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giovedì 10 settembre 2020

IL LIBRO

 

Federica Manzon: da Trieste a Sarajevo, il bosco delle scoperte è tornato a riempirsi di confini invisibili 




 

 

“Di là”, si diceva una volta a Trieste. “Di là“ per intendere quel mondo che si apriva oltre il confine, una scorciatoia avverbiale a indicare qualcosa di minaccioso e sconosciuto, un pericolo incombente ma indefinito, pronto a rovesciarsi con le sue bandiere rosse sulla pigra città marina. “Di là” aveva un senso diverso a casa di Schatzi, abituata fin da piccola a varcare il confine insieme al padre per lunghe camminate nei boschi di Tarnova, alla ricerca di funghi, sulle tracce di una lepre o di un cerbiatto, fino ad autunno inoltrato, quando la tavolozza della natura dall’arancio vira al bordeaux e la terra si fa dura sotto i piedi.


“Nel bosco non esistono confini” ripeteva il padre ai suoi due figli, come una formula da mandare a memoria, il cui senso sarebbe stato chiaro negli anni a venire. E non importa se un giorno il ragazzino (il più riottoso, che avrebbe presto abbandonato le escursioni per i tuffi), dopo una notte alcolica in Val Rosandra, aveva attraversato il bosco per andare a pisciare “di là” e si era ritrovato un kalashnikov piantato tra le costole e una stella rossa all’altezza degli occhi. Un incidente “irrilevante”, aveva minimizzato papà, attaccando la lezione che avrebbe ripetuto negli anni, a dispetto degli eventi: per camminare nel bosco si impara ad accordare il respiro ai passi, in un ritmo che è il tuo proprio e induce alla riflessione, è l’esercizio del vagabondare non del competere. Nel bosco non ci importa della meta nè di chi incrociamo, viandanti o fuggitivi, irrequieti e oziosi, ci si saluta nella lingua dell’altro con un sorriso e si cede il passo, perché il bosco non si divide in nazionalità come una carta geografica e nessuno può impedire a una betulla di piegare i rami in un’altra direzione.


“Di là”, impara Schatzi, è un semplice bordo, il punto in cui si incrociano due tessuti. Può riservare delusioni e sorprese, come l’incontro con un gruppo di soldati i cui paracadute si gonfiano al borino, anemoni tropicali sbocciati tra gli alberi.
Anno 1979, Trieste, confine con la Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Comincia da qui la lunga camminata di Schatzi, voce narrante del nuovo libro di Federica Manzon “Il bosco del confine”, che esce per Aboca (pagg. 176, euro 14). Una riflessione storica, ma prima ancora poetica e personale sull’identità dei popoli e delle persone, su quel “di là“ che la protagonista, educata da genitori internazionalisti e poco convenzionali a considerare spazio di libertà e curiosità, vede incrinarsi, minato dalle differenze, poi annientarsi nella furia degli uomini.


Lei, Schatzi, mandata a studiare in una classe slovena sul Carso, abituata a destreggiarsi tra le lingue (il triestino degli amici, l’italiano di mamma, il serbo del padre incrociato con tanti altri idiomi del suo peregrinare), alle acrobazie dell’integrazione, Schatzi che dall’estate all’autunno si infila calzettoni e scarponcini di prima mattina mentre i compagni si rosolano al sole o bordeggiano tra via Dante e via Mazzini all’inizio delle lezioni, o che scia d’inverno “di là”, dove la neve cade prima.
1984, Repubblica socialista federale di Jugoslavia, Sarajevo. Le Olimpiadi invernali sono il regalo del padre alla ragazza per i suoi sedici anni, i Giochi voluti da Tito che sono diventati l’orgoglio dei sarajeviti per quella pista di bob sul Trebevi„ che è la più veloce del mondo, per i 1410 atleti presenti da 49 Paesi, compresi gli americani, che a Mosca non c’erano.


A dirglielo con fierezza e a farle da guida in città e sul monte è Luka, nato a Dubrovnik e orfano di un padre ammazzato come traditore nel lager del Maresciallo, ora accolto con la madre dallo zio di Sarajevo che nel magnifico sistema della federativa crede ancora. Luka “acceleratore di intimità” tra Schatzi e la città che in quei giorni, sotto gli occhi del mondo, vive l’ultimo grande sogno della convivenza cosmopolita, la Sarajevo dei poeti(che si riveleranno anche aguzzini), e delle tante lingue, dove per le strade si mescolano camerieri dalmati, guide belgradesi, spalatori dalla Krajina. Il luogo a cui finalmente sente di appartenere, degna figlia di un padre che non crede nei confini, nè nel bosco nè fuori, convinto che l’Europa debba nascere lì, in quel “di là” che è un tessuto di tante etnie.
E quando nevica finalmente, nel febbraio insolitamente asciutto, arrivano in migliaia da tutto il paese a battere le piste di notte, al fianco dei soldati dell’Armata federale, per rendere impeccabile la pista dove Jure Franko conquisterà l’argento nello slalom, prima medaglia olimpica jugoslava, festeggiata issando icone di Tito tra grandi bevute, e la pista di bob dove nove anni dopo si annideranno i cecchini dell’esercito serbo-bosniaco e i primi civili inermi cadranno come pupazzi sul ponte Vrbanja.


