MODA & MODI
Il mito di Dior in un film e la passerella si dissolve
La sfilata, la passerella, è un rito che questo tempo strano che stiamo vivendo ha reso improvvisamente obsoleto, lontano. La scelta di Dior di affidare al regista Matteo Garrone la presentazione della sua collezione haute couture, ha messo un punto fermo nella comunicazione della moda. Quindici minuti di pura poesia, nel bosco del Sasseto nell’alta Tuscia dove Garrone aveva già girato “Il racconto dei racconti”, per evocare “Le Mythe Dior”, il mito di Dior, in un paesaggio fatato e sospeso, tra creature acquatiche e silvestri, sirene, fauni, statue di marmo, tutti stregati dal desiderio di quegli abiti magnifici. https://www.youtube.com/watch?v=yxBFwqRbI8c
Due fattorini attraversano il bosco reggendo un baule dalla forma dell’edificio dove ha sede la maison, in Avenue Montaigne a Parigi.
All’interno, un carico prezioso, i manichini mignon vestiti con i modelli della collezione, che richiamano le pupées de la mode del ’700, le bambole-manichino (chiamate “piccola Pandora” per gli abiti da giorno, “grande Pandora” per quelli da sera) inviate alle clienti lontane perché toccassero, scegliessero, sognassero le creazioni da ordinare. Quei manichini, che all’inizio del video vediamo certosinamente preparati dalle sarte della maison, intente a cucire loro addosso gli abiti in scala ridotta ma perfetti in ogni dettaglio, sono stati il filo conduttore anche nella grande mostra sui cinquant’anni di Dior, tra il 2017 e il 2018 al Musée des arts decoratifs di Parigi: in ogni bacheca l’abito e la sua replica minuscola, quintessenza della sapienza sartoriale, puro oggetto del desiderio.
Ecco: quella stessa magia è il filo conduttore anche del video di Garrone, che si riallaccia alla narrazione fatta da sarti e sarte sul profilo Instagram della griffe.
Al di là del digitale - le prime settimane della moda virtuali sono state Londra e Parigi, ora tocca a Milano - Dior ha intrecciato un racconto su più piani, ha fatto dialogare l’immaginario di Maria Grazia Chiuri, la direttrice artistica, con quello di Garrone, ha connesso e integrato le narrazioni, coinvolgendo una platea molto più ampia di quella della sfilata. Chiuri ha ragione: l’alta moda ha bisogno di essere apprezzata da vicino, toccata, nel ’700 come oggi. Ma il film sul mito di Dior ci dice che la passerella non basta più e che il suo cerimoniale per pochi addetti ed eletti è ormai relegato, confinato proprio, in un’altra epoca.
twitter@boria_a
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lunedì 13 luglio 2020
martedì 8 maggio 2018
MODA & MODI
I disoccupati non si mettono in felpa
Attenzione alla scritta su felpe e magliette. Nel bicentenario della nascita di Marx, il proletariato è intoccabile, almeno per la moda. Lui, il filosofo autore del Capitale, è diventato icona pop come il Che, ma guai a ironizzare sulle classi operaie. Il grande fratello della Rete è insorto contro gli slogan “unemployed”, “broke”, “working class” - disoccupato, squattrinato, proletario - e su qualsiasi riferimento alla parola “povero” stampata su capi d’abbigliamento. “Too poor for Dior”, recita una t-shirt. E un brand ha varato la linea per “council estate princess”, principesse delle case popolari: niente da fare, anche dove la dissacrazione è palese e l’ironia leggera, gli internauti hanno storto il naso. Su questi temi non si scherza.
Alcuni dei brand o delle catene chiamati in causa si sono affrettati a fare ammenda e a togliere dalla produzione i capi incriminati, primo fra tutti H&M e la sua felpa del disoccupato, di un bell’arancione segnaletico da cantiere stradale. Il prezzo popolare, in questo caso, ha infastidito ancora di più gli internauti, come se la scritta fosse una presa in giro, un doppio tradimento da parte di una catena di fast fashion nei confronti di chi può permettersi solo i suoi vestiti: “lavoro ma non ho i soldi per comprare la tua felpa del disoccupato”, ha chiuso la vicenda un utente di Twitter.
