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giovedì 24 aprile 2014

IL LIBRO

Petronilla, antenata delle food blogger

Amalia Moretti Foggia, prima pediatra italiana, prima food blogger (1872-1947)

 Petronilla, dott. Amal, Una massaia scrupolosa, Una mamma. Chi si nasconde dietro questi pseudonimi sulla Domenica del Corriere, sul Corriere dei Piccoli, su Il Romanzo mensile, in calce ad altrettante rubriche che, per quasi vent'anni, tra il 1929 e il 1947, insegnarono a milioni di italiani, soprattutto alle donne che reggevano la casa, a mangiar bene con poco, a curarsi correttamente, a leggere le prescrizioni mediche, a non combinare guai coi rimedi della nonna, a vivere una vita più sana ed equilibrata?
Lei, Amalia Moretti Foggia, è stata in qualche modo la prima blogger italiana, quando ancora la rete e i social media erano di là da venire. Aveva solo la penna, ma con i suoi lettori intratteneva un dialogo serrato, destreggiandosi con abilità tra i diversi registri di scrittura che i vari "nom de plume" richiedevano: era il burbero e professionale dott. Amal, che insegnava a non scherzare con erbe, medicamenti e cataplasmi, la colloquiale e scherzosa Petronilla, con le sue ricette dei tempi di guerra, pochi ingredienti e gusto garantito, la "mamma" premurosa e incoraggiante del Corrierino, pronta ad accorrere con i suoi suggerimenti se i piccoli non smettevano di bagnare il letto o di tossire. Una formidabile divulgatrice, che svolse un ruolo delicatissimo: negli anni d'oro della carta stampata, quando la "Domenica", nel 1930, tirava oltre un milione centosettantamila copie, e il Corriere dei Piccoli, nel 1942, oltre cinquecentomila, fornire a un bacino di milioni di lettori informazioni scientifiche con un linguaggio alla portata di tutti e insegnare una cucina di poco e con poco, ma che poteva contribuire in modo determinante alla salute e alla serenità della famiglia.



Una copertina della Domenica del Corriere, dove firmavano Petronilla e il dott. Amal

Ebbero grande fama il dott. Amal e Petronilla, mentre ad Amalia Moretti Foggia l'identità venne riconosciuta dal Corriere solo "postuma", quando, il 15 luglio 1947, a sepoltura avvenuta come lei stessa aveva disposto, si diede notizia della morte a 75 anni della dottoressa Amalia Della Rovere Moretti Foggia. «A centinaia - si legge nell'articolo - i lettori le scrivevano da ogni parte d'Italia e anche dall'estero; e, a ciascuno, rispondeva premurosa, minuziosa, consigliando, ammonendo, confortando. Sentirsi a contatto con la folla la inebriava; poter irraggiare una influenza benefica le accresceva il gusto di vivere...».
Oggi, a questa figura di giornalista scientifica, il Corriere rende omaggio con un volume edito dalla sua Fondazione e curato dalla docente Maria Giuseppina Muzzarelli ("Amalia Moretti Foggia. Le ricette di vita del dottor Amal e di Petronilla", pagg. 434, euro 14,00), che raccoglie una selezione delle rubriche, i "coccodrilli" pubblicati da Corriere e Domenica e l'unico pezzo sigliato col suo nome, "a.m.f.", scritto un anno prima della morte e intitolato "I petroli dell'avvenire". C'è un altro documento interessante, la lettera sobria e amara datata 18 dicembre 1944 e indirizzata a uno dei proprietari del quotidiano, Mario Crespi, con cui Moretti Foggia lamenta di non aver ricevuto il "dono natalizio", al pari degli altri giornalisti. Confessa di "soffrire", la dottoressa, non tanto per la gratifica mancata, ma per ciò che quel gesto significava, l'esclusione da quella famiglia del Corriere di cui si sentiva una colonna, con le rubriche portate per anni regolarmente, ogni settimana, «ad onta delle malattie sue e dei suoi cari, dei lutti famigliari e delle sciagure che hanno straziata la Patria...».
Del dottor Amal si parlerà anche nell'ambito di éStoria a Gorizia, quest'anno dedicata al tema delle Trincee, in un incontro con la stessa Muzzarelli, docente di Storia medievale all'Università di Bologna, che racconterà la "trincea" femminile, la cucina, dove tante donne fecero la loro personalissima guerra e resistenza.

