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sabato 2 dicembre 2023

MODA & MODI

Demna, il re è nudo

Anzi, con l'asciugamano 



 

Genialata o provocazione? Demna (è il Gvasalia direttore creativo di Balenciaga, ma ha vezzosamente abbandonato il cognome anche per marcare le distanze dal fratello Guram, rimasto alla guida dell’ex marchio comune, Vetements) insiste nel suo codice di comunicazione: prendere un oggetto banale, brandizzarlo, e mandarlo in passerella come oggetto del desiderio. È successo con la shopping bag Frakta di Ikea (0,75 centesimi) che in pelle versione Balenciaga svettava a quasi 1700 euro, proprio come la Trash Pouch dell’anno scorso, il sacco dell’immondizia riconvertito in borsa a mano per lo stesso prezzo. E così via di stagione in stagione, con i media che assecondano il gioco e si interrogano sul concetto, anzi sul “concept” sotteso alle crocs col tacco, ai sacchetti di patatine come pochette, alle sneakers distrutte in edizione limitata, il cui modello di punta tocca i 1450 euro.

 L’ultima trovata è la più estrema, senza neanche la foglia di fico della materia prima di pregio. Un asciugamano beige di spugna, due bottoni interni e il logo stampigliato frontalmente, da portare a portafoglio, effetto uomo docciato o che si cambia il costume in spiaggia. È la ”Towel Skirt”, prezzo in pre-order sul sito 695 euro, con l’avvertenza “dry cleaning” che porta l’operazione a livelli sublimi di presa in giro. Appunto: genialata o provocazione? Giornali e riviste online si dividono tra chi pontifica con sprezzo del ridicolo su “Demna che vuole rendere glamour anche la doccia del mattino” e chi riflette sull’abilità del designer georgiano, ora lussuosamente radicato a Zurigo, di denunciare la perversione dei loghi. Insomma, sarebbe una sorta di spavaldo attacco dall’interno del sistema alla clientela esclusiva che può spendere centinaia di euro per un asciugamano logato con le due B a specchio, del tutto uguale a quello replicato per scherzo su Instagram da Ikea Uk per 16 sterline.


Genio o provocatore? Demna sembra piuttosto scollato rispetto al tempo e ai tempi. Dopo che un anno fa l’intero mondo della moda gli ha dato addosso per la campagna pubblicitaria con le borse-orsetto sadomaso sui bambini, ci si aspettava un cambio di linguaggio, anche per non irritare il gruppo del lusso Kering, a cui conti, posizionamento e reputazione del brand certo non sfuggono. Invece, con la gonna in spugna, il designer persevera nell’“ironia da saper cogliere”, come la definiscono molti giornali, mentre i post dei consumatori propendono per la porcheria griffata e la presa in giro (non con le stesse parole).


Non c’è nulla in queste proposte della grazia e dell’ironia di Moschino o di Gaultier, sempre sostenute da taglio e materiali, nulla dell’esigenza di sostenibilità, durata, qualità, riutilizzo che il Covid ci ha lasciato. L’impennata dei prezzi dei beni di lusso va esaurendosi, come l’ansia obnubilata da revenge shopping post-pandemia. Nel ripetersi Demna non trasmette la convinzione di un’idea ma solo la sua mancanza. E la difficoltà a leggere i segnali di un mondo cambiato. Il re è nudo, o con l’asciugamano? 

lunedì 28 novembre 2022

MODA & MODI

 

Balenciaga: bambine, orsetti fetish, scandali e vendite 

 

 


 

 Gli orsetti fetish hanno invaso la rete e anche chi non ha mai seguito le ripetute provocazioni di Balenciaga sotto la guida del creativo Demna (Demna Gvasalia, ma il cognome ultimamente ha deciso di cassarlo così chiunque scrive di lui si sente quasi obbligato a precisarne l’identità completa, suo malgrado) non può non essersi imbattuto nella tenera bimbetta dai capelli dorati imbragata nello zainetto “Plush Bear” con le cinghie da bondage.