Anche la Rete, però, ha pesi e misure. E la stessa levata di scudi non ha investito un brand modaiolo come Vetements, che, dopo aver ipnotizzato tutti con la presa in giro della maglietta identica (prezzo a parte) a quella dei corrieri Dhl, a chi aspira a sentirsi proletario vende - per parecchie centinaia di euro - pantaloni di cotone da disadattato urbano, “chav lounge pants”. Ipocrisia? In fondo anche Maria Grazia Chiuri, direttore artistico di Dior, ha mandato in passerella t-shirt bianche con la scritta “dovremmo tutti essere femministi”: uno straccetto da attivista glam al prezzo di 550 euro, accolta da molti consensi per l’impegno. Donne discriminate, disoccupati e poveri: tutti sul mercato. Con un'unica differenza: prezzo e griffe.
I più lungimiranti, a questo punto, sono i clienti H&M che si sono accaparrati la tuta “unemployed” prima della censura. Se sono disoccupati o mal occupati davvero, ora si ritrovano per le mani una limited edition. Non risolverà i loro problemi, ma almeno potranno levarsi qualche sfizio.
@boria_a
I disoccupati non si mettono in felpa
Attenzione alla scritta su felpe e magliette. Nel bicentenario della nascita di Marx, il proletariato è intoccabile, almeno per la moda. Lui, il filosofo autore del Capitale, è diventato icona pop come il Che, ma guai a ironizzare sulle classi operaie. Il grande fratello della Rete è insorto contro gli slogan “unemployed”, “broke”, “working class” - disoccupato, squattrinato, proletario - e su qualsiasi riferimento alla parola “povero” stampata su capi d’abbigliamento. “Too poor for Dior”, recita una t-shirt. E un brand ha varato la linea per “council estate princess”, principesse delle case popolari: niente da fare, anche dove la dissacrazione è palese e l’ironia leggera, gli internauti hanno storto il naso. Su questi temi non si scherza.
Alcuni dei brand o delle catene chiamati in causa si sono affrettati a fare ammenda e a togliere dalla produzione i capi incriminati, primo fra tutti H&M e la sua felpa del disoccupato, di un bell’arancione segnaletico da cantiere stradale. Il prezzo popolare, in questo caso, ha infastidito ancora di più gli internauti, come se la scritta fosse una presa in giro, un doppio tradimento da parte di una catena di fast fashion nei confronti di chi può permettersi solo i suoi vestiti: “lavoro ma non ho i soldi per comprare la tua felpa del disoccupato”, ha chiuso la vicenda un utente di Twitter.
Anche la Rete, però, ha pesi e misure. E la stessa levata di scudi non ha investito un brand modaiolo come Vetements, che, dopo aver ipnotizzato tutti con la presa in giro della maglietta identica (prezzo a parte) a quella dei corrieri Dhl, a chi aspira a sentirsi proletario vende - per parecchie centinaia di euro - pantaloni di cotone da disadattato urbano, “chav lounge pants”. Ipocrisia? In fondo anche Maria Grazia Chiuri, direttore artistico di Dior, ha mandato in passerella t-shirt bianche con la scritta “dovremmo tutti essere femministi”: uno straccetto da attivista glam al prezzo di 550 euro, accolta da molti consensi per l’impegno. Donne discriminate, disoccupati e poveri: tutti sul mercato. Con un'unica differenza: prezzo e griffe.
I più lungimiranti, a questo punto, sono i clienti H&M che si sono accaparrati la tuta “unemployed” prima della censura. Se sono disoccupati o mal occupati davvero, ora si ritrovano per le mani una limited edition. Non risolverà i loro problemi, ma almeno potranno levarsi qualche sfizio.
@boria_a
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domenica 16 luglio 2017
MODA & MODI
Il soft power degli abiti parlanti
Le first lady hanno un potere “soft” ma determinante. Sono i messaggi che le signore in primo piano nella politica internazionale lanciano attraverso gli abiti delle occasioni ufficiali.