Ma chi era Amalia Moretti Foggia? Divulgatrice, blogger ante-litteram, ma soprattutto scienziata. La sua vita, per dirla con Muzzarelli, fu di "un'ordinaria straordinarietà". Nata in una famiglia di farmacisti, laica e progressista, si laureò prima in Scienze naturali a Padova nel 1895 e, tre anni dopo, in Medicina a Bologna, terza donna in Italia e prima a conseguire la specializzazione in pediatria. Quando si iscrisse al liceo Virgilio, nella natia Mantova, da appena pochi lustri le ragazze potevano frequentare ginnasi e licei. Al "Corriere" ci arrivò attraverso Eugenio Balzan, correttore di bozze, poi inviato, poi direttore amministrativo, al quale si devono felici intuizioni come quella di puntare su una donna per avvicinare sempre più persone alla "Domenica".
Amalia accettò consapevolmente anonimato e pseudonimi per conquistare quanti più lettori poteva, intuendo che il "dottor Amal" e l'allegra Petronilla, avrebbero aperto molte più porte che il suo vero nome, e modulò con sensibilità toni e temi agli illustrati del Corriere su cui interveniva. Con due lauree, e frequentazioni importanti come Anna Kuliscioff e Ada Negri, da tempo si era affrancata dal recinto della "casalinghitudine", ma seppe lo stesso rientrarvi con tatto, e diede nozioni di igiene e medicina a chi aveva poca istruzione e molti timori, molti figli e pochi mezzi. Con un registro pimpante e lezioso, come i "magazine" dell'epoca richiedevano, insegnò ricette semplici e varie a giovani mogli senza esperienza ma con mariti che pretendevano e non aiutavano, rafforzò il senso e il valore della propria fatica in chi ogni giorno, in tempi di razionamenti, metteva in tavola un "desinaretto", senza ricevere in cambio neanche una briciola di gratificazione dai suoi cari. Pubblicò oltre ottocento articoli come Petronilla e il doppio come dott. Amal su riviste non certo di quell'area socialista da cui proveniva, ma lo fece ugualmente con spirito "socialista", con l'obiettivo di aiutare chi aveva meno possibilità economiche a crescere e a migliorare se stesso e la propria vita.
Che siano le ricette mediche del dott. Amal o quelle culinarie di Petronilla, gli articoli di Amalia Moretti Foggia restituiscono una stagione di tempi "eccezionali", prima magri e pieni di incertezze, poi aperti alla speranza di un futuro di pace e crescita. I tempi in cui il "clinico" dava consigli su come eliminare i foruncoli con l'erba Bardana e suggeriva alla "gastalda" di sostituire i lacci alle gambe con un rozzo ma creativo reggicalze.
Come blogger di carta, Petronilla dialogava con una serie di figure femminili, create apposta come pretesto per i suoi articoli, donne di diverse regioni e temperamenti, provette o incapaci in cucina: c'erano la "cognatona grassa", maestra di arte culinaria, la Gemma, "arca di scienza friulana" ed esperta ante-litteram di piatti regionali a chilometro zero, ma c'era pure la Giovanna, che considerava la carne in scatola "uno dei più geniali ritrovati della modernità". Amalia lo sapeva bene: le donne cominciavano a uscire dalle cucine, a dover passare di colpo "dai libri mastri dell'ufficio alle pagnotte" e suggeriva qualche "pietanzina" adeguata alle esigenze delle nuove lavoratrici.

