mercoledì 22 marzo 2023

MODA & MODI

 Giochi crudeli di trasparenze


Le trasparenze secondo Chanel


La trasparenza è di tendenza. Il web ne è saturo. I siti delle riviste specializzate ci spiegano che mostrare e mostrarsi sarà una delle attitudini di punta della stagione. Dovremo uscire dai bozzoli che ci hanno riparato durante i mesi freddi, dai capispalla oversize, e svettare libere senza timidezza con tutta la nostra intimità e il nostro intimo, sbocciando come fiori da impalpabili chiffon, tulle, crêpe. 

Body confidence, ci spiegano, calcando sul potere taumaturgico dell’inglese che infarcisce ogni articolo di moda. Credere nel proprio corpo, qualunque esso sia, e proporlo con naturalezza. Che significa? Rivediamo le passerelle. Trasparenza è il vestituccio di tulle nero sotto cui indossare culotte e reggiseno rosso ciliegia. O l’abito da portare a pelle, il seno schermato da due tasche strategiche, con la maximutanda bene in vista. Il nero la fa da padrone, e si sprecano le sottolineature sull’effetto boudoir, ma ci sono molte opzioni in bianco, con la lingerie coordinata, o in tinte pungenti come il giallo acido e il verde avocado, e poi l’ocra, l’azzurro soffuso, il rosso e il crema, dove il reggiseno (quando c’è) e lo slip sono a contrasto. 

L’enfasi è sulla biancheria: top, tute, sottovesti trasparenti sono solo il sottilissimo involucro per portarla in primo piano. See through, vedere attraverso. A incoraggiare le più tiepide interviene la statistica. Almeno il 77% delle passerelle primavera estate 2023 presenta un abito trasparente secondo i conteggi di Tagwalk, motore di ricerca della moda che offre una panoramica di modelli e tendenze selezionandoli attraverso una parola chiave. E la lingerie a vista ha anch’essa la sua solida percentuale, il 59% dei brand propone di girare in città con un mutandone sgambato, alto fino all’ombelico, sotto un vestito vedo-tutto o anche senza vestito.


Cito da un quotidiano online: “il nuovo nude look... non vuole essere seducente, nè erotizzante: è piuttosto una forma di autodeterminazione della donna che oggi, al di là dei vecchi canoni, sa accettare il proprio corpo, così com’è, senza temere i giudizi altrui”. Segue una gallery esemplificativa su come indossare al meglio l’abito trasparente, dove i numeri chiave sono due, massimo 38 minimo 180, nel senso di taglia e altezza. Trasparenza crudele. 

Solo Armani, nella sua declinazione della tendenza, ci risparmia lo slip e, sotto le sue cappe baluginanti, limita il disvelamento al reggiseno o al top incrociato e tagliato sulla pancia. Miu Miu, invece, moltiplica l’autoreferenzialità: gonna e maglietta rivelano braghette e reggiseno sottostanti, riuscendo a mettere a segno quattro loghi uno sotto l’altro, pluri-brandizzandoci dal mento al pube. Saggiamente, ci viene spiegato di dotarci di un body o di un abbigliamento intimo abbastanza coprente, a meno di non essere in spiaggia, dove il copricostume, indossato sul bikini, ci accompagna dalla sdraio all’aperitivo senza passare per casa.


Giocando in trasparenza, la lingerie esce allo scoperto, diventa a tutti gli effetti una parte dell’abito. E, sotto l’abito, il corpo si lascia vedere, come ci mostrano le eteree fanciulle che fluttuano in passerella. Sarà anche una scelta di autodeterminazione, certamente non inclusiva.

sabato 18 marzo 2023

LA MOSTRA

 Moda e design anni Cinquanta

a Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia

 

L’orologio Cifra 5 della Solari, disegnato da Gino Valle nel 1956. La macchina da cucire Necchi Mirella, firmata da Marcello Nizzoli nel 1957, proprio come la mitica macchina da scrivere Lettera 22 del 1950. Il televisione orientabile Phonola 17/18, apparecchio dalla concezione innovativa, una sorta di domestico E.T., che nel 1956 esce dalle matite di Sergio Berizzi, Cesare Buttè e Dario Montagni.

