lunedì 21 gennaio 2019

IL LIBRO

Le sei sorelle Mitford, che presero a morsi il Novecento 





Sei: aristocratiche, affascinanti, appassionate, brillanti, spregiudicate, trasgressive. Sei: la fascista, la comunista, la nazista, la duchessa, la romanziera. L’hanno soprannominata “Mitford Industry” e non solo perchè le sorelle, sei appunto, sono state prolifiche scrittrici e giornaliste, e autrici di best seller che le hanno rese (ancor più) milionarie, ma perchè le loro vite eccezionali hanno a loro volta ispirato dozzine di libri, piéce teatrali, musical, oltre a riempire per decenni le pagine di quotidiani e rotocalchi, dalla seconda guerra mondiale all’alba del nuovo Millennio. La più nota è Nancy, classe 1904, la primogenita dei coniugi inglesi Sydney e David Freeman-Mitford, baroni Redesdale: firmò romanzi di successo come “Inseguendo l’amore” e “L’amore in un clima freddo” (ripubblicati di recente da Giunti e Adelphi) ma soprattutto amò perdutamente Gaston Palewski, braccio destro di De Gaulle e poi ambasciatore a Roma. Lui la tiranneggiò e tradì senza ritegno, rifiutandosi di sposarla perchè divorziata e con parenti (leggi: sorelle) imbarazzanti per la sua carriera politica, salvo poi convolare, una volta ritiratosi dalla vita pubblica, con una nobile e abbiente signora, naturalmente lei pure alle seconde nozze.

De Gaulle, ma anche Guinness, Churchill, Goebbels, Mussolini, i duchi di Windsor, John Kennedy. E il Novecento intellettuale di Litton Strachey, Dora Carrington, Evelyn Waugh, Cecil Beaton, omosessuali mondani e cerebrali. La storia delle sei Mitford attraversa e si impasta con quella del secolo breve - la guerra, le ideologie, i regimi, abbracciati con una veemenza sfociata nel fanatismo, ma senza mai perdere la grazia dei natali - come ci racconta la torrenziale e accuratissima “Le sorelle Mitford - Biografia di una famiglia straordinaria” di Mary S. Lovell, uscita nel 2001 e ora pubblicata da Neri Pozza (pagg. 636, euro 25,00), che incornicia un arco temporale dal 1894 al 2014, quando morì Deborah, “Debo” la più giovane delle sorelle, moglie del decimo duca di Devonshire, diventata imprenditrice di successo nella gestione della dimora signorile di Chatsworth - una delle più belle e visitate d’Europa - e del suo fruttuoso merchandising (curiosità: è nonna della top model Stella Tennant).
Tra Nancy e Deborah, c’erano Pam (la bucolica), Diana, Unity e Jessica detta “Decca”, oltre all’unico maschio, Tom, bello e colto, che morì nel ’45 in Birmania, da ufficiale, colpito in un assalto contro i giapponesi, ma inevitabilmente già sepolto dalla vivacità delle sorelle.





Grande spazio Mary S. Lovell dedica alle Mitford “fanatiche”. Unity portava il suo destino addosso. Chiamata di secondo nome Valkyrie, in onore delle guerriere della mitologia di Wagner e concepita a Swastika, fu fervente nazista, riuscì a conoscere Hitler e ne divenne amante. Diana, divorziata Guinness, nonchè futura romanziera di successo, si risposò con Oswald Mosley, fondatore del partito fascista britannico (Buf), in una cerimonia a casa di Goebbels, lei in tunica dorata, con il Führer tra gli invitati. Nel 1939, non potendo sopportare il pensiero di una guerra tra la Germania e la sua amata Inghilterra, Unity si sparò in testa nel parco dell’Englisher Garten di Monaco: non morì e incredibilmente sopravvisse con un proiettile nel cranio per nove anni. Diana e il marito trascorsero un lungo periodo in galera: si amarono per 44 anni e morirono a meno di un anno di distanza l’uno dall’altra.


