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venerdì 26 giugno 2015

LA MOSTRA

"FuturAnita" apre a Trieste
Alla Drogheria 28 gli anni futuristi della designer Anita Pittoni


La triestina Anita Pittoni (1901-1982)
Vorrebbe conoscere Christian Dior? Così scrive Salvatore Ferragamo in una lettera ad Anita Pittoni, dattiloscritta e datata 2 febbraio 1949. Ferragamo, il re delle scarpe, il calzolaio delle stelle di Hollywood, invita l'artigiana triestina a partecipare a una rassegna internazionale di moda a Firenze, la sollecita a prendere una decisione: vuole presentare e vendere i suoi prodotti, vuole incontrare Christian Dior?
Chissà che cosa sarebbe successo se Anita Pittoni avesse risposto di sì, chissà che incontro sarebbe stato quello tra la "pittrice dell'ago", come la definiva Anton Giulio Bragaglia, il calzolaio delle stelle di Hollywood, Ferragamo, e l'inventore del New Look, Christian Dior.
Ma il 1949 è un anno particolare per Anita. Il "genio della manualità", come la definiva il concittadino Tullio Kezich sul Corriere della Sera, si sta lasciando alle spalle la moda, e sta pensando di avventurarsi in un altro ambito. Alla composizione dei colori sostituisce la distillazione delle parole, alla sperimentazione con tessuti e materiali, il fruscio della carta, il gusto per la pubblicazione preziosa. Lo Studio d'arte decorativa appartiene ormai al passato, nascono le edizioni dello Zibaldone, il cui primo titolo uscirà nel settembre di quell'anno, sette mesi dopo l’invito di Ferragamo.
Questo interessante documento sui legami tra Anita Pittoni e i protagonisti internazionali della moda del suo tempo sarà in mostra, dal 27 giugno (vernice alle 17.30) al 17 luglio, alla libreria antiquaria Drogheria 28, parte di quel fondo di volumi, corrispondenze, depliant, riviste, "libri mastri" dello Studio d'arte decorativa, acquisito e ricomposto dal bibliofilo Simone Volpato. Una raccolta che ci restituisce gli anni dell'attività di moda e design di Anita, le sue fonti di ispirazione, le sue suggestioni, i suoi contatti, committenti e fornitori, l'attività quotidiana del laboratorio.
Tre gioielli di questo fondo firmati Giorgio Carmelich - un numero della rivista "Epeo", da lui fondata, sul bestseller la Sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, e due collage dedicati alla moda meccanica e a una scenografia orientale - saranno visibili per l'ultima volta a Trieste proprio in occasione di questa mostra, "FuturAnita", che anticipa e si collega al concorso internazionale per talenti del design ITS, in programma all'ex Pescheria di Trieste il 10 e 11 luglio. I tre Carmelich lasciano Trieste: li ha acquistati, infatti, la Fondazione Echaurren-Salaris di Roma, che, in trent’anni, ha messo insieme la più completa collezione di documenti, pubblicazioni, testimonianze sul futurismo.


Collage di Giorgio Carmelich esposti alla Drogheria 28 di Trieste (foto di Andrea Lasorte per Il Piccolo)

