IL LIBRO
Le amiche di Carmen Korn, sulle note
di Gershwin verso il nuovo Millennio
Il colpo d’occhio dei tre volumi, uno accanto all’altro, sintetizza con un’illustrazione felicissima la poderosa trilogia della tedesca Carmen Korn, appena arrivata a conclusione con la pubblicazione dell’ultimo volume, “Aria di novità” (Fazi, pagg. 527, euro 20): sulla prima copertina le protagoniste vestono gli abiti sciolti e comodi delle donne che escono dal perimetro domestico ed entrano nel mondo del lavoro: sono le “figlie di una nuova era”, nate all’indomani della Grande guerra, con un diverso peso e ruolo sociale. Sulla seconda, eccole negli anni Cinquanta, il punto vita ben segnato, le gonne a corolla e la voglia di guardare avanti: è “tempo di ricominciare”, lasciandosi alle spalle gli anni della morsa nazista e della denazificazione, per affrontare le sfide di una società che si modernizza, tra pregiudizi e contraddizioni. Sulla terza, infine, le ginocchia scoperte e il trucco le accompagnano, sulle note di Gershwin, al giro di boa del nuovo Millennio, attraverso la plumbea stagione del terrorismo fino al crollo del Muro e alla riunificazione tra le due Germanie.
Le quattro amiche di Amburgo da cui la saga ha preso avvio - Henny, Käthe, Ida e Lina - sono diventate nonne, alcune bisnonne, comunque matriarche di una famiglia allargata, fatta di parentele, adozioni, coppie di fatto etero ed omo, legami di elezione intensi quanto quelli di sangue, che Korn mette sempre al centro dell’intreccio, filtrando la grande storia nella quotidianità minuta dei suoi innumerevoli personaggi. Entriamo nelle “vite degli altri”, spiate dalla Stasi, per l’amore tra la fotoreporter Katja, nipote di Henny, e il fascinoso Jon, attore di Berlino Est, che rocambolescamente riuscirà a passare dall’altra parte del Muro insieme al fratello epilettico Stefan. Alla fuga collabora Alex, pianista omosessuale, sul cui rapporto ventennale con Klaus, conduttore radiofonico e fratello di Katja, si allunga il terrore dell’Aids, quando era ancora e soltanto la “peste” dei gay. Gli anni di piombo si abbattono sulla famiglia di Käthe e Rudi per la militanza della figlia adottiva Ruth, fiancheggiatrice della Raf più per amore che per intima adesione. E c’è anche il mondo glamour della moda, con le copertine e le riviste patinate, di cui è protagonista Florentine, figlia di Ida e del cinese Tian, esotica bellezza a suo modo coriacea e trasgressiva come la madre, con cui condivide scelte di vita controcorrente.
Quello della Korn è un romanzone corale - ed è la sua forza - dove snodi storici epocali si impastano nel flusso costante dei cambiamenti di società e mentalità, entrambi riflessi nelle vicende di tutti, personaggi di primo piano e comprimari: le donne sempre più indipendenti e in carriera, l’assetto familiare con un diretto coinvolgimento dei padri, l’omosessualità faticosamente dichiarata, l’istituto del matrimonio in discussione, il bisturi come deterrente al trascorrere del tempo. Sullo sfondo della nascente globalità, che, attraverso i viaggi e le professioni delle nuove generazioni, improvvisamente si riversa nelle strade e negli interni domestici di Amburgo, dove la saga è rimasta confinata nei primi libri.
Come nelle lunghe serie televisive, l’autrice sfuma con gradualità alcuni dei caratteri più vecchi, per far posto a nuovi personaggi e sviluppi, anche se le quattro amiche si passano il testimone e restano a governare l’intreccio fino alle pagine finali. Al centro dell’ultimo libro sono soprattutto le vicende delle loro figlie e nipoti Florentine, Ruth e Katja: la top model divisa tra due uomini e con un figlio dalla paternità incerta, la terrorista, che espierà il suo pesante passato prendendosi cura di un compagno fragile, infine la fotoreporter, capace di rischiare la vita per amore e poi di conciliare professione e maternità. Ognuna di loro dà voce ai temi cari a Carmen Korn: l’amicizia, la genitorialità, il mutamento della coppia, il rapporto tra le generazioni, la solidarietà.
