domenica 19 settembre 2021

MODA & MODI

Cambiare pelle, con leggerezza

 

La pelle si impone nelle prime vetrine autunnali. Non solo le prevedibili giacche maschili o i giubbotti da biker, ma un intero guardaroba: trench, cappotti, gonne, camicie, abiti. Qualche pezzo era comparso già prima della pandemia, ma nel secondo inverno di faticosa convivenza col virus, la pelle può ricoprirci dalla testa ai piedi. E non solo nei pezzi minimal, perché la tecnologia e le lavorazioni hanno reso il materiale duttile come un tessuto e declinabile in una molteplicità di svolazzi, maniche a palloncino, balze sulle gonne, cascatelle di ruches e volant. Corazza o divertimento? L’impatto è comunque forte, soprattutto nelle scelte “total”.

 

Evan Mock al gala del Met

 

 

 Coprirsi di pelle è sempre un’operazione insidiosa, come camminare sulla corda tesa sopra un abisso di volgarità. Sembra quasi un paradosso, dopo tanti mesi in cui confortevolezza e libertà di movimento sono diventati una sorta di mantra, un’opzione irrinunciabile. La pelle, per quanto ammorbidita e trattata, fatica a liberarsi dall’idea di una costruzione che si sovrappone al corpo e gli conferisce un’innaturale rigidità, una definizione forte che va diluita con abbinamenti, accessori, colori più gentili e accomodanti. Ma forse, in questa fase dai codici sovvertiti, anche un materiale ostico riscrive le regole.

 

 

Madonna agli Mtv Music Video Awards


Nei grandi eventi dello spettacolo c’è anche un che di feticistico. Madonna agli Mtv Video Music Awards si è presentata sigillata in un busto di latex, versione aggiornata della sua performance del 1984, nella prima edizione del premio, con la hit Like a Virgin. Strizzata nel body, ha calzato berretto e guanti di pelle nera, evocando atmosfere da Portiere di notte. Sul tappeto rosso del gala al Met, l’evento glamour più monitorato degli ultimi giorni, l’attore di Gossip Girl, Evan Mock, si è fatto fotografare nascosto sotto una maschera vintage di pelle nera borchiata. Prima ancora, la cantante Billie Eilish in copertina per l’edizione inglese di maggio di Vogue, sulla guêpière mozzafiato portava una gonna di pelle color carne.

 

 


 


Gli osservatori del costume spiegano che il ritorno della pelle è una sorta di reazione collettiva ai mesi di costrizione fisica, un’affermazione del riconquistato controllo sul proprio corpo. Una pelle posticcia che trattiamo e pieghiamo alle nostre esigenze, alla nostra riconquistata libertà. Negli ultimi mesi abbiamo vissuto uno strano rapporto con chi ci governa, quasi una relazione BDSM di dominazione/sottomissione, in cui a colpi di decreto siamo stati espropriati del corpo, costretti a mascherarci e a seguire regole rigide su chi toccare o avvicinare. Trasferita la relazione sul terreno della moda, cadono le costrizioni e la pelle diventa un involucro per poter anche stuzzicare e sedurre, riappropriandoci della libertà e della spensieratezza di un gioco.


Se le letture sociologiche sono un tantino cervellotiche, il cambio di pelle è innegabile. Accanto al nero, sempre un po’ autoritario, spuntano colori vivaci, carichi, pungenti, per enfatizzare l’idea della leggerezza. Questa è la chiave: senza cadere negli effetti speciali, si può procedere a piccoli pezzi e dettagli: una gonna ampia, una camicia, un kimono da abbinare a sete e lane. Così la pelle perde l’aggressività, diventa piuttosto un’allusione sottile.

lunedì 13 settembre 2021

MODA & MODI

 

 September Issue, che grande libertà

 

 

The September Issue

Che cosa ci dicono le “september issues”? Per tradizione i numeri di settembre delle riviste di moda, Vogue in testa, “dettano” le tendenze della stagione fredda che sta per iniziare. Meglio, “indicano”. Se il lockdown ci ha lasciato un’eredità positiva è un certo fastidio per le imposizioni, certo in tema di abbigliamento. Smart working e confinamento hanno cancellato le divise da ufficio e abituato tutti a coniugare comfort e presentabilità (non solo nel mezzobusto dello schermo).

