martedì 14 agosto 2018

IL LIBRO

 David Litt: Così ho insegnato a Obama a far ridere



David Litt con Obama e il capo degli speechwriter Cody Keenan





David Litt


Prima di House of Cards e Scandal, è stata la serie televisiva West Wing a portarci nelle stanze del potere vicine allo Studio Ovale, nell’ala ovest della Casa Bianca, dove lavorano i più stretti collaboratori dell’uomo più potente del mondo, il presidente degli Stati Uniti. David Litt, per sua stessa ammissione, non è Rob Lowe, l’attore che sul piccolo schermo interpretava il vice capo della comunicazione: aitante, carrierista, sciupafemmine, sempre capace di escogitare la strategia vincente per scongiurare una crisi. Ma Litt, ad appena ventiquattro anni, in quelle stanze del potere ci è entrato davvero, non solo nella fiction. E per Obama, dal 2011 al 2016, ha trovato e scritto molte parole, magari non solo quelle alte e alate che avrebbe sognato, su infrastrutture e giustizia penale, ma le battute, le frasi ironiche, i sottintesi divertenti che hanno fatto ridere e sorridere gli americani. E se non entreranno nella Storia con la s maiuscola, hanno restituito un presidente meno ingessato nel suo perfezionismo e nella sua preparazione, rendendolo in qualche modo umano. Perfino insicuro o disarmato.

Immaginatevi un Obama che non riesce a pronunciare “buona festa” in ebraico e continua a inciampare sul gutturale suono ch di chag sameach. Ha percorso migliaia di chilometri attraverso il pianeta, è distrutto dal jet lag, ma ci prova fino a quando il risultato non è accettabile, consapevole di quanto possa contare una frase, per quanto semplice. «Perché non avevo scritto buone feste in inglese, anziché usare una parola così difficile da pronunciare?» si rammarica Litt, autore del discorso per la Pasqua ebraica. Il problema, spiega, è l’invisibile “polvere magica” che aleggia alla Casa Bianca, il granello sempre in agguato per inceppare la macchina più sofisticata. «Quando sul tuo biglietto da visita c’è lo stemma del presidente, errori altrimenti insignificanti rischiano in un batter d’occhio di trasformarsi in una catastrofe».





È stata un’esperienza entusiasmante, con qualche risvolto surreale, per un neolaureato di Yale diventare uno dei più giovani speechwriter di Potus, President of The United States, secondo l’acronimo ormai familiare anche ai non addetti ai lavori. Tant’è che i veri uomini del presidente, lo chiamano semplicemente P, a marcare una differenza di consuetudine e vicinanza, l’appartenenza a un gruppo ristretto. Arruolato subito dopo l’università tra gli “Obamabot”, gli attivisti e supporter delle campagne elettorali, Litt entra in poco tempo a far parte dello staff superspecializzato delle “penne”. I ghost writer di indirizzi di saluto, commemorazioni, elogi, discorsi sui più diversi temi, gli estensori di quelle “minute” che poi saranno passate palmo a palmo dai fact checker. Un’inesattezza o il rischio di un’interpretazione equivoca possono scatenare tensioni internazionali, crisi politiche, attacchi mediatici, l’ironia degli avversari. Su ogni parola l’ultima parola spetta naturalmente allo stesso P.

“Tuttofare retorico” si definisce Litt, con una specializzazione particolare: entrare in campo quando Obama non deve fare il “grande consolatore” del paese, ma il “grande comico”. È il caso delle cene con i giornalisti, o con i potenti e miliardari, quando serve la battuta fulminante per un titolo che l’indomani conquisti l’opinione pubblica. Litt ha dovuto fare anche qualcosa di meno piacevole: trovare il coraggio per dire al presidente che una sua foto accanto al primo ministro israeliano andava tolta di mezzo prima che sorgesse un incidente diplomatico spiacevole. Il motivo? Da un’angolatura ricordava Hitler.
 

