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giovedì 21 maggio 2015

IL LIBRO

Monica Sabolo, ovvero dell'obnubilamento amoroso di donna intelligente





Manuale d’amore per donne intelligenti. Un ossimoro? Perchè quando si tratta d’amore, anzi dell’obnubilamento amoroso, la deriva patologica dell’innamorarsi, anche l’intelligenza più brillante viene piegata alle logiche bieche dell’auto-tortura.

In“Tutta questa storia non ha niente a che vedere con me” (Mondadori, pagg. 135, euro 16,00 con un ricco corredo iconografico dell’ossessione di cui si parla), Monica Sabolo, nata a Milano ma trasferitasi in Francia, un lavoro da redattrice a Elle e Grazia lasciato per la scrittura, ce lo spiega con l’ironia di una Bridget d’oltralpe, più sofisticata e affilata, e la minuzia scientifica di un entomologo che colleziona indizi comportamentali del soggetto concupito.
Quali i segni premonitori della catastrofe amorosa, quelli che ci vengono incontro a caratteri cubitali, come le frasi blasfeme sullo scafo del Titanic, presagio, secondo un operaio, di un affondamento già scritto nel destino?


L'autrice Monica Sabolo
Il primo contatto tra MS e XX - piedino in contesto professionale, di per sè ostile a un accoppiamento felice - è un indizio inequivocabile, soprattutto se il maschio in questione tiene la scrivania come un adolescente problematico, porta occhiali da sole in ambienti interni e ha il colorito livido di chi dorme poco e assume sostanze illegali. Il diario che ne segue è una documentata, allegramente disperata, deriva verso la malattia: le cicche di lui recuperate dal portacenere, la conta degli sms, le serie tv viste insieme senza contatti fisici, la contabilità sentimentale in rosso: ufficio 150 ore, tempo insieme fuori 35, momenti di felicità 2, lacrime 4, sesso un’ora e mezza.
MS=XX? Equazione impossibile. E allora la “donna intelligente” si aggrappa ai geni, all’ereditarietà della malattia. Possibile che la storia lampo che l’ha generata, la passione dei genitori bruciata nel tempo di una gravidanza, le abbiano scolpito nel dna l’incapacità di fiutare le fregature amorose?
L’obnubilamento in fase terminale porta con sè uno pneumotorace (nei polmoni risiede la tristezza), gli psicofarmaci, un piede rotto alla notizia del fidanzamento di XX con un’altra, le pagine di foto scattate alla sua “possibile” vespa rossa. E una certezza: in queste reliquie - come nella rosa sintetica strappata dall’ultima moglie del patrigno di MS alla bara del coniuge - c’è l’unica consolazione, le vestigia di una storia che riposa, anche lei, in fondo a una cassa.
@boria_a




giovedì 12 marzo 2015



IL LIBRO

Adelle Waldman, amori e disamori, come chiacchiere




L’indizio più verosimile sul protagonista, lo dà una citazione dalla rivista “Glamour” in copertina: “Vi verrà da urlare rendendovi conto di quanto spesso siete uscite con quel tipo d’uomo». Nella prima pagina di “Amori e disamori di Nathaniel P.” di Adelle Waldman (Einaudi, pagg. 277, euro 17,00) conosciamo infatti Nate Piven, giovane scrittore newyorkese la cui carriera sta finalmente per decollare, mentre, diretto alla festa di un’ex fidanzata, incrocia per strada un’altra ex che ha accompagnato ad abortire, salvo poi cancellarla dal panorama e autoassolversi con una lunga serie di vacue e vane argomentazioni. Tra calici di vino e chiacchiere ornamentali, alla cena Nate incontrerà Hannah e il loro rapporto, anzi il “suo” modo di entrarne e uscirne, crogiolandocisi verbalmente ma senza precludersi nessuna ulteriore possibilità di esplorazione del mondo femminile, costituisce il filo esile di questo romanzo d’esordio. Una sorta di check-up delle relazioni sentimentali nel deserto metropolitano, condotto attraverso le dissertazioni di un giovane uomo intorno al suo ego (e al suo sesso), e a come soddisfare entrambi senza eccessivi rigurgiti di coscienza.
Quando Nate scopre che le caratteristiche che lo avevano condannato a furiose letture e masturbazioni al liceo, ora fanno di lui un giovane uomo di cui si accorgono le ragazze colte che leggono Svevo in metropolitana, comincia a mettere insieme il suo elastico catalogo fatto di Juliet, Elisa, Kristen, Greer, in cui Hannah, all’inizio più stimolante di altre almeno sul piano dialettico, finisce per essere l’ennesima che tenta di metterlo all’angolo delle sue responsabilità. Come chiudere la faccenda? si arrovella lui: «Forse una telefonata, tenera e breve, era meglio? Ogni volta che si decideva per una delle due strade, chiamata o caffè, non riusciva a convincersi a premere il grilletto, e rimandava la scelta a un altro giorno; avrebbe fatto il necessario - parlarle, o vederla - un altro giorno».
Se Nate ne esce da Narciso, come da copione riattizzato dalla vecchia fiamma solo quando è ormai irraggiungibile, non se la cavano meglio le sue partner, sempre un filo piagnucolose. Resta l’impressione, però, che la “commedia sentimentale” della Waldman sia come le chiacchiere che lei consiglia per un party: soprattutto divertente, senza stressare nè cervello nè cuore.
@boria_a