Il famoso film The September Issue del 2009, in cui Anna Wintour, allora alla guida di Vogue America, spiegava la defatigante nascita dell’edizione che sarebbe stata per tutti la Bibbia su come vestirsi nei mesi a venire, oggi ci sembra il manifesto di un mondo al quale il virus ha cambiato i connotati. Sparite le collezioni nuove ogni tre mesi (sono i designer i primi a dire: perché devo sconfessarmi in così poco tempo?), sparite le passerelle esclusive, diventate film e video che tutti possono vedere da una virtuale prima fila, ridimensionato il verbo dello stilista a favore delle tendenze che i giovanissimi viralizzano su TikTok, la “september issue” è prima di tutto una questione di personalità. Le riviste sintetizzano suggerimenti, ma sono molto più caute nel gridare alla tendenza a tutti i costi.


Forse la vera novità è questa. Il nuovo, nella moda, non è più un valore assoluto. Anzi. Quantomeno va coniugato con il vecchio. La ripartenza è anche (e non solo), upcycling, riciclare. Non per fare quello che l’incombente Greta Thunberg chiama il “green washing”, ossia lavarci la coscienza con l’ambientalismo di facciata, ma perché mischiare ci stimola, molto di più che comprare online un capo da quattro soldi purchè sia di stagione. Miu Miu ha acquistato vestiti nei migliori negozi vintage del mondo e li ha personalizzati. Chic-upcycling. È una chiave per tutti.


Prendiamo il foulard, uno degli accessori di punta dell’autunno inverno 2021, da portare legato sotto il mento, come bandana, come cintura, al manico della borsa. Difficile non trovarne uno in casa, anonimo o logato, reperto bon ton di mamme e nonne. (Ri)metterlo in circolo pretende fantasia. Lo stesso vale per i maglioni king size, lasciati indietro prima che il lockdown ci facesse riscoprire l’importanza della morbidezza: con una gonna o un paio di pantaloni di tweed, tessuto in gran (ri)spolvero, ritornano contemporanei. Si potrebbe continuare: il kilt da (ri)scoprire, perché lo stile preppy degli studenti americani anni Sessanta resiste; o l’abito intero, i due pezzi, i pantaloni tutti in lana, capi di transizione del post-lockdown, facili da (re)cuperare e (ri)adattare. Crescono e si moltiplicano le pelliccette ecologiche: chi l’ha comprata nel primo sussulto di sostenibilità, può sbizzarrirsi con gli accessori per minimizzare un taglio datato. (Ri)compare il temuto animalier, che ognuna, almeno una volta nella vita, ha sulla coscienza: abbinandoci un colore acido non fa più divano da discoteca anni Ottanta.


Finita l’era dei guru (gli influencer sì sono deperibili), la “september issue” 2021 ci regala una grande libertà. Anche dalla selva dei “re” e dei “ri”. Il riciclo è divertimento, non un altro (ipocrita) diktat, seppure in nome di nobili cause.

giovedì 26 agosto 2021

MODA & MODI 

Cara Carrie, che sciatti siamo dopo il lockdown

 

Quand’è che la confortevolezza si è trasformata in sciatteria? Quando la libertà ritrovata ha fatto saltare i freni inibitori, andando in caduta libera verso la volgarità?

 Potrebbe cominciare così una delle rubriche della giornalista Carrie Bradshaw, la Sarah Jessica Parker di Sex and The City, che si prepara a tornare in televisione con il reboot, la ripresa della serie cult, in dieci episodi intitolati And Just Like That. Sono passati vent’anni e i problemi per le amiche (azzoppate, Kim Cattrall, Samantha, si è persa per strada per dissidi con la Parker...) non sono più gli uomini con cui accompagnare il Cosmo prima di gettarsi nella notte newyorkese, ma la mezza età, i fallimenti sentimentali, la menopausa e anche la pandemia.