“Grazie, Obama” (HarperCollins, pagg. 375, euro 18,00), le memorie semiserie di un giovane scrittore di discorsi, sono la cronaca brillante di un temporaneo insider della Casa Bianca. Lo stesso Litt lo presenterà a pordenonelegge (www.pordenonelegge.it), nella giornata conclusiva della kermesse, domenica 23 settembre 2018 (all'istituto Vendramini, ore 17).

Aneddoti, curiosità, personaggi. I collaboratori, i portavoce, la sicurezza. Il ritratto del presidente, nei suoi tratti umani e nella sua inumana capacità di lavoro e concentrazione. La sua abilità di andare subito al punto, e il suo gusto di punzecchiare, il suo annunciarsi fischiettando. Il sogno del primo uomo nero a guidare gli Stati Uniti, delle sue riforme a volte difficili, osteggiate, dall’avvio farraginoso, che sono riuscite a migliorare la vita di milioni di americani. L’Obamaworld, con le sue regole, la sua agenda, i retroscena che paiono incredibili in un sistema sottoposto a un controllo maniacale.


Solo chi ha il badge blu può muoversi liberamente e percorrere la West executive Avenue, la strada che separa il generico campus, familiarmente chiamato “palazzo”, dalle autentiche stanze dei bottoni, senza rischiare di essere bloccato dalla sicurezza. Con un’unica eccezione: il gatto Smokey, alimentato in segreto da qualche agente con un debole felino. Il “first randagio” è dotato di uno straordinario senso dell’opportunità politica, che lo spinge a mostrare gli artigli e a far la guardia al sancta sanctorum del presidente quando l’economia dà segni di debolezza o una crisi è all’orizzonte.


In una toilette, quella stessa probabilmente usata da Nixon O Johnson quando erano vice, cui si accede da una scala a spirale che forse anche Roosevelt percorse prima della poliomielite, l’episodio più sconcertante: un filetto di salmone alla griglia, quel giorno nel menù di Ike’s, il deplorevole self service interno, rinvenuto da Litt a galla nel water, intonso. Possibile che fosse stato l’unico altro occupante del bagno, un agente del Secret service, uno degli X-Men che vigilano a vista il presidente, a essersi liberato così platealmente di un piatto sgradito? Cosa c’era dietro? Ed ecco, avverte Litt, ancora una volta l’effetto della polvere bianca, dell’influenza perversa del potere: nè una toilette, nè una scala e nemmeno un filetto di salmone a galla in un water sono semplicemente quello che sono.



E l’Air Force One? Lo chiamono così i neofiti del potere, per gli iniziati è solo “The Plane”. E dentro è tutt’altro che mitico, come nel film con Harrison Ford: i posti sono assegnati in base all’importanza di chi li occupa, con il “cuore” in testa dove il presidente ha l’ufficio privato, quindi il corridoio centrale può essere percorso solo all’indietro, mai avanzando. C’è di più: è rumoroso, fa freddo, una luce stordente sale da terra, si mangia cibo spazzatura ed è impossibile dormire senza i sonniferi che il medico di bordo distribuisce generosamente prima di decollare. Solo un novellino li rifiuterebbe. Un’avvertenza: mai abbuffarsi a colazione prima dell’atterraggio, se non volete trovare una fila interminabile per la toilette e rischiare di scendere in pigiama. In entrambi i casi, Litt ne sa qualcosa.


Spiritoso, autoironico, imprevedibile, sempre affettuosamente partecipe, questo diario ci racconta dall’interno il grande sogno dell’I Care e di quanti, anche solo mettendo in fila le parole più appropriate, hanno contribuito a costruirlo. Compreso un neolaureato che esordì nella West Wing rischiando di pestare un paio di lucide scarpe nere e di scoprire cosa fa il Secret Service agli sprovveduti che danno una testata nel petto di Potus. Anzi, di P.