Con questo filo rosso, sviluppato in dialoghi serrati e incessanti cambi di inquadratura, che scoraggiano cali di attenzione lungo le oltre millecinquecento pagine della trilogia, l’autrice conclude la sua cavalcata nel Novecento all’alba del nuovo millennio. E se il paragone con la maestosa epica al femminile di Elena Ferrante non convince - l’affinità del tema non basta, perchè ritmo e registro sono agli antipodi - Carmen Korn ci tiene avvinti fino all’ultima pagina, col desiderio di vedere anche le sue ragazze approdare sul piccolo schermo, per cui sembrano avere tutti i requisiti.
@boria_a
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sabato 14 marzo 2020
sabato 30 novembre 2019
IL LIBRO
La misura del tempo dell'avvocato Guerrieri
La misura del tempo è una donna che ritorna dal passato, la copia opaca, irriconoscibile, della ragazza, della passione che era stata. Una “cliente nuova”, informa l’assistente di studio, e solo un cognome: Delle Foglie. Eccola Lorenza, capelli corti, i segni del tempo marchiati sul viso, prosciugata, l’odore stantio di troppe sigarette appiccicato addosso. Davanti all’avvocato Guido Guerrieri si materializza una storia durata pochi mesi, «in un’epoca lontana nel tempo e lontanissima nella memoria».
È lì, davanti a lui, ventisette anni dopo la sua sparizione, con un problema: suo figlio Iacopo, balordo fin dai tempi del liceo, dopo un apprendistato di furti, droga, pestaggi, una rapina patteggiata, è finito in carcere per l’omicidio di un uomo da cui si riforniva di droga. L’avvocato che l’ha difeso, già malato all’epoca del dibattimento, in aula era stato fiacco, inconsistente, nonostante la reputazione e la parcella pesanti. Risultato? Una condanna in primo grado a ventiquattro anni. Ora si avvicina il processo di appello, il vecchio legale nel frattempo è morto e il suo studio chiede altri anticipi. «Non sapevo cosa fare e non sapevo dove andare. Così ho pensato a te», dice Lorenza senza giri di parole. Guido fa un rapido calcolo: non è suo quel figlio sbandato. E subito dopo pensa che lei l’ha scelto solo perchè è sola, senza soldi e non sa più dove sbattere la testa.
Sarà pure disincantato e amaro l’avvocato Guido Guerrieri, ormai oltre la soglia dei cinquanta e spesso suonato dalla vita come il suo Mr Sacco, ma resta il personaggio più amato di Gianrico Carofiglio. Questo sesto capitolo, “La misura del tempo”, il secondo per Einaudi dopo “La regola dell’equilibrio” (2016), da settimane contende alla star Elena Ferrante il primo posto nelle classifiche dei libri più venduti. Guido l’accetterà la difesa di Iacopo, anche se il ragazzo a pelle non gli piace e gli indizi contro di lui sembrano così gravi, precisi e concordanti da non ammettere alternative. Iacopo è il colpevole perfetto: ha polvere da sparo sul giubbotto, ha telefonato alla vittima poche ore prima della sua morte, è stato visto nei pressi del luogo dell’omicidio. Sua madre, poi, gli ha fornito un alibi sgretolato in aula per una vecchia accusa di resistenza a pubblico ufficiale e favoreggiamento, che torna a galla dal passato oscuro di Lorenza, di cui Guido non sa niente.
Ma non esiste “una sola risposta di fronte ai dilemmi umani”, come lui stesso dice ai giovani magistrati in tirocinio a cui fa lezione. E a volte si può ribaltare un caso sulla carta chiuso, cambiare il corso degli eventi, riparare un torto, anche se è solo “un risultato preterintenzionale delle nostre azioni”.