La griffe si cosparge il capo di cenere dopo la sollevazione del web e con un messaggio surreale, una sorta di spiegone a lettere cubitali in luttuoso campo nero, rassicura tutti i navigatori che ai bambini ci tiene molto e mai vorrebbe accostarli a messaggi costrittivi e violenti, quindi di aver rimosso la campagna pubblicitaria da tutte le sue piattaforme. Con una puntualizzazione ancora più esilarante: agirà legalmente contro chi ha incluso accessori “mai approvati” nel set promozionale della linea Objects, di oggetti di design per la casa. 

Come se l’autore delle immagini, il fotografo Gabriele Galimberti (premio World Press Photo 2021), avesse personalmente deciso che cosa utilizzare per la pubblicità di un brand così spasmodicamente legato alle immagini, e quindi al loro controllo, come Balenciaga. Fa sorridere pensare alla catena di comunicatori, su su fino a Demna, che avrà guardato la bimba con l’orso legato, prefigurando l’esplosione pubblicitaria post indignazione. Così, mentre Balenciaga fa la presunta marcia indietro, le immagini continuano a correre ovunque e i suoi oggetti, sadomaso o meno (per chi gradisse tra le idee Natale della collezione ci sono statue a forma di sneaker dorata, portacandele come lattine, una ciotola per cani a forma di collare con punte, il brucia incenso con le sembianze di un orso molto più innocuo del cuginetto-zaino) sono sotto gli occhi del mondo ed entrano nei desideri di una platea potenzialmente senza limiti.


Le reazioni di pancia dei social sono un formidabile alleato di qualsiasi brand. Nel caso degli orsetti con le cinghie e il top a rete alcuni gridano a una sottile pedo-pornografia, altri, i commentatori più estremi, parlano di lavaggi del cervello gender-fluid. La bufera ha comunque determinato le scuse di Balenciaga e la pena capitale mediatica dei teneri plantigradi. Oggi, 28 novembre 2022, l'annuncio di una presa di distanza eccellente. Kim Kardashian, ambasciatrice del brand, pure lei sotto la pressione dei fan, ha dichiarato: "Sto riconsiderando la mia collaborazione con il brand".


Nel 2017 era la borsa copiata dalla Frakta dell’Ikea, rivisitata in pelle da Balenciaga e venduta a 1700 euro contro i sessanta centesimi dell’originale. Pochi mesi fa le “Paris sneakers”, scarpe da ginnastica logore e macchiate, che col sigillo Balenciaga svettano a 1450 euro. La rete reagisce: s’indigna o celebra il genio di Demna, che prende in giro chi può spendere migliaia di euro per oggetti apparentemente senza valore, ma rivisitati in chiave glamour.


Un cortocircuito rodato fino alla noia. Provocazione, reazione, celebrazione del brand, tante vendite di oggetti dove il messaggio supera la sostanza. Fanno quasi simpatia quegli orsetti con le cinghie. In mano alle due bambine sono stati collocati oggetti di poca o nessuna funzionalità, scarsa fantasia, pesantemente brandizzati. Senza scomodare il bondage, anche questa è pornografia.

lunedì 20 aprile 2020

MODA & MODI

 Il lusso di riscoprire il tempo. Lungo



Balenciaga, Parigi Fashion Week 2020


Tempo è la parola di cui la moda si sta riappropriando in questi mesi. Un tempo che rimette le stagioni al proprio posto. Usciremo di casa per acchiappare ancora le novità della primavera e goderci le collezioni dell’estate, senza ritrovarci a guardare i nuovi cappotti in pieno agosto, accanto ai saldi di una stagione appena iniziata e già bruciata. Pre, cruise, resort, holiday, termini che ai più non dicono niente, sono tutte le collezioni di vestiti e accessori che finora hanno moltiplicato il tempo cronologico, raddoppiato il calendario, inventando stagioni inesistenti per riempire i buchi tra autunno e primavera, estate e inverno. Guardaroba limitati e preziosi, destinati a catturare chi ha i mezzi per sfuggire al tempo meteorologico e col freddo vola al caldo e col caldo cerca la neve.