Scelte tutt’altro che casuali o affidate solo al gusto e alle predilezioni personali. Al contrario, la selezione del guardaroba per questi appuntamenti è preceduto da un certosino studio delle date, delle tinte, degli anniversari, dei designer, dei significati espliciti e impliciti. Veri e propri manifesti. Codici subliminali che sono altrettanti omaggi al paese ospitante quanto sottolineature della leadership del proprio.
Michelle Obama è stata un’indiscussa maestra della strategia
Melania Trump, nei giorni scorsi a Parigi, ospite col marito Donald per la festa nazionale francese, ha un approccio diverso, più controllato e meno fantasioso, ma ugualmente efficace. Tailleur rosso all’arrivo, firmato Dior, in un tributo ai settant’anni della maison francese con uno dei suoi pezzi iconici, la giacca Bar su gonna a corolla, lo stesso pezzo che apre la mostra storica del couturier al Musée des Arts Décoratifs. Il rosso, insieme al bianco e al blu, sono colori di entrambe le bandiere, e Melania, tessitrice di una sottile diplomazia cromatica, li ha ripresi sia alla cena con i padroni di casa Macron alla Tour Eiffel, sia alla parata alla Bastiglia, scegliendo un abito senza maniche di Valentino (italiano sì, ma che sfila a Parigi) cosparso di tulipani rossi e fiordalisi, quest’ultimo per i francesi fiore del ricordo (nell’occasione il centenario dell’ingresso degli Usa in guerra al fianco della Francia).
Ma c’è un altro elemento che parla: la lunghezza delle gonne di Melania, sempre sotto il ginocchio. Ovvero: discrezione, consapevolezza del ruolo e della solennità del momento. Una scelta intelligente, che ha fatto sembrare le ginocchia scoperte della première dame Brigitte, per ora sempre fedele ai miniabiti cernierati della nazionalissima maison Vuitton, poco chic e un po’ cheap. Relegandola, e a casa sua, al ruolo di comprimaria.
@boria_a
Il soft power degli abiti parlanti
Le first lady hanno un potere “soft” ma determinante. Sono i messaggi che le signore in primo piano nella politica internazionale lanciano attraverso gli abiti delle occasioni ufficiali.
Scelte tutt’altro che casuali o affidate solo al gusto e alle predilezioni personali. Al contrario, la selezione del guardaroba per questi appuntamenti è preceduto da un certosino studio delle date, delle tinte, degli anniversari, dei designer, dei significati espliciti e impliciti. Veri e propri manifesti. Codici subliminali che sono altrettanti omaggi al paese ospitante quanto sottolineature della leadership del proprio.
Michelle Obama è stata un’indiscussa maestra della strategia
dell’abito, riuscendo a coinvolgere e coordinare nella comunicazione visiva entrambe le figlie, in un’apparente e studiatissima spontaneità. Ha indossato vestiti per veicolare idee, impegni, adesioni, senza un designer designato, un prescelto, ma pescando tra tanti, noti e quasi ignoti, americani e stranieri, come a dire: nel mio guardaroba e nel nostro paese c’e posto per tutti e tutti troveranno qualcosa per loro.
Melania Trump, nei giorni scorsi a Parigi, ospite col marito Donald per la festa nazionale francese, ha un approccio diverso, più controllato e meno fantasioso, ma ugualmente efficace. Tailleur rosso all’arrivo, firmato Dior, in un tributo ai settant’anni della maison francese con uno dei suoi pezzi iconici, la giacca Bar su gonna a corolla, lo stesso pezzo che apre la mostra storica del couturier al Musée des Arts Décoratifs. Il rosso, insieme al bianco e al blu, sono colori di entrambe le bandiere, e Melania, tessitrice di una sottile diplomazia cromatica, li ha ripresi sia alla cena con i padroni di casa Macron alla Tour Eiffel, sia alla parata alla Bastiglia, scegliendo un abito senza maniche di Valentino (italiano sì, ma che sfila a Parigi) cosparso di tulipani rossi e fiordalisi, quest’ultimo per i francesi fiore del ricordo (nell’occasione il centenario dell’ingresso degli Usa in guerra al fianco della Francia).
