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lunedì 16 ottobre 2023

MODA & MODI

 Il potere dell'anonimo golfino Miu Miu

 

L'attrice Mia Goth apre a Parigi la sfilata F/W 2023 di Miu Miu

 

 Può un piccolo cardigan girocollo appoggiato alla vita, morbido ma non striminzito, diventare l’oggetto del desiderio di questo inizio d’autunno 2023? Un cashmirino tinta unita, grigio, lilla, cipria, con una fila di bottoni, infilato nella gonna e portato con la borsetta nell’incavo del braccio, a disegnare una figura tutta discrezione ed eleganza soffusa?


Può, eccome, secondo gli analisti, che valutano l’impatto sui consumatori di una quarantina di brand del lusso, incrociando ricerche online, presenze sui social media e traffico nel web. In base alla rilevazione dei dati del Brand Leading indicator di BofA, la Bank of America, per il secondo semestre consecutivo, Miu Miu, che firma il modesto golfetto da cui siamo partiti, è al primo posto nei desideri del mercato. Il pezzo-icona ha trascinato un’impennata di vendite per il marchio, estesa alla prima linea Prada, ma anche generato una febbre online, dove i cardigan, di qualsiasi tipo, siano essi fast o quiet fashion, sono compulsivamente cliccati nell’e-commerce (più 45% dice il termometro trimestrale di Lyst, che monitora prodotti e desideri dei consumatori).Si cerca il succedaneo che più si avvicina all’originale, venduto alla bellezza di 1250 euro.


La domanda è scontata: come può il golf più anonimo delle passerelle accendere cotanta brama? In realtà quello che sembra un modesto capetto, quintessenza del guardaroba altoborghese della signora Miuccia, è un geniale concentrato di tutte le aspirazioni e le contraddizioni che animano la moda del post-pandemia. È perfetto per il lusso sottotraccia, la tendenza della stagione: stile discreto, mai gridato, capi duraturi che non cavalcano l’hype del momento, tinta unita, da abbinare facilmente, un insieme che trasmette l’idea del classico impeccabile e affidabile. Al polo opposto dell’eleganza senza tempo, c’è la logopatia, tutt’altro che scomparsa, come testimonia la sfilza di accessori, felpe, maglioni, cappelli - originali o tarocchi - dal marchio esasperato. In molte borse di alta gamma il brand è di nuovo sbattuto in faccia, a segnare con enfasi un’appartenenza.


Il golfino Miu Miu abbraccia anche questa aspirazione e colloca il suo logo in alto a sinistra, in nero, firma inequivocabile, il segno della differenza e della distanza dalle imitazioni.

E il guizzo? Quella proposta birichina capace di attirare, dopo la signora bon ton, il tiktoker aspirante influencer? La risposta sfila in passerella, col versatile golfetto appoggiato alla gonna longuette per una soluzione più formale, o infilato dentro i collant trasparenti che spuntano fuori dal bordo della gonna, con altro logo bene in vista, per la proposta giovane e provocatoria. O, agli estremi, eccolo abbinato a un paio di mutande da passeggio, lisce o paillettate, dello stesso brand.


Nei grandi magazzini e online si sprecano le imitazioni. Il golfino, materiali a parte, è di semplicissima riproducibilità. Sta qui il suo potere: gratificare chi si permette l’autentico come chi si accontenta di vestire “alla maniera di”.

lunedì 25 febbraio 2019

MODA & MODI

Favorita regale










C’è un rapporto stretto tra Olivia Colman e quello che indossa, sul set e fuori. Chi l’ha amata subito nella serie della Bbc “Broadchurch”, ricorda i suoi tailleur pantaloni color topo e le camicie maschili, un’uniforme anonima da poliziotta di provincia che su di lei era un segno di identità preciso. Lo stesso è accaduto in un’altra serie tv, “The night manager” dove, già in avanzata gravidanza e interpretando un agente segreto, faceva dei pantaloni dalla cintura estensibile e dei golf a tenda, capi obbligati di qualsiasi gestante, un messaggio diretto su maternità e autorevolezza. Perfino le camicie da notte cariche e ingombranti, in cui la regina Anna Stuart ne “La Favorita” di Lanthimos, trascorre buona parte della sua malata, capricciosa e perversa intimità, addosso a Olivia Colman trasmettono potenza.

