily Telegraph e il pugno di pagine della sinossi diventa questo libro (il primo tradotto in Italia, mentre in Gran Bretagna sta per uscire il quarto con gli stessi protagonisti), pluripremiato e accolto con entusiasmo dalla critica. 



Abir Mukherjee a Pordenonelegge (foto C. Aglialoro)







Calcutta, 1919. La Città Bianca delle ville imponenti dei commercianti, dei club e degli hotel, e la Città Nera dei miserabili e delle latrine a cielo aperto. Il morto è il sahib Alexander MacAuley, assistente del vicegovernatore del Bengala, faccendiere che vanta amicizie potenti, prima fra tutte il “barone della juta” Buchan, uno degli uomini più ricchi della città. Nella megalopoli assediata dal caldo torrido e dall’umidità, ex capitale di quel British Raj dove 150 mila inglesi, frustrati dalla vita coloniale ma altrettanto convinti della loro superiorità morale, dominano 300 milioni di indiani, la pista sembra obbligata: un omicidio politico, opera dei terroristi che lottano per l’indipendenza dell’India. I fremiti di rivolta già percorrono Calcutta, per questo la capitale è stata spostata a Delhi.

L’ipotesi è semplicistica, è chiaro da subito. Perchè la coppia di investigatori che Mukherjee mette in campo, il capitano Wyndham, giovane veterano inglese della Grande Guerra, e l’indiano Banerjee, soprannominato, a causa del nome impronunciabile dai non nativi, “Surrender not” (non arrenderti), che si è laureato a Cambridge e ha un accento da campo di golf del Surrey, sono allenati a guardare realtà sfaccettate. Il cinico e amareggiato Wyndham, ha accettato l’India per sfuggire ai suoi fantasmi, gli amici morti nelle trincee della Somme, la moglie strappatagli da un’influenza: si stordisce con whisky e oppio, ma il passato lo insegue. Banerjee, intuitivo e solare, ha disertato la carriera amministrativa, affrancandosi dal volere paterno: è un giovane uomo istruito e moderno, che sogna un’India libera, senza sottovalutarne i problemi, ma che il colore della pelle relega tra i sottoposti.


Entrambi, Wyndham e Banerjee, si sentono combattuti nel loro ruolo. Sono in crisi identitaria, non amano le verità confezionate e si divincolano dai condizionamenti dei servizi segreti militari. La loro collaborazione sarà anche una costante ricerca di mediazione, tra caratteri e ruoli, proprio quella che Mukherjee è abituato a compiere tra le sue radici indiane e britanniche ("e non sempre con successo", ha detto nella presentazione a pordenonelegge).


Accanto ai due uomini, una figura femminile interpreta un’altra delle contraddizioni della realtà coloniale. È la bellissima Annie, dal sangue misto, invisa agli inglesi perchè ricorda loro che c’è stato un tempo in cui gli indiani non erano considerati inferiori, e agli indiani perchè ha rinunciato alla purezza della sua razza. Una “meticcia”, o “domiciliata europea”, secondo la definizione british, per dire educatamente che per lei non c’è posto da nessuna parte.


Il giallo, per Mukherjee, è dichiaratamente un meccanismo letterario, che però manovra alla perfezione. Ma quello che gli interessa davvero raccontare è un passato storico per molti inglesi ancora mal digerito, e per gli indiani “romanticizzato” alla luce della figura di Gandhi. Un passato ricco di chiavi per analizzare il presente, che dal sogno dell’impero porta diretto alla Brexit. «Nessun inglese leggerà un libro che parla delle malefatte dei nonni» gli aveva detto il padre, cui il giallo è dedicato. Al contrario, la ricostruzione cattura e, anche se l’autore spesso si sbilancia, il racconto è attraversato da una vena ironica che non lo rende mai pedante o sentenzioso. ”Niente cani e indiani oltre questo punto” c’è scritto sull’imponente ingresso del Bengal club. E Surrender-not, con un sorriso forzato, al capitano Wyndham: «In centocinquant’anni gli inglesi hanno compiuto cose che noi non siamo riusciti a fare in quattromila. Per esempio, insegnare ai cani a leggere i cartelli».