La lettera di Ferragamo chiude idealmente quel lungo periodo, cominciato verso la fine degli anni Venti, di Anita Pittoni creatrice di moda e dello Studio di via Cassa di risparmio, che fu la sua soddisfazione e il suo cruccio, dove sperimentò e si confrontò con altri designer, progettò rassegne ed esposizioni, costruì rapporti con gli amici futuristi, pensò e realizzò i suoi pezzi sperimentali, anticipatori nei disegni e nei materiali.
Ed è proprio la minuta “contabilità” del laboratorio che ci offre informazioni interessanti sui percorsi, spesso imprevedibili, sicuramente anticipatori, che prendevano la fantasia, il gusto grafico, la manualità di Anita. I suoi biografi, i cultori della memoria e qualche collezionista appassionato, troveranno tra queste carte alcune tracce per completare il racconto di una triestina per certi versi geniale, ostica e ingiustamente dimenticata. Tracce preziose, anche se piccole, frammentarie, discontinue, che sollecitano un lavoro certosino e affettuoso di “cucitura”.
Le forniture, dunque. A Milano Pittoni acquistava filati metallici d’argento, fili d’oro in lamina, rocchetti di “piattina” d’oro: dieci cartoline con i relativi ordinativi, dal 1932 al 1937, sono indirizzate ad “Arte del ricamo”, un negozio di telerie, specializzato in filati di seta e lana. Sono gli anni intensi della partecipazione alle fiere: la prima Mostra femminile d’arte al Castello Sforzesco, con in giuria Mario Sironi e Adolfo Wildt, dove vinse la medaglia d’argento, la Fiera di Firenze dell’Ente nazionale per l’artigianato, che nel febbraio del ’32 le anticipò 500 lire per favorire la sua presenza, la Mostra dell’eleganza femminile di Trieste nel gennaio 1935, la VI Mostra nazionale della Moda di Torino nel settembre dello stesso anno. Infine, nel ’38, l’Esposizione internazionale dell’artigianato di Berlino, di cui emerge notizia, per la prima volta, da questo fondo.
Arrivava da Milano, e anche da Trieste, un’altra “texture” d’elezione per la Pittoni, la juta, che ordinava, insieme a fibre di lino e canapa, alla ditta “Adolfo Lamperti” nel capoluogo lombardo e allo “Jutificio triestino” di Campo Marzio. Il telaio era stato scelto a Torino: due cartoline, del 20 febbraio e del 15 marzo 1939, forniscono dettagli sul trasporto del macchinario, in legno modulare, completo di tutti i suoi accessori. Molto laboriosa era l’attività di tinteggiatura dei filati, che negli anni Quaranta aveva come referenti la ditta Giuseppe Gozzoli e la tintoria Cozzi di Milano, dove Anita ordinava i rossi, rossi violacei, punti di verde per arredo e confezioni, mentre lo stabilimento a vapore Tintoria Angelo di via Madonnina 18 a Trieste, aveva provveduto all’azzurro di una partita di canapa.
Anche la geografia delle relazioni commerciali con i negozi triestini permette di entrare nella vita dello Studio. Edoardo Velicogna in piazza della Borsa, tra il 1934 e il ’38, inviava ad Anita fatture per la fornitura di materiali dai nomi sognanti, cotone perlè, seta iride, seta splender, filo oro, cotone papagallo, marlit, etamin, lana Tizian, lana oriente, tortiglia nero. Per il crine vegetale, la corda e la canapa, il negozio di riferimento era “Alberto Bignami” in via Diaz 2, per il panno lenci “Silvio Rustia” di viale XX Settembre 31, per i bottoni di stoffa e i plissè “Ettore Ciotti” di via San Spiridione 10, per i ricami “M. Bomman. Casa fondata nel 1902”, che aveva sede al numero 12 di via Cavana. Il veneziano “Donaggio & Figli”, specializzato in forniture peschereccie e in reti a macchina e a mano, provvedeva a soddisfare gli ordinativi di refe canapa, refe lino candido, lino cremato, canapa greggio.
Le tende a rete di Anita erano pezzo d’arredo apprezzato alla fine degli anni Trenta. Piacevano in modo particolare al celebre tessutaio veneziano Rubelli, al negozio d’arredamento “La casa moderna” di via Defilippi a Milano, che le aveva viste in esposizione alla Mostra del tessile di Roma, puntando gli occhi sul tipo “Pescatore” per i suoi campionari, all’architetto milanese Giancarlo Palanti, una delle figure di punta del razionalismo milanese tra le due guerre, poi trasferitosi in Brasile, dove fu tra gli urbanisti della moderna San Paolo.
In una serie di cartoline tra febbraio e maggio 1936, lo Studio di architettura di Franco Albini chiedeva di vedere urgentemente la Pittoni per gli arredi dell’appartamento dell’ingegner Falck, mentre l’azienda Richard Ginori sollecitava le tovaglie su cui mettere in mostra i suoi servizi griffati. Più tardi, e siamo già nel 1947, a meno di due anni dalla decisione di Anita di chiudere il capitolo moda, la celebre galleria d’arte Il Milione di Milano la invitava a non lasciare in sospeso gli ordini per arredare i suoi ambienti.
Tra il ’42 e il ’43, il diario quotidiano dello Studio triestino era compilato da una delle lavoranti migliori, Nelly. Scopriamo così che tra i clienti c’erano Gabriella Economo, l’architetto Pulitzer, le famiglie Nordio, Segre, Nobile, Raiser, artisti come Timmel, Spacal, Righi. Lei, Anita, era a Miasino, dove viveva con l’architetto e critico d’arte Agnoldomenico Pica. Lontana da Trieste e anche dall’idea di diventare editrice.

twitter@boria_a

La lettera di Salvatore Ferragamo ad Anita Pittoni del 2 febbraio 1949

lunedì 1 giugno 2015

IL PERSONAGGIO

Anita Pittoni, designer futurista a Trieste


Disegni, cataloghi, lettere, contatti in un piccolo fondo che racconta l'inizio dello Studio d'arte decorativa dell'artista e scrittrice 
 