 

 

And Just Like That


Fatte le debite proporzioni tra la metropoli e una città di provincia impermeabile alla moda come è Trieste (che paradosso, vero? Tra nativi e adottivi, ha dato alla moda del secondo ’900 quattro grandi stilisti) l’interrogativo non è poi così peregrino. Carrie non ticchetterà più le sue domande sulla macchina da scrivere, come accadeva all’inizio di ogni puntata delle sei stagioni di Sex and The City, avrà un computer, un iPad di ultima generazione, ma ci aspettiamo che si chieda, proprio come noi: perché dal confinamento ci siamo risvegliati ordinari? Accondiscendenti, permissivi verso noi stessi? Così sventati da uscire coperti dalla prima cosa che capita a tiro? La confortevolezza a cui ci ha abituato il lockdown ha ripopolato le strade di canottiere, biancheria indossata come non fosse intima, calzoncini francobollo, sottovesti fatte passare per vestiti, nonnulla che non sai se sono top o mini-abiti, l’importante è che si incollino perfettamente a ogni centimetro di pelle.

 



 


Qualche collega o amico del tutto disinteressato o blandamente attento al vestire, suggerisce: perché non scrivere su questo sciattume dilagante? Su questo mostrare a tutti i costi, quasi una rivendicazione? Se i media ci martellano dicendo da mesi che la caduta delle restrizioni non è un liberi tutti, perchè non vale per gli involucri di questa estate disennata? Perchè il post lockdown ha ripopolato le strade di bermudati e smutandate?

 

 



Sabato sera: ristorante triestino segnalato da tutte le guide, con una consolidata clientela di mezza età, oggi scoperto da generazioni più giovani. Ad abbassare l’età, e non solo quella, entra un gruppo di ragazzi. Spicca lei, che per una serata, all’interno di un locale, si propone in un triangolino indeciso se coprire schiena, pancia o ombelico, sopra (si fa per dire), svolazzanti shorts-mutanda che, risucchiati spesso dalle natiche, costringevano l’interessata calzata in combat boots, nell’in e out per la “cik pausa”, ad artistici contorcimenti.
 

In rete ci accaloriamo contro il body shaming, in nome del sacrosanto diritto di sentirsi bene nel proprio corpo, e altrettanto liberi di mostrarlo, qualsiasi dimensione o (im)perfezione abbia, senza essere presi di mira da commenti sgradevoli. Capita spesso però che siamo noi stessi a farci una sorta di auto-shaming in nome di un malintenso “quando e quanto voglio”. È la conseguenza più visibile del lockdown, l’averci privato del senso dei tempi, dei modi, delle occasioni per vestirsi o svestirsi. Che poi è la vera libertà.

sabato 21 agosto 2021

 LA MOSTRA

"Zagabria, la città delle artiste"

in trasferta a Trieste

 

Oltre cent’anni d’arte a Zagabria sotto il segno delle donne. Poco più di una settantina di opere per raccontare l’ispirazione, la visione, i percorsi di cinquantaquattro creative che, in quella che è oggi la capitale della Croazia, sono nate, o hanno studiato all’Accademia di Belle Arti per poi rimanere a vivere e lavorare in città, o da qui sono partite con il diploma per emigrare altrove. 


S’intitola “Zagabria, la città delle artiste”, la mostra che sarà ospitata dal 24 settembre al 12 dicembre 2021 nella Sala Scarpa del Museo Revoltella a Trieste e che, tra il marzo e aprile dell’anno scorso, era allestita all’Art Pavilion di Zagabria, sorto nel 1897 con finalità espositive e oggi chiuso in seguito ai pesanti danni provocati dal terremoto. L’edificio, in stile art nouveau, è la galleria più antica di Zagabria e uno dei suoi simboli.


L’esposizione doveva raggiungere Trieste già un anno fa, ma pandemia e sisma l’hanno di fatto congelata fino a oggi. Il percorso è stato curato dalle storiche dell’arte Ljerka Dulibić, Ivana Mance e Radmila Iva Janković, insieme alla direttrice del Pavilion, Jasminka Poklečki Stošić, con l’obiettivo di offrire uno sguardo storico e critico sull’opera di artiste visive che hanno inciso nella vita culturale di Zagabria. L’arco temporale rappresentato va dal 1899 al 2019, suddiviso in tre momenti: artiste attive fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, artiste che hanno operato successivamente al conflitto, quindi artiste affacciatesi sulla scena all’inizio degli anni Settanta, alcune delle quali ancora oggi in attività.