E Decca la “rossa”? Fuggì col secondo cugino Esmond Romilly, nipote di Churchill, per partecipare alla guerra civile spagnola. Si sposarono in segreto ed emigrarono in America, facendo i baristi per vivere. Nel 1941 lui, arruolatosi nella Royal Canadian Air Force, fu abbattuto durante un raid contro la Germania nazista, mentre Decca continuò a vivere negli Usa, occupandosi di diritti civili e giornalismo investigativo. Firmò un bestseller, “Il sistema di morte americano”, frutto di cinque anni di indagine: fu in testa alle classifiche di vendita per mesi, le fruttò centomila dollari, molte minacce di morte dalle pompe funebri e lauree honoris causa. Tra gli addetti ai lavori la “Mitford” era la bara più economica e la scelse anche Robert Kennedy per il fratello assassinato.


Sei: presero a morsi il ventesimo secolo, in una Downton Abbey con più cervello, sangue e viscere. Di loro la madre Sydney diceva: «Quando vedo un titolo di giornale che comincia con “La figlia di un lord...” so che una di voi ragazze si è messa nei guai». 

@boria_a

sabato 19 gennaio 2019

MODA & MODI

Cicliste in gamba


Vi sembrano un incubo i pinocchietti? Quei pantaloncini maliziosi che si interrompono appena sotto il ginocchio, mettendo a dura prova qualsiasi polpaccio, anche il più sfilato e palestrato? E i cargo con le tasche laterali, come propaggini estensibili, che stressano la silhouette, la allargano e la deformano? Non avete visto niente. Il 2019 vi chiede di essere ancora più in gamba.




I pantaloncini aderentissimi del ciclista, che non fanno sconti neanche al fisico più armonioso, sono suggeriti dalle passerelle come novità dell’anno. Incollati al ventre e alle cosce, impietosamente rivelatori, sono diventati di colpo un capo passepartout, da indossare con una giacca, un maglione, sotto una gonna. Visti sulle passerelle sono agghiaccianti: espongono i profili emaciati, segnano il pube, si appiccicano alle ossa appuntite, circondano il ginocchio, per quanto roseo e tonico sia, perimetrano il sedere, funzionano come Google maps su ogni millimetro di buccia d’arancia. Non c’è modella a cui donino, anoressica o curvy che sia. E se piacciono alle Kardashian c’è più di una ragione per guardarli con sospetto.

Vi immaginate in pantaloncini da ciclista in una qualsiasi situazione quotidiana che non sia una sgambatina sulla due ruote e a un’ora conveniente perché nessuno vi veda deambulare come un insaccato? I vituperati leggings, tacciati in passato di indecenza, sono al confronto consolanti. 

Per la loro presenza nelle varie collezioni, le riviste di moda definiscono i cycle pants, i bike shorts, un “fashion statement”, ovvero un manifesto della moda 2019, confidando nel potere mistico degli inglesismi. E se facessimo come per i colori che Pantone decreta ogni anno irrinunciabili? Guardiamoli sugli altri, anzi, giochiamo a chi li avvista prima in giro (Kardashian a parte). 

@boria_a

martedì 15 gennaio 2019

LA SCRITTRICE

 Torna Ilaria Tuti con la sua "Ninfa dormiente"