Quel passato dal volto di donna che irrompe di nuovo nella sua vita, con un carico pesante di delusione e fallimenti, è l’occasione di riaprire una porta, professionale e personale. Di trovare uno stimolo in un lavoro che stagna nella ripetitività e nel poco entusiasmo, e di lasciar fluire i ricordi, riconciliandosi con quel momento confuso della sua giovinezza, con quella donna elusiva, con cui aveva immaginato di passare tutta la vita, sparita senza un perchè. Di vederla per quello che era e che è, senza condannare nè soffrire: “Proiettavi su di lei i tuoi desideri, le tue aspirazioni e i tuoi bisogni. In un certo senso te l’eri inventata, l’avevi creata, ti eri raccontato una bugia complessa, articolata e difficile, molto difficile da svelare”.
Le indagini, la ricerca di nuovi indizi, la sfida processuale per salvare Iacopo dal carcere, insinuando il dubbio nella giuria, si intrecciano al confronto tra passato e presente. Non è un déjà vu patetico, nè una nostalgia dolciastra per un tempo lontano e irrecuperabile. Guido guarda con affettuoso distacco quella “faglia”, quel cataclisma della coscienza in cui si era infilato ragazzo per uscirne uomo. Perchè non è il tempo a cambiarci, ma l’incontro con le persone: lui era cambiato dopo Lorenza, Lorenza era rimasta la stessa, inespugnabile all’altro.
Alla fine non importa l’esito del processo, ma la strada per arrivarci. Come diceva a Guido il nonno professore di filosofia: mettere dei punti interrogativi alle affermazioni che diamo per scontate. Accettare il rischio di cambiare, in un tempo mai lineare, pieno di inciampi. “Mi abbracciò forte e sentii il suo odore, e il suo corpo magro stretto al mio. Risposi all’abbraccio pensando che non avevamo mai avuto un contatto così intimo, tanti anni prima”. Così si può guardare indietro, in aula come nella vita, con il beneficio (e la maturità) del dubbio.
@boria_a
La misura del tempo dell'avvocato Guerrieri
La misura del tempo è una donna che ritorna dal passato, la copia opaca, irriconoscibile, della ragazza, della passione che era stata. Una “cliente nuova”, informa l’assistente di studio, e solo un cognome: Delle Foglie. Eccola Lorenza, capelli corti, i segni del tempo marchiati sul viso, prosciugata, l’odore stantio di troppe sigarette appiccicato addosso. Davanti all’avvocato Guido Guerrieri si materializza una storia durata pochi mesi, «in un’epoca lontana nel tempo e lontanissima nella memoria».
È lì, davanti a lui, ventisette anni dopo la sua sparizione, con un problema: suo figlio Iacopo, balordo fin dai tempi del liceo, dopo un apprendistato di furti, droga, pestaggi, una rapina patteggiata, è finito in carcere per l’omicidio di un uomo da cui si riforniva di droga. L’avvocato che l’ha difeso, già malato all’epoca del dibattimento, in aula era stato fiacco, inconsistente, nonostante la reputazione e la parcella pesanti. Risultato? Una condanna in primo grado a ventiquattro anni. Ora si avvicina il processo di appello, il vecchio legale nel frattempo è morto e il suo studio chiede altri anticipi. «Non sapevo cosa fare e non sapevo dove andare. Così ho pensato a te», dice Lorenza senza giri di parole. Guido fa un rapido calcolo: non è suo quel figlio sbandato. E subito dopo pensa che lei l’ha scelto solo perchè è sola, senza soldi e non sa più dove sbattere la testa.