@a_boria

mercoledì 26 settembre 2018

LA MOSTRA

I "Sogni di latta e di cartone", quando 
la pubblicità era un'arte 







Dal Burro di Milano della ditta Ferrari di fine Ottocento, con le merci scaricate da piroscafi a vela o a motore, alla silhouette della penna Pelikan degli anni Sessanta. Dalla coppia liberty di Marcello Dudovich, seduta al caffè davanti al cognac Louis Tailleurs di inizio Novecento, alle donne mediterranee e procaci di Gino Boccasile, che consumano l’Olio Radino nel 1950.

Cinquant’anni di storia italiana scorrono su latta e cartone. Produzione e costume, arte e società in un viaggio a ritroso lungo circa quattrocento esemplari di pubblicità d’antan, che si possono ammirare dal 26 settembre 2018 a Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia, nella mostra dell’Erpac curata da Raffaella Sgubin e Piero Delbello.

“Sogni di latta... e di cartone. Tabelle pubblicitarie italiane 1900-1950” racconta, con i pezzi della ricca e inedita collezione privata dell’udinese Stefano Placidi, allestiti in dodici sale e divisi in settori merceologici, l’epoca d’oro del sodalizio tra arte e prodotto. Pubblicità non invasiva e soffocante, ma palestra di grandi artisti che, all’occhio del consumatore di inizio secolo, certo più ingenuo e meno bombardato, suggerivano sogni e bisogni da acquistare, con opere raffinate, di alta valenza artistica.


«Il titolo della mostra - dice Raffaella Sgubin - fa riferimento ai supporti particolari su cui sono realizzate queste pubblicità, ma allude anche agli articoli di consumo spicciolo, ai sogni, in fondo domestici, da poco, che hanno messo in moto la creatività di artisti importanti».



 







 




A Piero Delbello si deve l’organizzazione in aree tematiche. Il percorso inizia dalla cura della persona, dagli shampoo e dalle tinture, per passare poi agli articoli farmaceutici, alla ricca selezione di bevande - birre, vini, spumanti rigorosamente serviti in coppa, amari, liquori ed elisir - fino agli alimentari, con paste e conserve. Ci sono poi i prodotti industriali, le auto, gli pneumatici e gli oli lubrificanti, e quelli in qualche modo legati allo svago, come sigarette, giochi e polvere da sparo. Infine i nastri per le macchine da scrivere e le carte copiative, reperti di un mondo commerciale che da tempo non esiste più.

«Tra le curiosità - segnala Sgubin - le insegne dei semi per la coltivazione dei bachi da seta, un aiuto importante all’introito delle famiglie. O le pubblicità dei vini nel fiasco, che affidavano il messaggio all’idea della campagna e della genuinità. Caliamole nel tempo in cui venivano fruite e pensiamo alla gara di raffinatezza, nella realizzazione delle etichette, con cui le aziende vinicole di oggi si presentano sul mercato».


Gino Boccasile, l’inventore della “Signorina Grandi Firme”, e Marcello Dudovich, con la mamma orgogliosa e il bambino ben pulito dal Sapone Palmolive (1935). Il colorato cameriere della Birra Dreher (1925) del fumettista Giovanni Scolari, e il sorriso della “ragazza dell’Aperol” (1950), che porta la firma di Nano Campeggi. E poi gli uomini in cappello: il Borsalino della grafica di Walter Molino, che ricorda le copertine delle riviste mondane alla Grand-Hotel, e il copricapo Panizza di Plinio Codognato, unico per qualsiasi testa, come suggerisce il moltiplicarsi dei volti. 

















«Questa mostra - conclude Sgubin - cattura l’occhio e si presta a diversi livelli di lettura: i prodotti, o la grafica, o ancora le forme artistiche, che vanno dal liberty, al futurismo, all’avanguardia».
Cambiano i gusti e la sensibilità degli acquirenti, ma i cinquant’anni d’oro della pubblicità non perdono stile. Secondo lo slogan della pasta dentifricia Kalikor, negli anni ’20, “a dir le mie virtù basta un sorriso”.