Collezioni trans-stagionali che hanno ridotto a una linea orizzontale anche i picchi del nostro desiderio: tutto, e nuovo, è stato sempre a disposizione, a dispetto del clima e del mese, pellicce e costumi, privandoci - sia chi può comprare sia chi si limita a sfogliare la pubblicità - del tempo impagabile dell’attesa e della sorpresa.
Ma adesso che i viaggi, nella crudele democratizzazione dell’emergenza, sono cancellati e in un futuro prossimo saranno comunque limitati, soppesati, centellinati?


Giorgio Armani ha scelto due verbi: rallentare e riallineare, uno conseguenza dell’altro. Ovvero, tagliare la moltiplicazione di collezioni, spezzare il ritmo perverso che la fast fashion, con la produzione pressochè settimanale di prodotti a basso costo e con altissime devastazioni ambientali, ha imposto anche ai brand del lusso, obbligati a coprire ogni spazio temporale con un prodotto fintamente nuovo, con varianti minimali, per non essere spiazzata dai grandi magazzini, senza che i consumatori in realtà lo richiedano. Ritmi forsennati che gonfiano la spettacolarità delle sfilate, spesso per mascherare la latitanza delle idee.

Tornare ai ritmi normali e al susseguirsi delle stagioni. Al tempo “vuoto” per apprezzare la qualità e i dettagli di un acquisto, per pensarlo e aspettarlo. Restituire, anche a chi il prodotto lo crea, il tempo per guardarsi intorno e saperlo interpretare. Un tempo “lungo”, come quello ritrovato in questi mesi, che ha a che fare con stabilità, affidabilità, durata. Tutte parole che il senso del tempo lo contengono.

lunedì 9 aprile 2018

MODA & MODI

Vestirsi da corriere, ma senza ironia


 

 Nel 2016 una t-shirt col logo del Dhl ha fatto impazzire il mondo della moda. L’ha mandata in passerella a Parigi Demna Gvasalia, designer georgiano allora pressoché sconosciuto, firmandola col nome del suo brand, Vetements. La maglietta era la copia identica di quella dei dipendenti del corriere tedesco, con una piccola differenza: costava 250 dollari (contro i sei del negozio online della società).

Il prezzo, non altro, ne ha fatto subito un oggetto iniziatico, insieme al numero limitato dei pezzi a disposizione e quindi al tempo da perderci per entrarne in possesso. Liste d’attesa come per la Birkin di Hermès, un mercato parallelo in rete a cifre da capogiro, molte star dello spettacolo, da Kanye West a Céline Dion, griffate Vetements in prima fila alle sue sfilate. Da allora nessun giornale ha smesso di interrogarsi: presa in giro o nuovo orizzonte creativo? Ironia o business spregiudicato?

Nemmeno i tedeschi hanno protestato, anzi, hanno sfruttato la febbre mediatica, con l’amministratore delegato Dhl in t-shirt Vetements. Nè si sono sollevate le polemiche che, nel 2014, avevano censurato la collezione di Moschino, firmata Jeremy Scott, e ispirata alle divise di McDonald’s (un tailleur come il grembiule indossato da un dipendente del fast food che in un mese non guadagna nemmeno la cifra per comprarne una parte? Vergogna). Gvasalia, intanto, è diventato direttore creativo di Balenciaga e l’innamoramento per lui non si è incrinato.

Finora. Perchè il sito Highsnobiety, un bibbia mondiale dello streetwear, citando buyer, ex dipendenti, consulenti del lusso, tutti rimasti anonimi, ha diffuso un quadro funesto: Vetements non sarebbe più un oggetto del desiderio, aumentano gli invenduti e gli sconti sui capi toccano anche il 90%. Gvasalia, dicono, ha continuato a giocare sul sicuro, con poca fantasia, ma la costante dei prezzi alle stelle (una felpa con il logo dell’Unione Europea a 750 dollari, una t-shirt con il rapper Snoop dogg a 924...).


