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giovedì 10 giugno 2021

IL LIBRO

 

Marta Verginella il lockdown e tutti

gli attraversamenti che hanno fatto la Storia 




 

Il confinamento imposto dalla pandemia, che ha ristretto il mondo alle mura domestiche, come occasione per sperimentare nuove forme di scrittura e riallacciare il filo con ricerche e studi già compiuti. È nato così “Donne e confini”, primo libro “ibrido” della storica Marta Verginella (Manifestolibri, euro 16, pagg. 135), che intreccia il diario della vita dell’autrice nella reclusione imposta dal coronavirus, a una riflessione sulla mobilità femminile tra Otto e Novecento. Donne che si spostano tra città e campagna, tra mondo italiano e mondo sloveno, tra la Venezia Giulia e l’Egitto, tra l’Italia e la Jugoslavia di Tito, attraversando confini alla ricerca di una vita migliore e spesso scontrandosi con pregiudizi e paure, con forme di controllo e di dissuasione. I capitoli dei “Diari” e degli “Attraversamenti” alternano l’indagine storica alla quotidianità dell’autrice, che oppone alla sofferenza del lockdown un’insospettabile vena ironica. «La pandemia e soprattutto la quarantena, e le vicissitudini che ho vissuto in quel periodo - dice Verginella - mi hanno spinto a sperimentare la prosa autobiografica, una novità per me. In questo libro ho cercato di far vedere come le indagini e le ricerche che si svolgono in ambito accademico possano venir spiegate anche con le proprie appartenenze e come la storia familiare e la storia della comunità si intreccino con una storia più generale».

 

La storica triestina Marta Verginella

 

Dov’era quando c’è stato il primo lockdown? A Londra. In realtà sono partita dall’Italia quando la pandemia era già iniziata, ma non volevo perdere l’opportunità di lavorare nelle biblioteche londinesi. La situazione non era buona, ma io sono caparbia. A Londra mi sono trovata a riflettere molto sul fatto di rimanere, partire, quando farlo. Occupandomi di guerre e di periodi molto traumatici del ’900 mi sono sempre chiesta come le persone scegliessero in quei frangenti. Io stessa ho dovuto farlo sulla base di determinate circostanze e questa decisione, per quanto meno traumatica, mi ha riportata al periodo della grande guerra, del ventennio, quando un’infinità di europei si trovava davanti a scelte cruciali, da cui dipendeva la propria vita o morte.

 Che cosa l’ha colpita al ritorno? La chiusura completa del confine italo-sloveno, avvenuta dopo un decennio e più di una mobilità oramai capillare tra i due Paesi. L’interruzione di una quotidianità assodata, per nulla problematica, e il ripiombare in una situazione di totale chiusura che ci riportava al secondo dopoguerra, mi ha spinto a riprendere una serie di ricerche che ho fatto sulla mobilità delle donne dopo il ’45, quando non si riusciva a passare il confine o, comunque, chi lo faceva faticava molto a ottenere i documenti, e sugli spostamenti delle donne tra città e campagna. È stato un bel modo per cucire le tematiche odierne con questi attraversamenti femminili del passato. Perchè si muovevano le donne? Prendiamo la panificazione tra fine Ottocento e inizi Novecento. Era un’attività esclusivamente femminile, come ben evidenziato dagli elaborati catastali, che sottolineano anche il contributo economico apportato dalle donne alle rispettive comunità di villaggio, da Servola ai paesi della Val Rosandra, dove c’era l’acqua indispensabile ai mulini. Questo attraversamento ha ritardato lo smembramento della società contadina nell’entroterra triestino, dove il lavoro femminile ha sempre rappresentato una risorsa. Il lavoro si traduceva, almeno in parte, in una forma di autonomia? Certo. In quest’area c’era un alto tasso di testamenti femminili, un fenomeno quasi eccezionale nel panorama europeo per donne appartenenti alla classe contadina o dei piccoli proprietari. La mobilità femminile ha fatto mai paura? Questo aspetto è visibile nel caso delle lavandaie che venivano soprattutto dai dintorni di Trieste per lavare i panni nelle famiglie cittadine. Con il processo della nazionalizzazione della proprietà e la competizione nazionale tra italiani e sloveni, questo lavoro era sempre più malvisto dall’élite slovena, che cercò di disincentivarlo con un’apposita campagna. Ma guardando all’impero nel suo complesso, questo tipo di discorso nazionalista, mirato a rafforzare i confini delle comunità nazionali controllando le donne, lo troviamo anche altrove. A Praga l’élite boema promosse una campagna per dissuadere le ragazze dall’andare a servizio nelle famiglie tedesche. Il lavoro veniva vissuto come una contaminazione con l’altro, che indeboliva la propria comunità nazionale. Situazione ancora peggiore per le domestiche, che vivevano nelle famiglie... Questo dipendeva anche dalla vicinanza. Le lavandaie erano del territorio e su di loro c’era una maggiore attenzione, mentre le domestiche provenivano a volte dalle aree più lontane, Friuli, Carniola, Istria... Perchè siano fatte oggetto di attenzione da parte delle élite nazionali bisogna arrivare alla fine del’800 e agli inizi del ’900 e nel caso sloveno all’inizio del movimento femminile. A Trieste venne fondato l’Istituto San Nicola per dare sicurezza e accogliere le domestiche slovene disoccupate o appena arrivate in città, esercitando anche una sorta di controllo su chi, poco interessata agli ideali nazionali, tendeva ad assimilarsi con la parte maggioritaria di lingua italiana della città.