2015, Federazione di Bosnia e Erzegovina. Schatzi non è più tornata a Sarajevo dai giorni delle Olimpiadi, è andata verso ovest, ha coltivato amicizie intellettuali e salotti mondani, mettendo distanza tra sè e le camminate dell’infanzia, l’eredità del padre, la città che aveva eletto a luogo dell’anima, in cui riconoscersi. Dell’assedio del 1993 ha saputo dagli appunti di Luka, arrivati nella casa di Trieste, un contatto cercato da lei per prima: le file per il pane centrate dai colpi di mortaio, gli zotici del Montenegro che sparano senza tregua dai buchi delle giunture della pista di bob, i giornalisti stanziali nelle hall dell’Holiday Inn che pagano qualcuno per riprenderlo mentre scappa tra i palazzi sventrati (salvo il giornalista triestino che si è fermato qui per l’amore di una donna, o forse si è innamorato per restare). La neve che finalmente cade, come nella notte olimpica, e questa volta ammansisce i cecchini e concede ai bambini sulle slitte un momento di tregua. E il Trebević, tagliato fuori dalla città, luogo ormai “loro”, il “di là” vietato, pietre e macerie, il Trebević che aveva accolto i cittadini di tutto il mondo quando era ancora il mondo era diviso.


Cercare Luka, l’alibi di Schatzi per tornare a Sarajevo. L’ultima tappa del War Tour è la pista di bob, ma nel bosco non si può andare: “Qui è Republika Srpska” dice la guida perdendo affabilità e mostra sul cellulare i tronchi d’abeti dove sono attaccati i fogli con il profilo di Mladić, il generale dell’assedio.
Lassù, nell’ultimo giorno a Sarajevo, l’incontro con Dragan, l’amico musicista di Luka, padre serbo, madre bosniaca e lui che si sente “niente”, figlio di un paese che non esiste più e di una città cambiata, dove pure è tornato, perchè qui si placa quell’inspiegabile inquietudine da sradicamento che Shatzi si sente addosso fin da bambina. Conosce gli sminatori, Dragan, sa dove è possibile camminare senza finire nel nuovo “di là”. E Schatzi lo segue nel bosco, pieno di confini invisibili. 

@boria_a

sabato 12 ottobre 2019

IL LIBRO


 Peter Cunningham: "Le conseguenze del cuore" un triangolo che fa scandalo







Un triangolo amoroso nella rurale, bigotta, chiusa Irlanda di inizio Novecento. Una storia pubblica e spudorata, che attraversa un secolo, una guerra, lo sbarco in Normandia, senza che nulla, nè morti, disastri finanziari, separazioni, malelingue, ricatti, nemmeno l’odio del proprio stesso sangue possa intaccarla.
Passione e perversione, passione e azzardo. Lei, Rosa Bensey, è figlia di un allibratore, lattea e magnifica fin da adolescente. Loro, che la ameranno senza mai odiarsi, sono Jack Santry, biondo e altissimo rampollo di una famiglia di militari, tutti eroismo e grandi bevute, e Chud Conduit, la voce narrante, moro e mediterraneo, nelle cui vene scorre il sangue di un marinaio napoletano, rimasto sulla terraferma solo il tempo di concepirlo in un ardente matrimonio di pochi giorni.


Questa storia lunghissima, sessant’anni di sentimenti e “regole profanate”, di sesso avido, poi delicato e cauto nella terza età, si svolge tutta a Monument, città immaginaria dietro cui si nasconde Waterford, il porto del sud est dell’Irlanda dove è nato il pluripremiato scrittore Peter Cunningham. Il suo romanzo “Le conseguenze del cuore”, uscito nel 1999 e uno dei quattro ambientati a Monument, è il primo tradotto in Italia (Sem, pagg. 425, euro 20), presentato in anteprima a Pordenonelegge dove l’autore ha fatto tappa per accompagnarlo.



Peter Cunningham


Il triangolo è il cuore della vicenda, ma altrettanto lo sono il gioco, il rischio, la posta. La nonna di Chud, Mabel, se la gioca tutta abbandonando il conte di cui è l’amante per il medico della città, al quale darà quattordici figli, per poi diventare una ricca e rispettata imprenditrice (“prostituta furiosa”, per il generale Santry, padre di Jack). Hilda, la sua secondogenita, nata sorda, infrange il muro della disabilità e va incontro al mondo sconosciuto dell’esotico marinaio italiano, con cui, senza parole, esplorerà tutta la grammatica della passione in un’unica settimana, generando Chud.


Annabelle, l’ultima discendente dei Santry, sfida il padre Kevin, l’uomo più ricco e potente di Monument, per rompere le convenzioni e invitare al suo matrimonio i nonni Rosa e Jack e il loro amico più caro, Chud, legittimando davanti alla comunità il rapporto scandaloso, che nemmeno la vecchiaia e gli acciacchi appannano (le pagine sul loro erotismo di anziani sono tra le più raffinate del romanzo).

La posta. Jack e Chud si giocano in guerra il matrimonio con Rosa, ma il loro legame si cementa molto prima, negli anni dell’adolescenza e delle nuotate insieme nel lago, quando nasce il loro codice, il “Delaware”, a intendere il posto, l’appuntamento, un’intesa impenetrabile agli altri (“nel bene e nel male, avrebbe continuato a modellare le nostre vite, a qualunque rischio, a qualunque prezzo”).
È lì che due occhi estranei, quelli del circense Bruno Belli, si appoggiano una volta di troppo sulle forme dorate della ragazza, stesa sull’asciugamano tra i suoi due accompagnatori, e poco dopo qualcuno glieli chiude per sempre. Quella morte oscura impone la prima separazione del terzetto: Jack in Inghilterra, Chud, accusato dell’omicidio ed evitato il carcere grazie all’influenza di nonna Mabel, in un collegio di preti, Rosa dalle suore.