twitter@boria_a


Un'immagine tratta dall'Archivio Corbis

mercoledì 29 gennaio 2014

 IL LIBRO

La prof Ottilia nel 1892 bruciò la Parodi 



Benedetta Parodi

Il "Cotto e mangiato" di Benedetta Parodi ha un antenato illustre a Trieste. Correva l'anno 1892 quando l'editrice Styria di Graz pubblicò la versione italiana del fortunato Süddeutsche Küche, uscito originariamente nel 1858 e firmato da tale nobildonna Katharina Prato, nata Polt, che ricavò il nome d'arte accorciando il cognome del primo marito, Eduard Pratobevera, mantenuto anche quando, rimasta vedova, convolò a nuove nozze. Era un vademecum per chi si metteva ai fornelli, certo con più tempo rispetto alle odierne lettrici della Parodi, ma con altrettanta scarsezza di nozioni base.

"Nelle mani delle donne" Maria Giuseppina Muzzarelli



L'edizione italiana del testo della Prato, si intitolò "Manuale di cucina per principianti e per cuoche già pratiche" e ad adattarlo ai gusti e ai costumi nazionali fu chiamata Ottilia Visconti Aparnik, maestra di cucina al corso di economia domestica del Civico liceo femminile di Trieste. L'approccio era da insegnante, didattico e pratico: ecco allora che, alle "donne di casa" cui si rivolgeva Katharina, da intendersi non come "desperate housewives" con la debolezza dei fornelli, ma come addette a dimore borghesi e nobili, la signora Ottilia aggiunse le esordienti assolute, da equipaggiare con un corredo adeguato di nozioni premilinari, spiegazione dei termini di cucina, glossari.
Il manuale triestino fu un successo, come lo era stato quello in lingua tedesca. Venne adottato nei corsi di economia domestica, lo si rintracciava nelle cucine degli alberghi di montagna, è citato nei manoscritti dei ricettari popolari. Un vero e proprio abbecedario, che precede di otto anni il primo manuale interamente italiano scritto da una donna, "Come posso mangiar bene?", firmato da Giulia Ferraris Tamburini e pubblicato nel 1900 da Hoepli. Da allora, si moltiplicarono le scritture femminili sul tema, fino alle odierne guide veloci di Antonella Clerici, Federica de Denaro, Tessa Gelisio, che occupano intere sezioni di librerie. Prima di Ferraris, nulla o quasi. È infatti datata 1397 una ricetta scritta da una donna ma giunta fino a noi grazie all'importanza di suo marito, il mercante Francesco di Marco Datini. Lui ha nostalgia dei piatti di casa, la consorte Margherita gli fa pervenire la ricetta dei piselli e il messaggio inequivocabile della sua insostituibilità domestica: "sono un pocho malagevoli", "non ve ne maravigliate perchè lei non gli sapi chuocere...".
Curioso, ma lo scrivere di cibo per le donne è conquista recente. Mentre le prime femministe si liberavano dalla "casalinghitudine", fornelli inclusi, la trattatistica sul cibo rimaneva saldamente in mano agli uomini. Sono i maschi a dettare le regole dell'esecuzione culinaria, sia in età romana, col ricettario di Apicio, sia nel medioevo, quando Maestro Martino da Como compilò, tra il 1464 e il 1465, il Libro de arte coquinaria, dopo essere stato alla corte di Francesco Sforza e quindi del patriarca di Aquileia. Due curiose eccezioni: suor Maria Vittoria Verde che, intorno alla fine del 1500, nel monastero di San Tommaso a Perugia, mise insieme un ricettario con intenti di edificazione spirituale e la monaca messicana Juana Inés de la Cruz, donna molto erudita, che, un secolo dopo, teorizzò come in cucina, tra budini e sgonfiotti, si potesse anche far filosofia: "se Aristotele avesse cucinato, avrebbe scritto molto di più".