La creatrice di moda, e poi scrittrice triestina, Anita Pittoni

Anita Pittoni futurista. Anzi, costumista futurista. E, fin dai suoi esordi come creatrice di moda, subito a contatto con i fermenti sperimentali, con le avanguardie della cultura italiana, a cominciare dal regista Anton Giulio Bragaglia e la sua “polifunzionale” “Casa d’arte”, ritrovo di intellettualità e mondanità romana.
Il nome di Anita fa capolino in una brochure rarissima. È quella de “La veglia dei lestofanti. Commedia jazz”, adattamento di Alberto Spaini e Corrado Alvaro all’opera di Brecht, andato in scena con gran clamore al Teatro sperimentale degli Indipendenti di Bragaglia nel 1930. Anita “Tosoni Pittoni” è indicata come costumista, l’architetto Antonio Valente come scenografo. Era stato il grafico Marcello Claris a introdurre Anita nella cerchia di Bragaglia. Siamo nei primi anni Venti, la designer triestina lavora ai costumi teatrali che sono un’entrata economica sicura (e li firma col suo “logo”), ma ha già in mente, in nuce, quello che sarà il futuro laboratorio.

 
L’ispirazione potrebbe esserle venuta dalla compagna di Anton Giulio, Giuseppina, che nello “Studio decorativo” della Casa d’arte romana produce cuscini, bambole, ventagli, paralumi, paraventi. Oppure dall’omonima Casa d’arte futurista fondata nel 1920 a Rovereto da Fortunato Depero e dalla moglie Rosetta, una sorta di museo dissacrante e lungimirante, dove si sperimenta la commistione, l’abbattimento dei muri tra le arti.



Anita legge anche il periodico di politica e arte “Cronache di attualità”, un’altra creatura del vulcanico Bragaglia, e sul risvolto di copertina di cinque numeri della rivista, tra il 1921 e il ’22, disegna, “alla Depero”, altrettanti costumi a matita grassa, gialli, neri, rossi e blu. Le “Cronache d’attualità” di Bragaglia non sono una rivista di provincia. Nei numeri conservati nel fondo Pittoni compaiono scritti di Pirandello, Corrado Alvaro, Sibilla Aleramo, Aldo Palazzeschi, xilografie di Depero, illustrazioni di Prampolini. E al Teatro degli indipendenti - quello per cui Anita ha esordito come costumista - vengono allestite mostre di Balla, Klimt, Schiele, oltre che Depero, Prampolini, il triestino Dudovich, il ceramista Cappelletti.

Anita Pittoni è agli inizi della sua avventura di designer, ma ha già contatti culturali preziosi e l’intelligenza di guardare a quanto nel mondo dell’arte e dell’artigianato d’autore accade a Roma e Milano, a Berlino, Parigi, Vienna. I suoi schizzi rispecchiano a pieno i dettami del “Manifesto della moda femminile futurista” di Volt (al secolo il poeta e giornalista Vincenzo Fani Ciotti), che promuove colori squillanti e forme asimmetriche, e vuole invadere gli atelier di materiali poveri come cartone, vetro, stagnola, alluminio, tela d’imballaggio, stoppa, canapa. La donna futurista deve osare nel guardaroba, sperimentare forme nuove, spirali e triangoli, e materie rivoluzionarie che costano poco.



 Anita Pittoni prova a  ideare il logo del suo Studio d'arte decorativa. Sono gli anni degli intensi rapporti con l'ambiente futurista

Pittoni coglie questi spunti e li fa suoi. Comincia dal suo logo - AP, PA, Anita, racchiusi da un cerchio, da un rettangolo o un quadrato - che si esercita a disegnare dietro un raro manifesto di Vito Timmel dedicato alla I Grande lotteria della fiera triestina, 3-18 settembre 1922, stampato da Modiano. Sullo stesso foglio, disegna “futuristicamente” giocattoli, un albero di Natale, un vaso di fiori, incrociando forme geometriche e assemblando i colori brillanti, giallo, rosso, arancione, col blu e nero dei contorni. Sul bordo del manifesto compare l’etichetta: “Anita Pittoni - Studio d’arte decorativa - Trieste - D’Annunzio 1”, l’indirizzo dell’abitazione.