@boria_a
MODA & MODI

Muccata versus Panterata

Il muccato di Calcaterra
 

Sarà un altro inverno bestiale. Come ogni anno degli ultimi dieci a questa parte, le anticipazioni per i prossimi mesi ci propongono una pelle maculata. Ma non l’avevamo già provata a sazietà? Fidatevi, rassicurano i guru delle tendenze: l’effetto savana urbana non va mai fuori moda, è uno dei filoni più coriacei. L’animalier, insomma, ha la pelle dura. E, a dispetto dei suoi tanti e violenti detrattori, la vende cara. Leopardi, ghepardi, zebre.

Ma quest’anno c’è una novità. Tra gli animali esotici, s’insinua una placida e rassicurante pezzata, col suo mantello a larghe macchie bianche e nere. Se non vi sentite a vostro agio nella parte, e nella pelle, di una specie ferina, forse avete un’anima più bovina. Ti va un muccato? Non è una variante del cappuccino, ma uno dei cappotti sfilati in passerella e firmati da griffe di punta. Lunghi fino ai piedi, con cintura, a metà polpaccio, tutti con l’inconfondibile manto bicolore, alla mucca Carolina dei formaggini Susanna, che alle signore negli anta evocano l’immagine di Caroselli spensierati.

Che poi non di vera mucca si tratta, ma come per i più graffianti leopardati e zebrati, di una semplice stampa su pelle di vitello, il cosiddetto “cavallino”, che ha anche una versione tutta ecologica. Se l’animalier bordeggia sempre il kitsch, non fidatevi troppo della pelle di mucca. Sarà pure un pattern semplice, ma dall’impatto forte, tutt’altro che addomesticabile. La signora country, allevatrice metropolitana, deve accettare il rischio di essere eccessiva. Non ci si può rivestire di pelo bicolore, coprirsi di macchie dalla testa ai piedi, e poi, tolto l’involucro, rifugiarsi in indecisi colori pastello. La guerra a colpi di stile richiede coraggio fino in fondo.
La mucca è la nuova pantera. 
@boria_a

giovedì 19 luglio 2018

MODA & MODI

Estate smutandata 



La città delle smutandate. La moda estiva più coriacea, persistente, trasversale delle ultime stagioni è quella dei minishorts. Al primo caldo ecco legioni di ragazzine liberarsi di qualsiasi indumento che si ostini a scendere in po’ più giù della zona inguinale, gonna o pantalone che sia. Francobolli di jeans, hanno preso il posto delle tende da circo a fiori o a balze, che per mamme e nonne erano quintessenza della libertà, e si sono propagati come un’epidemia. Minacciando da vicino il buon senso, tanto che presidi e insegnanti non smettono di metterli ogni anno espressamente all’indice, nel caso a qualcuna venisse in mente di presentarsi così, nel look adesivo, davanti a una commissione d’esame. Gambe lunghe, corte, sedere più o meno allenato, polpacci tonici o filiformi, bucce d’arancia e altre calamità dell’epidermide, su cui nei mesi invernali ci si arrovella e si soffre non poco, evaporano in una totale amnesia.

 A differenza di stivaloni da squaw o da cowgirl, sandali da schiava, pantaloni da odalisca e altre amenità etno estive, ormai residui di passati e fuggevoli innamoramenti, i pantaloncini ini ini resistono. In città o al mare non fa quasi differenza e dove i due ambiti coincidono non ci si può girare senza posare l’occhio su natiche “chi mi ama mi segua”, la pubblicità dei Jesus che quasi cinquant’anni fa scandalizzò mezza Italia benpensante, Pasolini compreso.

Oggi quella mutanda denim è diventata uniforme e di trasgressivo non ha proprio più niente. Anzi, se i centimetri si riducono, aumentano le adepte negli enta e anta, perchè la maggiore età in fatto di stile non aiuta la cautela. Qualunquisti e democratici, i mutandini non guardano nessuno dall’alto in basso, purtroppo neanche dal lato b.
@boria_a