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| Gianrico Carofiglio |
Sarà pure disincantato e amaro l’avvocato Guido Guerrieri, ormai oltre la soglia dei cinquanta e spesso suonato dalla vita come il suo Mr Sacco, ma resta il personaggio più amato di Gianrico Carofiglio. Questo sesto capitolo, “La misura del tempo”, il secondo per Einaudi dopo “La regola dell’equilibrio” (2016), da settimane contende alla star Elena Ferrante il primo posto nelle classifiche dei libri più venduti. Guido l’accetterà la difesa di Iacopo, anche se il ragazzo a pelle non gli piace e gli indizi contro di lui sembrano così gravi, precisi e concordanti da non ammettere alternative. Iacopo è il colpevole perfetto: ha polvere da sparo sul giubbotto, ha telefonato alla vittima poche ore prima della sua morte, è stato visto nei pressi del luogo dell’omicidio. Sua madre, poi, gli ha fornito un alibi sgretolato in aula per una vecchia accusa di resistenza a pubblico ufficiale e favoreggiamento, che torna a galla dal passato oscuro di Lorenza, di cui Guido non sa niente.
Ma non esiste “una sola risposta di fronte ai dilemmi umani”, come lui stesso dice ai giovani magistrati in tirocinio a cui fa lezione. E a volte si può ribaltare un caso sulla carta chiuso, cambiare il corso degli eventi, riparare un torto, anche se è solo “un risultato preterintenzionale delle nostre azioni”.
Quel passato dal volto di donna che irrompe di nuovo nella sua vita, con un carico pesante di delusione e fallimenti, è l’occasione di riaprire una porta, professionale e personale. Di trovare uno stimolo in un lavoro che stagna nella ripetitività e nel poco entusiasmo, e di lasciar fluire i ricordi, riconciliandosi con quel momento confuso della sua giovinezza, con quella donna elusiva, con cui aveva immaginato di passare tutta la vita, sparita senza un perchè. Di vederla per quello che era e che è, senza condannare nè soffrire: “Proiettavi su di lei i tuoi desideri, le tue aspirazioni e i tuoi bisogni. In un certo senso te l’eri inventata, l’avevi creata, ti eri raccontato una bugia complessa, articolata e difficile, molto difficile da svelare”.
Le indagini, la ricerca di nuovi indizi, la sfida processuale per salvare Iacopo dal carcere, insinuando il dubbio nella giuria, si intrecciano al confronto tra passato e presente. Non è un déjà vu patetico, nè una nostalgia dolciastra per un tempo lontano e irrecuperabile. Guido guarda con affettuoso distacco quella “faglia”, quel cataclisma della coscienza in cui si era infilato ragazzo per uscirne uomo. Perchè non è il tempo a cambiarci, ma l’incontro con le persone: lui era cambiato dopo Lorenza, Lorenza era rimasta la stessa, inespugnabile all’altro.
Alla fine non importa l’esito del processo, ma la strada per arrivarci. Come diceva a Guido il nonno professore di filosofia: mettere dei punti interrogativi alle affermazioni che diamo per scontate. Accettare il rischio di cambiare, in un tempo mai lineare, pieno di inciampi. “Mi abbracciò forte e sentii il suo odore, e il suo corpo magro stretto al mio. Risposi all’abbraccio pensando che non avevamo mai avuto un contatto così intimo, tanti anni prima”. Così si può guardare indietro, in aula come nella vita, con il beneficio (e la maturità) del dubbio.
@boria_a
sabato 29 ottobre 2016
IL LIBRO
Smetto di mangiare e divento una pianta
«Ho fatto un sogno» dice la giovane Yeong-hye per spiegare al marito un gesto dirompente nel loro scandito e anaffettivo menage familiare: si è svegliata nel cuore della notte e si messa a fissare il frigorifero, da cui, la mattina dopo, ha estratto tutta la carne - una provvista sostanziosa e costosa - per gettarla nell’immondizia. «Ho fatto un sogno» continua a ripetere all’uomo, spiazzato e subito seccato da quell’indecifrabile atto di ribellione all’ordine domestico e alle consuetudini sociali.
Nel cuore della notte Yeong-hye si è vista dentro un granaio, circondata e soffocata da enormi quarti di carne ancora gocciolanti di sangue. «Cerco di passare oltre ma la carne... non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle».