E Gvasalia? Pare che l’ironia l’abbia esaurita: il giornalismo che ora lo dà in crisi (Highsnobiety era uno dei suoi fan) è naturalmente “wannabe”, “opportunista” e basato su pettegolezzi e bugie, perchè la moda “riguarda gli abiti, non l’hype e il gossip inutile”. Hype e gossip, peraltro, che hanno lanciato il suo giovane brand, aprendogli la strada verso Balenciaga, griffe da svecchiare ma con storia, archivio, tradizione di qualità ben consolidati. Vetements non li ha (forse per questo, se i numeri lo confermeranno, arranca?), non può ispirarsi al passato togliendogli la polvere con un guizzo di underground, e gli serve qualcosa di più del gioco, ripetitivo, della copia per fidelizzare i compratori.


L’ultima parola passa al mercato: saranno i compratori a decidere se sotto la t-shirt non c’è più niente.
@boria_a

domenica 26 marzo 2017

MODA & MODI

Fuseaux reloaded, da lasciare a terra

Cino Tortorella, il Mago Zurlì


 Fuseaux negli anni Ottanta, legging per le millennial. Si aggiornano le definizioni, ma la sostanza resta. Le passerelle ripescano uno dei capi più discussi degli ultimi decenni: il pantacollant. A nessuna, fashionista o no, oggi verrebbe mai in mente di chiamarli così, con quel nome un po’ casalingo e demodé che definisce al meglio la loro natura incerta. Sono un pantalone? No, troppo aderenti. Sono una calza? No, poco trasparenti. Un capo che si individua per avverbi dovrebbe essere bandito (e non solo dal guardaroba), senza ripensamenti.

L'ha fatto la United Airlines, impedendo a due ragazze di salire a bordo di un aereo diretto da Denver a Minneapolis, perchè i loro leggings non erano adeguati al "dress code" imposto ai dipendenti e - come in questo caso - ai loro parenti, che volano con un "pass" speciale. Si potrà discutere sulla rigidità della regola, vista la giovane età delle malcapitate, ma sull'inadeguatezza dei leggings a rientrare in qualsiasi codice di buon gusto, la compagnia aerea merita un applauso.

E invece gli stilisti insistono, quest’anno prendono i vecchi fuseaux e li allungano fino a coprire le scarpe, li colorano di tinte accese e li allungano fino a rivestire i piedi. Da pantacollant a pantascarpa 2.0.

Agli inizi degli anni '89 li portavano Cher e Olivia Newton-John, quando avevano boccoli e cotonature, e il decennio degli eccessi era agli albori. Stavano meglio all’autentico antesignano del genere, il mago Zurlì che ci ha appena lasciato, immune dal ridicolo anche in collant e pampers, vent’anni prima. Così non si può dire delle odierne paggette di Demna Gvasalia, designer di Balenciaga e Vetements, che più infligge recuperi crudeli e masochistici (dalle spalle quadrate alle ghette) più strappa cori di ammirazione al front row delle sfilate. E con l’effetto elfo dei suoi nuovi fuseaux colorati su camicie ruscellanti di pieghe e simil-fusciacca in vita, questa volta chiede alle fan la più cieca prova di fedeltà (e di ardimento).


L'elfo di Balenciaga, primavera 2017


Balenciaga, primavera 2017

Promossi in passerella per la primavera, riediti da tutti i brand del lusso, dalla strada in realtà i fuseaux non si sono mai schiodati. Difficile trovare un altro pezzo di abbigliamento che riesca così bene a conciliare gli opposti: democratici e trasversali, popolari e selettivi. Di dubbio gusto, ma piacciono a tutte. Intergenerazionali per eccellenza, li mettono le bambine all’asilo e le signore della ginnica terza età. In una qualsiasi scuola superiore sono divisa per osmosi, imposta dai codici vestimentari del “branco” più di un’uniforme a Eton.