Dagli schermi ai red carpet, l’attrice conferma la sua spontanea capacità di comunicare attraverso il vestito e il modo di portarlo. Consigliata dall’ex stylist di Vogue Mary Fellowes, sceglie abiti firmati da donne che, come lei, lavorano e hanno una famiglia, da brand attenti alla sostenibilità o che promuovono una moda alla portata di tutti. Ai Golden Globes 2019, una tunica nera con strascico di Stella McCartney, con maniche e spalle a rete, al photocall del Festival di Venezia una tuta di Roksanda, agli australiani Aacta Awards un abito con corpetto a cappa, blu topazio, del brand indiano Varana: tutti pezzi puliti, decisi, con un unico dettaglio importante, nel taglio o nell’accessorio.


Domenica, sollevando la statuetta dell’Oscar, in un sontuoso e monacale abito smeraldo di Prada, con scialle color ferro che, dal busto, gira sulla schiena in fiocco e poi si apre a strascico, non ha fatto eccezione. Regale (anche nel ricordare dal palco Glenn Close, il suo "idolo", che per la settima volta è rimasta a bocca asciutta. Un gesto di grazia...).
@boria_a
MODA & MODI


Politically ipocriti




Prima lo spot di Dolce&Gabbana con la giovane donna cinese che non riesce a mangiare pizza, spaghetti e un cannolo con i bastoncini. Poi la scimmietta Otto di Prada, accusata di “blackface”, ovvero di scimmiottare, è il caso di dirlo, il make up con cui gli attori bianchi interpretavano i neri, caricaturandone i tratti somatici. Ultimo in ordine di tempo il maglione-passamontagna nero di Gucci, con l’apertura per la bocca fortemente sottolineata in rosso, pure lui tacciato di razzismo.

A caricare la dose, il regista Spike Lee, che, a pochi giorni dal red carpet di Los Angeles, dove è ancora una volta candidato all’Oscar per “BlaKkKlansman”, ha fatto sapere al mondo di boicottare entrambi i brand, invitandoli ad assumere stilisti neri in grado di discernere l’opportunità di certe scelte. La rete fa il resto, surriscaldando la sua sconfinata platea. A dare il via alla caccia a Otto, un’avvocata attivista di New York che, avvistato l’animale-accessorio in una vetrina di Soho, l’ha inchiodato su Facebook. 

Stessa sorte per il maglione Gucci, che un’utente ha postato su Twitter giudicandolo offensivo nel “black history month”, il mese di febbraio, quando Usa e Canada celebrano la diaspora africana.
Prada e Gucci, brand aperti e inclusivi, hanno ritirato subito i pezzi contestati con tante scuse. Ma di che? Dolce&Gabbana, certo sessisti più che razzisti, (“è troppo grande per te?” suggeriva alla ragazza una voce maschile fuori campo...) si sono goffamente cosparsi il capo di cenere senza nemmeno provare a chiarire la loro scelta promozionale, per quanto poco felice.


Il maglione Gucci accusato di razzismo


Trionfa un politically correct acritico e un po’ untuoso. E la moda, dove la libertà è (o dovrebbe essere) la regola, per l’interesse economico sfoggia una gigantesca coda di paglia.

lunedì 14 settembre 2015

 MODA & MODI

Il gusto di farsi prendere per il collo

 
David Bowie è Ziggy Stardust

 Prese al laccio. Sottile, lunghissimo, a metà tra la cravatta e la sciarpa, è l’accessorio più facile e adattabile ripescato dagli anni Settanta. Segna inequivocabilmente il decennio che per la moda è un’inesauribile miniera di ripescaggi, ma lo fa con discrezione e un certo spirito sbarazzino. Insomma, la stringa da annodare e avvolgere intorno al collo, non è insidiosa come la zampa di elefante e ci riconcilia col citazionismo flower power delle ultime passerelle. Fa venire in mente una giovane Marianne Faithfull, fresca e radiosa, con la sciarpina e il cappello a falda larga, accanto a un altrettanto acerbo Mick Jagger, o David Bowie che si trasforma in Ziggy Stardust.
 