Ma c’è un altro elemento che parla: la lunghezza delle gonne di Melania, sempre sotto il ginocchio. Ovvero: discrezione, consapevolezza del ruolo e della solennità del momento. Una scelta intelligente, che ha fatto sembrare le ginocchia scoperte della première dame Brigitte, per ora sempre fedele ai miniabiti cernierati della nazionalissima maison Vuitton, poco chic e un po’ cheap. Relegandola, e a casa sua, al ruolo di comprimaria.
@boria_a
lunedì 9 novembre 2015
MODA & MODI
Fashion Fast & Furious
Fast è il denominatore comune tra i due argomenti che hanno galvanizzato le cronache modaiole di questi giorni: l’addio (volontario o imposto) di celebri designer a marchi storici e l’assalto ai negozi H&M per la collezione Balmain disegnata da Olivier Rousteing.
È fast-fashion in entrambi i casi, in apparenza opposti: quella che fa scappare i designer, spremendoli nelle tappe forzate delle collezioni, e quella che “democratizza” le griffe, riducendole a misura di grande magazzino.
Il primo ad andarsene è stato Alexander Wang, che ha salutato Balenciaga per tornare oltreoceano a occuparsi del suo marchio. Poi l’adieu a Dior di Raf Simons, in volo verso Los Angeles più o meno con la stessa motivazione. Infine, nei giorni scorsi, la rottura tra Lanvin e il direttore creativo Alber Elbaz, licenziato dalla proprietaria taiwanese per dissidi sulla gestione del marchio.
Raf Simons ha dichiarato di essere stanco di disegnare in catena di montaggio, con tre settimane appena tra una passerella e l’altra, rivendicando di avere altro nella vita, oltre che sfornare sei collezioni l’anno.
Elbaz è stato più esplicito: partito “couturier”, interprete dei sogni delle donne, si è ritrovato designer+manager, attento a conti e ricavi (soprattutto a far schizzare questi ultimi), poi anche inventore di immagini, all’altezza delle aspettative di Instagram. In sostanza: l’abito deve essere creativo, vendere molto e fare così tanto chiasso sui social da spianare le autostrade virtuali a colpi di like.
Veniamo a Balmain, ultima, in ordine di tempo, tra le grandi griffe sbarcate sugli appendini del colosso svedese H&M. Ispirazione anni ’80 dichiarata per la collezione firmata Rousteing, alla guida della maison fondata da quel Pierre Balmain che fu amico di Dior e vestì intellettuali e attrici, da Gertrude Stein a Marlene Dietrich, e tantissime signore di sangue blu.
Maria Pezzi racconta (nell'atlante degli stilisti di Guido Vergani) che, dopo un gran litigio, Balmain conquistò anche Brigitte Bardot, disegnando l'abito che avrebbe indossato all'incontro con la regina Elisabetta: "modesto" e accollato, come voleva l'etichetta di corte, ma dipinto sul suo seno esplosivo, che B.B., all'epoca in competizione con Marilyn Monroe, non voleva assolutamente castigare (alla faccia dell'etichetta reale).
E Balmain per H&M? Tra la serie tv “Dinasty” dell’epoca che cita, e l’odierna “Empire”, entrambe capolavoro di eccessi, la collezione - bruciata in poche ore dopo file notturne e deliri da accaparramento - è un concentrato di colori strillati e sbrilluccichii, mini ascellari e abitucci da appiccicare al corpo o stritolare col cinturone.
La velocità, di produzione o consumazione, fa sempre male. Se vuol dire gettare i designer in un flipper e sostituirli come cartucce non appena esauriti. Se couture per tutti, equivale a ordinarietà. Non sarebbe meglio tornare slow, per chi fa la moda e chi la compra?
twitter@boria_a
Fashion Fast & Furious
Fast è il denominatore comune tra i due argomenti che hanno galvanizzato le cronache modaiole di questi giorni: l’addio (volontario o imposto) di celebri designer a marchi storici e l’assalto ai negozi H&M per la collezione Balmain disegnata da Olivier Rousteing.
È fast-fashion in entrambi i casi, in apparenza opposti: quella che fa scappare i designer, spremendoli nelle tappe forzate delle collezioni, e quella che “democratizza” le griffe, riducendole a misura di grande magazzino.