sabato 14 luglio 2018

 IL LIBRO

La ragazza che portava il diamante al naso come un piercing da quattro soldi 





I diamanti guardano gli opposti. La ricchezza e la povertà assolute, gli estremi della scala sociale. La piccola miliardaria cinese che riceve in regalo due pietre rosa battezzate col suo nome e il piccolo miserabile della Sierra Leone, drogato e armato di kalashnikov per controllare chi lavora nelle miniere. «C’è chi li porta al dito e chi con le dita li raccoglie nel fango. Chi li compra all’asta e chi viene ammazzato se cerca di venderli. Solo loro conoscono lo spazio fra due destini paralleli». Mondi che non si incontreranno mai e che un diamante, testimone splendido e passivo, intercetta e non trattiene.
Anche la protagonista dell’ultimo romanzo di Caterina Bonvicini, Ludò, racchiude in sè gli estremi: la serenità di una vita agiata e movimentata, in giro per il mondo, e la mostruosità di un passato lontano, nella costrizione dell’immobilità per sfuggire alla morte. Il suo preziosissimo diamante rosso, che porta al naso come un piercing da quattro soldi, è lì, a testimoniare queste esistenze spaiate, che non possono riconciliarsi e che il suo stesso marito ignora.


Caterina Bonvicini


Nella prima pagina di “Fancy Red” (Mondadori, pagg. 293, euro 18,00), Ludò è già morta. Quando Filippo, gemmologo da Sotheby’s, si sveglia nella lussuosa camera da letto di una villa in Grecia, ai suoi piedi c’è il cadavere della moglie, un paio di forbici piantate nel collo, e accanto una giovane sconosciuta che lo accusa dell’omicidio. Ma è stato davvero così? La donna nella mano stringe la pietra di Ludò, che crede un semplice rubino: invece è il “Fancy Red”, diamante rosso, purissimo e dal colore singolare, di cui al mondo esistono forse trenta esemplari. If, internally flawless, perfezione assoluta.
Lui morde la mano della sconosciuta, per costringerla a mollare la pietra, intuisce che in quella gemma c’è la chiave della sua vita e la soluzione di tanti interrogativi. “Il piano di sfaldatura”, direbbe un gemmologo: il punto naturale dove la pietra cede, che i tagliatori studiano per mesi.


Filippo non ha mai voluto possedere un diamante, almeno finchè non ha conosciuto Ludò. E ora sarà proprio il “Fancy Red”, che appare e scompare lungo tutta la trama, a guidandolo a ritroso sulle tracce del passato della moglie, morta eppure protagonista in ogni pagina, con i suoi segreti e la sua inquietudine. Ludò adottata dal ricco finanziere milanese e da lui amata più dei suoi figli naturali; Ludò affamata di sesso, alla ricerca di avventure di una notte con Filippo, da Lisbona a Cuba, dalle Fiandre all’Argentina; Ludò bambina che, al luna park con la nuova mamma, rifiuta il cane di peluche vinto al tiro a segno perchè le ricorda i bersagli dei cecchini a Sarajevo; Ludò che affida i ricordi tremendi dell’assedio solo alle lettere indirizzate al marito, al suo “Pip” e scritte al computer come un diario da non condividere. Ludò che molti anni dopo, durante un incidente in barca a vela, vede un uomo morire in mare e sente il sangue fresco, calpestato sulle strade a Sarajevo, risalirle in testa.


Lungo gli otto capitoli della struttura a ottaedro, come quella cristallina del diamante, questo thriller asciutto, a tratti spiazzante, affolla tanti temi: i rapporti di coppia, il divario sociale che si allarga fino a diventare sperequazione tra il Nord e il Sud del mondo, la malavita internazionale, il coesistere di verità e menzogna. Al centro, metafora del doppio, il Fancy Red, che continuerà ad attraversare mondi e vite, a essere bramato o maledetto, senza che sporcizia e imperfezioni lo intacchino.
A differenza di Ludò, vittima del più elementare e ferino sentimento umano.