Marianne Faithfull e Mick Jagger


Non c’è niente di nuovo, da anni ormai i designer sperimentano collane e collari “a cravatta” (anche in materiali non convenzionali, in gomma o legno, come CollaNevrosi della triestina Lodovica Fusco) ma basta che Prada o Saint Laurent, Chloe o Marc Jacobs, li consacrino in passerella, e un paio di influencer se li mettano prontamente al collo su Instagram, che il lazo di stoffa diventa virale. C’è voluto un po’ di tempo perché la tendenza venisse metabolizzata e dalla passerella arrivasse alla strada, ma quando le sciarpe cominciano a comparire nei magazzini delle grandi catene, da Zara a H&M, il gioco è fatto, il nuovo accessorio è pronto per il guardaroba di tutte.
Il segreto sta nel nodo. Romantica? Il foulard si allaccia da una parte, con un piccolo fiocco, lasciando dondolare i due lati sul petto e sulla schiena, lunghi fin oltre le ginocchia, con un effetto “boho” come quello delle camicie in auge quest’anno per lei e per lui, senza colletto e chiuse dal fiocco. Più aggressiva? Un giro intorno al collo e poi si imita nodo della cravatta all’altezza del seno, meglio se con un gilet o pantaloni lunghi e un po’ scampanati, perfetto mood Seventies. Gran sera? Il foulard avvolge il collo e poi scivola sulla schiena, per non nascondere la scollatura o le decorazioni di un vestito importante. Dandy chic? La sciarpa diventa una cravatta plastron, fermata dalla spilla e da portare con una giacca corta e avvitata su pantaloni ampi.


Sciarpina-cravatta secondo Chloè (Getty Images)

Per essere una striscia di stoffa, nera o colorata che sia, le trasformazioni sono molte. L’unica controindicazione sta nelle proporzioni: la sciarpina è stretta ma lunghissima. E nella vita di tutti i giorni farsi prendere per il collo può essere fastidioso.
 twitter@boria_a

domenica 30 agosto 2015

 MODA & MODI
Quest'inverno è lei a portare i pantaloni

Il power dress femminile porta i pantaloni. Dimenticatevi le spalle quadrate, le pencil skirt e i polpacci perennemente stressati sopra i tacchi ad ago della donna in carriera da stereotipo cinematografico. Ma anche le più blande donne con le gonne che cantava Vecchioni, senza Freud o briefing per la testa.
Le gambe che lei stende, e accavalla, metaforicamente sopra la scrivania non sono velatissime e ammiccanti, comunque a vista, ma disegnate, avviluppate o tatuate da uno dei tanti, diversi pantaloni dell’inverno 2015. Formali o sensuali, classici o un po’ irriverenti, si sono liberati dal luogo comune di essere un capo maschio per eccellenza e quindi vietato alla donna che voglia giocarsela alla pari. 
Distinguersi è d’obbligo, ma non è un obbligo farlo nei codici dell’abbigliamento. Anzi, qualcuno, come Alessandro Michele per Gucci, ha disegnato pantaloni identici, gender-intercambiabili, che a uomo e donna danno un’andatura neutra, ugualmente e mollemente “disossata”. Messaggio intuibile: per tracciare le gerarchie, o i rapporti di forza, o solo per distinguere tra i sessi si deve guardare altrove, non alle gambe del soggetto in questione.

Gucci autunno-inverno 2015-16 (ph. Harper's Bazaar)

Corti alla caviglia, dipinti su cosce e polpacci, a vita alta, nella rieditata zampa di elefante o amplissimi e fluidi, i pantaloni della stagione fredda hanno tutti una personalità forte, anche se non tutti sono facili da indossare. I più freschi sono quelli corti alla caviglia, che si aprono con una lieve scampanatura, o minuti e aderenti. La lunghezza “indecisa” permette di sbizzarrirsi con le scarpe: stivaletti, ankle boots o tronchetti che siano (cercando di evitare di mostrare troppa calza o calzettone e quindi segare la gamba con tre misure diverse...), oppure scarpe piatte, stringate e maschili. O ancora le euforiche Mary Jane di stagione, colorate come lecca-lecca e con il tacco squadrato.