Una parte del libro tratta le cosiddette “alessandrine”. Negli ultimi anni il fenomeno dell’emigrazione femminile verso l’Egitto è stato molto studiato nelle sue problematicità e nei suoi punti di forza. Alcune di queste donne hanno aiutato a mantenere le proprietà delle loro famiglie e quando sono tornate sono state accettate, altre hanno vissuto malissimo il rientro, altre si sono rifatte una vita ad Alessandria, si sono rese autonome e non sono più ritornate a casa. Il fenomeno presenta quindi tutte le specificità delle migrazioni, femminili e maschili.

Erano balie e domestiche? Non solo, anche figure molto interessanti di governanti, cuoche, istitutrici. Nel mio parentando, una zia di mia mamma trascorse un periodo in Egitto e un’altra parente gestiva una rivendita ad Alessandria. Gran parte di queste donne proveniva dalle valli del Vipacco e dal Basso Isontino, ma anche dal Friuli e dal Carso.

Che cosa le resta di questo primo lockdown? Lo stimolo alla scrittura di un libro ibrido, a cui avevo già pensato senza mai trovare il tempo. Con una punta di ironia nella parte biografica, perchè di fronte alle difficoltà ti rimane il riso...

mercoledì 19 giugno 2019

L'INTERVISTA

Slovenka, il primo giornale femminista a Trieste
Marta Verginella racconta "la stanza delle donne"



Fu il primo giornale femminile sloveno e il primo triestino scritto da donne per altre donne. Si intitolava Slovenka, La Slovena, e in un’avventura editoriale pionieristica durata cinque anni, tra il 1897 e il 1902, offrì uno spazio prezioso alle donne per raccontarsi e rappresentarsi, ma trattò anche della loro partecipazione attiva alla crescita sociale, di istruzione, lavoro, retribuzione, ruolo nella famiglia.

«Slovenka - sottolinea la storica Marta Verginella - nacque come giornale, anzi supplemento, letterario dell'Edinost, ma ben presto iniziò ad affrontare tematiche legate alla questione femminile e alla parità dei diritti delle donne. Intanto perché era diretto dalla scrittrice e traduttrice triestina Marica Nadlišek, favorevole all'attivismo femminile. Fece molto scalpore nel 1893 la sua polemica con il teologo Anton Mahnič, insegnante al seminario di Gorizia, su posizioni estremamente conservatrici e acerrimo nemico di ogni emancipazione femminile. Marica non aveva nessun timore di polemizzare con il futuro vescovo di Veglia. Per lei non vi era progresso senza l'istruzione e un ruolo più attivo delle donne nella società».


La storica triestina Marta Verginella


La storia della rivista e delle sue collaboratrici è diventata un libro con più contributi, “Slovenka. Il primo giornale femminile sloveno”, curato da Verginella ed edito dalla triestina Vita Activa (pagg. 175, euro 15), che verrà presentato venerdì 21 giugno 2019, alle 18, alla Libreria Minerva di Trieste, dall’autrice con la storica Tullia Catalan, la storica letteraria Tatjana Rojc e la giornalista Lisa Corva.



La collaboratrice di Slovenka Zofka Kveder


Professoressa Verginella, chi erano le collaboratrici di Slovenka? «La rivista ne aveva una rete vasta, come si capisce dalla corrispondenza di Marica depositata nella biblioteca nazionale di Lubiana e dagli articoli e testi. Erano soprattutto maestre e donne istruite che scrivevano testi di prosa e poesie. Tra di loro alcune erano anche femministe, come Elvira Dolinar, che nonostante vivesse dopo il matrimonio in una località sperduta della Carniola, era informatissima sulle lotte femministe nell'Impero e il movimento suffragista in Europa e negli Usa. Tra le collaboratrici fu lei ad assumere le posizioni più radicali riguardo ai diritti politici delle donne e alla loro sessualità. Va detto che Slovenka nasce come giornale triestino nel 1897, ma ha già nel primo anno ha 508 abbonati in tutta l'area slovena, alcuni anche a Graz, Vienna, Praga, Zagabria. Trieste diventa di fatto la culla del femminismo sloveno».