Omogeneizzano, fanno sentire facilmente “in” qualcosa (anche se non si capisce "cosa"), e rassicurano al punto da cancellare specchio e senso critico, soprattutto in chi ne avrebbe un gran bisogno. Perchè i fuseaux stanno male quasi a tutte, radiografano ed evidenziano, non c’è difetto che non esploda.
Contengono gli opposti, appunto: sembrano inclusivi, ma sono più discriminatori che mai.
Ed è giusto lasciarli a terra.
@boria_a

lunedì 24 ottobre 2016

 MODA & MODI

 Nostalgia di gambe a triangolo


Stirrup pants di Balenciaga firmati Demna Gvasalia
 




Chi ha passato da un pezzo la mezza età li ricorda soprattutto come pantaloni da sci. Braghe rigide con una propaggine da infilare sotto il piede, e poi dentro gli scarponi, per proteggere le estremità da freddo e neve. Una sorta di ghetta spessa, che mai rimaneva perfettamente in asse, fastidiosa sotto la pianta del piede.

A metà degli anni Ottanta eccoli "sdoganati": la staffa rimane, anzi si mette bene in vista, ma i pantaloni si sono alleggeriti e colorati, diventando una sorta di leggings di maglina da abbinare a ballerine e mocassini. Portati con maglioni oversize, hanno attraversato tutto il decennio tra gli Ottanta e i Novanta, una stagione della moda su cui il brutto si è accanito particolarmente, dalla testa ai piedi, cominciando con le cotonature e finendo proprio nei calzoni a imbuto.

Così dallo sport, dove erano stati adottati per andare a cavallo prima ancora che per sciare, i pantaloni con la ghetta si sono ritrovati a far parte dell’abbigliamento di tutti i giorni. Un upgrade? Macchè. Consistenza del tessuto a parte, hanno mantenuto lo stesso taglio e le caratteristiche di semplicità e praticità (tutte presunte, in realtà. Questi calzoni non sono semplici da portare se non si è alte, snelle e con gambe sottili. Quanto a una propaggine sotto la scarpa, la praticità, anche nel senso di igiene, diventa un concetto approssimativo...).


Oggi ritornano, per l’ennesima volta, e molto più ambiziosi. Il decennio maledetto delle cofane, delle spalle imbottite, delle paillettes spruzzate ovunque, ci restituisce anche loro, gli "stirrup pants" (come li chiamano gli specializzati), che oggi salgono in cattedra, lasciano le scarpe rasoterra, e si agganciano sotto un paio di stiletto da gran sera.
Come l'animalier e le imbottiture, suscitano reazioni viscerali, muovono gli strati più profondi del nostro gusto, chiedono odio o pretendono dedizione totale.


Demna Gvasalia, lo stilista georgiano che disegna Balenciaga e il suo proprio brand, Vetements, li ha mandati in passerella insieme alle spallone, in un tailleur che concentra tutto il dna di un’epoca che molti vorrebbero dimenticare, con le sue proporzioni esagerate e i suoi ammenicoli e sbarluccichii (la collezione di Gvasalia, dove i pantaloni con le ghette erano accostati anche a bomber con le spalle scese, ha fatto gridare la totalità della stampa al miracolo creativo: sarebbe la quintessenza dell'estetica del brutto...). Non era il solo: li hanno proposti anche Versace e, per Marni, Consuelo Castiglioni, giusto prima di abbandonare la direzione creativa del marchio che ha fondato e che oggi fa parte del vasto carnet di Renzo Rosso.


Sulla scia delle griffe, i pantaloni con le ghette li troveremo anche da Zara. Così basterà che su Instagram qualche influencer con migliaia di follower ci si faccia fotografare dentro, perchè orde di ragazzine rispolverino le gambe a triangolo delle loro mamme. Come se il tempo fosse passato invano.

lunedì 14 marzo 2016

MODA & MODI

Demna e Issey, la rivoluzione si fa senza parole


Demna Gvasalia e Issey Miyake. Il primo è il designer di cui la moda è stata presa da repentina infatuazione, il giovane georgiano poco più che trentenne “scoperto” da ITS a Trieste nel 2004, oggi a capo del suo brand “Vetements” e anche direttore artistico di Balenciaga. La prima collezione dal suo insediamento nella storica maison ha appena sfilato a Parigi, mandando in visibilio i commentatori.