La proposta di Prada per l'autunno inverno 2015-'16





 

 
Mary Jane di Prada rosa e geranio






La vita alta si spreca, sia per gli skinny sia per i pantaloni ampi e importanti, che si avvolgono intorno alle gambe quasi come una gonna lunga. Questi ultimi sono riservati alle alte e longilinee, ma entrambi, quando si allungano sopra l’ombelico, si portano con la camicia infilata o un pull minuscolo, per non cancellare il punto vita e scongiurare l’effetto fagotto.
Tra le novità, i pantaloni di lana sferruzzati o tricottati uguali al maglione. Se vi fate tentare, guardatevi subito il sedere, dove spesso tendono ad afflosciarsi a mo’ di pannolone. In genere, su propozioni non da top model, questo total look fa correre tre rischi: sembrare in pigiama, uno yeti, un würstel. E allora addio power dress.


Total look tricot di Celine 2014-2015

lunedì 17 agosto 2015

 MODA & MODI

Abiti e accessori risalgono, come un vecchio post


Tra capi “must have” e accessori sempre “it” e “hot”, il web comincia a surriscaldarsi con la moda dei prossimi mesi freddi. Non c’è spazio virtuale (e pure cartaceo) che non inalberi la parola più abusata: tendenza. Il tanto vituperato “look” è quasi scomparso dal vocabolario, rimpiazzato da legioni di instagramers che viralizzano all’istante le loro scorribande nel guardaroba, alzando stormi di cuoricini sul display e rendendo inutile perder tempo con le descrizioni verbali. Ma la tendenza, o meglio il trend, in sostanza il “mai più senza” della stagione in arrivo, resiste implacabile. Anche il trend è di poche parole, con buona pace dei nostalgici delle cronache di moda di una volta, tutte descrizioni e forbitezze linguistiche, perchè c’era quasi solo la penna a materializzare l’immagine. Nell’era “istant” quel che ci vuole è l’esatto contrario: una vagonata di foto dalle sfilate dei mesi precedenti, sopra e sotto, sulla e fuori passerella, per visualizzare senza perdersi in chiacchiere quale colore indosseremo, illuminarci sulla diatriba tra capospalla e piumino, mostrare le ultimissime in fatto di borse, cappelli, stivali, guanti.
Ebbene? La tendenza dell’inverno 2015 è che non c’è tendenza. “Surfate” per credere, se volete certezze fashioniste la navigazione in rete sarà poco illuminante. Partiamo dai colori. Che il marsala sarà di punta lo sappiamo almeno da un anno (è la tinta lanciata da Pantone), in buona compagnia del verde muschio, del blu che ormai per definizione è “the new black”, del black black e del rosso fuoco. Da un lato all’altro della palette, affronteremo i rigori coperte di rosa e azzurro baby come un ghiacciolo o brandendo l’arancio e il blu psichedelici degli anni ’80.
La palette ghiacciolo di Prada 2015
Per pitonate e panterate c’è una conferma: rettili e dintorni resistono e diventano acidi e fluo. Ma si possono pure rieditare i fiori anni ’70 (gli abitucci flower power ora sono boho-chic), le geometrie colorate, l’optical bianco e nero, far tappezzeria incartate in una fantasia copridivano o giocare alla soldatessa urbana con mantelle e alamari. E se, tra gli animali di ritorno, si rintraccia il montone, la pelle gothic punk non arretra, mentre i dettagli di pelliccia, eco o autentica, si sparpagliano dappertutto, dai tacchi ai cappelli.


Miniabito e sandali di pelliccia nell'autunno inverno 2015 firmato Blumarine
La tendenza è far saltare l’ordine cronologico. Mischiare, recuperare. Come nelle condivisioni social dove basta un “mi piace” per far risalire un vecchio post, tutto si riaggiorna continuamente. E siamo noi le influencer di noi stesse, con a disposizione un guardaroba illimitato.