Dopo quell’incubo, tutto sarà stravolto nella vita di Yeong-hye e dell’opaco signor Cheong, che aveva scelto la moglie proprio per le doti di arrendevolezza e passività, per l’inattitudine al confronto. Non sarà più vita, anzi, ma una lenta e allucinata discesa in quella che la protagonista intende sia la sua mutazione finale, una nuova forma di esistenza vegetale cui bastano il sole della fotosintesi, e l’acqua, per alimentarsi. Yeong-hye non vuole più mangiare carne, nè toccarla, nè cucinarla (lei che sapeva fare così bene brodi densi e speziati, manzi insaporiti e saltati, vongole e cozze tenerissime...). E nemmeno adempiere agli obblighi coniugali: «Il tuo corpo puzza di carne», risponde imperturbabile al marito.
Comincia così “La vegetariana” (Adelphi, pagg. 177, euro 18,00, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra) della scrittrice sud-coreana Han Kang, che ha vinto il prestigioso Man Booker International Prize 2016 battendo anche “Storia della bambina perduta” di Elena Ferrante, e già tradotto in nove lingue. Un racconto breve e crudele, affilato e fiabesco al tempo stesso, diviso in tre parti, che corrispondono alle tre prospettive da cui la vicenda è narrata: quella di Cheong, che non esita a usare violenza alla moglie, verbale e sessuale, per costringerla a tornare sulla sua decisione, quella del cognato, marito della sorella In-hye, un videoartista attratto morbosamente dalla nuova fisicità di Yeong-hye, al punto da dipingerne il corpo di fiori e poi possederla, accelerando la sua malattia e lo sconvolgimento dei rapporti dell’intera famiglia. Infine, quella della stessa In-hye, al cui racconto è affidata la parte più ardua, il crudo decorso ospedaliero, le costrizioni e le contenzioni, con la speranza di salvare la sorella attraverso il recupero della parte intatta e sognante dell’infanzia in comune.
Molte le chiavi di lettura di una storia ricca di simboli, e di temi, che avviluppa il lettore, con un finale sconcertante. Il sangue del sogno, quello delle bestie macellate, è lo stesso che Yeong-hye vomita nella fase terminale della malattia, quando i sanitari si accaniscono su di lei come un animale da squartare. È una violenza che parte da lontano, dall’infanzia della protagonista, dalle botte del padre, veterano della guerra in Vietnam, il primo che, davanti a tutto la famiglia, tenterà di forzarla ad aprire la bocca per spingerle dentro un pezzo di maiale e ripristinare così l’ordine rovesciato dalla sua testardaggine. Il matrimonio chiude Yeong-hye in una routine di convenzioni e indifferenza («prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante»: l’attacco del libro), anche l’amplesso col cognato è la soddisfazione unilaterale delle fantasie di lui, ossessionato dalla sua “macchia mongolica”, una voglia sopra la natica.
Il rifiuto del cibo diventa così l’unico modo che la giovane donna ha a disposizione per far sentire la propria voce, per rompere il muro delle convenzioni coniugali, familiari, sociali. L’unico modo per spezzare una catena di violenza, che è anche quella dei silenzi, delle regole di chi l’ha considerata prima la componente invisibile e innocua di una compagine dominata dal patriarca, poi la parte silenziosa e sfruttabile di un rapporto a due. Non è il rifiuto di chi chiede attenzione quello di Yeong-hye, ma di chi vuole difendersi dalle aggressioni esterne entrando in un altro ordine di relazioni, abbracciando una natura diversa dalla propria. E in questa dimensione vegetale gli alimenti non sono più necessari, con tutti i rapporti di forza che implicano, bastano sole e acqua. Una sottrazione volontaria, follemente lucida, che è la strada per la liberazione.
@boria_a
Smetto di mangiare e divento una pianta
«Ho fatto un sogno» dice la giovane Yeong-hye per spiegare al marito un gesto dirompente nel loro scandito e anaffettivo menage familiare: si è svegliata nel cuore della notte e si messa a fissare il frigorifero, da cui, la mattina dopo, ha estratto tutta la carne - una provvista sostanziosa e costosa - per gettarla nell’immondizia. «Ho fatto un sogno» continua a ripetere all’uomo, spiazzato e subito seccato da quell’indecifrabile atto di ribellione all’ordine domestico e alle consuetudini sociali.