Al termine della guerra, Jack sposa Rosa e Chud, ritornato a Monument dopo una lunga convalescenza, ne diventa l’amante, sotto gli occhi del marito e colto in flagrante dal piccolo Kevin, il figlio della coppia, che da quel momento proverà nei suoi confronti un odio inestinguibile.
Ma il gioco a tre e l’equilibrio resistono finchè Rosa e i suoi due uomini sono tutti insieme e il loro sentimento si alimenta nelle convenzioni che infrangono. Appena l’uno si allontana da Monument, il legame che unisce gli altri due si intiepidisce, avvizzisce. Insieme, invece, le loro “reazioni chimiche” sono “specchio l’una dell’altra”, cementando un rapporto dove la tiepidezza e l’impenetrabilità di Jack si compensa nella voracità di Chud, e Rosa, moglie insoddisfatta, sogna di tornare a essere tre, di avere l’uno e l’altro, come nel “Delaware” da ragazzi, finchè la fantasia delle sue notti non diventa realtà.


Al sole, fino alla fine dei loro giorni. Fino a quando, ancora insieme, i due uomini seguono la bara di lei. «Credo che siamo stati viziati», dice Chud. Resterà solo lui a conservare in otto raccoglitori e due metri di scaffali quello che è stato, semplicemente, “il racconto di un grande amore”.

sabato 6 ottobre 2018

IL LIBRO

Quell'ingombrante cadavere a Calcutta
che ci spiega anche la Brexit







Un alto funzionario britannico trovato con la gola tagliata dietro un bordello, il corpo mezzo affondato in una fogna, in bocca un biglietto appallottolato, scritto in bengalese: “Non ci saranno altri avvertimenti. Il sangue inglese scorrerà per le strade. Andate via dall’India!”. Comincia come un classico thriller “L’uomo di Calcutta” (Sem, pagg. 348, euro 17), primo romanzo di Abir Mukherjee, commercialista nato a Londra da genitori indiani, cresciuto in Scozia e arrivato alla scrittura per una passione antica e un recente colpo di fortuna: a quindici anni un amico gli presta “Gorki Park" e lo fa innamorare del thriller, nel 2014 vince il concorso per esordienti del Daily Telegraph e il pugno di pagine della sinossi diventa questo libro (il primo tradotto in Italia, mentre in Gran Bretagna sta per uscire il quarto con gli stessi protagonisti), pluripremiato e accolto con entusiasmo dalla critica. 



Abir Mukherjee a Pordenonelegge (foto C. Aglialoro)







Calcutta, 1919. La Città Bianca delle ville imponenti dei commercianti, dei club e degli hotel, e la Città Nera dei miserabili e delle latrine a cielo aperto. Il morto è il sahib Alexander MacAuley, assistente del vicegovernatore del Bengala, faccendiere che vanta amicizie potenti, prima fra tutte il “barone della juta” Buchan, uno degli uomini più ricchi della città. Nella megalopoli assediata dal caldo torrido e dall’umidità, ex capitale di quel British Raj dove 150 mila inglesi, frustrati dalla vita coloniale ma altrettanto convinti della loro superiorità morale, dominano 300 milioni di indiani, la pista sembra obbligata: un omicidio politico, opera dei terroristi che lottano per l’indipendenza dell’India. I fremiti di rivolta già percorrono Calcutta, per questo la capitale è stata spostata a Delhi.

L’ipotesi è semplicistica, è chiaro da subito. Perchè la coppia di investigatori che Mukherjee mette in campo, il capitano Wyndham, giovane veterano inglese della Grande Guerra, e l’indiano Banerjee, soprannominato, a causa del nome impronunciabile dai non nativi, “Surrender not” (non arrenderti), che si è laureato a Cambridge e ha un accento da campo di golf del Surrey, sono allenati a guardare realtà sfaccettate. Il cinico e amareggiato Wyndham, ha accettato l’India per sfuggire ai suoi fantasmi, gli amici morti nelle trincee della Somme, la moglie strappatagli da un’influenza: si stordisce con whisky e oppio, ma il passato lo insegue. Banerjee, intuitivo e solare, ha disertato la carriera amministrativa, affrancandosi dal volere paterno: è un giovane uomo istruito e moderno, che sogna un’India libera, senza sottovalutarne i problemi, ma che il colore della pelle relega tra i sottoposti.


Entrambi, Wyndham e Banerjee, si sentono combattuti nel loro ruolo. Sono in crisi identitaria, non amano le verità confezionate e si divincolano dai condizionamenti dei servizi segreti militari. La loro collaborazione sarà anche una costante ricerca di mediazione, tra caratteri e ruoli, proprio quella che Mukherjee è abituato a compiere tra le sue radici indiane e britanniche ("e non sempre con successo", ha detto nella presentazione a pordenonelegge).


Accanto ai due uomini, una figura femminile interpreta un’altra delle contraddizioni della realtà coloniale. È la bellissima Annie, dal sangue misto, invisa agli inglesi perchè ricorda loro che c’è stato un tempo in cui gli indiani non erano considerati inferiori, e agli indiani perchè ha rinunciato alla purezza della sua razza. Una “meticcia”, o “domiciliata europea”, secondo la definizione british, per dire educatamente che per lei non c’è posto da nessuna parte.