Cappotto con mantella di Valentino 2015

martedì 1 giugno 2010

 IL LIBRO
 

Luca Scarlini, la passerella dei Papi

Il diavolo forse lo fa, il papa è certo che no. Veste Cristo, non Prada. E il rosso non è una sulfurea tentazione fashion, ma il colore del martirio. Si muove addirittura l'Osservatore Romano, con una perentoria e inedita smentita modaiola, a far chiarezza sulle calzature di Benedetto XVI e sul deplorevole caso dell'erronea attribuzione. Nel giugno 2009, con un articolo vergato, e pare proprio che il diavolo ci metta la coda, dal teologo Juan Manuel de Prada, il giornale vaticano gela i "rumors" sulla griffe ai piedi di papa Ratzinger, ghiottoneria per i giornali e i blog di tutto il mondo. Un fiammeggiante paio di mocassini laureato "accessorio dell'anno" dalla rivista Esquire e firmato non da Miuccia (ben guardatasi dal fugare i dubbi, anzi), ma dalla ditta novarese di Adriano Stefanelli, solida e sconosciuta ai più, che si occupa di altre estremità preziose, come quelle di Barack Obama.
Papa Ratzinger papa glamour, a dispetto dell'apparente severità teutonica? Tutt'altro che un sacrilegio. Se non calza Prada, veste Gattinoni e si protegge dal sole, come paparazzato nella prima visita al Quirinale, con gli aggressivi e fascianti occhiali Serengeti, sponsorizzati da Val Kilmer e poi da Alain Prost.

La sua ascesa al soglio ha coinciso con uno "svecchiamento" del guardaroba e dei fornitori: eliminata la sartoria pontificia Annibale Gammarelli, che prendeva le misure a santità di ogni taglia dal 1793, l'incarico è conferito alla più moderna Euroclero della famiglia Cattaneo, con una sede strategica di fronte alla Congregazione del Sant'Uffizio, di cui il futuro pontefice è stato commissario per venticinque anni.

Sete, damaschi, ricami, collane, scarpe pregiate. Il potere della Chiesa si fonda anche su abiti e accessori, in una suggestione estetica studiata nei secoli per imprimersi nella mente sia del fedele che del distratto. Almuzia, amitto, cappa, casula, cocolla, falda, pianeta, rocchetto, tunicella, velo, zucchetto: chi, oltre al clero, riesce a riempiere un intero dizionario con le vesti che scandiscono riti e quotidianità, occasioni benefiche o mondane?


 
Papa Ratzinger con le scarpe di Stefanelli nel viaggio in Usa (Adnkronos)
Entrare nel guardaroba dei papi è un viaggio affascinante, che racconta i fasti dell'eleganza vaticana insieme ai vezzi e alle debolezze dei successori di Pietro, rispettosi di un codice vestimentario scolpito nei secoli ma altrettanto attenti a giocare coi dettagli.

 Quando si tratta di abbigliamento, non c'è ecumenismo che tenga. Sono "Sacre sfilate", come s'intitola l'intrigante saggio del giornalista e drammaturgo Luca Scarlini (Guanda, pagg. 178, euro 12,00), un posto in prima fila davanti alla passerella rutilante che va da Pio IX, il nobile scapigliato Mastai Ferretti, a Benedetto XVI, entrambi amanti del bianco ton sur ton: l'uno in posa fintamente bonaria, per le prime foto, al Concilio  Vaticano I (dove si discusse, peraltro, dell'infallibilità del pontefice e la principessa Sissi fu liberata dall'assalto della folla come una rockstar), l'altro nell'amata Val d'Aosta in berretto da baseball e giacca a vento abbagliante, unico capo in continuità con Wojtyla, papa globetrotter e superstar.

L'armadio un po' come il buco della serratura. Chissà le facce dei domestici alla vista di Leone XIII, papa Pecci, nobile di campagna, che in gioventù amava cacciare gli uccelli al roccolo e, più tardi in Vaticano, comparire a ore improbabili con il suo completo da notte, calze, mutande e camicia di finissima flanella bianca, in perfetta uniformità di tinta. È stato il papa finora più longevo e uno dei più prolifici in fatto di encicliche (ben 86, tra cui la Rerum Novarum), oltre ad affrontare crisi internazionali impegnative come la guerra di Cuba, che lo vedevano assumere atteggiamenti marziali ispirati al padre militare. Gli piacevano le interviste e sapeva bene che il pontefice doveva sempre proiettare un'immagine di sè al meglio della forza fisica. Per questo, canuto ma con vista ancora acuta, non appena incrociava un estraneo si affrettava a liberarsi del bastone dal pomo d'oro e a riguadagnare la posizione eretta. La sua fu la prima voce papale registrata su disco: ci pensò la "His Master's Voice" che nel 1903, anno della morte, si recò a Roma per catturare una benedizione del santo padre e i vocalizzi di Alessandro Moreschi, l'ultimo dei castrati.