Nel cuore della notte Yeong-hye si è vista dentro un granaio, circondata e soffocata da enormi quarti di carne ancora gocciolanti di sangue. «Cerco di passare oltre ma la carne... non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle».
Dopo quell’incubo, tutto sarà stravolto nella vita di Yeong-hye e dell’opaco signor Cheong, che aveva scelto la moglie proprio per le doti di arrendevolezza e passività, per l’inattitudine al confronto. Non sarà più vita, anzi, ma una lenta e allucinata discesa in quella che la protagonista intende sia la sua mutazione finale, una nuova forma di esistenza vegetale cui bastano il sole della fotosintesi, e l’acqua, per alimentarsi. Yeong-hye non vuole più mangiare carne, nè toccarla, nè cucinarla (lei che sapeva fare così bene brodi densi e speziati, manzi insaporiti e saltati, vongole e cozze tenerissime...). E nemmeno adempiere agli obblighi coniugali: «Il tuo corpo puzza di carne», risponde imperturbabile al marito.
Comincia così “La vegetariana” (Adelphi, pagg. 177, euro 18,00, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra) della scrittrice sud-coreana Han Kang, che ha vinto il prestigioso Man Booker International Prize 2016 battendo anche “Storia della bambina perduta” di Elena Ferrante, e già tradotto in nove lingue. Un racconto breve e crudele, affilato e fiabesco al tempo stesso, diviso in tre parti, che corrispondono alle tre prospettive da cui la vicenda è narrata: quella di Cheong, che non esita a usare violenza alla moglie, verbale e sessuale, per costringerla a tornare sulla sua decisione, quella del cognato, marito della sorella In-hye, un videoartista attratto morbosamente dalla nuova fisicità di Yeong-hye, al punto da dipingerne il corpo di fiori e poi possederla, accelerando la sua malattia e lo sconvolgimento dei rapporti dell’intera famiglia. Infine, quella della stessa In-hye, al cui racconto è affidata la parte più ardua, il crudo decorso ospedaliero, le costrizioni e le contenzioni, con la speranza di salvare la sorella attraverso il recupero della parte intatta e sognante dell’infanzia in comune.
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| Han Kang con la traduttrice inglese Deborah Smith |
Molte le chiavi di lettura di una storia ricca di simboli, e di temi, che avviluppa il lettore, con un finale sconcertante. Il sangue del sogno, quello delle bestie macellate, è lo stesso che Yeong-hye vomita nella fase terminale della malattia, quando i sanitari si accaniscono su di lei come un animale da squartare. È una violenza che parte da lontano, dall’infanzia della protagonista, dalle botte del padre, veterano della guerra in Vietnam, il primo che, davanti a tutto la famiglia, tenterà di forzarla ad aprire la bocca per spingerle dentro un pezzo di maiale e ripristinare così l’ordine rovesciato dalla sua testardaggine. Il matrimonio chiude Yeong-hye in una routine di convenzioni e indifferenza («prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante»: l’attacco del libro), anche l’amplesso col cognato è la soddisfazione unilaterale delle fantasie di lui, ossessionato dalla sua “macchia mongolica”, una voglia sopra la natica.
Il rifiuto del cibo diventa così l’unico modo che la giovane donna ha a disposizione per far sentire la propria voce, per rompere il muro delle convenzioni coniugali, familiari, sociali. L’unico modo per spezzare una catena di violenza, che è anche quella dei silenzi, delle regole di chi l’ha considerata prima la componente invisibile e innocua di una compagine dominata dal patriarca, poi la parte silenziosa e sfruttabile di un rapporto a due. Non è il rifiuto di chi chiede attenzione quello di Yeong-hye, ma di chi vuole difendersi dalle aggressioni esterne entrando in un altro ordine di relazioni, abbracciando una natura diversa dalla propria. E in questa dimensione vegetale gli alimenti non sono più necessari, con tutti i rapporti di forza che implicano, bastano sole e acqua. Una sottrazione volontaria, follemente lucida, che è la strada per la liberazione.
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