Il giallo, per Mukherjee, è dichiaratamente un meccanismo letterario, che però manovra alla perfezione. Ma quello che gli interessa davvero raccontare è un passato storico per molti inglesi ancora mal digerito, e per gli indiani “romanticizzato” alla luce della figura di Gandhi. Un passato ricco di chiavi per analizzare il presente, che dal sogno dell’impero porta diretto alla Brexit. «Nessun inglese leggerà un libro che parla delle malefatte dei nonni» gli aveva detto il padre, cui il giallo è dedicato. Al contrario, la ricostruzione cattura e, anche se l’autore spesso si sbilancia, il racconto è attraversato da una vena ironica che non lo rende mai pedante o sentenzioso. ”Niente cani e indiani oltre questo punto” c’è scritto sull’imponente ingresso del Bengal club. E Surrender-not, con un sorriso forzato, al capitano Wyndham: «In centocinquant’anni gli inglesi hanno compiuto cose che noi non siamo riusciti a fare in quattromila. Per esempio, insegnare ai cani a leggere i cartelli».

@a_boria

mercoledì 19 settembre 2018

L'INTERVISTA

Susanna Tamaro: Con la sindrome di Asperger ogni giorno scalo l'Everest


Susanna Tamaro e Pierluigi Cappello



«È un libro che mi è costato una fatica spaventosa, un tremendo dolore interiore». Susanna Tamaro credeva di non riuscire nemmeno a terminarlo, perchè già ne conosceva la fine. Invece questa sera sarà sul palco del Teatro Verdi di Pordenone a leggere qualche brano da “Il tuo sguardo illumina il mondo”, che uscirà il 20 settembre 2018 con le edizioni Solferino (pagg. 208, in edicola 14 euro). È il racconto della sua grande amicizia con Pierluigi Cappello, scomparso un anno fa. La storia del dialogo di due anime inquiete racchiuse in due corpi imperfetti, giunto fino agli ultimi giorni del poeta. Ma anche la confessione, che la scrittrice triestina fa per la prima volta, della sua malattia, a lungo misteriosa, di una sofferenza cominciata da piccolissima, della solitudine, della fame di affetto in una famiglia disfunzionale, del corpo a corpo con le parole, di quella faticosa conquista quotidiana che è accettare la diversità. Un corpo a corpo, come con la scrittura.
«È un libro che avevo promesso a Pierluigi - dice Tamaro - ma ero convinta che ci avrei messo anni a elaborare il lutto, la memoria, la nostra amicizia. Incredibilmente, ho cominciato a scrivere a fine dicembre, tre mesi dopo la sua morte. Ogni mattina andavo allo studio e dicevo “no, questo è l’ultimo giorno, non ce la faccio ad andare avanti”. Credevo di impiegarci un paio di anni, ma è maturato molto prima di quanto pensassi». 

Volevate scrivere insieme un libro voi due. Quale? «Probabilmente tanti. Alcuni divertenti, per esempio “Il volo degli aeroplani e il volo degli insetti”, essendo gli aerei la passione di Pierluigi e gli insetti la mia. Ma anche libri più seri, perchè entrambi guardavamo il mondo contemporaneo con una certa apprensione e volevamo parlarne, scrivere di come sta andando tra le persone, del degrado interiore, della mancanza di anima, del vuoto di interiorità che c’è».

Che cosa vi univa?
«Sicuramente la capacità di vivere il rapporto con la parola come un combattimento in qualche modo estremo, unita a uno sguardo capace di una purezza di cuore assoluta. Come dico nel libro, gli anni della sua amicizia sono stati gli anni della mia libertà. Con lui potevo essere come sono, e lui lo stesso con me, cioè potevamo vivere il nostro spirito da bambini, nel senso più alto che esiste del termine. Bambino come purezza di cuore, libertà interiore, leggerezza».


Caro Pierluigi, scrive nella prima pagina. Ma è una lettera anche a se stessa. In cui, per la prima volta, Susanna Tamaro confessa la sua malattia, la sindrome di Asperger. È così?

 «Sì, è la prima volta, per una serie di ragioni. Pierluigi aveva l’incubo di essere considerato “un poeta paraplegico”. Allo stesso modo, io ho l’incubo di essere una “scrittrice Asperger”. No. Io sono una scrittrice, Pierluigi era un poeta, e abbiamo avuto questi limiti nella nostra vita. E un po’ perchè, purtroppo, la diagnosi è arrivata molto tardi, pur avendo io sofferto di grossi problemi fin dall’asilo. Questo ha reso la mia vita molto, molto faticosa. Ho lottato con un nemico invisibile, dai tanti volti, che mi ha sottratto un numero enorme di energie».

Oggi ha imparato a convivere con la sua “sedia a rotelle interiore”? «Ho imparato a essere molto meno fiduciosa, ma soprattutto ad accettare certe cose senza colpevolizzarmi e ad avere una vita più consona alla mia condizione, dunque a non sforzarmi di far sempre le cose per essere “normale”, se esiste una normalità, ma rispettando la mia diversità».


L'Asperger e la sua famiglia con Roberta, una famiglia fuori dal comune. Si è sentita spinta a questo chiarimento, costretta a farlo?