 

l’orologio da tavolo/muro Cifra 5 di Gino Valle, 1956, Solari Udine (Noleggiocose di Andrea Moscardi)


 

Istantanee dagli interni delle case degli italiani negli anni Cinquanta. Oggetti che al primo sguardo cristallizzano un’epoca. Gli elettrodomestici sono il biglietto da visita di un maggiore benessere economico, mentre le riviste per signora illustrano la prima moda orgogliosamente autoctona, che comincia a proporre linee e soluzioni originali, sempre più indipendenti dai canoni francesi.


Sono un decennio formidabile gli anni Cinquanta, per gli oggetti e per i vestiti. La genialità, il coraggio di architetti e disegnatori, si coniuga all’interesse di imprenditori illuminati e all’innovazione tecnologica: nasce il design industriale, con pezzi moderni, funzionali, dalle linee pulite, destinati a ridefinire gli spazi delle abitazioni. La Lady Armchair disegnata nel ’51 da Marco Zanuso per Arflex è la sintesi perfetta tra design, nuovi materiali e tecnologia: è la prima poltrona in gommapiuma e poliuretano espanso della storia e nasce dalle ricerche condotte all’interno della Pirelli.


Anche nella moda siamo agli albori di una rivoluzione. I grandi sarti di quella stagione incontrano sulla loro strada il marchese Giovan Battista Giorgini, imprenditore lungimirante e molto addentro al mercato americano, che riesce a valorizzare le individualità e a portarle in passerella, tutte insieme, per raccontare lo stile italiano, mix di novità e radici, che conquista i compratori d’oltreoceano. Il dominio francese è messo in crisi, dal colpo non si riprenderà più.

 

Roberto Capucci negli anni '50 (Archivio Fondazione Capucci)

 

 Non tutto è immediatamente compreso, sia negli arredi che nella moda, alcune invenzioni dovranno aspettare tempi migliori. Prendiamo il Mezzadro, pensato da Pier Giacomo e Achille Castiglioni nel 1957, uno sgabello dadaista con la “seduta” identica a quella di un trattore, che potrà entrare in produzione con Zanotta solo nel ’71. O la linea a “scatola” inventata nel 1958 da Roberto Capucci, in pieno furore di vitini da vespa e gonne a corolla, che rimbalzerà in Italia solo dopo un grande successo negli Stati Uniti. A Boston, infatti, nel settembre 1958, per la sua donna inscatolata Capucci vince l’Oscar della moda.


“Italia Cinquanta moda e design. Nascita di uno stile”, la mostra che si apre martedì 21 marzo 2023, alle 17.30, a Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia, vuole essere un’ampia e ricca antologia di questo decennio straordinario, quando l’Italia, uscita dalla guerra, aggrediva il futuro con inventiva e ottimismo e cominciava e esportare nel mondo la sua idea di bellezza, di grazia, di eleganza sia negli oggetti che nel guardaroba. L’esposizione, che sarà visitabile fino al 27 agosto 2023, è promossa dal Museo della Moda e delle Arti Applicate di Gorizia, articolazione dell’Erpac (l’ente per il patrimonio culturale della regione) ed è curata da Carla Cerutti, per quanto riguarda la sezione design e arti applicate, con la consulenza scientifica dell’Associazione degli Archivi delle Arti Applicate Italiane del XX secolo, e da Raffaella Sgubin ed Enrico Minio Capucci per la sezione moda, con la collaborazione dell’Archivio Giorgini. I capi in mostra sono prestiti della Collezione Tinarelli, della Fondazione Capucci e degli archivi delle varie maison, Museo Ferragamo, Associazione Germana Marucelli, Fondazione Micol Fontana, Fondazione Archivio Emilio Pucci.