 

"Autoritratto in abito da caccia", Nasta Rojc

 


Sono tre gli obiettivi perseguiti dalla giunta comunale nel promuovere il riallestimento della mostra a Trieste, la cui relativa delibera è in questi giorni all’attenzione dell’esecutivo, illustrata dall’assessore alla Cultura, Giorgio Rossi.

Li anticipa Laura Carlini Fanfogna, direttrice del Servizio Musei e Biblioteche del Comune. «Innanzitutto - spiega - conoscere l’opera di queste artiste croate per poi stimolare una riflessione, e un confronto, sulla parallela situazione italiana, abbracciando anche un discorso sulle pari opportunità nel mondo dell’arte. La nostra mostra al Revoltella sugli artisti del dopoguerra, all’interno della quale c’era una sezione dedicata alla donne, era in fondo propedeutica a questo successivo allestimento. Pensiamo a Zagabria e alla sua Accademia di Belle Arti. Trieste non ne ha mai avuta una, da qui si andava a studiare a Venezia, a Vienna, a Monaco. A Trieste non è mai esistito neanche un Padiglione storico delle arti. Pensiamo poi - prosegue - ai club che raccoglievano le donne artiste, realtà che si sono sviluppate molto nell’Europa centrale, mentre in Italia questo tipo di associazioni non esisteva o aveva vita breve. Dal confronto con le espressioni artistiche femminili maturate a Zagabria nascono filoni di riflessione molto interessanti da approfondire».

 

"Ninfee nel Giardino Botanico I" di Slava Raškaj

 


C’è poi un altro aspetto, affatto secondario nella scelta di riproporre la “città delle artiste” a Trieste. «Il Padiglione di Zagabria è stato gravemente lesionato dal terremoto - prosegue Carlini Fanfogna - quindi la mostra ha anche un obiettivo di solidarietà». Senza contare che il catalogo, già edito in croato, italiano e inglese, è uno strumento importante in chiave turistica.

 

Ljerka Šibenik

 


Ampia è la panoramica delle tendenze presenti in mostra, che arrivano alla videoperformance, alle installazioni sonore, alla videoarte. «Sarà interessante vedere la ricerca delle generazioni di artiste più recenti, degli anni Sessanta e Settanta», aggiunge Carlini Fanfogna. Rappresentata anche la scultura, un campo in cui le donne si inseriscono attivamente a partire dal secondo dopoguerra, prima riservato quasi in esclusiva agli uomini. È Ksenija Kantoci (1909-1995) a sviluppare la concezione di una scultura moderna, continuando a elaborare questa visione lungo tutto l’arco della sua carriera, mentre le pittrici coeve abbandonano via via il figurativo per abbracciare l’arte astratta.

 

Ksenija Kantoci

 


Il percorso allestito al Revoltella favorirà anche la riflessione sull’inclusività dell’arte, proprio a partire dalla prima sezione, quella da fine ’800 ai primi decenni del ’900, dove sono presenti creative già apprezzate dai contemporanei e ricercate sul mercato. Come hanno fatto notare le curatrici, a cavallo del secolo scorso progressivamente le artiste diventano “professioniste” e passano dall’attività svolta tra le mura domestiche, attinente soprattutto ai manufatti tessili, a una produzione di pittura e scultura da presentare al pubblico. L’istruzione e l’apertura del Padiglione delle arti alle correnti femminili più recenti, permettono ad alcune pittrici e scultrici di farsi un nome, di essere seguite da pubblico e critica e, in alcuni casi di raggiungere la celebrità.