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| Balmain per H&M secondo Olivier Rousteing |
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| Balmain per H&M |
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| Balmain per H&M |
Il primo ad andarsene è stato Alexander Wang, che ha salutato Balenciaga per tornare oltreoceano a occuparsi del suo marchio. Poi l’adieu a Dior di Raf Simons, in volo verso Los Angeles più o meno con la stessa motivazione. Infine, nei giorni scorsi, la rottura tra Lanvin e il direttore creativo Alber Elbaz, licenziato dalla proprietaria taiwanese per dissidi sulla gestione del marchio.
Raf Simons ha dichiarato di essere stanco di disegnare in catena di montaggio, con tre settimane appena tra una passerella e l’altra, rivendicando di avere altro nella vita, oltre che sfornare sei collezioni l’anno.
Elbaz è stato più esplicito: partito “couturier”, interprete dei sogni delle donne, si è ritrovato designer+manager, attento a conti e ricavi (soprattutto a far schizzare questi ultimi), poi anche inventore di immagini, all’altezza delle aspettative di Instagram. In sostanza: l’abito deve essere creativo, vendere molto e fare così tanto chiasso sui social da spianare le autostrade virtuali a colpi di like.
Veniamo a Balmain, ultima, in ordine di tempo, tra le grandi griffe sbarcate sugli appendini del colosso svedese H&M. Ispirazione anni ’80 dichiarata per la collezione firmata Rousteing, alla guida della maison fondata da quel Pierre Balmain che fu amico di Dior e vestì intellettuali e attrici, da Gertrude Stein a Marlene Dietrich, e tantissime signore di sangue blu.
Maria Pezzi racconta (nell'atlante degli stilisti di Guido Vergani) che, dopo un gran litigio, Balmain conquistò anche Brigitte Bardot, disegnando l'abito che avrebbe indossato all'incontro con la regina Elisabetta: "modesto" e accollato, come voleva l'etichetta di corte, ma dipinto sul suo seno esplosivo, che B.B., all'epoca in competizione con Marilyn Monroe, non voleva assolutamente castigare (alla faccia dell'etichetta reale).
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| Pierre Balmain (1948) |
E Balmain per H&M? Tra la serie tv “Dinasty” dell’epoca che cita, e l’odierna “Empire”, entrambe capolavoro di eccessi, la collezione - bruciata in poche ore dopo file notturne e deliri da accaparramento - è un concentrato di colori strillati e sbrilluccichii, mini ascellari e abitucci da appiccicare al corpo o stritolare col cinturone.
La velocità, di produzione o consumazione, fa sempre male. Se vuol dire gettare i designer in un flipper e sostituirli come cartucce non appena esauriti. Se couture per tutti, equivale a ordinarietà. Non sarebbe meglio tornare slow, per chi fa la moda e chi la compra?
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lunedì 30 marzo 2015
MODA & MODI: Pretty Woman prostituta-principessa che piace a Dior
Pretty woman ha festeggiato i venticinque anni. Dell’anniversario del film si è parlato molto, soprattutto perchè, a distanza di un quarto di secolo, l’amore della prostituta Vivian-Julia Roberts per il miliardario Edward-Richard Gere continua a tenerci incollate al divano alla milionesima replica. Più della longevità da piccolo schermo, però, colpisce quella del guardaroba di lei, in parte disegnato, in parte assemblato dalla costumista Marilyn Vance.
Secondo i criteri della moda sono passate ere geologiche. Abbiamo bruciato le spalle quadrate, sono caduti in disgrazia i pantaloni bumster, morti e resuscitati i leggings, “riscaldati” periodicamente come minestre gli abitucci a fiori, il tartan, la salopette e la zampa di elefante. Era il 1990 quando la stangona Julia, ventenne, cavalcava Rodeo Drive in miniabito stretch e cuissard di vernice agitando invano la carta di credito del suo cavaliere per comprare qualche vestito che la rendesse presentabile in società.