 

Anguria di Gio Ponti, 1956, esecuzione Paolo De Poli-Padova, Brescia, collezione privata (Fotostudio Rapuzzi Brescia)

 

«Grazie al design e alla moda - spiega Cerutti, già curatrice con Sgubin, nel 2009, della Mostra sul Futurismo - l’Italia ha trovato negli anni Cinquanta due veicoli importanti di rinnovamento. E dunque il mio approccio nella scelta è stato quello di individuare pezzi “esemplificativi” di questa rinascita del dopoguerra».
Centocinquanta gli oggetti in mostra, in un percorso che tocca il design industriale, le produzioni di vetro muranese d’autore, il cambiamento dei costumi alimentari, sia in casa, con l’introduzione della cucina all’americana, sia fuori, con i nuovi arredi destinati ai bar (ci sarà la celebre “Lollobrigida”, macchina da caffè de La San Marco di Gradisca d’Isonzo). E ancora: lo spazio dedicato al Compasso d’oro, istituito nel ’54 dalla Rinascente per premiare l’eccellenza nel design, quello caratterizzato dagli oggetti inconfondibili firmati da Fornasetti e Gio Ponti, infine la chiusura con la sala per gli arredi d’artista, ceramiche e stoffe. Tra le chicche, un pezzo unico, proveniente da una collezione privata: il tavolino quadrato dipinto su malta da Mirko Basaldella e montato su una struttura in legno costruita appositamente da un architetto amico del committente.

Fabiani, abito da cocktail, 1953-56, Collezione Enrico Quinto e Paolo Tinarelli, foto Fabio De Benedettis
 

Saliamo le scale del palazzo e seguiamo il sogno di “Bista” Giorgini, l’inventore del made in Italy nella moda, che accoglie i visitatori da una gigantografia insieme alle sue indossatrici. La prima sfilata, per pochi buyers e giornalisti e tra molte diffidenze, il marchese la organizzò il 12 febbraio 1951 nella sua residenza fiorentina, Villa Torrigiani. Al ricevimento finale chiese agli ospiti di vestire “italiano”. I sarti più in voga e tre case di moda-boutique (che lavoravano cioè su taglia non su misura, con confezioni realizzate comunque a mano e tessuti di pregio, antenate del prêt-à-porter) accettarono la sfida. Pochi mesi dopo la passerella si sposterà al Grand Hotel, poi alla Sala Bianca di Palazzo Pitti, con una partecipazione e un entusiasmo crescenti da parte dei rappresentanti dei grandi magazzini d’oltreoceano. Per dirla con Micol Fontana, i sarti avevano finito di tenere il piede in due scarpe, divisi tra l’imitazione dei francesi e una ancora timida creatività personale. Era nata la moda italiana.

Simonetta, abito da cocktail, A/I 1957-58, Collezione Tinarelli, Foto Fabio De Benedettis

 

 «Le ragioni del successo? Giorgini - racconta Enrico Minio Capucci - aveva ottimi rapporti con gli Stati Uniti e ne conosceva il mercato. Ebbe poi l’intuizione di guardare alla nostra tradizione culturale, artistica e storica, e all’artigianato di altissima qualità. Infine, offriva ai compratori, in un unico luogo, la possibilità di vedere il meglio della nostra produzione, e organizzava per loro balli, ricevimenti. Li stregava».


Aggiunge Sgubin: «Trovo modernissimo il modo in cui Giorgini usava lo storytelling. Per i servizi fotografici sceglieva il Rinascimento, la Roma antica. Tutto concorreva a creare quella dichiarazione d’identità alla base del made in Italy. Agli americani offriva una suggestione e veicolava un messaggio di prestigio: comprando italiano, compravano un pezzo della nostra cultura e identità».


 

Roberto Capucci, abito da cocktail, A/I 1957-58, Collezione Tinarelli, Foto Fabio De Benedittis