Dopo la seconda guerra mondiale, l’arte a Zagabria si confronta col modernismo, poi con le contestazioni del ’68, quando atto artistico e vita reale diventano un tutt’uno e il proprio corpo si fa “mezzo” per la creazione, infine con la new wave.
All’inaugurazione al Museo Revoltella interverrà il vice sindaco di Zagabria, Danijela Dolenec.

giovedì 19 agosto 2021

L'INTERVISTA

Maria Giuseppina Muzzarelli:

Madri mancate, surrogate, in carriera

Sei donne del Medievo quasi come noi 




 

Sei donne del Medioevo raccontate nel loro rapporto con la maternità. Madri mancate, madri da lontano, madri per elezione, madri in carriera, madri spirituali, madri che fanno anche da padre. Maria Giuseppina Muzzarelli, docente di Storia medievale all’Università di Bologna, esperta di storia della mentalità e della società, in “Madri madri mancate quasi madri” (Laterza, euro 18, pagg. 192) ha scelto sei figure emblematiche - Dhuoda, Matilde di Canossa, Caterina da Siena, Margherita Datini e Alessandra Macinghi Strozzi - che scardinano stereotipi radicati sui ruoli, le capacità e le scelte femminili nell’età di mezzo. E scopriamo, a secoli di distanza, inedite consonanze con situazioni ed esperienze attuali. «Ho cercato di raccogliere in questo “bouquet” - spiega Muzzarelli - figure molto note e altre meno conosciute o addirittura sconosciute ai più. Di tutte loro ho indagato il ruolo materno, anche al di là del fatto biologico di essere diventate madri. Non avevo idea se avrei trovato elementi di vicinanza con la nostra realtà e sensibilità. A lavoro ultimato posso dire che resta un’enorme distanza, ma anche un senso di familiarità che nasce forse dall’essere questa relazione certo potentemente influenzata dalla realtà circostante ma anche molto peculiare, intrisa di sentimenti che, pure anch’essi storicamente condizionati, riescono a parlarci». 

 

Matilde di Canossa (1046-1115)

 


La vicenda di Matilde di Canossa è emblematica di quanto all’epoca non avere figli segnasse una donna, pur potente e ricca...
«Matilde si colloca al confine, in quell’XI secolo in cui erano ancora possibili ascese e affermazioni femminili successivamente sempre meno presenti e in cui si profilano nuove realtà politiche e sociali. È ricordata nei libri di storia ed a lei Donizone ha dedicato una biografia, ma mai si fa cenno alla sua mancata maternità. Ho trovato il fatto emblematico di una sorta di cancellazione di questo pur importante aspetto, e non solo privato, quasi un prezzo da pagare da parte di una donna potente e politicamente rilevante».


Che cosa le accadde? «Dal primo matrimonio nacque una figlia che morì quasi subito e l’esperienza complessiva fu a tal punto negativa per lei da indurla ad abbandonare il marito. Rimasta vedova e ormai ultraquarantenne volle sposare un uomo molto più giovane, forse proprio per assicurare continuità al casato: fu un disastro che ci viene raccontata in ogni sapido dettaglio. Di fatto la lady di ferro fu sconfitta dal suo stesso corpo. Le conseguenze furono politiche e anche umane, ma il fatto che Enrico V le volle riconoscere il titolo di “viceregina” e la seppe consolare chiamandola “col nome di madre” assicura alla storia un finale meno drammatico».


Lei racconta anche di una maternità “surrogata”, come accudimento di figli non propri. Da cosa nasceva un concetto così moderno di famiglia allargata? «Questa è la storia di Margherita Bandini che sposò, molto giovane, il noto mercante pratese Francesco Datini, un uomo più anziano di lei, che desiderava tramandare la sua floridissima azienda ai figli. Margherita non riuscì a diventare madre. Dalla sua storia, che ci è nota anche attraverso le molte lettere indirizzate al marito, spesso lontano, si ricava che intorno a lei c’era una vera e propria “brigata” di piccoli: figli di sua sorella, figli dei soci del marito, figli della servitù. Margherita governava questa famiglia “allargata” e soprattutto ha cresciuto Ginevra, la bambina che il marito ebbe da una schiava, come fosse sua figlia. In questi termini ne parla nelle lettere a Francesco. Siamo dunque davanti a una realtà di fatto non scontata e insieme davanti alla coscienza di essa e ciò rende davvero preziosa questa testimonianza».