Ritorno al nero e alla tradizione col proletario Pio X, al quale la mamma sarta aveva inculcato la precisione negli abiti (e lui non si separò mai dal modesto orologio di nickel su cui aveva visto scorrere gli ultimi istanti della sua vita...), mentre il bianco "politico" e "pacifista", senza orpelli, caratterizza il successore Benedetto XV, che tanto si battè, inascoltato, per la fine della prima guerra mondiale.


Curiosamente, abiti e tessuti entrano nella vita "secolare" di molti pontefici, in particolare in quella di Pio XI, papa Ratti, il cui amore per i materiali di pregio gli derivava da padre e zii, tecnici di filande e commercianti di stoffe con l'Oriente. Maniacale nella cura dell'aspetto e del dettaglio (con D'Annunzio, un modello per il giovane Duce...), non faceva concessioni all'inappuntabilità dell'abbigliamento, coadiuvato dalla fida governante Teodolinda Banfi. Ne fece le spese perfino Gandhi, il cui "dhoti", l'abito tradizionale che tesseva da solo e con cui visitò Mussolini, non venne ritenuto consono a un'udienza pontificia.

 
Pio XI, Papa Ratti, amante e attento ai tessuti di pregio
Moda e showbiz sono tra le cure principali del "pontefice della guerra", Pio XII, che fin dall'infanzia aveva indossato abiti lussuosi, come testimonia un'immagine del piccolo Pacelli a sei anni, calato in una sottana già ecclesiastica, secondo le abitudini dell'aristocrazia nera. Che scena, in Vaticano, quando con la regia di suor Pascalina, l'ingombrante e discussa sorella bavarese che curava agenda e immagine del pontefice, l'intera maison delle sorelle Fontana invase le sacre stanze. Centinaia di sarte in bianco, mannequin, vendeuse, premiere in nero con velo di pizzo, magazzinieri e ragazzi delle consegne, ascoltarono Pacelli parlare di moda e decoro, proprio mentre Ava Gardner impazzava sulle riviste con il celebre "abito cardinale" delle Fontana, per 

l'epoca piuttosto trasgressivo.
 I lussuosi abiti di Papa Pio XII
 


Con Giovanni XXIII e con Paolo VI, che nel 1966 dà il via libera al  clergyman, osteggiatissimo dai conservatori, il guardaroba vaticano entra nell'era moderna. Finito il "cesarismo" di Pio XII, tramontata la ieraticità papale, ridotta la pompa vaticana a dimensioni più umane, la chiesa interrompe il circuito di separazione e distacco con la gente. Il "papa buono", che tutti ricordano per l'immediatezza del contatto, i termini semplici, il continuo richiamo all'infanzia, è in realtà il primo pontefice totalmente televisivo, il primo a uscire da Roma dai tempi della breccia di Porta Pia e a capire la dirompenza del viaggio come veicolo comunicativo. Un acuto mediatore tra antico e moderno, che alle soirée mondane rimproverava le signore troppo scollate e intanto promuoveva quel Concilio vaticano II che rimane il più grande défilé sacro del '900, una parata di fogge e colori, dall'Oriente all'Occidente. Ricami, ori, simboli: strumento di controllo perfetto e pervasivo.

Il cerchio si chiude con Wojtyla, papa cavatore di pietra, papa sportivo, papa attore, papa letterato (nel suo "La bottega dell'orefice" la protagonista, Teresa, alterna misticismo e ricerca di calzature fashion, col tacco alto, nei vuoti negozi polacchi del socialismo reale...). Ma soprattutto papa superstar, e unico che consente un film sulla sua vita: la rappresentazione di sè è planetaria, accentuata da vesti sempre immacolate e rese ancora più abbacinanti dal nuovo strumento di incontro con le folle, la trasparente papamobile.
Per lui, le riviste americane usano il termine "fop", un dandy in cui l'eleganza diventa tratto morale. Al teatro alla Scala, nel maggio '83, abbagliante come una visione, ruba la scena a un istrione come Riccardo Muti. Nell'ultima apparizione, al funerale, evento globale per antonomasia degli ultimi decenni, il volto distrutto dalla malattia spicca sullo sfondo di una pianeta scarlatta. Il rosso del martirio che, di lì a poco, ritroviamo sulle controverse scarpe di Benedetto XVI.