@boria_a
MODA & MODI

Il nuovo marsupio va per traverso

Dallo zaino alla borsetta, qualcosa va anche di traverso. L’estate 2018 getta scompiglio in materia di accessori maschili. Innanzitutto, un grande rientro: il marsupio, che gli inglesi chiamano familiarmente bum bag, ovvero un contenitore legato sopra il fondoschiena. Riemerso tra gli indicatori degli anni Novanta, equivale all’animalier al femminile: non ci sono zone grigie, o lo si considera comodo e spiritoso (gli americani lo definiscono funny pack, appunto...), o lo si cataloga nell’abbigliamento da aeroporti e lunghe traversate in classe economica, come le tute da ginnastica e le ciabatte.
Il marsupio 2018, per confonderci cambia posizione. Non ballonzola più all’altezza della cintura, ma si porta a bandoliera, cioè trasversalmente, come un grande arachide, meglio se griffato. La sua capienza ha un limite: se troppo riempito, davanti impedisce i movimenti, dietro crea protuberanze infelici.





Versace ha tagliato le mezze misure e a Milano ha fatto sfilare di recente maschi con la borsetta. Veri e propri contenitori mignon, con la catenella, identici a quelli femminili, indossati di traverso su giacche, canottiere e t-shirt. Borsette in tutto e per tutto intercambiabili con quelle che una signora sceglie per uscire la sera, quando non ha bisogno di altro che di chiavi, cellulare ed, eventualmente, di una carta di credito. È l’ultima frontiera nel guardaroba genderless, che attraversa i sessi senza differenze.




 
Versace, Men Fashion Fall Winter 2019-2020



Tra marsupi reloaded e provocazioni, resiste lo zainetto. Quest’estate è geometrico e si porta infilato a entrambe le braccia, mentre il simil-eastpak floscio sulle spalle, continua a piacere agli stropicciati radical chic. Tra gli uomini che non vogliono avere le mani occupate, è ancora la soluzione più innocua.
@boria_a

martedì 26 giugno 2018

L'INTERVISTA

Il tradimento, la quarta sfumatura di Irene Cao



Dov’erano rimasti Elena e Leonardo, lei restauratrice lui chef stellato, inventati nel 2013 da Irene Cao, scrittrice di Caneva (Pordenone), che con la sua trilogia ero-soft - “Io ti guardo”, “Io ti sento”, “Io ti voglio” - senza fruste e ammanicoli, ma con tanto sesso ortodosso, ha venduto oltre 400mila copie? Dopo un percorso accidentato di strappi, riappacificazioni e amplessi, li avevamo lasciati intenti a metter su famiglia, mentre la loro storia, risposta italiana alle “Sfumature” di E.L. James, usciva dai confini nazionali per essere tradotta in dodici lingue, l’ultima il coreano, e ristampata da Rizzoli anche in tre diverse edizioni Bur.


Irene Cao fotografata da Giorgio Mondolfo


Le lettrici, però, si arrovellavano. Resiste la passione al tran tran coniugale? Così, via social e mail, hanno suggerito a Irene Cao, ex insegnante precaria di lettere classiche diventata cinque anni fa un caso editoriale, di inventarsi un seguito. Perchè se dopo la trilogia autoctona Cao ha firmato anche altro - il dittico “Per tutti gli sbagli e “Per tutto l’amore”, poi un romanzo compiuto, “Ogni tuo respiro” - i suoi primi personaggi restano i più amati. Così, in quattro mesi, scrivendo forsennatamente, l’autrice esce oggi in libreria con “Io ti amo”, quarto capitolo della saga (ancora Rizzoli, pagg.278, euro 16,00).


«Nell’ottobre di un anno fa - racconta - mi è venuta l’idea di buttar giù una traccia di continuazione e l’ho condivisa con l’editore, che mi ha spronato ad andare avanti. Dopo un tentativo che non mi convinceva, il 29 gennaio di quest’anno, tornando da Venezia, ho scritto le prime righe del nuovo libro sull’iPhone. Da lì non mi sono più fermata, l’ho consegnato all’inizio di maggio. Ho lavorato giorno e notte. Non è stata un’operazione semplice, è stato un percorso faticoso anche dal punto di vista fisico».