Quaranta circa gli abiti e gli accessori in mostra firmati da Pucci, Schuberth, Capucci, Simonetta, Fabiani, Sorelle Fontana, Jole Veneziani, Gattinoni, Biki, Curiel, Marucelli, Gucci, Ferragamo, Roberta di Camerino, grandi protagonisti di quella stagione. E poi le immagini delle dive del cinema, fenomenali testimonial del gusto italiano: Marilyn Monroe e le sue scarpe Ferragamo in “A qualcuno piace caldo”, Esther Williams con il celebre abito “Nove gonne” di Capucci, Ava Gardner col “Pretino” delle Sorelle Fontana, e ancora Audrey Hepburn, Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Elsa Martinelli. E un’altra chicca: l’abito da sposa con giacchino del celebre soprano triestino Alda Noni, anno 1947. Infine, dall’Archivio Giorgini, arriverà una testimonianza preziosa di quegli anni pionieristici per la moda: un abito, inedito per il pubblico, firmato da Roberto Capucci e appartenuto alla figlia del marchese, Matilde.

lunedì 6 marzo 2023

MODA & MODI

Un sandalo peloso per tutte le stagioni 

 

 

Getty Images, proposta di Sportmax
 

 

Divisivo. L’aggettivo passepartout quando sulle passerelle compaiono capi e accessori in cui è difficile rintracciare un pensiero logico. Ogni volta che risorge l’animalier, per esempio, siti e riviste, lungi dall’azzardare giudizi, chiedono a noi di schierarci: stiamo con le panterate o scappiamo alla velocità del suddetto animale davanti a qualsiasi timido accenno di pelle maculata? Ebbene, anche il 2023 ha il suo bravo accessorio divisivo: i sandali pelosi. Come per l’animalier, appunto, come per le birkenstock, le calze color carne, i fantasmini, l’avvertenza è di rigore in ogni pagina cartacea o virtuale dove queste strane scarpe approdano: o le si ama o le si odia.

Prima di prendere una decisione così manichea, però, molti altri interrogativi si affollano, a cominciare dall’imprecisata stagionalità delle calzature. Saranno bizzarri sandali francescani con base riscaldante, in modo da permetterci di sfoggiare a piedi nudi l’ultima nuance di smalto anche in pieno inverno? O saranno ciabattine estive da indossare fino alla spiaggia, certe di riportare a casa, intrappolata nei lunghi filamenti colorati, sabbia in abbondanza da rendere il ricordo della giornata indelebile?


Cominciamo dalla descrizione. Più che sandali pelosi, il cui nome suona poco accattivante, le nuove calzature vengono definite dalle veline del marketing, “teddy” e “fluffy”. Vuoi mettere un sandalo peloso con un fluffy sandal? L’onomatopea evoca subito qualcosa di morbido, tenero e confortevole, di cui, a differenza dei peli, non vogliamo assolutamente liberarci. Le versioni più recenti sono infradito col tacco basso e un ampio sottopiede interamente ricoperto da eco-pelo colorato ed esuberante che sfiora il terreno. Chi ama il tacco non resterà deluso perché si trovano modelli dall’alta zeppa irsuta, che esaltano il piede nudo infilato in un sottile cinturino, anch’esso peloso, all’altezza delle dita. Si sono impellicciate le crocs, le ugg, le birkestock, mantenendo il loro dna di ciabattone, così da consentirci di passare dalle mura domestiche all’esterno senza la molestia di cambiare scarpe. I brand del lusso piazzano il logo sul carapace in sherling della pantofola con suola a carro armato, o puntano sulla seduzione dello stiletto, circondando il piede con una morbida nuvola “furry”, in una palette di colori delicatissima, giallo albume, rosa, azzurro carta da zucchero.

 

Pelosi con tacco kitten di Gucci

 

Ritorniamo al primo quesito: in che stagione li metto? Tutto l’anno, trillano le influencer, intente a rimirarsi le estremità circonfuse dal vello sul divano di casa. Portabilissimi anche d’estate, assicurano molti articoli dedicati. Insomma, vanno bene per temprarsi in tutte le stagioni, sfidando il congelamento invernale e l’ipersudorazione estiva. Meno chiara è la procedura di manutenzione. Che fare quando la pelliccetta si sporcherà? Quando tratterrà polvere e sudore, quando prenderà pioggia e l’eco-pelo si spiaccicherà come quello di una qualsiasi, mestissima e consunta ciabatta domestica? Sono calzature divisive, lo dicevamo all’inizio. L’aggettivo “brutto” nella moda è bandito, ma forse “insensato” si potrebbe rivalutare.