Come furono accolti questi argomenti? «L'obiettivo del giornale era rivolgersi alle donne in una società tradizionalista, assai poco favorevole all'emancipazione. Per questo le richieste inizialmente furono molto moderate e sopratutto ribadivano l'importanza della militanza femminile a favore della nazione slovena. Di numero in numero cresceva però la consapevolezza di far parte di un movimento emancipazionista transnazionale e la convinzione che l'indipendenza e l'istruzione della donna non potevano che giovare all'intera società. Soprattutto dopo l'arrivo di Ivanka Anžič alla guida del periodico, l'orientamento divenne sempre più femminista. Oltre al diritto allo studio universitario si richiedeva il diritto al divorzio e a una equa retribuzione. Quest'ultimo tema era molto sentito soprattutto dalle maestre che erano costrette al nubilato e venivano pagate meno dei loro colleghi». 



Marica Nadlišek con la sorella Antonija e la madre Marija Ipavec




Non erano temi troppo spregiudicati per le lettrici del giornale?
«Per le donne che non erano favorevoli all'emancipazione femminile, e queste erano in maggioranza non solo tra la popolazione contadina ma anche in quella borghese, la linea editoriale di Slovenka era senz'altro spregiudicata. Non così per le lettrici più istruite e organizzate, ad esempio le maestre che raggiungevano Trieste per vivere e lavorare in un ambiente più liberale e favorevole all'emancipazione delle donne».


C’erano temi tabù? «La sessualità femminile, almeno in parte. Singoli articoli affrontarono la tematica della prostituzione e la questione dell'amore libero, inteso come diritto di scegliere un partner senza coercizioni sociali o parentali e soprattutto coerentemente con i propri affetti. Richieste che oggi ci fanno sorridere, ma che allora erano prerogative di un'esigua elite femminile».



 
La direttrice Ivanka Anžič


Parlò di moda? «In termini politici. Le redattrici di Slovenka e alcune collaboratrici erano contrarie al corsetto e agli indumenti che ostacolavano il movimento. Alcune tra di loro, come ad esempio Marica, andavano in bicicletta. La scrittice Zofka Kveder, molto audace nei costumi e cosmopolita, vestiva i pantaloni e osò il taglio corto. Era proprio lei a sostenere che la Slovenka avrebbe dovuto parlare più di moda per accattivarsi un pubblico più vasto». 


Slovenka ebbe anche collaboratori maschi…«Il giornale godette del sostegno dell'intellighenzia liberale slovena, presente a Trieste e nelle diverse capitali dell'Impero. Fu il circuito più panslavo, liberale e socialdemocratico a sostenere l'emancipazione femminile e la necessità di seguire l'esempio boemo e russo, dove oramai il numero di donne laureate era tra i più alti in Europa. Per gli intellettuali sloveni che collaboravano con la rivista, spesso in maniera anonima o con iniziali, la lotta per l'emancipazione della donna era una questione di civiltà e modernità».


Come mai durò così poco?«Cinque anni sono molti se valutiamo la scarsità dei mezzi e soprattutto la radicalità della linea editoriale di Ivanka, poco accattivante per il mondo borghese femmnile. Probabilmente la permanenza di Marica Nadlišek a capo della direzione avrebbe prolungato la vita di Slovenka. Marica, aveva una personalità forte e seppure triestina era stimata anche nei circuiti lubianesi e stiriani, era un'autrice e traduttrice apprezzata e riusciva a mettere in comunicazione cerchie intellettuali molto diverse tra di loro. Si sentiva cittadina del mondo letterario, profondamente slovena ma anche cosmopolita». 

120 anni: non è un anniversario passato sotto silenzio?«Questa rivista era nata a Trieste, fino al 1918 parte dell'Impero, dopo dell'Italia. Quindi fuori dai confini sloveni e dai circuiti ufficiali della storicizzazione slovena. Ma poiché era un periodico sloveno, rimase anche fuori dal canone della storia politica e letteraria della Trieste italiana. Il classico cono d'ombra in un area di confine multietnica e multilinguistica». 


Slovenka ha lasciato qualcosa negli anni successivi? «Ivanka è diventata la prima giornalista professionista slovena, Marica dopo il matrimonio lasciò la redazione anche per le incompresioni dimostrate dal marito nei confronti del suo impegno professionale e ne soffrì per tutta la vita. Molte delle collaboratrici, soprattutto poetesse, non pubblicarono più. Dopo il 1918 uscirono altri giornali femminili con lo stesso nome, ma fu in sostanza il Ženski svet sempre edito a Trieste dal ’23, a riprendere la missione femminista, oramai in una situazione di ostilità nei confronti della stampa slovena e di ogni attivismo femminile al di fuori degli ambienti fascisti».

@boria_a