giovedì 8 marzo 2012

LA MOSTRA
Diana Vreeland, che sublime eleganza quel cattivo gusto

Diana Vreeland
Diceva, «la moda è una cosa che passa», eppure ha cambiato il modo di guardarla e rappresentarla. Diceva anche: «credo profondamente nella volgarità. Tutte abbiamo bisogno di un tocco di cattivo gusto», ed è considerata una delle icone dello stile del ventesimo secolo. Inventò l'«allure», come si intitola il suo libro uscito nel 1980, una presenza, un modo di camminare e di proporsi agli altri, che non aveva niente a che fare col buon gusto. Di lei, invece, diceva Pierre Bergé, il compagno di Yves Saint Laurent: «Era di quella rara razza di donne che prendono il destino per la gola e lo obbligano ad arrendersi».
Provocatoria, eccessiva, magrissima, sontuosamente brutta, Diana Vreeland, col suo naso da tucano e i capelli ebano, è stata una delle grandi, controverse, protagoniste della moda del '900. Per cinquant'anni, prima dalle rubriche di Harper's Bazaar poi dal suo studio laccato di rosso alla direzione di Vogue America, poi ancora dal Costume Institute del Metropolitan Museum di New York, ha insegnato al mondo cos'è l'eleganza, ovvero «niente a che vedere con l'essere ben vestiti». Oggi le rende omaggio la Fondazione Musei Civici di Venezia, con una mostra, "Diana Vreeland after Diana Vreeland" a Palazzo Fortuny, dal 10 marzo al 25 giugno, curata da Judith Clark e Maria Luisa Frisa e commissionata da Lisa Immordino Vreeland, nipote acquisita e autrice del docu-film "Diana Vreeland: the eye has to travel», presentato alla scorsa Mostra del cinema e diventato anche un libro.
Era nata Diana Daziel a Parigi nel 1903, figlia di una ricca newyorkese e di un inglese spiantato. Liceo interrotto per scarso rendimento, aveva studiato balletto con il grande coreografo Michel Fokine e a ventun anni era convolata a nozze con il fulgido e inconsistente banchiere americano Reed Vreeland, da cui ebbe due figli e che amò fino alla fine, nonostante le corna incassate senza batter ciglio. Quando il marito morì, nel '66, andò in una casa di alta moda a Parigi e ordinò un vestito rosso, il suo colore preferito, che non mancava mai di indossare.
La coppia passò gli anni della giovinezza a Londra, dilapidando l'eredità di lei nel bel mondo intorno al duca di Windsor. Quando i soldi finirono, Diana aprì un negozio di lingerie, dove, così vuole la leggenda, Wallis Simpson scelse la camicia da notte con cui sedusse Edoardo VIII. Allo scoppio della guerra, Reed s'imbarcò per l'America e Diana lo seguì pochi giorni dopo. Nel '39 approdò ad Harper's Bazaar, con il celebre art director Alexey Brodovitch, e vi rimase per oltre vent'anni. La sua rubrica "Why don't you?", che tenne fino agli anni '60, era un concentrato di iperboli e pazzie, casualità e divertimento. Diana le chiamava le sue "absurdities", perchè sembravano consigli all'insegna del nonsense, come trasformare un vecchio cappotto in un accappatoio, legarsi del tulle ai polsi al posto dei braccialetti e dipingere un mappamando sulle pareti della stanza di un bambino, per preservarlo dalla mentalità "provinciale". L'idea, in realtà, era geniale, ironica e sottile: in piena depressione, dare alle donne americane medie un rassicurante senso di continuità. Più tardi, insegnare loro a non aver paura della trasgressione, della fantasia. La moda come strumento di emancipazione.
Quando entrò ad Harper's Bazaar, per sua stessa ammissione, Diana non aveva mai lavorato, non aveva mai visto un ufficio e non si era mai alzata prima di mezzogiorno. Due decenni dopo, nel '63, andava a dirigere la concorrente "Vogue", dove rimase fino al '71, quando fu licenziata in tronco perchè la rivista più patinata del mondo non aveva più bisogno di visionarietà e sperimentazioni, ma di una guida che lusingasse inserzionisti e industria.
Negli anni di "Vogue", Diana Vreeland costruì la leggenda della propria stravaganza, dietro cui c'erano tenacia, talento, fiuto per il nuovo. Diceva alle sue girls, come chiamava le redattrici, e alla first lady Jackie Kennedy, che consigliava nelle scelte: «Devi avere stile. Lo stile ti aiuta a scendere le scale. A svegliarti la mattina. È un modo di vivere. Senza stile non sei nessuno. E non ha niente a che fare con l'avere tanti vestiti».
Diana Vreeland con Yves Saint Laurent
Scoprì e lanciò modelle dai corpi scheletrici e lo sguardo magnetico come Twiggy, Jane Shrimpton, Veruschka, Marisa Berenson che divennero il volto e il corpo degli anni Sessanta, aprendo la rivista alle novità dello street-style. Mandò in soffitta, in un numero del '67, l'eleganza di Gloria Guinness, l'ereditiera della birra, giudicata in quella stagione la donna meglio vestita del mondo, e incoronò Barbra Streisand, l'ultima delle dieci più malvestite, che con le sue sciarpone e i suoi berretti era l'idea della libertà. Le signore mollavano visoni e perle e riempivano gli armadi di pellicce sintetiche e stivali di vernice lucida. Lei stessa coniò il termine per definire questa stagione, "youthquake", il terremoto della rivoluzione giovanile, incarnato da un'altra sua scoperta, l'efebica e infelice modella Edie Sedgwick, la musa di Andy Warhol, anche lui reclutato tra i collaboratori della rivista.
Grazia a Diana Vreeland, la moda usciva dagli studi fotografici e si stagliava su fondali esotici e drammatici, da Israele alla Libia, dall'Anatolia all'Arizona, nei servizi emozionanti di una nuova generazione di fotografi, Richard Avedon, David Bailey, Patrick Lichtfield, che spesso la detestavano ma erano soggiogati dalla sua personalità. Non solo immagini, i loro scatti diventavano manifesti di una nuova estetica e lei la prima fashion editor a trasformare la rivista in una palestra di avanguardie.

Diana Vreeland con una modella per un servizio su "Bazaar", 1941
A 66 anni, licenziata su due piedi da "Vogue", venne chiamata dal Metropolitan Museum come consulente all'Istituto del Costume. Sensazionali le sue mostre, dodici in tutto, tra cui l'omaggio a Balenciaga, a Yves Saint Laurent, a Hollywood, alla "Gloria dei costumi russi". Come racconta nell'autobiografia "D.V.", scritta nell'84, cinque anni prima di morire, da adolescente, nel salotto parigino dei genitori, aveva conosciuto Diaghilev e Nijinsky. «Quando ho scoperto la danza - diceva - ho imparato a sognare».
Nel 1993 il Metropolitan le rese omaggio con una mostra magnifica, firmata da Richard Martin e Harold Koda, il cui catalogo è un pezzo da museo: s'intitolava "Immoderate style".
@boria_a

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