Ilaria Tuti fotografata da Beatrice Mancini



 S’intitola “Ninfa dormiente”, titolo scelto dall’autrice, e uscirà la prima settimana di maggio. Ilaria Tuti, la giovane scrittrice di Gemona, caso letterario 2018 con il suo primo libro, il thriller bestseller “Fiori sopra l’inferno” edito da Longanesi, anticipa con trepidazione qualcosa del nuovo giallo. È già terminato e in fase di editing, e avrà ancora una volta come protagonista l’ispettrice Teresa Battaglia, cinquantenne provata dalla vita, dalla determinazione incrollabile ma al tempo stesso fragile ed empatica, questa volta alla prese con un’indagine in una valle delle prealpi friulane, «che ha alle spalle una storia importante». Il romanzo prenderà le mosse come un giallo classico, con un caso di morte che ci riporta alla prima guerra mondiale e un quadro misterioso, ma il dipanarsi dell’intreccio lascerà molto spazio all’approfondimento sulle storie personali dei personaggi: Teresa, che incontrerà sul suo cammino un nemico che viene dal passato, l’ispettore Marini, il collaboratore fresco di scuola di polizia, con una ferita che l’ha allontanato dalla città e indotto a trasferirsi nella ferigna montagna friulana, e un nuovo arrivo, una giovane fortemente voluta da Teresa, in cui l’ispettrice riconosce se stessa, la sua tempra ma anche le difficoltà degli inizi.

«Non nascondo che il secondo romanzo è pesante dal punto di vista psicologico», dice Ilaria Tuti. «Nel primo ti butti, ora invece le aspettative sono alte, è come se tu avessi fatto una promessa ai lettori. Questa nuova storia è difficile da etichettare, è un thriller non canonico che avevo dentro da tanto tempo, ancora prima di “Fiori sopra l’inferno”. C’è una storia vera e ci sono i ricordi di una persona vera, la memoria storica del paese, che mi ha accolto nella sua casa e mi ha aperto il cuore. E poi tanti risvolti sociali, antropologici, politici. È un romanzo d’ambiente, che dà spazio alle vite dei singoli caratteri. Il mio editor, Fabrizio Cocco, dice che la mia narrazione crea assuefazione e ci vuole un po’ di tempo per prendere le distanze dalla storia».


Ilaria Tuti è appena rientrata da Madrid, dove ha festeggiato l’uscita in castigliano e catalano (il traduttore è Xavier Gonzàlez Rovira) del primo libro con l’editrice Alfaguara del gruppo Penguin Random House, che verrà diffuso anche nei paesi latino-americani, seconda traduzione straniera dopo quella francese, uscita a settembre. In febbraio il thriller sarà disponibile in inglese per Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda, in aprile negli Stati Uniti, quindi in Grecia, Olanda, Serbia, Polonia, Norvegia, Repubblica Ceca per un totale di ventidue paesi, dove anche il secondo romanzo è già stato venduto.












«In Spagna - racconta Tuti - sono stata accolta molto bene, mi ha intervistata la radio nazionale, è arrivato “El Mundo”. Il traduttore si è affezionato ai personaggi e ha trovato una grande sintonia sull’ambientazione. Teresa Battaglia ha qualcosa di Petra Delicado, amatissima investigatrice creata da Alicia Giménez-Bartlett, ma anche qualcosa di Amaia, l’ispettrice dei gialli di Dolores Redondo, un’autrice attenta come me alle tradizioni, alle radici, alle credenze popolari, a un mondo antico assediato dal progresso, ma anche al rapporto della donna con la maternità. In Spagna credono molto nel libro».

Intanto, tra una fiera letteraria e l’altra, Ilaria Tuti continua ancora a occuparsi di pratiche d’appalto, seppure a tempo molto ridotto rispetto al passato. Per la sua investigatrice Teresa, invece, potrebbe prospettarsi un futuro anche televisivo. La società di produzione Publispei ha acquisito i diritti dei libri e si è presa un paio d’anni di tempo per valutare se ricavarne un film o una serie. —

sabato 12 gennaio 2019

IL PREMIO

Il Nonino internazionale 2019 a Juan Octavio Prenz e ai suoi uomini senza radici


Juan Octavio Prenz (foto Andrea Lasorte)
 

 I colori, la fantasia epica, la vitalità picaresca della grande letteratura latinoamericana e le inquietudini, i tormenti, le ombre che percorrono la grande letteratura mitteleuropea. L’opera di Juan Octavio Prenz, scrittore argentino di origini istriane e da anni triestino d’adozione, incrocia e attraversa questi due mondi, restituendoci personaggi sfaccettati, mai incasellati in un’unica identità, che errano nel groviglio di strade dell’esistenza umana conservando nel cuore, come un’àncora, l’appartenenza a una comune matrice di affetti, di abitudini, di paesaggi e lo spirito di ribellione verso qualsiasi tirannide.