Era il modello più azzardato, quello del mestiere di strada, che la Vance diceva aver copiato da un suo costume da bagno, ma pari pari l’abbiamo rivisto quest’anno sulla passerella primavera-estate della haute couture di Dior, “citato” filologicamente, stivaloni compresi, nella variante rosso acceso.
Venticinque anni sono passati dall’abito a pois su fondo mou per il pomeriggio di polo, da allora riproposto incessantemente e anche nello stesso, ostico colore, vieppiù quest’anno che i pallini ritornano in auge. E altrettanto “datati” sono il vestito da cocktail di pizzo nero del primo appuntamento con Gere e la pennellata fuoco con scollatura a cuore che Vivian indossa a teatro, quando, piangendo per Violetta, s’innamora dell’opera. In mezzo, tra i pezzi “iconici”, il tailleur maschile coi bermuda e l’abito-soprabito bianco e manica a tre quarti, tutti “vecchi” pezzi attuali, appena rivisitati in qualche sfilata.
Molti hanno spiegato il segreto del film: lei è una battona ma si vuole bene, usa il filo interdentale, ha rispetto di sè e le piacerebbe tornare a scuola. Vale anche per il guardaroba. È “misurato”, mai volgare, nemmeno quando fa il mestiere. Procede per sottrazioni progressive, senza rompere l’equilibrio. Vivian non si metterebbe quella creazione di Versace che inguaina una Marcuzzi senza mutande nell’ultima puntata dell’Isola dei famosi. E noi amiamo Pretty Woman per questo, perchè in una settimana sostituisce gli stivaloni a mezza coscia con jeans e blazer blu, rimanendo credibile, se stessa da prostituta a principessa. Ci piacciono le favole più dei talent, come a Dior.
@boria_a
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| Julia Roberts e l'haute couture S/S 2015 di Dior |
Pretty woman ha festeggiato i venticinque anni. Dell’anniversario del film si è parlato molto, soprattutto perchè, a distanza di un quarto di secolo, l’amore della prostituta Vivian-Julia Roberts per il miliardario Edward-Richard Gere continua a tenerci incollate al divano alla milionesima replica. Più della longevità da piccolo schermo, però, colpisce quella del guardaroba di lei, in parte disegnato, in parte assemblato dalla costumista Marilyn Vance.
Secondo i criteri della moda sono passate ere geologiche. Abbiamo bruciato le spalle quadrate, sono caduti in disgrazia i pantaloni bumster, morti e resuscitati i leggings, “riscaldati” periodicamente come minestre gli abitucci a fiori, il tartan, la salopette e la zampa di elefante. Era il 1990 quando la stangona Julia, ventenne, cavalcava Rodeo Drive in miniabito stretch e cuissard di vernice agitando invano la carta di credito del suo cavaliere per comprare qualche vestito che la rendesse presentabile in società.
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| L'abito a pois per il polo (foto Cordon Press) |
Venticinque anni sono passati dall’abito a pois su fondo mou per il pomeriggio di polo, da allora riproposto incessantemente e anche nello stesso, ostico colore, vieppiù quest’anno che i pallini ritornano in auge. E altrettanto “datati” sono il vestito da cocktail di pizzo nero del primo appuntamento con Gere e la pennellata fuoco con scollatura a cuore che Vivian indossa a teatro, quando, piangendo per Violetta, s’innamora dell’opera. In mezzo, tra i pezzi “iconici”, il tailleur maschile coi bermuda e l’abito-soprabito bianco e manica a tre quarti, tutti “vecchi” pezzi attuali, appena rivisitati in qualche sfilata.
Molti hanno spiegato il segreto del film: lei è una battona ma si vuole bene, usa il filo interdentale, ha rispetto di sè e le piacerebbe tornare a scuola. Vale anche per il guardaroba. È “misurato”, mai volgare, nemmeno quando fa il mestiere. Procede per sottrazioni progressive, senza rompere l’equilibrio. Vivian non si metterebbe quella creazione di Versace che inguaina una Marcuzzi senza mutande nell’ultima puntata dell’Isola dei famosi. E noi amiamo Pretty Woman per questo, perchè in una settimana sostituisce gli stivaloni a mezza coscia con jeans e blazer blu, rimanendo credibile, se stessa da prostituta a principessa. Ci piacciono le favole più dei talent, come a Dior.