@boria_a
MODA & MODI

L'ecopelliccia, fake che fa bene



Rosa, azzurro, verde. E bianco, in tutte le sue quasi impercettibili sfumature, dal ghiaccio al torrone. Le pellicce ecologiche ci regalano un lusso straordinario, la possibilità, e la libertà infinita del colore. Le tinte più pazze o le derive cromatiche più discrete, le fantasie o gli inserti, i quadrettoni, il patchwork, i fiori, i pois, l’animalier. Questo è il loro anno: divertenti, comode, versatili, affiancano il cappotto, e per le più giovani lo sostituiscono.

La sostenibilità che percorre la moda ha trasformato l’idea stessa di pelliccia. «Si è fatta il visone» si diceva in un passato neanche troppo lontano, negli anni del boom, per registrare il raggiungimento di uno status. E non c’era signora borghese che non sognasse un involucro dal pelo pregiato, come un bene rifugio. Il ’68 ne fece un bersaglio: alle prime della Scala attiravano le uova e i cachi di Mario Capanna e compagni, simbolo del lusso da imbrattare in nome dell’uguaglianza sociale.

Oggi l’ecopelliccia (certo, preveniamo l'obiezione: realizzata in materiali biodegradabili e senza tinte aggressive per l'ambiente), sintetizza tutto l’opposto: prezzi contenuti e trasversalità. Le denunce sulle crudeltà inflitte agli animali e il rinsavimento dei consumatori (secondo un sondaggio Eurispes del 2016, l’86,3% non vuole più saperne) hanno suggerito a molte maison di perdere il pelo e rifarsi una verginità green. L’ultima, in ordine di tempo, è Burberry, oggi diretta da Riccardo Tisci, che annuncia di aver liberato per sempre conigli, volpi, visoni e procioni asiatici.


Versione gilet, giacchino, lunga fino ai piedi, doppiopetto o a vestaglia, con cappuccio o mantella: le chance della pelliccia responsabile sono infinite. Non ingoffano e la loro leggerezza le rende capo per tutte, davvero democratico. Sono fake, ma fanno bene.

@boria_a

mercoledì 19 settembre 2018

L'INTERVISTA

Susanna Tamaro: Con la sindrome di Asperger ogni giorno scalo l'Everest


Susanna Tamaro e Pierluigi Cappello



«È un libro che mi è costato una fatica spaventosa, un tremendo dolore interiore». Susanna Tamaro credeva di non riuscire nemmeno a terminarlo, perchè già ne conosceva la fine. Invece questa sera sarà sul palco del Teatro Verdi di Pordenone a leggere qualche brano da “Il tuo sguardo illumina il mondo”, che uscirà il 20 settembre 2018 con le edizioni Solferino (pagg. 208, in edicola 14 euro). È il racconto della sua grande amicizia con Pierluigi Cappello, scomparso un anno fa. La storia del dialogo di due anime inquiete racchiuse in due corpi imperfetti, giunto fino agli ultimi giorni del poeta. Ma anche la confessione, che la scrittrice triestina fa per la prima volta, della sua malattia, a lungo misteriosa, di una sofferenza cominciata da piccolissima, della solitudine, della fame di affetto in una famiglia disfunzionale, del corpo a corpo con le parole, di quella faticosa conquista quotidiana che è accettare la diversità. Un corpo a corpo, come con la scrittura.
«È un libro che avevo promesso a Pierluigi - dice Tamaro - ma ero convinta che ci avrei messo anni a elaborare il lutto, la memoria, la nostra amicizia. Incredibilmente, ho cominciato a scrivere a fine dicembre, tre mesi dopo la sua morte. Ogni mattina andavo allo studio e dicevo “no, questo è l’ultimo giorno, non ce la faccio ad andare avanti”. Credevo di impiegarci un paio di anni, ma è maturato molto prima di quanto pensassi». 