La scrittrice Adelle Waldman

martedì 20 gennaio 2015

MODA & MODI: nell'armadio scatta l'operazione "de"

L’autore la chiama de-stuffocation e se gli anglosassoni mettono il sinistro prefisso davanti ai verbi con cui le modaiole compulsive hanno dimestichezza, il significato è uno solo: liberarsi del superfluo. Lui si chiama James Wallman e quando il suo libro “Living more with less” sarà pubblicato, il 15 gennaio (Penguin), avremo già fatto in tempo ad approfittare dei saldi e a causare qualche ulteriore danno alla viabilità del nostro guardaroba. In attesa di sfogliare la sua bibbia, comunque, lo specialista in de-accumulazione (che - dice - non è talebanismo ma equilibrio) ci anticipa pillole di consigli, per evitare lo stress da pentimento post-acquisto.
Prevenire è meglio di. Quindi proviamo a vedere il nostro armadio come un night club esclusivo, di cui siamo i portieri-buttafuori. Deciso il numero massimo di ospiti, non possiamo sgarrare: se qualcosa ci piace abbastanza da ammetterlo nel club, dobbiamo sbattere fuori qualcos’altro. E oltre ai portieri, siamo pure i responsabili della sala. Tutti devono sedere accanto alla persona giusta, come nelle tavole dei wedding planner. Se gli abiti da sera sono contigui agli abiti da sera, e gli abiti da tutti i giorni agli abiti da tutti i giorni, scongiureremo il pericolo che la junk-fashion, la moda spazzatura, si intrufoli tra i pezzi di valore.
Sì, ma come fare la “de”, de-sertificazione del guardaroba? Intanto, “minimalismo in un mese” (c’è anche la versione “in un minuto”, per disperate, che equivale a svuotare l’armadio fino all’ultimo perizoma, ficcare tutto nei sacchi delle immondizie e recuperare solo quello che davvero necessita). In un mese l’impatto è più soft. Il primo giorno ci si libera di un capo che non serve o non mettiamo più, il secondo di due, il terzo di tre e così via. Alla fine, una bomba al napalm sarà esplosa nei cassetti. Chi ha più tempo, può divertirsi coi sacchi tematici: capi mai messi, fuori misura, scomodi, a cui forse daremo una chance, un giorno o l’altro. Se non abbiamo sentito la mancanza di uno solo di loro in un lasso da uno a tre mesi, non c’è remissione: devono sparire. Altra regola è utilizzare solo metà armadio e lasciare l’altra vuota. C’è anche il gioco da fare in due, vagamente pruriginoso: ognuno nasconde un capo del partner e se, in un tempo determinato, la “sparizione” è passata inosservata, il poveretto (capo, non partner) è inutile.
Wallman suggerisce di fare la “re-hab” con un’amica. Tipo shopaholic anonime, l’esempio e la condivisione scongiurano ricadute. Sempre che ne troviamo una da svegliare nel cuore della notte in astinenza da de-svendita.

@boria_a



"L'armadio di Carrie in Sex&TheCity"