 

Margherita Bandini Datini (1360-1423)

 


Maternità spirituale è quella di Caterina da Siena. Che qualità materne le riconoscevano i suoi seguaci? «Caterina nasce nel 1347 e fin da piccola sceglie la strada della fede. Sarà madre dei figli di Cristo e a moltissimi uomini e donne indirizza lettere per dire loro come comportarsi riguardo al progetto che le stava a cuore: la riforma dei costumi, la crociata e il ritorno a Roma del pontefice da lungo tempo ad Avignone. Guida e ammonisce come una vera madre, usa una sorta di softpower per influenzare le vite dei suoi “quasi figli”. Esorta uomini di potere e pontefici ad avere coraggio, ad agire virilmente. Come ogni madre, soprattutto italiana, riteneva di sapere quello che i figli avrebbero dovuto fare. Esprime attiva partecipazione alla loro vita per indirizzarla: un qualcosa che, ammettiamolo, ci capita eccome di fare».


Carriera e maternità: ieri come oggi un equilibrio difficile…
«Ho intitolato “La carriera o la vita” il capitolo dedicato a Christine de Pizan, prima intellettuale di professione vissuta fra XIV e XV secolo. Rimasta vedova e grazie alla cultura trasmessale dal padre, comincia a scrivere opere poetiche e trattati su commissione. È nota in particolare “La città delle dame”, scritta per difendere la dignità delle donne. È meno noto il fatto che ha avuto dei figli e che si occupata attivamente della loro sistemazione. Quando le donne che hanno lasciato segni rilevanti nella storia sono state anche madri, questo loro ruolo rimane perlopiù nell’ombra: troppo usuale, quasi in contraddizione con la loro opera o azione pubblica e lo si può quindi sottacere. Sta di fatto che Christine grazie al successo ottenuto è riuscita ad aiutare i figli realizzando una sorta di quadratura del cerchio. Anche oggi ci facciamo i conti». 

 

Christine de Pizan (1364-1430)

 


L’autonomia e la capacità di reinventarsi sono tratti che colpiscono, anche se parliamo di donne di un’elevata condizione sociale…
«Le donne di cui parlo non sono comuni. Ma di loro, più che le grandi imprese politiche mi ha interessato la relazione con il tema della cura, che hanno saputo realizzare mostrandosi capaci di applicare le loro capacità e la loro cultura anche in questo campo. Donne fuori dall’ordinario sì, ma non fuori dal loro tempo e dal loro genere. Madri oltre la retorica che le relega a un ruolo ritenuto angusto, autentiche madri anche oltre l’effettiva esperienza biologica, donne in azione oltre la sfera della domesticità, protagoniste oltre i limiti loro imposti, madri e donne oltre le nostre ristrette concezioni del Medioevo e delle capacità femminili».


Dove ha trovato in queste sei figure la caratteristica che più le avvicina a noi donne di oggi? «Le distanze sono infinite: donne che non possono, quasi mai, scegliere il loro destino, che devono mettere al mondo circa una ventina di figli perchè almeno qualcuno arrivi all’età adulta, che hanno una vita sociale e di relazioni più che ristretta, che non prendono la parola in pubblico, che lavorano senza sosta e sanno fare ben più di quanto venga loro riconosciuto. Più d’una si è guadagnata dosi di protagonismo in assenza dei mariti, lontani o defunti. Spesso si tratta di donne che mascherano la loro forza e le loro capacità dichiarandosi deboli o sminuendo il loro ruolo. Almeno una di loro, Christine de Pizan, è del tutto consapevole della privazione subìta dalle donne per la minore istruzione e la mancanza di molte occasioni di relazione e conoscenze. Questa consapevolezza e la strategia della minimalizzazione ce le fa sentire vicine, così come la loro capacità di fare al di là dei ruoli ufficialmente attribuiti. E il loro costante impegno diffuso in più ambiti, da quello famigliare a quello lavorativo: pesante, continuo ma perennemente nel backstage». 