È questa sua originalità e matrice inconfondibile che la giuria ha voluto celebrare, assegnando a Prenz il Premio internazionale Nonino 2019, riconoscimento giunto quest’anno alla quarantaquattresima edizione e dedicato a due suoi presidenti scomparsi da pochi mesi, lo scrittore V.S. Naipaul e il regista Ermanno Olmi. Prenz arriverà in Friuli con un libro di versi freschissimo di traduzione italiana, “Figure di prua”, che uscirà per La Nave di Teseo due giorni prima della cerimonia. E la stessa casa editrice ripubblica anche "Il signor Kreck", il suo romanzo più famoso.


Il Premio Nonino a un Maestro del Nostro Tempo è stato invece attribuito alla storica, saggista e giornalista americana, naturalizzata polacca, Anne Applebaum, vincitrice del Premio Pulitzer con “Gulag: a history”, editorialista del Washington Post e docente di Practice alla London School of Economics. Applebaum ha inciso profondamente nel dibattito internazionale con libri e articoli sui totalitarismi del ventesimo secolo e sulla rinascita del nazionalismo e del populismo nel ventunesimo secolo.




Si ferma a Gorizia, infine, il Premio Risit d’Aur-Barbatella d’Oro, assegnato a Damijan Podversic, viticoltore della comunità slovena, per aver dato un appassionato impulso alla coltivazione della Ribolla gialla, antico vitigno autoctono della regione, e avviato l’iter per il recupero di terreni abbandonati dal 1940 sul Monte Calvario. Podversic, che cominciò ad amare la vite a dodici anni grazie al padre Francesco, oste a Gorizia, ha acquistato un po’ alla volta piccoli appezzamenti, inseguendo con tenacia il suo sogno di produrre “Grandi vini”.



 
Il viticoltore Damijan Podversic



La cerimonia di consegna del premio Nonino, alla presenza della giuria presieduta dallo scienziato Antonio Damasio, si terrà il 26 gennaio 2019, alle 11, a Ronchi di Percoto, con la consueta kermesse popolar-mondana che chiama a raccolta nello stabilimento dei grappaioli friulani il mondo imprenditoriale, intellettuale e politico della regione. Il premio internazionale sarà consegnato da Claudio Magris.




“Solo gli alberi hanno radici” s’intitola l’ultimo libro di Prenz, uscito nel 2017. «È una frase che ho utilizzato spesso per rispondere a chi mi incitava a dichiararmi unilateralmente argentino, jugoslavo o italiano, avendo io scritto in queste lingue e vissuto nei paesi che le parlavano», spiega lo scrittore, nato a Ensenada in Argentina, fuggito dalla dittatura militare, di cui narra ne “Il signor Kreck”, vissuto a Belgrado e infine trasferitosi a Trieste. «Tutto nasce dalla mia diffidenza per le metafore facili, una delle quali fa dell’uomo un essere con radici. A volte, mi sono trovato a rispondere: se si tratta di fare delle metafore, allora, perché radici e non ali? Perché non pensare che l’identità possa anche definirsi in funzione di un futuro da condividere, piuttosto che di un passato da contemplare».


 Così pensano i tantissimi personaggi di “Solo gli alberi hanno radici”, uomini non “piantati” in un terreno comune, ma esseri vagabondi, attratti dai paesi dove passano o approdano, che nel viaggio, o nell’esilio, trovano straordinarie occasioni di scoperta di se stessi.