 «Sono una persona che non sa dire che la verità, con la sindrome di Asperger non posso fare altro. La verità è sempre stata questa: vivo da trent’anni con un’amica. E questo, per trent’anni, siccome viviamo in tempi fortemente sessuofobici, ha scatenato l’ossessione che io sono una persona che non ha coraggio di ammettere la realtà. Non è vero niente. Ho avuto una vita sentimentale anche molto ricca, una vita sentimentale eterosessuale, che tra l’altro è poco di moda, molto poco... Ho sempre avuto un’amica del cuore, alle elementari era l’amica Daniela di Trieste, e poi per tutto il corso della vita ce ne sono state altre, che ho tuttora, e che mi hanno sostenuto. Perchè io ho bisogno di una persona che mi aiuti a decifrare la realtà. E questi non possono essere i fidanzati, naturalmente, perchè sono poco inclini a occuparsi dei problemi delle compagne. Ho sempre avuto bisogno di questo sostegno».

Una storia lunghissima... «Trent’anni fa Roberta cercava qualcuno per condividere la casa in campagna in cui abitava. Abbiamo cominciato a vivere insieme per motivi pratici e da lì, siccome siamo caratteri piuttosto compatibili, abbiamo continuato a farlo. E non viviamo sole. Abbiamo allevato bambini, la nostra è una piccola comunità. Il segreto della longevità della nostra convivenza è anche che non viviamo sole, noi due, ma all’interno di un mondo di rapporti molto ricco. Ed è, io credo, una forma alternativa di vivere la propria vita affettiva, che non è quella ufficiale, ma non è neanche la coppia sentimentale, gay. È un modo di vivere nella fraternità, nell’affettività, in modo molto sereno e molto libero, fuori da tutti gli schemi e fuori da tutte le definizioni».


«Cos’è la poesia se non il riconoscere la nostalgia dell’eterno che abita da sempre nei nostri cuori» scrive nel libro.
«L’eterno, come l’anima, è una parola scomparsa dal vocabolario, neanche i preti ne parlano mai. Ma noi siamo tutti racchiusi nell’eterno. Da dove veniamo quando nasciamo? Dove andiamo quando moriamo? C’è uno spazio tempo infinito che io chiamo eterno e che è il luogo in cui si genera tutta la vita. Noi siamo tanto nevrotici adesso, tanto malati perchè ci siamo dimenticati del respiro dell’eterno. Pensiamo che la vita si svolga tutta qui, in questo breve tempo, abbiamo questo zaino pesantissimo sulle spalle, dobbiamo risolvere tutto, salvare il mondo, ma non pensiamo che c’è una dilatazione immensa del tempo spazio in cui la nostra vita in qualche modo si diluisce».


Lei dice di aver dovuto scalare tanti Everest nella sua vita. Quando oggi salirà sul palco per ricordare un amico così intimo...
«Sarà un Everest super. Tant’è che io all’inizio non lo volevo fare, ho detto di sì alla fine per Pierluigi, appunto perchè sarà un Everest di quelli con le bombole di ossigeno».


E quali parole sceglierà? «Leggerò soltanto alcuni pezzi del libro, perchè non potrei fare diversamente, non potrei parlare, mi verrebbero parole retoriche e poi ho la tendenza molto infantile a commuovermi, dunque meglio che legga quello che ho scritto su di noi».


Pierluigi le ha lasciato un’altra storia da scrivere? «No, nessuno spunto, o al momento non me ne rendo conto.  Questo è il mio venticinquesimo libro, adesso mi prenderò un periodo di vacanza. Sto preparando un film con una giovane regista che si chiama Katia Bernardi, dal mio libro “Luisito”. Mi dedicherò a cose molto allegre, a libri per bambini, molto leggeri. Sono una grande scrittrice per bambini, ho tanti lettori. Forse è un lato di me poco conosciuto, ma ho una grande leggerezza, una grande fantasia e adesso che mi sono liberata di quest’ultimo peso voglio dedicarmi proprio alla fantasia».


Dove girerà? «Alla fine abbiamo deciso di girare a Trieste. La sceneggiatura, con l’amica Roberta, ci è venuta bene, speriamo di fare una bella cosa. Mi dà anche tanta gioia lavorare con una persona più giovane, aiutarla a entrare nell’ambiente. È bello occuparsi degli altri, aprirsi agli altri. Cominceremo l’estate prossima».


Come racconterebbe Pierluigi Cappello a un bambino? «Un cuore innocente, un’anima nobile, una persona che non aveva opacità dentro di sè. Come gli eroi delle fiabe, quelli che vincono i draghi». —

martedì 14 agosto 2018

IL LIBRO

 David Litt: Così ho insegnato a Obama a far ridere



David Litt con Obama e il capo degli speechwriter Cody Keenan





David Litt


Prima di House of Cards e Scandal, è stata la serie televisiva West Wing a portarci nelle stanze del potere vicine allo Studio Ovale, nell’ala ovest della Casa Bianca, dove lavorano i più stretti collaboratori dell’uomo più potente del mondo, il presidente degli Stati Uniti. David Litt, per sua stessa ammissione, non è Rob Lowe, l’attore che sul piccolo schermo interpretava il vice capo della comunicazione: aitante, carrierista, sciupafemmine, sempre capace di escogitare la strategia vincente per scongiurare una crisi. Ma Litt, ad appena ventiquattro anni, in quelle stanze del potere ci è entrato davvero, non solo nella fiction. E per Obama, dal 2011 al 2016, ha trovato e scritto molte parole, magari non solo quelle alte e alate che avrebbe sognato, su infrastrutture e giustizia penale, ma le battute, le frasi ironiche, i sottintesi divertenti che hanno fatto ridere e sorridere gli americani. E se non entreranno nella Storia con la s maiuscola, hanno restituito un presidente meno ingessato nel suo perfezionismo e nella sua preparazione, rendendolo in qualche modo umano. Perfino insicuro o disarmato.