Maria Giuseppina Muzzarelli

 

martedì 10 agosto 2021

MODA & MODI

 

Nell'armadio sorprese da archeologo

 

I saldi si avviano a chiudere con lo “sbaracco”, termine orribile che sa di magazzini svuotati e fondi ai quali dare un’ultima possibilità, prima di rassegnarsi alla loro sorte di invenduti. Non c’è da meravigliarsi se la nostra propensione allo shopping è ancora fragile. I mesi della pandemia ci hanno dato molte occasioni per esplorare gli armadi e disseppellire scheletri, tutt’altro che metaforici, dimenticati da tempo. Toh, di questa non mi ricordavo: esclamazione ricorrente nel ripescare la quarta gonna nera, la terza maglietta a righe, il multiplo della giacca passe partout, acquistate con desiderio e inghiottite dall’oblio nel rapinoso succedersi dei cosiddetti trend. 

Parola pressoché sparita dai siti specializzati, che, per sfuggire alla melassa della sostenibilità, così politically correct e poco glamour, ripiegano sulla prevedibile parata di attrici, influencer, principesse che condividono la sorpresa meravigliosa di indossare un paio di espadrillas in estate e soprattutto ci illustrano come farlo. L’autocoscienza indotta dal lockdown, anche se un po’ pelosa, ci ha aperto brutalmente gli occhi: forse non ancora sulle nostre responsabilità nella devastazione del pianeta, ma sulla nostra bulimia modaiola, quella sì.


Tempo di rispolverare Marie Kondo e il suo “magico potere”, non solo del riordino, ma del recupero intelligente e non frustrante. Intanto, bisogna comportarsi da archiviste del guardaroba. Nell’ineluttabile cambio di stagione, la priorità è selezionare quei capi flessibili, che possono fare da base per costruirci sopra diversi outfit. Sono solitamente pezzi in colori neutri, sfumature di nero, bianco, grigio, avorio, crema, blu che non invecchiano e sopportano bene il susseguirsi delle novità, vere o presunte, che siano. Di solito è la tinta blocking - arancio, verde, giallo - a caratterizzare i cappotti “di stagione”, rendendoli al tempo stesso datati appena un anno dopo, ma per rinnovare un vecchio capospalla più anonimo basta metterci sotto un golf o una giacca dal colore deciso. I cromatismi a contrasto regalano subito un effetto di freschezza e mettono alla prova la fantasia di chi li indossa. Lo stesso vale per gli accessori. Chi non ama strafare col colore ha a disposizione guanti, cappelli, berretti, anelli, braccialetti e collane per rivitalizzare l’insieme più spento.


E la moda “circolare”, di cui si parla tanto, può cominciare dal nostro armadio. L’acquisto di un capo di seconda mano è una pratica che richiede tempo e dedizione: bisogna farsi l’occhio, saper fiutare e selezionare il pezzo speciale, amare il dettaglio di sartoria o, semplicemente, in un cesto di t-shirt o in una rastrelliera di giacche usate avere l’abilità di pescare quella da fare propria. Ma nel nostro guardaroba, quanti capi vintage aspettano di essere rimessi in circolo? Tenuti magari perchè pagati cari, o per ricordo, per affezione a prescindere dal prezzo, con pochi accorgimenti trovano una nuova vita.


Nelle vetrine i primi assaggi invernali sono giacche, cappotti, piumini in una palette neutra. Come tele su cui ognuno può mettere i suoi colori, il suo passato fatto anche di tanti vestiti lasciati indietro. Lo stile è invenzione e stratificazione.

sabato 7 agosto 2021

IL LIBRO

 

 I tre amici (o forse quattro)

di Valérie Perrin

divisi da un mistero e da una voce

 

 Non c’è da meravigliarsi che tutti l’attendessero alla prova del tre. Dopo il successo straordinario di “Cambiare l’acqua ai fiori”, il caso editoriale della scorsa stagione, Valérie Perrin era l’osservata speciale del mondo letterario e della sterminata platea di lettori che per mesi l’ha mantenuta nella top ten delle vendite. “Tre” (e/o, pagg. 621, euro 19, traduzione di Alberto Bracci Testasecca), il nuovo e terzo romanzo dell’autrice francese, uscito in Italia nel giugno 2021, ha debuttato direttamente in testa alle classifiche, risvegliando l’attenzione anche sul libro precedente, ritornato di prepotenza tra i più venduti.