Volevate scrivere insieme un libro voi due. Quale? «Probabilmente tanti. Alcuni divertenti, per esempio “Il volo degli aeroplani e il volo degli insetti”, essendo gli aerei la passione di Pierluigi e gli insetti la mia. Ma anche libri più seri, perchè entrambi guardavamo il mondo contemporaneo con una certa apprensione e volevamo parlarne, scrivere di come sta andando tra le persone, del degrado interiore, della mancanza di anima, del vuoto di interiorità che c’è».

Che cosa vi univa?
«Sicuramente la capacità di vivere il rapporto con la parola come un combattimento in qualche modo estremo, unita a uno sguardo capace di una purezza di cuore assoluta. Come dico nel libro, gli anni della sua amicizia sono stati gli anni della mia libertà. Con lui potevo essere come sono, e lui lo stesso con me, cioè potevamo vivere il nostro spirito da bambini, nel senso più alto che esiste del termine. Bambino come purezza di cuore, libertà interiore, leggerezza».


Caro Pierluigi, scrive nella prima pagina. Ma è una lettera anche a se stessa. In cui, per la prima volta, Susanna Tamaro confessa la sua malattia, la sindrome di Asperger. È così?

 «Sì, è la prima volta, per una serie di ragioni. Pierluigi aveva l’incubo di essere considerato “un poeta paraplegico”. Allo stesso modo, io ho l’incubo di essere una “scrittrice Asperger”. No. Io sono una scrittrice, Pierluigi era un poeta, e abbiamo avuto questi limiti nella nostra vita. E un po’ perchè, purtroppo, la diagnosi è arrivata molto tardi, pur avendo io sofferto di grossi problemi fin dall’asilo. Questo ha reso la mia vita molto, molto faticosa. Ho lottato con un nemico invisibile, dai tanti volti, che mi ha sottratto un numero enorme di energie».

Oggi ha imparato a convivere con la sua “sedia a rotelle interiore”? «Ho imparato a essere molto meno fiduciosa, ma soprattutto ad accettare certe cose senza colpevolizzarmi e ad avere una vita più consona alla mia condizione, dunque a non sforzarmi di far sempre le cose per essere “normale”, se esiste una normalità, ma rispettando la mia diversità».


L'Asperger e la sua famiglia con Roberta, una famiglia fuori dal comune. Si è sentita spinta a questo chiarimento, costretta a farlo?

 «Sono una persona che non sa dire che la verità, con la sindrome di Asperger non posso fare altro. La verità è sempre stata questa: vivo da trent’anni con un’amica. E questo, per trent’anni, siccome viviamo in tempi fortemente sessuofobici, ha scatenato l’ossessione che io sono una persona che non ha coraggio di ammettere la realtà. Non è vero niente. Ho avuto una vita sentimentale anche molto ricca, una vita sentimentale eterosessuale, che tra l’altro è poco di moda, molto poco... Ho sempre avuto un’amica del cuore, alle elementari era l’amica Daniela di Trieste, e poi per tutto il corso della vita ce ne sono state altre, che ho tuttora, e che mi hanno sostenuto. Perchè io ho bisogno di una persona che mi aiuti a decifrare la realtà. E questi non possono essere i fidanzati, naturalmente, perchè sono poco inclini a occuparsi dei problemi delle compagne. Ho sempre avuto bisogno di questo sostegno».

Una storia lunghissima... «Trent’anni fa Roberta cercava qualcuno per condividere la casa in campagna in cui abitava. Abbiamo cominciato a vivere insieme per motivi pratici e da lì, siccome siamo caratteri piuttosto compatibili, abbiamo continuato a farlo. E non viviamo sole. Abbiamo allevato bambini, la nostra è una piccola comunità. Il segreto della longevità della nostra convivenza è anche che non viviamo sole, noi due, ma all’interno di un mondo di rapporti molto ricco. Ed è, io credo, una forma alternativa di vivere la propria vita affettiva, che non è quella ufficiale, ma non è neanche la coppia sentimentale, gay. È un modo di vivere nella fraternità, nell’affettività, in modo molto sereno e molto libero, fuori da tutti gli schemi e fuori da tutte le definizioni».