Immaginatevi un Obama che non riesce a pronunciare “buona festa” in ebraico e continua a inciampare sul gutturale suono ch di chag sameach. Ha percorso migliaia di chilometri attraverso il pianeta, è distrutto dal jet lag, ma ci prova fino a quando il risultato non è accettabile, consapevole di quanto possa contare una frase, per quanto semplice. «Perché non avevo scritto buone feste in inglese, anziché usare una parola così difficile da pronunciare?» si rammarica Litt, autore del discorso per la Pasqua ebraica. Il problema, spiega, è l’invisibile “polvere magica” che aleggia alla Casa Bianca, il granello sempre in agguato per inceppare la macchina più sofisticata. «Quando sul tuo biglietto da visita c’è lo stemma del presidente, errori altrimenti insignificanti rischiano in un batter d’occhio di trasformarsi in una catastrofe».





È stata un’esperienza entusiasmante, con qualche risvolto surreale, per un neolaureato di Yale diventare uno dei più giovani speechwriter di Potus, President of The United States, secondo l’acronimo ormai familiare anche ai non addetti ai lavori. Tant’è che i veri uomini del presidente, lo chiamano semplicemente P, a marcare una differenza di consuetudine e vicinanza, l’appartenenza a un gruppo ristretto. Arruolato subito dopo l’università tra gli “Obamabot”, gli attivisti e supporter delle campagne elettorali, Litt entra in poco tempo a far parte dello staff superspecializzato delle “penne”. I ghost writer di indirizzi di saluto, commemorazioni, elogi, discorsi sui più diversi temi, gli estensori di quelle “minute” che poi saranno passate palmo a palmo dai fact checker. Un’inesattezza o il rischio di un’interpretazione equivoca possono scatenare tensioni internazionali, crisi politiche, attacchi mediatici, l’ironia degli avversari. Su ogni parola l’ultima parola spetta naturalmente allo stesso P.

“Tuttofare retorico” si definisce Litt, con una specializzazione particolare: entrare in campo quando Obama non deve fare il “grande consolatore” del paese, ma il “grande comico”. È il caso delle cene con i giornalisti, o con i potenti e miliardari, quando serve la battuta fulminante per un titolo che l’indomani conquisti l’opinione pubblica. Litt ha dovuto fare anche qualcosa di meno piacevole: trovare il coraggio per dire al presidente che una sua foto accanto al primo ministro israeliano andava tolta di mezzo prima che sorgesse un incidente diplomatico spiacevole. Il motivo? Da un’angolatura ricordava Hitler.
 

“Grazie, Obama” (HarperCollins, pagg. 375, euro 18,00), le memorie semiserie di un giovane scrittore di discorsi, sono la cronaca brillante di un temporaneo insider della Casa Bianca. Lo stesso Litt lo presenterà a pordenonelegge (www.pordenonelegge.it), nella giornata conclusiva della kermesse, domenica 23 settembre 2018 (all'istituto Vendramini, ore 17).

Aneddoti, curiosità, personaggi. I collaboratori, i portavoce, la sicurezza. Il ritratto del presidente, nei suoi tratti umani e nella sua inumana capacità di lavoro e concentrazione. La sua abilità di andare subito al punto, e il suo gusto di punzecchiare, il suo annunciarsi fischiettando. Il sogno del primo uomo nero a guidare gli Stati Uniti, delle sue riforme a volte difficili, osteggiate, dall’avvio farraginoso, che sono riuscite a migliorare la vita di milioni di americani. L’Obamaworld, con le sue regole, la sua agenda, i retroscena che paiono incredibili in un sistema sottoposto a un controllo maniacale.


Solo chi ha il badge blu può muoversi liberamente e percorrere la West executive Avenue, la strada che separa il generico campus, familiarmente chiamato “palazzo”, dalle autentiche stanze dei bottoni, senza rischiare di essere bloccato dalla sicurezza. Con un’unica eccezione: il gatto Smokey, alimentato in segreto da qualche agente con un debole felino. Il “first randagio” è dotato di uno straordinario senso dell’opportunità politica, che lo spinge a mostrare gli artigli e a far la guardia al sancta sanctorum del presidente quando l’economia dà segni di debolezza o una crisi è all’orizzonte.


In una toilette, quella stessa probabilmente usata da Nixon O Johnson quando erano vice, cui si accede da una scala a spirale che forse anche Roosevelt percorse prima della poliomielite, l’episodio più sconcertante: un filetto di salmone alla griglia, quel giorno nel menù di Ike’s, il deplorevole self service interno, rinvenuto da Litt a galla nel water, intonso. Possibile che fosse stato l’unico altro occupante del bagno, un agente del Secret service, uno degli X-Men che vigilano a vista il presidente, a essersi liberato così platealmente di un piatto sgradito? Cosa c’era dietro? Ed ecco, avverte Litt, ancora una volta l’effetto della polvere bianca, dell’influenza perversa del potere: nè una toilette, nè una scala e nemmeno un filetto di salmone a galla in un water sono semplicemente quello che sono.