Con Anne Applebaum ritorniamo nel cuore dell’Europa. Storia e attualità sono al centro della sua riflessione, fin dal primo libro, il resoconto di un viaggio attraverso Lituania, Bielorussia e Ucraina, che descrive nei loro ultimi passi verso l’indipendenza. In “La cortina di ferro. La disfatta dell’Europa dell’Est, 1944-1956” ha approfondito l’imposizione del totalitarismo sovietico dopo la seconda Guerra mondiale, mentre il suo ultimo saggio, che sta per uscire in Italia con Mondadori, analizza la “carestia rossa” in Ucraina, frutto della politica di forzata collettivizzazione agricola di Stalin. Alla London School of Economics, Applebaum gestisce “Arena”, un programma innovativo sulla disinformazione e la propaganda nel XXI secolo.

@boria_a

sabato 29 dicembre 2018

IL LIBRO

Cameron e gli inconvenienti della vita
del dolore, dell'amore


Non c’è nessuno come Peter Cameron per prenderti per mano e accompagnarti dentro il dolore delle coppie. Quello che non traspare, non urla o si straccia le vesti, ma che cresce sotto traccia, come un cancro, mordendoti e intaccando le viscere nel silenzio, nell’apparente normalità del quadro clinico, fino a sconvolgerlo, senza opzione di tornare indietro.

Sono “Gli inconvenienti della vita” (Adelphi, pagg, 122, euro 16,00), l’ultimo, luminoso libro di Cameron, composto da due racconti in apparenza agli antipodi, la storia di altrettante relazioni dove un dramma mai espresso fino in fondo all’altro, una sofferenza sedimentata, che ha impastato ogni momento della vita in comune, a un certo momento per un caso, un accidente, un inconveniente appunto, deflagra e trascina via ogni consuetudine e ogni possibilità di aggrapparvisi ancora.





Stefano e Theo vivono insieme a New York, quartiere chic di Tribeca, l’uno avvocato di grido, l’altro scrittore che ha perso ogni creatività dopo un incidente in cui, ubriaco ma senza esserne direttamente causa, ha spezzato una vita. Anche la sua è rimasta intrappolata in quel momento, congelata più che dalle cicatrici fisiche, da un’apatia psicologica, da un malessere da cui non riesce e non vuole risollevarsi, inconsciamente incolpando il compagno di ogni cedimento nel recupero. E basta il pranzo con un’amica, l’allucinazione davanti a un’insalata, in cui le acciughe improvvisamente appaiono agitarsi nella ciotola come mosse da vita propria («le avevano sbattute lì sopra tutte ingarbugliate come in un’orgia...»), basta un’offerta di aiuto maldigerita, perché tutto il magma del dolore irrisolto torni a galla e diventi “La fine della mia vita a New York”, come s’intitola il racconto, la fine di un rapporto, di un progetto insieme.


Quella del magnifico e straziante “Dopo l’inondazione” è un’altra coppia, i Bird, vecchi coniugi di una cittadina della provincia americana, quartieri indistinguibili, arroventati dal sole, e distributori alla Edward Hopper. Una coppia (e anche loro sembrano un quadro di Hopper, i due anziani di “In the sunlight”) la cui spenta esistenza si trascina sopra la tragedia della morte violenta di una figlia e una nipotina. La vita di entrambi scorre piatta, assuefatta: la chiesa alla domenica col vestito buono, le foto sopra il caminetto, una camera sempre chiusa, i letti separati, il tran tran immutabile che perimetra il passato, gli impedisce di tracimare sradicando ogni appiglio.



In the sunlight di Edward Hopper


Quando una famiglia di sfollati, gli Escobedo - padre, madre e una bambina dell’età giusta per giocare con le Barbie e le case delle bambole sepolte dietro quella porta chiusa - entra temporaneamente in casa dei Bird, si rompe l’equilibrio del silenzio, lo scheletro fragile di un nucleo devastato al suo interno. Nella tragedia privata si fanno largo degli estranei, i tre ospiti, il reverendo donna che ha trovato loro l’alloggio, e ogni scudo domestico, ogni alibi, si frantuma. Il cambio di una camera, la televisione accesa, le visite improvvise della religiosa, le sue domande, l’irrompere della vita “vera”, con tutti i suoi inconvenienti, intacca quella sofferenza asettica e riservata. È lei che racconta: «È molto difficile sapere da dove cominciare perchè, si sa, ogni cosa è collegata all’altra, come quelle farfalle in Messico che battendo le ali scatenano un uragano in Cina, ma dopo averci pensato un po’ ho deciso di cominciare da quando gli Escobedo sono venuti a stare da noi...».