 


 

Checchè nei dicano i critici - sempre cauti davanti a exploit inattesi, nati in sordina e grazie al passaparola - Valérie Perrin ancora una volta sta conquistando il mercato con una fluviale e delicata storia di amicizia, dove reimpasta con sorprendente maestria gli ingredienti che hanno conquistato i suoi lettori: gli amori, mai prevedibili o stereotipati, le famiglie sbilenche, la solidarietà verso chi resta ai margini, umano o animale che sia, la perdita e la sua accettazione, lungo un percorso affatto consolatorio alla ricerca della felicità che è anche il riconoscimento della propria identità, del proprio posto nel mondo. Ancora una trama che in parte rientra nel genere “up-lit”, com’è stato definito “Cambiare l’acqua ai fiori”, la letteratura terapeutica, che, esplorando lutti e malattie, riesce a “tirare su”, riaffermando l’insopprimibile capacità di rieducarsi agli altri, all’amore, alla vita insieme.

 

Valérie Perrin

 


Tre, numero simbolo. Tre sono gli amici protagonisti del romanzo, compagni di quinta elementare a La Comelle, in Borgogna, profonda provincia francese: Nina, sensibile e creativa, Adrien, piccolo e arruffato, Étienne, ultimogenito bello e svogliato di una ricca famiglia del paese. Si incontrano nel 1986 e diventano inseparabili. Nina non ha mai conosciuto suo padre e sua madre l’ha abbandonata col nonno; Adrien cresce con la mamma, frutto della sua relazione con un uomo sposato; Étienne delude le aspettative del padre, mai all’altezza dei brillanti fratelli. Nelle loro famiglie manca qualcosa, che quel fortissimo, esclusivo rapporto a tre, compensa. E 3, terzo lp del gruppo cult degli Indochine, è la colonna sonora della loro crescita, insieme alla musica dei Pixies, degli Oasis, di Madonna, di Kurt Cobain e dei Sonic Youth, attraverso i cambiamenti e gli amori dell’adolescenza e le scelte, diverse, dell’età adulta, che non li allontanano, ma cementano ancor di più il loro rapporto. Nina si sposa, troppo presto e con poca felicità, Adrien studia a Parigi e frequenta gli artisti, Étienne diventa poliziotto.


Trent’anni dopo, nel 2017, i tre amici non si parlano più. A raccontare di loro è una quarta voce, quella di Virginie, misteriosa giornalista finita in provincia a scrivere per il quotidiano locale, che del terzetto sa molte cose, sembra essere vissuta nel suo cono d’ombra, osservandolo, desiderando entrarvi, esservi ammessa. Virginie deve indagare sulla carcassa di un’auto recuperata dal fondo del lago di La Comelle, al cui interno ci sono resti umani: era la Twingo rubata in paese il 17 agosto 1994, lo stesso giorno in cui scomparve la diciottenne Clotilde Marais, la ragazza di Étienne, incinta di lui. Allora era riottoso a fare il padre, oggi, nel 2017, è un poliziotto con un male incurabile, a cui il passato ripiomba addosso.

 


 


È il punto cruciale, lo snodo della trama: la macchina dissepolta dal lago e la voce fuori campo di Virginie sono la chiave per comprendere la rottura tra i tre amici e i loro diversi destini. Ma il filo noir che tiene legata la vicenda fino all’ultima riga, tra continui colpi di scena, non ci porta a scoprire assassini, ma i percorsi che portano alla combattuta liberazione da un corpo che ci è estraneo, o che creano l’alchimia tra le persone, nelle tante declinazioni dell’amore, che è un riconoscersi e scegliersi oltre ogni convenzione.
E ritroviamo la Perrin che abbiamo amato in “Cambiare l’acqua ai fiori”, che ai suoi personaggi, piegati, malati, fragili, scomodi, divisi dalla vita come gli amici di Tre, lascia il sogno di “liberare gli adulti che sono stati bambini insieme e subito torna a galla l’infanzia”. Non per essere felici. Ma per provare a guarire.