E l’Air Force One? Lo chiamono così i neofiti del potere, per gli iniziati è solo “The Plane”. E dentro è tutt’altro che mitico, come nel film con Harrison Ford: i posti sono assegnati in base all’importanza di chi li occupa, con il “cuore” in testa dove il presidente ha l’ufficio privato, quindi il corridoio centrale può essere percorso solo all’indietro, mai avanzando. C’è di più: è rumoroso, fa freddo, una luce stordente sale da terra, si mangia cibo spazzatura ed è impossibile dormire senza i sonniferi che il medico di bordo distribuisce generosamente prima di decollare. Solo un novellino li rifiuterebbe. Un’avvertenza: mai abbuffarsi a colazione prima dell’atterraggio, se non volete trovare una fila interminabile per la toilette e rischiare di scendere in pigiama. In entrambi i casi, Litt ne sa qualcosa.


Spiritoso, autoironico, imprevedibile, sempre affettuosamente partecipe, questo diario ci racconta dall’interno il grande sogno dell’I Care e di quanti, anche solo mettendo in fila le parole più appropriate, hanno contribuito a costruirlo. Compreso un neolaureato che esordì nella West Wing rischiando di pestare un paio di lucide scarpe nere e di scoprire cosa fa il Secret Service agli sprovveduti che danno una testata nel petto di Potus. Anzi, di P.

@boria_a

sabato 5 settembre 2015

L'INTERVISTA


Azza Filali: "Alla mia Tunisia hanno rubato i sogni"


Esce "Ouatann ombre sul mare" (Fazi) primo libro del medico-scrittrice tradotto in italiano



"Ouatann. Ombre sul mare" è il primo libro di Azza Filali tradotto in italiano da Maurizio Ferrara (Fazi editore)

Le storie di cinque personaggi ci restituiscono la Tunisia dei giorni nostri, un paese dove un’intera generazione vive senza sogni e la corruzione e il malaffare sono diventati metastasi in ogni ambiente. La villa sul mare in un villaggio poverissimo vicino a Biserta, è il crocevia di questi destini: l’avvocatessa divorziata Michkat, inquieta e tagliente, il piccolo funzionario Rached, pronto a barattere un incarico e una famiglia incolori per soldi, l’ingegnere Naceur, che porta sulla coscienza i morti legati ai suoi traffici e anela a una rigenerazione morale, il violento Monsour e Faiza, giovane appassionata e sfuggente come un’apparizione. Tutti cercano un futuro, una prospettiva, forse un amore, in una terra dove le differenze sociali, la mancanza di lavoro, le connivenze sinistre tra politica, istituzioni, autorità, hanno cancellato l’idea di comunità nazionale.

Che senso ha, allora, il sacrificio di chi è morto per la libertà? Con un registro lieve, poetico, a tratti ironico, Azza Filali racconta la Tunisia di oggi in un noir che avviluppa il lettore e gli mostra le trasformazioni, le piaghe, il disorientamento di un paese sgranati nell’animo dei personaggi.
Ouatann. Ombre sul mare (Fazi, pagg. 320, euro 17,50) è il primo libro di Azza Filali tradotto in italiano e sarà presentato, in anteprima nazionale, il 18 settembre a Pordenonelegge (Vendramini, ore 15) in un colloquio tra l’autrice e la giornalista Camilla Baresani. Tunisina, medico di professione e scrittrice per vocazione, un master in Filosofia all’Università Paris-1, Filali è una delle voci più intense del Maghreb, donna di lettere e di scienza, già pluripremiata autrice di saggi, racconti e sei romanzi. Ecco che cosa ci ha anticipato.
Azza Filali, medico e scrittrice (courtesy Fazi editore)
Che cosa vuol dire “Ouatann”?
«Questa parola comprende in sè molti significati. Il più comune è “patria”, ma si estende anche a “casa” e, per me, anche all’interiorità delle persone, quello spazio profondo che c’è tra qualcuno e se stesso, una parte del suo animo. È un termine davvero complesso, molto ricco di significati, essenzialmente irrazionali».
Corruzione, diffidenza verso le istituzioni pubbliche, differenze sociali, povertà: sono queste le “ombre” sul mare?
«Proprio così. Le difficoltà sociali nel mio paese sono comuni fin dalla fine del periodo del presidente Bourguiba. Con il presidente Ben Ali è proseguita la disparità tra la regione a est, lungo il mar Mediterraneo, che aveva una relativa prosperità, e la regione a ovest, vicino al confine con l’Algeria, dove il livello di povertà era critico. È accaduto così che la reale situazione delle regioni più interne sia stata “scoperta” dai tunisini dopo la rivoluzione. In realtà le ombre sul mare esistono da decenni. Ma erano nascoste e i turisti che arrivavano in Tunisia venivano accolti con “slogan” del tipo: “sorridete, siete in Tunisia, la Svizzera del Nord Africa”».
Nel libro lei descrive la perdita del senso di appartenenza a una comunità nazionale come una delle patologie della società tunisina.
«Dopo la rivoluzione del 2011, i tunisini hanno scoperto di appartenere a una nazione autonoma. Questo sentimento è andato gradualmente scemando quando le richieste sociali non sono state soddisfatte dai governi successivi. Oggi, la società tunisina è un patchwork di identità. Negli strati sociali più svantaggiati, il senso di appartenenza alla nazione tunisina è molto debole, perchè la gente ha priorità elementari: un lavoro, una casa dove vivere, o semplicemente trovare il modo di sfamare la famiglia. Questo spiega in parte la massiccia immigrazione illegale verso l’Italia di giovani più preoccupati del loro futuro che del futuro della nazione. Ma il fenomeno non riguarda solo i tunisini. Sono convinta che il senso di appartenenza alla comunità nazionale sia diminuito da noi come altrove nel mondo. La crescita dell’individualismo, l’importanza attribuita ai problemi personali, sono tutti fattori che hanno contribuito a questo smarrimento».
La corruzione è il problema principale in Tunisia?
«Come in altri paesi. La differenza è che, dalla rivoluzione in poi, le sacche di corruzione sono state rese pubbliche, mentre le autorità precedenti le occultavano».