Il sequel di un successo commerciale è una tentazione sempre in agguato. E.L. James ha sfornato due Sfumature dalla parte di lui. Cao, invece, ha deciso di scuotere la sua coppia dalla deriva domestica ed esporla di nuovo alle debolezze della carne. Che qualcosa si sia incrinato nel rapporto è chiaro fin dalle prime pagine, quando Elena, affidato il piccolo Michele, ormai alle elementari, alla madre, esce a incontrare l’«altro» uomo: Dario, di professione scultore. E Leonardo dov’è finito? Parte il lungo flashback, che ci racconta uno chef inquieto a caccia di una terza stella Michelin per il suo “Cenacolo” a Roma e con tante distrazioni, non solo del palato. La verità si intuisce subito, perchè il Nostro è molto più credibile nelle prodezze erotiche che nella parte del premuroso papà. Infatti, cade subito nel più trito degli errori: concedersi un’avventura extraconiugale, mentre la compagna è alle prese con l’apprendistato della maternità.


 La trama si srotola sottile tra tradimenti, veri o sospettati, e la descrizione degli amplessi, adeguata al nuovo status dei protagonisti: le due pagine di ginnastica tra lavello e fornelli che chiudevano il terzo libro, si sono ristrette a una manciata di righe nella reciproca conoscenza coniugale.

Irene Cao, difficile ritornare indietro? «Ho passato le scorse vacanze di Natale a rileggere la Trilogia, cosa che non avevo più fatto dalla pubblicazione. Quei libri sono scritti in prima persona, si trattava di recuperare un modo di pensare e di raccontare. Volevo riprendere la voce di Elena, quindi è stata una rilettura profonda, mi sono calata nella sua mente, cercando di assumere il suo punto di vista, il suo sentire. Certo, non siamo più nel contesto delle Sfumature, quello che conta non è più solo il gusto erotico, com’era in quel momento ben preciso, tra l’estate 2012 e il 2013. Allora ho cercato di capire che cosa potrebbe essere successo nelle vite di due persone che si erano scelte, e scelte così tanto da fare un figlio insieme, che cosa potesse unirle ancora. E se avessero ancora qualcosa da scoprire l’uno dell’altra...».


Ce l’hanno? «Le mie lettrici un po’ se l’immaginavano che non sarebbe stato facile imbrigliare uno spirito libero come Leonardo. Anch’io l’ho odiato in certi momenti, sono entrata in contrasto col personaggio, ne scrivevo e allo stesso tempo lo detestavo, soprattutto nel primo libro, con quel suo fascino demoniaco e il modo di fare da stronzo. Poi, man mano che la storia procede, anche lui subisce un cambiamento. Nel terzo libro sono alla pari, due anime che si incrociano e hanno voglia di andare avanti insieme, di fidarsi reciprocamente. Poi qualcosa succede, come a molte coppie: non si parla più, non ci si ascolta, non ci si fida e si diventa due entità che procedono autonomamente su vite parallele, senza interfacciarsi. Tanti tradimenti nascono da lì, dall’incapacità di comunicare. È una storia abbastanza comune, lo vedo intorno a me».


A Elena che cosa è successo? «Vive un momento difficile, ma trova la forza di scegliere. È molto più protagonista. Prima Leonardo era il maestro, mentre in questa storia il punto di vista è centrato su di lei. Elena è autonoma, è madre, si è presa delle responsabilità che l’hanno resa più forte. Non c’è più l’iniziazione ai sensi e al piacere, è tutto già successo, ma una coppia che si conosce e non si sa se durerà o no».


Lei, Irene, è cambiata? «Sì, anch’io. Sono stati cinque anni intensi e potenti. Elena non mi rispecchia completamente, ma qualcosa di me stessa, almeno a livello caratteriale, lo metto sempre nel suo personaggio. Rispecchia la mia visione del mondo, il mio modo di intendere i sentimenti e la vita. E in lei c’è il mio amore per l’arte, una delle mie scialuppe di salvataggio nei momenti critici».