domenica 26 febbraio 2012

IL LIBRO
Riikka Pulkkinen, fruga nell'armadio dei vestiti dimenticati

La scrittrice Riikka Pulkkinen
C'è un abito che appartiene a Elsa, che è stato regalato a Eeva, che Eleonoora ha visto a casa sua ma su una donna che non era la madre, che Anna ha scoperto e indossato a distanza di decine di anni. E quando Elsa, la nonna che sta morendo, lo ritrova sulla nipote Anna, capisce che è giunto il momento di consegnarle una storia lontana, di fare i conti con un passato che il tempo rimasto non le consente di rinviare
Un tradimento attraversa la vita di tutte queste donne ne "L'armadio dei vestiti dimenticati" della trentaduenne finlandese Riikka Pulkkinen, uscito in Italia da Garzanti (pagg. 308, euro 16,40). Ciascuna di loro ce lo racconta, in prima persona, componendo, pagina dopo pagina, una trama sottile eppure potente di rapporti tra generazioni diverse. Relazioni al femminile, di sangue, come quelle tra madre e figlia o tra nonna e nipote, ma anche relazioni di accudimento e di elezione, le più sottili e insondabili, tra una bambina e l'estranea di cui ha scelto di fidarsi. Due vicende si dipanano parallele, a volte s'incrociano e si rincorrono tra passato e presente, Eeva e Anna, Anna ed Eeva, l'amore per un uomo che spinge entrambe ai confini della malattia, lo strappo, se possibile ancora più lacerante, con le piccole donne affidate alle loro cure, con cui avevano costruito un linguaggio di parole e di intuizioni, di cui vedevano nascere, e crescere, la capacità di abbandonarsi nelle mani di un'altra, senza la paura dell'inganno. Amore maturo e affettività infantile: due piani che l'autrice esplora con delicatezza, nelle pieghe degli egoismi, delle timidezze, dell'istinto di autoconservazione di sè e del proprio mondo che accomuna piccoli e grandi.
Uscito in sordina in Finlandia nel settembre 2010, il secondo libro di Pulkkinen, subito in testa nelle classifiche del suo paese, appena tre mesi dopo è stato venduto in tutto il mondo. L'autrice nei giorni scorsi era a Milano per la presentazione dell'edizione italiana.
Com'è nata la storia?
«Volevo costruire un romanzo con due trame, una interna e una di cornice, perchè per me è sempre molto importante la struttura della narrazione. All'inizio avevo pensato a una storia ambientata nella seconda guerra mondiale come trama interna, ma dopo aver scritto ottanta pagine mi sono accorta che non funzionava. È allora che mi è venuta l'idea della giovane Eeva e del suo amore che sboccia. Ci ho messo un anno a capire che era la strada giusta. Così nel cassetto mi è rimasta la storia di guerra che non so se mai pubblicherò».
Pagina dopo pagina si ha l'impressione che più che di amore tra uomo e donna, il libro punti ai legami femminili, tra madri e figlie o comunque tra donne che si aiutano a vicenda. Corrisponde alle sue intenzioni?
«È proprio così. In effetti mi sono sentita anche commossa nel momento in cui mi sono resa conto che il personaggio di Anna si stava prendendo cura della propria madre, Eleonoora, raccontandole la sua infanzia. C'è una storia di hybris, di colpa, che parte da lontano. All'interno di essa Anna si immagina di diventare una sorta di mamma della sua stessa mamma, e, come se le cantasse una ninnananna, le parla di Eeva, questa giovane donna che ha fatto parte della sua infanzia. Il cambiamento continuo di ruoli, di identità, di narratore rappresenta un elemento chiave del romanzo. D'altro canto nella vita non abbiamo mai un unico ruolo da svolgere, ci viene richiesto di assumerne diversi a seconda delle circostanze».
Gli uomini li lascia sullo sfondo?
«Direi che hanno un profilo più silenzioso ma non per questo meno centrale. Martti, per esempio, è un artista e come tale è a lui che spetta porsi tutte le domande importanti sulla vita, perchè ne ha una visione completa. Le stesse domande che io, come scrittrice, sento il dovere di farmi, sull'amore, sul passare del tempo, sulla felicità, sul fatto che bisogni o si debba restare per sempre con un'unica persona. Nella vita di tutti i giorni siamo troppo occupati a viverla la vita, è attraverso i libri e l'arte che ci interroghiamo sul suo senso».
Si riconosce in qualcuno dei suoi personaggi?
«Credo che si debba almeno provare le emozioni di cui si scrive. Con Eeva è stata dura: ci ho messo due anni prima di riuscire a raccontarla. In questo senso non c'è molta autobiografia nel libro, possiamo parlare piuttosto di storia transizionale: Eeva rappresenta la storia transizionale di Anna, sono molto simili, quasi identiche, ma la prima non ha una fine felice, la seconda presumibilmente sì. Mentre scrivo sento di provare un processo di purificazione, sono legata a loro ma non sono io».
Come si spiega lo straordinario successo del libro?
«Forse è piaciuto perchè c'è qualcosa di universale, le dinamiche familiari in cui i lettori si identificano. E altrettanto universale è quello di cui si occupa Elsa nel suo lavoro di psicologa, il modo in cui bambini sviluppano l'affetto».
Lei ha venduto i diritti cinematografici della storia. Immagina già qualche attrice nei ruoli principali?
«Ci sono molti attori finlandesi che si sono proposti, ma non sono famosi nel mondo. Se dovessi pensare a un'attrice nella parte di Eeva, direi Natalie Portman. Avevamo pensato anche a Scarlett Johannson ma ha una presenza troppo forte, potente, mentre la Portman sa essere più discreta, potrebbe andar bene».
Legge gli autori italiani?
«In questo momento mi viene in mente Paolo Giordano, l'autore de "La solitudine dei numeri primi", perchè nel mio primo romanzo, Raja, che non è pubblicato in Italia, mi avevano paragonata a lui. Ho il suo libro, ma confesso che non l'ho ancora letto».
Tutto nasce da un vestito. Lei lo descrive: ha la vita alta, la gonna gonfia, il collo a barchetta. Ma non parla del colore. Che colore ha?
«È giallo. Non è stata la mia prima idea, poi ho deciso che fosse giallo».
Sta lavorando a un nuovo libro?
«Ho consegnato all'editore la prima bozza del mio terzo romanzo, presumo che uscirà l'autunno prossimo. Sarà una storia d'amore, ma più religiosa e politica rispetto a quello che ho scritto in passato».
@boria _a
 La copertina de "L'armadio dei vestiti dimenticati" (Garzanti)