«Cos’è la poesia se non il riconoscere la nostalgia dell’eterno che abita da sempre nei nostri cuori» scrive nel libro.
«L’eterno, come l’anima, è una parola scomparsa dal vocabolario, neanche i preti ne parlano mai. Ma noi siamo tutti racchiusi nell’eterno. Da dove veniamo quando nasciamo? Dove andiamo quando moriamo? C’è uno spazio tempo infinito che io chiamo eterno e che è il luogo in cui si genera tutta la vita. Noi siamo tanto nevrotici adesso, tanto malati perchè ci siamo dimenticati del respiro dell’eterno. Pensiamo che la vita si svolga tutta qui, in questo breve tempo, abbiamo questo zaino pesantissimo sulle spalle, dobbiamo risolvere tutto, salvare il mondo, ma non pensiamo che c’è una dilatazione immensa del tempo spazio in cui la nostra vita in qualche modo si diluisce».


Lei dice di aver dovuto scalare tanti Everest nella sua vita. Quando oggi salirà sul palco per ricordare un amico così intimo...
«Sarà un Everest super. Tant’è che io all’inizio non lo volevo fare, ho detto di sì alla fine per Pierluigi, appunto perchè sarà un Everest di quelli con le bombole di ossigeno».


E quali parole sceglierà? «Leggerò soltanto alcuni pezzi del libro, perchè non potrei fare diversamente, non potrei parlare, mi verrebbero parole retoriche e poi ho la tendenza molto infantile a commuovermi, dunque meglio che legga quello che ho scritto su di noi».


Pierluigi le ha lasciato un’altra storia da scrivere? «No, nessuno spunto, o al momento non me ne rendo conto.  Questo è il mio venticinquesimo libro, adesso mi prenderò un periodo di vacanza. Sto preparando un film con una giovane regista che si chiama Katia Bernardi, dal mio libro “Luisito”. Mi dedicherò a cose molto allegre, a libri per bambini, molto leggeri. Sono una grande scrittrice per bambini, ho tanti lettori. Forse è un lato di me poco conosciuto, ma ho una grande leggerezza, una grande fantasia e adesso che mi sono liberata di quest’ultimo peso voglio dedicarmi proprio alla fantasia».


Dove girerà? «Alla fine abbiamo deciso di girare a Trieste. La sceneggiatura, con l’amica Roberta, ci è venuta bene, speriamo di fare una bella cosa. Mi dà anche tanta gioia lavorare con una persona più giovane, aiutarla a entrare nell’ambiente. È bello occuparsi degli altri, aprirsi agli altri. Cominceremo l’estate prossima».


Come racconterebbe Pierluigi Cappello a un bambino? «Un cuore innocente, un’anima nobile, una persona che non aveva opacità dentro di sè. Come gli eroi delle fiabe, quelli che vincono i draghi». —

domenica 9 settembre 2018

IL LIBRO

L'Ilirjana, ossessione di un uomo vigliacco (blandamente)





Un ricco commerciante di mobili vecchi, aggiustati quel tanto da sembrare antichi a chi non se ne intende troppo. Un matrimonio intorpidito, ma che regge bene la facciata, e molti tradimenti senza coinvolgimento. Una bella casa a Padova e un paio di collaboratori fidati che battono il Cadore a caccia di pezzi da camuffare in chicche da antiquario. La disonestà di chi evade serenamente e mantiene la coscienza tranquilla in un Nordest florido e marcio, dove i soldi in prestito si chiedono alla camorra.

«Non sapevo di essere un vigliacco» dice di sè Giorgio Schuff, il protagonista di “Tutto il resto è provvisorio”, nuovo romanzo del genetisca e scrittore Guido Barbujani (Bompiani). Soldi facili, pochi scrupoli, una moglie elegante che contribuisce all’immagine della ditta familiare, un lasciarsi vivere senza assilli di coscienza. Ma Giorgio è in carcere quando il lungo monologo comincia. E le prime parole del suo racconto tradiscono altro, che forse di sè non sapeva: un’inquietudine, una «smania di mollare tutto, mettermi in viaggio, cambiare vita».