Cameron ci guida dentro la cucina, in salotto, nello scantinato, come prima aveva fatto nelle stanze del lussuoso appartamento di Tribeca, nel bagno dove Theo si stende a terra per trovare sollievo. Indugia sugli oggetti e sulle abitudini, ci accompagna a guardare il sole che tramonta sul New Jersey e fa sembrare New York “clemente”, indirizza il nostro sguardo attraverso la zanzariera della porta d’ingresso della casa dei Bird, che non scherma gli intrusi. Scoperchia ogni oggetto e ogni luogo dell’intimità, con parole asciutte, contate. Non descrive mai la sofferenza, la depressione, il tormento, ma li porta in superficie man mano che la lettura procede, come un esito necessario e ineludibile. Alla fine chiude la porta e lascia i suoi personaggi, e noi, a guardare in faccia la loro solitudine.

@boria_a

giovedì 27 dicembre 2018

IL PERSONAGGIO

Roberto Bertinetti, l'anglista sull'isola delle donne

Roberto Bertinetti


Il suo ultimo articolo per il Piccolo di Trieste l’aveva firmato sull’edizione dell’11 novembre scorso. Un ritratto del fondatore della Beat Generation, Lawrence Ferlinghetti, che in marzo festeggerà cent’anni. A Roberto Bertinetti non sfuggiva un anniversario, un’uscita editoriale, una riedizione degli amati scrittori inglesi e americani, di ieri e di oggi, di cui era appassionato, ammiratore, cultore. Da cronista culturale, preferiva il lavoro di segugio a quello di recensore. Ogni anno scherzava con i redattori sul Premio Nobel per la letteratura, cercava di anticiparne il vincitore, qualche volta ci azzeccava e, puntualmente, ne tracciava un ritratto originale il giorno della proclamazione.

Roberto Bertinetti, 63 anni, docente di Letteratura inglese all’Università di Trieste, scrittore e collaboratore di lungo corso delle pagine culturali del Piccolo, come di molti altri quotidiani e riviste, se n’è andato alla vigilia di Natale 2018 nella sua Pesaro, dopo una malattia con cui combatteva da tempo. «La chemioterapia? Beh, è la prima volta che la faccio. Vediamo com’è» diceva al telefono circa un anno fa, gentile e incuriosito, con la sua solita ironia, quasi partisse per un’avventura.


Non ha mai smesso di lottare e di scrivere, nemmeno durante le cure, nemmeno alla vigilia o dopo esami impegnativi, sempre disponibile a suggerire un tema e ad accettare un aggiornamento del pezzo, anche quando la durezza delle terapie lo prostrava. I “coccodrilli”, secondo il gergo dei giornalisti, di V.S. Naipaul e di Guido Ceronetti, scrittori che se ne sono andati nei mesi scorsi, e la storia di Sylvia Beach, l’americana che a Parigi fondò la libreria “Shakespeare and Company” e lanciò l’Ulisse di Joyce per non guadagnarne niente, sono gli ultimi pezzi che ci ha lasciato: acuti, brillanti, sintetici, sempre con quella riga che spingeva il lettore a volerne sapere di più.