Maria Giuseppina Muzzarelli


Nelle mani delle donne (Editori Laterza, pagg. 200, euro 16,00) di Maria Giuseppina Muzzarelli, docente di Storia medievale e Storia delle città a Bologna e di Storia del costume e della moda a Rimini, è un saggio affascinante sul rapporto tra donne e alimenti, che va a ritroso nel tempo, da Lady Gaga vestita di bistecche al sangue (messaggio: mi concedo in pasto ai fan come un oggetto da divorare) a Ildegarda di Bingen, badessa di San Disibodo vicino a Magonza, che all'inizio dell'anno Mille nel suo "Libro delle creature", non dà ricette ma fornisce pratiche nozioni di cucina. La sua "dieta", poco ascetica, era basata su salmone, luccio e trota e, tra le carni, su manzo, agnello, lepre, quaglia, pernice, oca, gallina e anatra selvatica: di ciascun alimento, indicava modo di cottura, proprietà e destinatario ideale.

 
Lady Gaga nell'abito ideato da Nicola Formichetti


Donne e cibo: ovvero donne nutrici nell'allattamento, donne dall'appetito vorace e, per proprietà transitiva, a letto seduttrici, donne continenti a tavola e quindi penitenti, donne custodi dei segreti di erbe e pozioni, utilizzati per curare e, in molti casi, per avvelenare mariti e nemici. E donne che scrivono di cucina, come la celebre Petronilla della "Domenica del Corriere", al secolo Amalia Moretti Foggia, terza donna laureata in medicina in Italia e prima pediatra: la rubrica "Tra i fornelli", che iniziò nel 1927 (del '35 il suo primo libro di cucina), era tutt'altro che una superficiale guida per combinare quattro pietanze, ma un insieme di suggerimenti che sposavano buona tavola, salute e budget limitato, in un periodo in cui le donne si trovavano ad assumere funzioni e impegni maschili, con un occhio a far quadrare il bilancio.


 
Amalia Moretti Foggia, Petronilla


La cucina e l'economia del tempo di guerra, la cucina autarchica, le ricette per tempi eccezionali, i "desinaretti": negli anni precedenti e poi durante il secondo conflitto mondiale, i fornelli diventano il luogo di resistenza e combattimento delle donne. C'è anche il "last minute market" ante litteram, con il moltiplicarsi di testi che insegnano a non sprecare, a ricavare menù da torsoli di verze e interiora di pollo, a non buttare nell'immondizia ciò che può essere riutilizzato.
Dai pochi ingredienti al poco tempo. La cucina rapida è una conquista delle donne che sempre più lavorano fuori casa (nel 1961 sono il 40%, tra i 20 e i 50 anni), la sottrazione a un destino dato per scontato. Quando poi, a conflitto concluso, si diffondono in Italia frullatori, microonde, tostapane, frigoriferi ultimo modello, il manuale non può essere che il "Contaminuti" di Elena Spagnol, uscito nel 1967. Dieci anni prima negli Stati Uniti era stata pubblicata "La mistica della femminilità" di Betty Friedan che smontava la costruzione maschile secondo cui l'altra metà del cielo dovesse accontentarsi di curare al meglio casa e famiglia e, tre anni dopo, un significativo "The I hate to housekeep book", che, usando il verbo "odiare" riferito al regno domestico della regina della casa, enfatizzava velocità e convenienza degli ingredienti, per ottimizzare tempo e spesa.


 
Betty Friedan autrice de "La mistica della femminilità"


Da qui, alle religiose davanti alle pignatte, come la celebre Suor Germana con la rubrica su "Famiglia Cristiana" e i libri di angeli cucinieri, ai quattro salti in padella di giornaliste e conduttrici televisive, il passo si fa più rapido. Man mano che le donne escono dalle cucine reali, entrano a pieno diritto in quelle letterarie: compilano manuali di rapido consumo, scrivono memorie a partire dalle ricette di famiglia, indagano la storia individuale o collettiva attraverso sapori, vivande e quaderni domestici. È nato un canone letterario, nel quale anche l'insegnante triestina Ottilia Visconti Apparnik ha messo il suo tassello. Perchè, come insegnano il Sessantotto e Lévi-Strauss, i veri rivoluzionari e conservatori si svelano proprio a tavola. 

twitter@boria_a