Le amicizie, le influenze, gli scambi, le suggestioni e le ispirazioni della “prima” Pittoni, quella che Bragaglia chiama “indiavolatissima triestina”, ci sono restituiti dalla sua biblioteca di moda, un piccolo ma prezioso corpus acquisito dall’editore e libraio Simone Volpato, che lo esporrà nei prossimi mesi nel suo negozio antiquario Drogheria 28. Libri, riviste, cataloghi, corrispondenze, testimonianze di partecipazioni a fiere ed esposizioni raccontano l’avvio, lo sviluppo e la vita quotidiana dello studio d’arte decorativa di Anita, ma ancora di più i rapporti che sa intrattenere ad altissimo livello, con intellettuali e futuri committenti. Un patrimonio significativo per ricostruire la personalità della poliedrica artigiana, talent scout, editrice e scrittrice triestina, che farà gola ai musei di Trieste e Gorizia così come ai privati collezionisti.

 
Il fondo racchiude inoltre i doni che alla Pittoni fecero Emilio Dolfi, Livio Corsi e Marcello Claris. Da quest’ultimo riceve un piccolo tesoro, tre chicche firmate da Giorgio Carmelich: un numero della rivista “Epeo”, da lui fondata, relativo al libro di Vittorio Locchi sulla sagra di Santa Gorizia, e due collage dedicati alla “moda meccanica” e al teatro di sintesi-scenografia orientale.


"Samurai in scenografia orientale" di Giorgio Carmelich

Letture, contatti, ma anche attenzione alle produzioni contemporanee e forse l’idea di una rete di relazioni commerciali blasonate. Sta concretizzandosi per Anita l’idea di dedicarsi alle creazioni di moda, un’idea che coccola da tempo se - come testimoniano alcune corrispondenze - già anni prima, all’epoca dei contatti col “circolo” Bragaglia, nell’intestazione di lettere a lei indirizzate si parla di Lavori per arredamento, di Laboratorio lavori femminili e Studio d’arte decorativa.
 
Nello stesso anno in cui va a Vienna, nel 1928, la designer visita la Fiera della moda al Palazzo della Moda di Milano e nella corposa brochure che la illustra annota le stoffe di suo interesse - kasha, vigogna, lane d’angora, stoffe di lana a lamè oro e argento - e una serie di case di moda con cui interloquire. Anni dopo, tra il 1935 e il ’36, l’attività, già ben avviata, guarda a potenziali, importanti clienti, che “spunta” nella sezione triestina del Comitato delle patronesse sul fascicolo dell’Ente nazionale della moda Torino. E non sono testimonial da poco: marchesa Enrichetta Sospisio del Monte Bourbon, contessa Anna Segrè Sartorio, baronessa Maria Banfield Tripcovich, contessa Elisabetta Dentice di Fasso, signora Eleonora De Gutman Salem, signora Clori Artelli Pitteri, signora Nidia Frigessi di Castelbolognese. Nella sezione veneziana delle patronesse, invece, Anita si appunta le contesse Nerina Volpi di Misurata, Annamaria Foscari, Lyda Cini.



 I disegni alla Depero di Anita Pittoni dietro il manifesto di Vito Timmel

Libri - spesso con annotazioni e disegni originali a bordo pagina - riviste, pubblicazioni, campionari di stoffe (interessante quello dell’atelier Kunis di Berlino) raccontano gli stimoli che, negli anni, vanno concentrandosi in via Cassa di risparmio, dove trasferirà l'attività.

Anita segue con attenzione le critiche d’arte milanesi su “Emporium” di Raffaello Giolli, marito della pittrice e disegnatrice di tessuti Rosa Menni, con cui entra in contatto e collabora. Si interessa all’arte e alla cultura giapponese, com’è testimoniato dal catalogo di un’esposizione a Roma nel 1930 e da una serie di libretti del 1935-’36 su architetture, paesaggi, tradizioni nipponici. Raccoglie i numeri di “Bellezza”, “La donna”, “Cordelia” (a Trieste si forma anche un gruppo di fan “cordelliane”), “La moda della lana”, edita dalla Lana Rossi, dove, su un numero del 1934, sottolinea “l’originalità del vestito è strettamente legata all’originalità della stoffa impiegata... fibre vegetali commiste a fibre metalliche e cellophane...”.
 
Il suo è uno spazio aperto al mondo e in costante aggiornamento. Fin dagli inizi le piace sperimentare e conserva come una reliquia il volume di Carlo Carrà, “L’arte contemporanea alla prima biennale internazionale di Monza” del 1923 dove, nel capitolo su arazzi, pannelli, tappeti e merletti, l’autore cita tra gli espositori l’Associazione del batik di Trieste, di cui Anita fu tra le animatrici. Un ideale trait d'union con la odierna mostra "Mondi a Milano", al Museo delle culture fino al 19 luglio, dove, nella sezione dedicata alle Biennali e Triennali dei primi decenni del Novecento, sono esposti un due pezzi frangiato e i relativi e minuziosi cartamodelli con gli appunti di Anita.

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