Lei è Ilirjana, anzi l’Ilirjana, con l’articolo che marca insieme una confidenza e un’estraneità, perché così la chiama Giorgio, rivolgendosi, da dietro le sbarre, a un ascoltatore sconosciuto. Kosovara, una famiglia massacrata dagli odi religiosi nei Balcani, violoncellista, li dividono quasi vent’anni, ma quando la ragazza irrompe nella sua vita, Giorgio sente che quell’irrequietezza sottotraccia ha trovato uno scopo. Chiude il matrimonio e abbandona ogni inerzia (il «non fare, non agire, lasciare che le cose vadano per conto loro»), negli affari e nei rapporti umani. Sente un’ansia sconosciuta di voltare pagina, di agganciare la sua vita a una cremagliera che lo porti in un posto sicuro, come il tram di Opicina che, da bambino a Trieste, vedeva attaccare all’ingranaggio dal balcone della casa della nonna. 


Ilirjana è alta e ossuta, con le caviglie sottili. Al primo incontro sembra intimidita, ma stringe la mano come un maschio. È tenera e sbrigativa, appassionata e sfuggente. Il cervo e il cacciatore, lei stessa lascia il dubbio. Ha in sè ogni suo contrario, l’allegria breve e un abisso sconosciuto di dolore.
Dopo quattro mesi, la storia, per lei, è già finita: un congedo secco, poi un viaggio all’estero, il telefono che resta muto e mail sempre più asciutte e definitive. Iljriana esce di scena, improvvisa e devastante com’era entrata, ma proprio quando ogni sua traccia è scomparsa, quando anche il contatto virtuale si perde, ecco che la sua presenza si accampa nella mente di Giorgio e da lì si riverbera ovunque. Tutto quello che l’uomo farà e diventerà dopo l’Ilirjana, è determinato da lei. E a lei continua a tornare, come un cane nel posto dove riceveva il cibo.


Ci sono occasioni che tagliano in due una vita qualsiasi, e trasformano ogni abitudine del passato in un peso da cui liberarsi, per abbracciare il rischio dell’ignoto, dell’incontro con l’altro, a costo di pagarne il prezzo per sempre. «D’improvviso si è aperto nella penombra della stanza, nella penombra delle nostre diverse solitudini, un varco, un passaggio per un altro posto più piccolo, ma nostro: una tana accogliente per due». Dietro le sbarre Ilirjana è diventata ossessione, il fine pena mai.


E mentre fluisce il monologo, come una voce fuori campo che parla soprattutto a se stessa e a volte, quasi un piccolo soprassalto, torna a rivolgersi allo sconosciuto che ascolta, a richiamarlo su un dettaglio, su uno snodo della vicenda, si susseguono le tappe della fuga circolare di Giorgio, che lo riporta là dove tutto è cominciato: la materia inconsistente che avvolge il lago di Bled, l’altopiano di Asiago e la vertigine dei sentieri scavati nella roccia durante la grande guerra, la parentesi milanese, con la desolazione del parco Trotter, dove le badanti spingono le carrozzine dei disabili tra erbacce e cacche di cane. E poi Trieste, e la meraviglia intatta del bambino che, tornando con i genitori a trovare i nonni, dal finestrino dell’auto aspetta con trepidazione lo spalancarsi del golfo invaso dalla luce fino all’Istria e la voce del padre, che sempre nello stesso punto, invariabilmente dice: “Ah, qua ti si apre il cuore”.


E lì, proprio in quel punto in mezzo al petto, dove c’è il cuore, a tanti anni di distanza, Giorgio sente intatto quel qualcosa, il mistero della manovra che faceva il macchinista vestito di antracite, quello scarto che ti aggancia a un altro binario. E fa sentire provvisorio tutto quello che c’era prima. —