Balenciaga: prima collezione firmata da Demna Gvasalia (f. Monica Feudi)

Dell’altro, del maestro Miyake, 78 anni, uno dei pochi designer che il New York Times ha definito “genio”, si aprirà il 15 marzo al National Art Center di Tokyo la mostra “The work of Miyake Issey”. Cognome prima del nome, una scelta voluta proprio da lui per prendere le distanze dal suo marchio e riandare invece all’essenza del percorso artistico, di intuizioni riconducibili sempre alla stessa matrice: semplicità, eleganza, pulizia.



 
Marzo 2016: autunno inverno 2016/17 Issey Miyake


Non hanno niente in comune l’enfant prodige Demna e uno degli ultimi grandi della moda, che, sopravvissuto all’atomica sganciata sulla sua città natale, Hiroshima, quando aveva sette anni, ha esorcizzato l’orrore delle memorie nella purezza delle linee, comprensibili al primo sguardo, a tutti. Niente in comune, se non il condividere spazi delle cronache fashion di questi giorni, inversamente proporzionali al loro peso.


Si grida al miracolo per Gvasalia, per l’impresa di aver contaminato il dna del visionario Balenciaga con lo streetwear della sua generazione. Tailleur rivisitati enfatizzando a dismisura i fianchi, plateau altissimi, camicione su gonne di tweed, bomber e pelliccette. Per capire quest’operazione, marchio storico più linfa nuova, bisogna passare per la creatura di Gvasalia, Vetements. Così almeno ci spiega l’autorevole commentatrice Suzy Menkes: abiti meno lussuosi, più avvicinabili, più adatti al mondo duro di oggi.


 
Balenciaga secondo Demna Gvasalia (foto Monica Feudi)


 

Nel ’91 Miyake inventò Pleats Please, tutta una linea di pezzi di poliestere plissettato a caldo, che prendono la forma del corpo, si lavano in lavatrice e si asciugano in mezz’ora, non perdono la piega nè il colore, non vanno mai fuori moda perchè non hanno moda.

 
Pleats Please nell'interpretazione del fotografo Yasuki Yoshinaga








L’evoluzione è stata A-poc, acronimo di A piece of Clothes: un tubo di stoffa cucita da tagliare e modellarsi addosso a piacimento.




Durante il maggio francese Miyake lavorava con Laroche e Givenchy: «Ho capito il quel momento che il vestito deve essere concepito come un elemento che riflette lo stile di vita della gente e fa cadere le barriere tra generazioni».
La rivoluzione, anche nella moda, non ha mai bisogno di tante parole.

twitter@boria_a

leggi anche:
http://ariannaboria.blogspot.com/2016/03/la-mostra-issey-miyake-making-things.html

http://ariannaboria.blogspot.com/2015/10/gvasalia-dalla-passerella-di-trieste.html

http://ariannaboria.blogspot.com/2015/10/demna-gvasalia-trieste-giurato-its-2015.html





lunedì 9 novembre 2015

 MODA & MODI

Fashion Fast & Furious


Fast è il denominatore comune tra i due argomenti che hanno galvanizzato le cronache modaiole di questi giorni: l’addio (volontario o imposto) di celebri designer a marchi storici e l’assalto ai negozi H&M per la collezione Balmain disegnata da Olivier Rousteing.
È fast-fashion in entrambi i casi, in apparenza opposti: quella che fa scappare i designer, spremendoli nelle tappe forzate delle collezioni, e quella che “democratizza” le griffe, riducendole a misura di grande magazzino.