Gli piaceva scrivere di letteratura, ma Bertinetti era insieme un osservatore attento della società inglese. Alla Rai e sugli schermi di Sky commentava la Brexit, le vicende della monarchia, la politica e i cambiamenti di una comunità multietnica, divisa tra la generazione dei millennial globali e gli euroscettici, per mentalità o disagio economico. Nel suo ultimo libro, “L’isola delle donne” (Bompiani), ha raccontato signore britanniche diversissime tra loro, da Lady Diana alla Thatcher, da Virginia Woolf a Mary Quant, unite dalla grinta e dalla personalità (e quanto si rammaricò di non poter essere a Grado, quest’estate, nel festival con lo stesso titolo...). Amava Jane Austen e la stilista Vivienne Westwood, ugualmente protagoniste di una rivoluzione dei costumi. Perchè questo gli interessava: negli autori, nei personaggi e nei loro percorsi, capire la trasformazione di un mondo.


All’insegnamento, alla scrittura, alla passione per il basket e l’Inter, Bertinetti ha sempre affiancato l’impegno politico nella sinistra riformista. Fu consigliere comunale del Pds di Pesaro, tra i fondatori del Pd. Parlando al telefono col Piccolo, qualche tempo fa, confidava un nuovo progetto letterario: seguire la nebbia attraverso il romanzo inglese. Il mistero, l’inquietudine, il viaggio. E, ancora una volta, il cambiamento.

@boria_a

mercoledì 26 dicembre 2018

IL LIBRO

 L'esercizio di Mary B. Tolusso in Danimarca



È abituata a districarsi nella lingua ostica di Carlo Emilio Gadda, ma si è lasciata conquistare da quella facile di Mary Barbara Tolusso. Facile? «Solo in apparenza, s’intende - confessa la traduttrice Conni Kay Jørgensen - perchè poi, quando ci metti mano, ti accorgi che non è affatto così, e che la semplicità è un’operazione complessa». “L’esercizio del distacco”, secondo romanzo della scrittrice e giornalista triestina, uscito nel maggio 2018 con Bollati Boringhieri, per Conni Kay è stato un “amore al buio”, una passione per la lingua prima che per l’intreccio. Così, grazie a lei, traduttrice danese che vive da trent’anni in Italia e ha insegnato alla Statale e alla Sapienza, la storia dell’affacciarsi alla vita dei tre ragazzi in un collegio vicino al confine con la Slovenia ha ricevuto la sua prima traduzione estera.


 
Conni Kay Jørgensen



Dal 14 dicembre 2018 “Distancekunsten”, per i tipi dell’editore Wunderbuch che ha sede a Skive, è disponibile nelle librerie della Danimarca. «Ho una velocità di lettura altissima - racconta Conni Kay Jørgensen, che ha sposato un italiano e vive ad Asti - addirittura di dieci libri al giorno. Quando mi sono accostata al romanzo di Tolusso, di primo acchito ho pensato: “questo non fa per me, non è il mio stile”. Un paio di giorni dopo, invece, mi sono accorta che mi era entrato nel cuore. Sono abituata a tradurre Galileo, Vico, ora sono al lavoro su Marco Polo... eppure mi sono ritrovata a pensare: “si può scrivere anche così”, in modo semplice, appunto. Mi ha colpito».





Jørgensen ha ricevuto il libro dall’editore italiano. E, appena arrivata all’ultima riga, sull’onda dell’entusiasmo l’ha tradotto e si è messa a caccia di un omologo danese che lo potesse far conoscere ai lettori del suo paese. Una caccia non sempre coronata dal successo, come spiega la stessa traduttrice, che si fa “ambasciatrice” dei classici della letteratura italiana, ma anche di autori contemporanei come Nicolai Lilin o dei giallisti alla De Giovanni.





«Quello di Tolusso non è un libro commerciale - spiega - e vendere non sarà facile. Però rispecchia molto il nostro essere danesi. Siamo pochi, non ci sentiamo sicuri di noi, abbiamo paura del mondo. Non ci riconosciamo in questo mondo. Io vivo tra due culture e vedo che mentre gli italiani si “propongono”, si “fanno avanti”, i danesi si rifugiano nella loro ritrosia e riservatezza. In questo senso, “L’esercizio del distacco” è un libro molto danese».