twitter@boria_a

Papa Wojtyla sulla Papamobile a Cuba il 24 gennaio 1998 (foto da Termometro Politico)


martedì 17 aprile 2007

MODA & MODI

I turbamenti del turbante

Prada, primavera-estate 2007

Quando è comparso sulle passerelle di Prada, di Ralph Lauren, di Donna Karan e di Marc Jacobs, quando l'ha rispolverato Madonna per la sua nuova attività, disegnare la linea per comuni mortali dei magazzini svedesi H&M, perfino l'inserto «Fashion and Style» del New York Times, che su ogni tipo di novità modaiola si butta a pesce, si è permesso di sollevare uno «scettico sopracciglio». Che cosa mai può spingere gli stilisti a riportare in auge il turbante, copricapo che ai cinefili raffinati richiama visioni della Hollywood degli anni d'oro, con la divina Garbo che inarca, anche lei, il suo sottilissimo sopracciglio sin quasi a toccarne la seta, mentre a molti amanti della commedia all'italiana evoca piuttosto immagini di matrone che ciabattano verso le spiagge romagnole, con tanto di pargoli e pranzo al sacco?
Pura crudeltà della moda pensare di proporre un accessorio simile a chi non ha l'eleganza di un fenicottero, l'altezza di una top model o perlomeno la bruttezza attraente di Coco Chanel, tanto più che anche gli stilisti sembrano incerti sull'occasione adeguata dove sfoggiarlo, se alla serata importante, da tailleur pantalone nero e cravatta sottile, come vuole Ralph Lauren, o per una passeggiata da agosto urbano torrido, abbinato a microshort dalla vita alta e camicia di seta, come preferisce Prada. Scelta temeraria, in entrambi i casi.
In America il gran spolvero del turbante ha una sua ragione contingente, la  splendida mostra che il Metropolitan museum di New York sta preparando su Paul Poiret (aprirà il 7 giugno), il sarto francese, vissuto nei primi anni del '900 e inventore dello «stilista» nel senso moderno del termine, il cui logo commerciale era proprio il turbante. Poiret liberò le donne da ogni costrizione e le infilò in pantaloni alla turca e tuniche velate, un look orientaleggiante e, per l'epoca, assolutamente trasgressivo, di cui il turbante era il raffinato, ineliminabile compendio. Negli anni della Hollywood patinata, il turbante incorniciava i profili aristocratici delle dive, dalla Garbo a quell'irrequieta Pola Negri che visse una tormentata storia d'amore con Rodolfo Valentino.
Ancora a New York, evidentemente rapita da questa stagione, il Fashion Institute of Technology propone una mostra sulla modista degli anni '30 Lilly Daché, dove spicca un indicibile turbante di paglia con fiocco sulla fronte, realizzato con tale maestria artigianale da sembrare di chiffon. «I turbanti non torneranno mai di moda per la semplice ragione che una sartorialità del genere non esiste più», ha commentato una delle curatrici, Nadine Leichter. «Sono misteriosi, ma non riescono a liberarsi dallo stigma della vecchia signora che non smette mai gli abiti da casa».
Cappello dalla duplice, inconciliabile natura: da una parte la quintessenza del glamour, dall'altra la moglie di Andy Capp intenta 

alle pulizie.
Simone de Beauvoir
 

E non solo: da intellettuale lo indossò Simone de Beauvoir, minuto e arretrato sulla fronte, quasi una calottina da mimo,  principesco fu quello di spugna rosa di Grace Kelly, che negli anni Settanta, a Palm Springs, lo abbinava alle fantasie colorate di Pucci.
E oggi? Intravista in turbante, al momento, solo una delle gemelle Olsen, che è ardito definire un'icona di stile. Le riviste modaiole però già gridano al «nuovo cult». A queste latitudini (Trieste e dintorni), una signora in turbante richiama piuttosto le frequentatrici delle vignette di Josè Kollman, che potrebbero portarlo con una borsetta mignon decorata con l'alabarda.
twitter@boria_a


Grace Kelly