Ha fatto solo la scrittrice? «Nell’ultimo anno ho provato a cimentarmi con la regia. Sto ultimando il montaggio di un prodotto un po’ innovativo, da far girare sul web, in cui mi muovo tra i mondi della regia, della fotografia, della luce. Per il momento è ancora in stand by perchè ho dato priorità al libro e io nei progetti mi ci tuffo con l’anima e riesco a fare solo una cosa per volta. Questo esperimento si avvicina molto all’idea di un film: sette episodi di cui sono regista e in parte anche attrice, che raccontano il mio viaggio di scrittrice e fanno entrare nell’atmosfera dei miei libri. È un progetto in cui ho investito molto tempo e finanze. Non mi sono sposata, quindi mi sono concessa questo matrimonio con il mondo delle immagini».


Dov’è girato? «A Venezia, a Roma, Milano, in una villa veneta e anche a Trieste, sul Molo Audace, in una scena che mi è rimasta nel cuore. Finiamo sulle mie colline, vicino al mio eremo creativo di Caneva».


E l’amore?«L’ho trovato e l’ho perso. Forse non era ancora arrivato il mio momento. In questi anni, e parlo degli ultimi dieci, sono successe tante cose, mi sono messa al servizio della scrittura. Io, come persona, mi sono fatta da parte, mi sono dimenticata di me per cullare i miei personaggi e i miei progetti. Adesso ho deciso di prendermi una lunga pausa, in cui cercherò di capire dove voglio andare e rivivere alcuni momenti che mi sono persa nel corso del tempo. Sono stati anni di grande sacrificio, che mi hanno dato molto ma anche tolto molto. Alla fine devo ricreare un equilibrio dentro di me».


Dunque lei è tra i fortunati che vivono di scrittura... «Negli ultimi cinque anni sì. E ringrazio i miei lettori, perchè chi ti rende scrittore è chi ti legge. Storie ne ho ancora tante in testa, ma adesso devo alleggerirmi, perchè quando trattieni tanto materiale per tanto tempo l’anima diventa pesante. Vivo la scrittura in modo viscerale».


Cosa le è mancato di più? «Forse non aver avuto abbastanza tempo per le amicizie, che come gli amori vanno coltivate e innaffiate. Non sempre si viene capiti, ascoltati, spesso gli altri non gioiscono delle tue gioie. L’invidia non mi appartiene, ma siamo umani, lo comprendo. È l’altro lato della medaglia».


Il successo l’ha cambiata? «Per niente. La gente pensa che abbia una vita stratosferica, mentro sono qui, nella mia casa, che mi sono tirata su da sola, grattando dalla mattina alla sera, con l’aiuto di mio padre, che faceva questo mestiere. Mi piace lavorare con le mani, anche a Tarvisio ho passato giorni a restaurare la casa dei miei nonni taglialegna, in mezzo ai boschi. Mi sento arricchita dentro, ma al di là del riconoscimento economico, non sono cambiata. Sono gli altri che mi vedono diversa».


L’ha condizionata l’etichetta di scrittrice erotica?
«Tantissimo. Gli uomini ne sono spaventati. Magari non hanno letto neanche una riga dei miei libri, ma si costruiscono un immaginario e quando mi conoscono e capiscono che sono una persona tranquilla, e con certi valori, restano delusi».

@boria_a

sabato 23 giugno 2018

IL LIBRO

 Il bambino che cerca il coma etilico







Le fedeltà invisibili sono lacci che ci legano agli altri, a volte fino a strangolarci. Quelle che un bambino sente verso i genitori separati e che lo spingono a difenderli da loro stessi, a evitare che si sbranino per lui. Quelle che un amico nutre per il suo compagno di banco, di cui intuisce l’abisso di dolore e di smarrimento e lo rispetta col silenzio. Quelle di una donna verso il padre che l’ha maltrattata da bambina, togliendole per sempre una parte di sè. Patti d’amore e di lealtà nei confronti di chi amiamo o abbiamo amato, spinti al limite, fino all’autodistruzione.