 
Balmain per H&M secondo Olivier Rousteing



 
Balmain per H&M


 
Balmain per H&M



Il primo ad andarsene è stato Alexander Wang, che ha salutato Balenciaga per tornare oltreoceano a occuparsi del suo marchio. Poi l’adieu a Dior di Raf Simons, in volo verso Los Angeles più o meno con la stessa motivazione. Infine, nei giorni scorsi, la rottura tra Lanvin e il direttore creativo Alber Elbaz, licenziato dalla proprietaria taiwanese per dissidi sulla gestione del marchio. 
Raf Simons ha dichiarato di essere stanco di disegnare in catena di montaggio, con tre settimane appena tra una passerella e l’altra, rivendicando di avere altro nella vita, oltre che sfornare sei collezioni l’anno.
Elbaz è stato più esplicito: partito “couturier”, interprete dei sogni delle donne, si è ritrovato designer+manager, attento a conti e ricavi (soprattutto a far schizzare questi ultimi), poi anche inventore di immagini, all’altezza delle aspettative di Instagram. In sostanza: l’abito deve essere creativo, vendere molto e fare così tanto chiasso sui social da spianare le autostrade virtuali a colpi di like.
Veniamo a Balmain, ultima, in ordine di tempo, tra le grandi griffe sbarcate sugli appendini del colosso svedese H&M. Ispirazione anni ’80 dichiarata per la collezione firmata Rousteing, alla guida della maison fondata da quel Pierre Balmain che fu amico di Dior e vestì intellettuali e attrici, da Gertrude Stein a Marlene Dietrich, e tantissime signore di sangue blu.

Maria Pezzi racconta (nell'atlante degli stilisti di Guido Vergani) che, dopo un gran litigio, Balmain conquistò anche Brigitte Bardot, disegnando l'abito che avrebbe indossato all'incontro con la regina Elisabetta: "modesto" e accollato, come voleva l'etichetta di corte, ma dipinto sul suo seno esplosivo, che B.B., all'epoca in competizione con Marilyn Monroe, non voleva assolutamente castigare (alla faccia dell'etichetta reale).
 
Pierre Balmain (1948)



E Balmain per H&M? Tra la serie tv “Dinasty” dell’epoca che cita, e l’odierna “Empire”, entrambe capolavoro di eccessi, la collezione - bruciata in poche ore dopo file notturne e deliri da accaparramento - è un concentrato di colori strillati e sbrilluccichii, mini ascellari e abitucci da appiccicare al corpo o stritolare col cinturone.

La velocità, di produzione o consumazione, fa sempre male. Se vuol dire gettare i designer in un flipper e sostituirli come cartucce non appena esauriti. Se couture per tutti, equivale a ordinarietà. Non sarebbe meglio tornare slow, per chi fa la moda e chi la compra?
twitter@boria_a

mercoledì 7 ottobre 2015


L'INTERVISTA

Demna Gvasalia: dalla passerella di Trieste a Balenciaga
"Fully dressed with smile"