Aza Filali
Michkat, la protagonista di “Ouatann”, alla fine decide di rimanere. Perchè?
«Questo personaggio è una metafora del paese. E il messaggio essenziale che trasmette è la sua appartenenza alla Tunisia, anche se non ha una vita semplice per la sua condizione di donna libera e autonoma».
Per tutte le donne del suo libro il sesso non è mai gratificante, a volte brutale. Lei è un medico, oltre che una scrittrice: qual è la sua esperienza?
«Quello della sessualità femminile in Tunisia è un problema complicato. I progressi di cui oggi godono le donne, libertà nella scelta del marito, libertà di decisione, libertà di decidere se avere un figlio o no, hanno modificato l’atteggiamento nei confronti del proprio corpo. Tuttavia anche questa generazione di donne soffre di scarsa informazione sui temi sessuali, perchè le madri appartengono invece a quella precedente e per loro questi argomenti non erano oggetto di discussione fra madri e figlie».
Nel libro lei cita Lampedusa e il Canada, dove si è trasferito il fratello di Michkat. Ma si ha la sensazione che emigrare non sia nemmeno un sogno, semplicemente un ripiego...
«Non è così. Quello dell’emigrazione è un fenomeno che tocca i giovani, che non trovano condizioni sociali di vita accettabili in Tunisia. È considerata l’unica soluzione, malgrado tutti i pericoli cui si espongono. Ma è anche un sogno: andare in un altro posto, conoscere altri modi di vivere, cambiare atmosfera. Per tanti giovani uomini tunisini, che non hanno mai lasciato la loro piccola città, è l’unico modo per tagliare i ponti con un modo di vivere che considerano una prigione».
Eppure nel suo libro proprio uno di questi giovani uomini, Abderrazak, dice “Non voglio che mio figlio diventi italiano”...
«Sono convinta che se molti giovani tunisini trovassero condizioni sociali e professionali per avere una vita dignitosa in Tunisia, non si sentirebbero così attratti dall’idea di scappare. Il personaggio di Abderrazak incarna questo atteggiamento e queste aspettative: rifiuta che suo figlio cresca in Italia e va a riprenderselo».


Azza Filali ospite di Pordenonelegge 2015 (courtesy Fazi editore)
Pensa che dietro gli attacchi terroristici al museo del Bardo e sulla spiaggia di Susa ci sia solo fanatismo religioso?
«Gli attacchi portano la firma di gente che appartiene a gruppi islamici estremisti, ma sono convinta che le motivazioni siano complesse. La più evidente, e semplice, è “odio per gli stranieri che non sono musulmani”. Ma ce n’è un’altra importante: distruggere la stagione turistica in Tunisia e contribuire al disastro economico che ora affonda il paese. Penso che i terroristi fossero il braccio armato di altri gruppi mossi da intrinseche ragioni economiche».
Secondo lei perchè ragazzi e ragazze, magari con una vita apparentemente normale in paesi stranieri, accettano di immolarsi per la causa del Califfato?
«Questi giovani vivono una condizione psicologica particolare: come tutti i loro coetanei, sono entusiasti, hanno bisogno di dare un significato alla loro vita e di essere parte di un movimento. Spesso, però, non trovano un substrato: le loro condizioni di vita sono povere e vuote di grandi significati. Sono suggestionabili ed è facile convincerli a entrare in un gruppo islamico estremista. L’assassino di Susa, per esempio, era uno studente che amava la break dance. Quando suo fratello morì e, proprio nello stesso periodo, il responsabile della regione decise di chiudere il posto dove lui insegnava break dance, si è trovato in una situazione di vuoto e depressione che certo ha contribuito a spingerlo a seguire lezione islamiche e a aderire a un gruppo estremista».


Seifeddine Rezgui, l'attentatore di Susa (www.ilpost.it)
Cosa deve fare l’Europa sulla tragedia dei migranti?
«Non è una questione facile. La prima difficoltà sta nel fatto che non tutti i paesi europei hanno lo stesso atteggiamento politico sulla questione. Secondo: la posizione geografica è diversa. In Italia il problema dell’immigrazione illegale è urgente per la sua frequenza e le sue dimensioni. Ma non ha le stesse caratteristiche in paesi come la Germania o perfino la Francia. Le posizioni non omogenee sono l’ostacolo maggiore».
Il personaggio più affascinante del suo libro è Naceur, l’ingegnere corrotto. Anche a lei sembra piacere molto...
«La vita non è un’autostrada dritta e il valore del destino individuale spesso sta nei cambiamenti che influiscono sugli eventi e sulla psicologia. Quello che dà significato alla storia di un individuo sono “les chemins de traverse”, come le chiamiamo in Francia, le strade impervie, che portano una persona lontano da dove era abituata a stare e le permettono di diventare molto diversa da quella che era prima. Accade a Naceur: la sua strada è frammentata, ecco perchè è così importante nella costruzione della storia».
Lei racconta i problemi gravi del suo paese e della sua gente con un registro poetico, talora ironico...
«L’ironia mi viene spontanea. Tendo sempre ad attenuare il dramma di ogni singola vita. Dietro ogni “serio” evento della vita c’è sempre un dettaglio che distrugge l’eccesso di gravità e apre la strada al sorriso».
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