martedì 22 settembre 2009

MODA & MODI: nella mia borsa entra anche la termodinamica 

Vi è mai capitato di specchiarvi in un camerino e scoprire che avete avuto un rovinoso cedimento fisico nottetempo? Faccia sbattuta, pelle color cemento, glutei in caduta libera? E di arrovellarvi sul perchè sembriate inspiegabilmente più basse, più schiacciate, meno toniche e con centimetri di cellulite inesplorati? A me spesso e proprio in uno dei miei negozi preferiti, il cui effetto ansiogeno, ho appurato, non è dovuto solo ai prezzi, ma è una conseguenza della luce visibile, la più conosciuta delle onde elettromagnetiche. L'illuminazione del famigerato camerino è determinata da lampade a fluorescenza, che, grazie a un meccanismo di atomi di mercurio e polveri dette "fosfòri", creano un agghiacciante effetto "mezzogiorno in spiaggia", rivelando senza pietà ogni poro dell'epidermide, ogni pelo superfluo, ogni incipiente smagliatura. Per di più sono posizionate in alto, come nella maggior parte dei casi, il che dà l'orrenda sensazione che le gambe si siano accorciate.
Ma c'è di peggio. Può accadere che in qualche grande magazzino la luce scelta sia "modello Stasi", ovvero un fascio gelido e bianco prodotto da tubi al neon, simile a quello utilizzato dalla polizia della Ddr durante gli interrogatori (provare per credere: nello store newyorkese più battuto dai turisti, vicino a Ground Zero, non vedete l'ora di uscire dalle fitting rooms per darvi una rinfrescata...). Strategia, pare, studiata a tavolino, in modo da costringere le signore che si scoprono su due piedi anemiche e grinzose a correre nel reparto cosmetici convinte dell'impellenza di una crema antirughe. La luce migliore, suadente e non troppo realistica, è quella regalata da un faretto alogeno: un filamento di tungsteno racchiuso in un bulbo di quarzo emette una bella luce brillante, che accarezza le forme e fa apparire liscia la pelle. Se non c'è "sindrome da camerino" l'acquisto è più felice e psicologicamente più facile. Prendete gli specchi: una leggerissima curvatura lungo l'asse verticale o un'inclinatura all'indietro ci fa sembrare più alte e slanciate e quindi più convinte dell'abito che abbiamo in mano.
Chi ha detto che scienza e moda sono così distanti? O che non è possibile una scienza "modaiola"? Se ne sapete poco (o nulla, nel mio caso) della prima e molto della seconda, è consigliato il gustosissimo "La fisica del tacco 12" di Monica Marelli(Rcs Libri), fisica lei stessa e fermamente convinta che dal dna alla tinta del parrucchiere, tutto si possa capire con le sue leggi. Così, insieme all'ingegnere biomeccanico inglese John Tyrer, scopriamo che per il reggiseno perfetto bisognerebbe pesare le mammelle (non provateci, toglie tutta la poesia: vanno immerse una alla volta in una vasca piena d'acqua, poi si pesa il liquido che è traboccato e si moltiplica per un fattore di correzione...), e che camminiamo male sui tacchi a spillo perchè la pressione esercitata dal terreno sulla pianta dei piedi è troppo elevata e concentrata nel punto sbagliato. Che soddisfazione, poi,  apprendere perchè non riesco mai a trovare chiavi, cellulare, rossetti nella mia borsa. Quel perenne disordine è dovuto all'"entropia", cioè alle tante possibili configurazioni casuali degli oggetti all'interno, molto più
probabili di quell'unica ordinata che ho stabilito io. Non ne ho colpa, dunque, è la seconda, autorevolissima, legge della termodinamica.
@boria _a