 
Demna Gvasalia nel luglio 2004 a Trieste, quando vinse la terza edizione di ITS


Undici anni dopo la sua vittoria a ITS Three, fashion contest di Trieste - all’epoca talento ventitreenne nato in Georgia e allievo dall’Accademia di Anversa - Demna Gvasalia è diventato il nuovo direttore artistico di Balenciaga, al posto del designer americano Alexander Wang, che già da mesi i rumors modaioli davano in partenza dalla storica maison francese. Nel 2004, sulla passerella del Salone degli Incanti a Trieste, Demna aveva fatto sfilare una collezione maschile di viaggiatori globali, ricercati nei dettagli ma non leziosi, intitolata "Fully dressed without a smile", che aveva conquistato la giuria, composta, tra gli altri, da Antonio Marras, Raf Simons, Ennio Capasa, Richard Buckley, Wilbert Das, all'epoca direttore creativo di Diesel.
Uomini, quelli di Demna, calati in giubbotti di pelle e lana, in trench e giacche lunghe su pantaloni o tute morbidi ai fianchi e affusolati ai polpaccio. Uno stile, il suo, fin dal debutto caratterizzato dallo stravolgimento delle proporzioni e dalla scomposizione di capi dell’abbigliamento classico per ricavarne pezzi nuovi, non tracciabili, destinati a un mercato giovane, internazionale, underground. Sono proprio queste le ragioni che hanno fatto cadere su di lui la scelta di Balenciaga, dopo averlo visto alla prova del mercato con il suo brand, “Vetements”, con base a Parigi, premiato dal mercato, soprattutto americano e coreano, dopo appena due anni di vita, osannato dalla stampa ed entrato nei gusti di celeb come Kanye West e Jared Leto.
«Volevamo proprio qualcuno con una visione, capace di sparigliare le carte» ha dichiarato alla rivista WWD l’amministratore delegato e presidente di Balenciaga, Isabelle Guichot, che ha paragonato l’approccio del designer georgiano a quello dello stesso Balenciaga, il grande spagnolo che approdò a Parigi nel 1937 imponendo il suo stile visionario e originale. «Gvasalia - ha proseguito Guichot - ha la stessa propensione a sfidare le convenzioni, mettendo in discussione i metodi standard dell’industria e scegliendo un approccio sociologico per analizzare che cosa innesca il desiderio del consumatore».
L’aveva anticipato lo stesso Demna, in un’intervista del luglio scorso al quotidiano di Trieste Il Piccolo, in occasione del suo ritorno a Trieste come giurato nella scorsa edizione di ITS e sull’onda del successo della collezione autunno-inverno 2015 di “Vetements”, sfilata nel sexy club gay Le Depot a Parigi: «Per me - aveva sottolineato il designer - la creatività è avere idee che eccitano e motivano lo sviluppo e il desiderio. È molto facile combinare creatività e business, quando le idee si combinano con il desiderio. La nostra squadra si basa sulla discussione e il confronto. Parliamo molto, lavoriamo con statistiche e facciamo ricerche teoriche su cosa piace indossare alla gente che ci piace e che prendiamo come punto di riferimento. Analizziamo come si veste e come possiamo intervenire su questi elementi per creare un prodotto nuovo».
Trentaquattro anni, una laurea in economia all’Università di Tbilisi, Demna Gvasalia, dopo il successo triestino e la laurea in fashion design ad Anversa nel 2006, ha collaborato con Walter van Beirendonck per la sua collezione maschile, quindi è passato alla maison Margiela con la responsabilità della collezione donna e, nel 2013, a Louis Vuitton, con l’incarico di senior designer per il prêt-à-porter donna, prima a fianco di Marc Jacobs poi di Nicolas Ghesquière. Ora prende le redini di un marchio del lusso che fa parte del gruppo Kering, con cui debutterà a marzo alla Parigi Fashion Week. Sotto la sua direzione, Balenciaga dovrà preparare due importanti anniversari nel 2017: i cent’anni di fondazione del marchio e gli ottanta dall’apertura del primo negozio sull’Avenue George V, vicino agli Champs-Èlysées.
«Sono estremamente onorato ed eccitato dell’opportunità di portare la mia visione creativa da Balenciaga - ha commentato Demna a WWD - una maison con una storia eccezionale, capace di superare i confini della modernità nella moda. Non vedo l’ora di espandere il dna di Balenciaga e scrivere insieme alla squadra un nuovo capitolo della sua storia».
Nel luglio scorso, al Piccolo, il designer aveva raccontato che il suo brand, Vetements (che continuerà a disegnare), era nato dall’esigenza di esprimere se stesso «senza condizionamenti e da un senso di liberazione». E, a proposito dei ritmi del fashion system, che marcia con nuove collezioni ogni quattro mesi: «Non mi piace il modo in cui impone le sue regole. Tutti le devono seguire. Semplicemente non ero d’accordo».

Ora, con Balenciaga, Demna si rimette in gioco.
twitter@boria_a