@boria_a
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| Alessia Marcuzzi in Versace nell'ultima puntata dell'Isola dei famosi |
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martedì 10 febbraio 2009
MODA & MODI
Sotto i piedi mi metto una statuetta africana
Sotto i piedi mi metto una statuetta africana
Non basta uno stiletto qualsiasi, è tempo di strafare. Mai come adesso bisogna abbandonare le mezze misure. E rischiare, arrampicandosi ben oltre i dodici centimetri che fino a qualche stagione fa sembravano la vetta irraggiungibile dei tacchi. Il tirannico Louboutin ne ha promessi almeno venti, per donne scalatrici provette che rimarranno saldissime in cima a quegli aghi d'acciaio anche quando il mondo intorno a loro vacilla, per prime, in questo caso, le finanze. In tempi di crisi e di contrazione degli acquisti, l'accessorio diventa la valvola di sfogo dei desideri repressi: passi per l'abito che deve durare e si rifugia nei colori basic, tutto il resto sfiora l'eccesso, libera la fantasia, straripa nel colore, risucchia lo sguardo. Così il rossetto diventa più rosso, la borsa lievita, le unghie sono manifesti d'intenti, artigliate, decorate, ricostruite.
E le scarpe? Pinnacoli, piattaforme, sculture di materiali diversi che trascendono del tutto il loro scopo primario: calzare, accompagnare, accarezzare, sostenere il piede. Macchè. Come per le cortigiane del 1400, sempre issate su zeppe da capogiro, simbolo di potere intellettuale e fisico, i sandali in cui ci infileremo nei prossimi mesi vogliono sollevarci al di sopra della prevedibilità, dare agli altri, ma prima di tutto a noi, la sensazione della vertigine. Se si incrinano conti, fiducia, progetti, stabilità, perchè non regalarsi uno sguardo dall'alto e sorvolare, letteralmente, i problemi?
Anche chi odia lo stile savana e le panterate buone per ogni stagione della moda, non potrà non farsi intrigare dai tacchi proposti per la primavera-estate da Dior: statuette africane primordiali, una sorta di misteriosa figura sotto il tallone che sembra sorreggere il corpo, dargli una spinta verso l'alto. Tacchi da prendere come suggerimento e con un po' di buon senso, ma che ben sintetizzano lo spirito con cui camminare verso un'estate incerta: disinvoltura, spregiudicatezza, coraggio e un pizzico di eccentricità. È il deterrente contro l'austerity: uno stiletto over dieci, una scarpa particolare, un sandalo prezioso, danno la scossa di novità ai soliti jeans, alla gonnellina di tela, all'abitino sabbia, bianco, nero da trascinare lungo più stagioni di conti in rosso.
A caccia di ispirazioni, dunque. Perchè se l'immaginifico Dior pensa a una scarpa da mettere in bacheca, ce ne sono molte altre che trovano il giusto equilibrio: ecco i sandali altissimi di Gucci, con un gioco di lacci-bondage intorno alla caviglia, per chi non confida troppo sul suo equilibrio in vetta, o quelli di Versace con il tacco-gioiello, quelli glitterati di Cavalli, le «installazioni» di Vuitton, con piume e pietre, la versione dorata di Hermes, optical di Viktor & Rolf, le architetture di Chalayan, la piattaforma d'acciaio di Marc Jacobs, gli stuzzicadenti coloratissimi di Jimmy Choo, così irrinunciabili per inglesi e americane che si ricorre al Botox perchè il piede non tracolli.
Masochismo? Se serve a distrarci dal faticoso tran-tran... E poi, come dice René Caovilla, re dei sandali-gioiello: «Un uomo è attratto dal tacco alto, anche quando non lo vede. Perchè una donna è diversa con lo stiletto, anche se è nascosto dai pantaloni».