È una fedeltà invisibile quella che Théo, dodici anni, prova per i due nemici che lo hanno messo al mondo, da cui vive a settimane alterne. Suo padre è un uomo alla deriva: lasciato dalla nuova compagna, scaricato dalla sua azienda, si lascia morire dentro un pigiama sporco in un appartamento buio e puzzolente, tra i cartoni del cibo. Sua madre è intossicata dal risentimento per l’ex marito e ogni volta che il bambino rientra a casa lo tiene a distanza, evita di guardarlo, tutta concentrata nello sforzo di riammettere nel suo spazio il figlio tornato da un territorio ostile e contaminato, di cui bisogna cancellare ogni traccia.


Come si può smettere di amare i genitori, come si può strapparli dalla propria vita, per quanto fragili, egoisti, anafettivi siano? Théo non ci riesce, fedele a quel patto che gli suggerisce quando tacere, mentire, fare la faccia neutra o recitare per non ferirli, per non offrire argomenti a nuovi scontri e rivendicazioni. Un peso insopportabile, che si può annullare solo stordendosi.
Théo beve superalcolici. A scuola, in un nascondiglio che condivide con il coetaneo Mathis. Ogni giorno il livello della bottiglia scende un po’ di più, ogni giorno bisogna rubacchiare in casa per procurarsi, in un negozio che non fa domande, vodka, rum, whisky. Per Mathis, ammirato e un po’ succube, è solo un gioco clandestino, per Théo un piano lucido, da portare fino in fondo: «Si chiama coma etilico. Gli piacciono queste due parole, il loro suono, la loro promessa: un momento di scomparsa, di eclissi, in cui non devi più niente a nessuno». La madre di Mathis, Cécile, vorrebbe interrompere il legame tra i bambini, che avverte pericoloso, ma la sua attenzione è risucchiata da altro: quel marito che le fa pesare la sua inferiorità sociale, ha una seconda vita in Internet, profili multipli dietro cui scarica la sua aggressività.


È un’altra solitudine a intuire da subito quella di Théo. Hélène, l’insegnante di scienze, non si fa ingannare dalla lentezza dei movimenti, dallo sguardo che sfugge quello degli altri, dallo sforzo di rendersi trasparente. Riesce a vedere le ferite del bambino sotto i vestiti, anche se l’infermiera della scuola ha detto che sul corpo non ha un graffio. «Non c’era nulla. Peccato che io le botte le ho prese e non mi fregano». Hélène non può avere figli perchè suo padre da bambina l’ha presa a calci fino a provocarle un’infezione, ma anche lei non ha parlato nè chiesto aiuto, proprio come Théo. «So che i figli proteggono i loro genitori e so quale patto di silenzio li porti a volte fino alla morte». Ma l’insegnante è isolata, i colleghi minimizzano, come se la sua sia solo un’ossessione malsana per l’alunno.


“Le fedeltà invisibili” di Delphine de Vigan - quinto romanzo della scrittrice francese e primo pubblicato da Einaudi, pagg. 134, euro 17,00 - stringe lo stomaco in una morsa. Lucido e teso fino all’ultima riga, scarnifica il lettore. Bambini che coprono i cedimenti dei genitori, determinati a difenderli, ad assumere su di sè i loro problemi, a costo di uccidersi. Adulti che annaspano dietro un paravento di normalità. O che sentono di dover restituire qualcosa alla loro infanzia violata, come Hélène che ha deciso che la “fedeltà invisibile” non debba più annientare nessuno. «A volte penso che diventare adulti non serva a nient’altro che a questo: riparare le perdite e i danni originari. E mantenere le promesse del bambino che siamo stati».


Il finale è sospeso, non consolatorio, ogni esito è possibile. E ci interroga nel profondo sul nostro essere genitori e figli. Perchè a ognuno è capitato, in entrambi i ruoli, di pensare che un legame così stretto vada protetto da ogni intrusione esterna, che ogni richiesta d’aiuto sia un tradimento. E il prezzo da pagare dura una vita.