@boria_a
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| I tacchi di Dior (foto Style.it) |
martedì 6 maggio 2008
MODA & MODI: la personalità sui tacchi delle scarpe
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| Tacchi artistici firmati Miu Miu |
Ditelo con il tacco. Piallato per chi non ha il complesso dell'altezza o, comunque piccola, guarda gli altri e gli alti dall'alto in basso. A stiletto? Seduttrice per professione, abituata a calzarli ed esibirli senza dar segni di cedimento, anche dopo una giornata d'ufficio. Nascostamente rialzati? Meno male che se li è messi pure Sarko, nella recente visita in Gran Bretagna, per non sfigurare accanto a Carla (che avrebbe dovuto andare scalza per essere meno «a terra» di così) e ci fa condividere con i francesi l'orrore di un premier nanetto che fa di tutto per non sembrarlo (lui, però, non è calvo, ancora, nè ha quel posticcio pilifero cresciuto come un prato inglese prima delle elezioni...). Zeppona? Una volta equivaleva a nostalgica sessantottina, oggi la piattaforma è così artisticamente lavorata, piena di inserti e decorazioni, che assicura il glamour ma non i rischi dell'elevazione.
Il vento di novità di quest'estate passa attraverso i tacchi. Le borse esagerano genericamente in dimensione, rivolte a un'indistinta acquirente fashion victim, ma le scarpe rivelano più che mai la personalità di chi le indossa, sono una dichiarazione di intenti, un manifesto mentale. E la fantasia, questa volta, si sfoga non lungo il polpaccio, o sulla punta, o alla caviglia, ma sulla suola. Benvenute nel 2008, anno dei tacchi a scultura. Delle pazzie che iniziano dal fondo, dei piedi protagonisti, della sfida a risucchiare gli sguardi verso terra, dove mai si appoggiano, se non in caduta libera dopo una sosta sul fondoschiena. Ami le zeppe? Ci sono quelle che assomigliano a un dondolo o costruite come bolle di sapone una sull'altra. L'inconfondibile stiletto? Oggi, sulle tradizionalissime décolleté, richiama le guglie dell'architettura russa. Per le più estrose e colorate c'è il tacco a manico di tazzina, o la zeppa che ricorda un ventaglio, o vuota in mezzo, con solo il profilo in evidenza, come disegnato nell'aria. C'è il tacco di metallo piantato a metà della suola, che crea l'effetto zeppa trasparente, quasi si fluttuasse su una piattaforma invisibile. Se dotate di grande equilibrio, fisico e mentale (perchè non si sfugge: il tacco suscita esternazioni multiple), si può provare con la scarpa plateau sospesa, che lo elimina del tutto. L'unica invenzione discutibile è a forma di cono di gelato, o, ancora peggio, a bastoncino: sono pesanti, slanciano poco e ingrossano innaturalmente la caviglia, perchè farsi del male?
Sono pazzie, costose e volubili, che dureranno una stagione. Ma il loro effetto consolatorio è garantito. Chi cerca il tacco che non tramonta dovrà continuare con lo stiletto, ormai proiettato verso i quindici centimetri, o rifugiarsi nelle ballerine, uscite di recente dall'anonimato proprio per quella versione proposta da Carlabrunì a Londra, pudica come il cappottone grigio che la ingoffava nè più nè meno di Camilla. Ballerine rasoterra e un'unica debolezza: il bottoncino sulla punta targato Dior, che tutti hanno fotografato quando ha piegato il piede per la riverenza, perchè anche le first lady hanno qualche piccolo, grande prezzo da pagare...
@boria_a
Sono pazzie, costose e volubili, che dureranno una stagione. Ma il loro effetto consolatorio è garantito. Chi cerca il tacco che non tramonta dovrà continuare con lo stiletto, ormai proiettato verso i quindici centimetri, o rifugiarsi nelle ballerine, uscite di recente dall'anonimato proprio per quella versione proposta da Carlabrunì a Londra, pudica come il cappottone grigio che la ingoffava nè più nè meno di Camilla. Ballerine rasoterra e un'unica debolezza: il bottoncino sulla punta targato Dior, che tutti hanno fotografato quando ha piegato il piede per la riverenza, perchè anche le first lady hanno qualche piccolo, grande prezzo da pagare...
@boria_a
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| Carla Bruni si inchina alla Regina Elisabetta |
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