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mercoledì 20 marzo 2019

IL LIBRO

Paolo Rumiz, nei monasteri benedettini ho trovato le radici dell'Europa






«Tutto è cominciato per caso. Non sapevo nulla di Benedetto, nemmeno quando era vissuto. Mi ero persino dimenticato che fosse il patrono d’Europa. Nell’aprile 2017, durante la traversata a piedi della linea di faglia del terremoto nell’Italia centrale, scendo a piedi verso Norcia e la trovo seduta sulle sue rovine. In mezzo a questa devastazione, vedo la statua di Benedetto, illuminata dalle fotoelettriche, intatta. È stato allora che ho cominciato a chiedermi quale fosse la metafora dietro questa figura intatta, benedicente in mezzo alle rovine. La prima risposta nasceva dai miei dubbi: forse il santo ci sta indicando le macerie prossime venture. Poi mi sono detto: e se invece fosse vero il contrario? E cioè che l’idea benedettina è più forte delle macerie, se il santo stesse dando un segno di fiducia, di rinascita, in un momento pessimo, che per la prima volta vede l’Italia centrale, da sempre sismica, abbandonata a se stessa, piegata da un terremoto che provoca esodi senza ritorno. Un momento che, sulla stessa battigia, accomuna i destini dei migranti italiani a quelli che arrivano da oltreoceano».

Nasce da questa esperienza il nuovo libro di Paolo Rumiz, “Il filo infinito-Viaggio alle radici d’Europa”, dal 21 marzo 2019 in libreria edito da Feltrinelli (pagg. 176, euro 15,00), che l’autore presenterà al teatro Miela di Trieste il 2 aprile in un reading con accompagnamento di canti gregoriani eseguiti da artiste slovene.





Perchè il filo? Perchè Benedetto e i suoi monaci - spiega il giornalista e scrittore triestino - riuscirono a salvare l’Europa negli anni di violenza assoluta e di anarchia che seguirono alla caduta dell’impero romano, ricolonizzarono lande inselvatichite, abbandonate, crearono con i monasteri un network ante-litteram che salvò una cultura millenaria. Con una formula semplicissima, ora et labora, con la forza della fede e la seduzione profonda di una liturgia che coinvolge tutti i sensi, cristianizzarono orde di barbari spietati e violenti e li resero europei. Costruirono un’Europa della preghiera, della cultura, dell’agricoltura, in secoli che furono tutt’altro che bui.

Da una domanda è partito il viaggio di Rumiz, di cui il libro dà testimonianza. E la ricerca di una risposta l’ha portato in alcuni monasteri benedettini, indipendenti e diversissimi tra loro, maschili e femminili, di Italia, Svizzera, Francia, Belgio, Germania, Austria, Ungheria, per poi tornare a Norcia e all’isola di San Giorgio a Venezia, a conoscere da vicino quel “disordine organizzato”, come l’ha definito un abate, che ha custodito nei secoli un’idea oggi messa in pericolo da chiusure e sovranismi.



«Da laico e mangiapreti - dice Rumiz - mi sono convinto che quel fondamento cristiano è pilastro dell’identità europea. E ho voluto capire se nei 73 punti della regola benedettina, ci sia qualcosa che può servire a raddrizzare l’Europa di oggi, a tenerne in piedi l’ideale. L’idea di Europa nasce nei momenti di disperazione. Le più grandi prese di posizione a suo favore, nell’800 e nel XX secolo, sono state fatte quando il nazionalismo trionfava. Pensiamo a Victor Hugo, deriso e fischiato all’Assemblea nazionale francese perchè parlava di stati europei, pensiamo a quello che ha detto Stefan Zweig, suicidatosi a causa del nazismo, parole che sono una stella polare per chi vuole riavvicinarsi all’Europa, nonostante Bruxelles e i burocrati».


Il viaggio, iniziato - racconta Rumiz - sotto i cupi presagi delle devastazioni climatiche, dei proclami anti-migranti, della Brexit, ha avuto un input preciso: l’Europa è un’idea che nasce da chi non ce l’ha e soffre per la sua mancanza. Ecco allora, nei monasteri visitati, la riscoperta degli elementi che rendono attuale il messaggio di Benedetto, a cominciare dall’ascolto dell’altro, fondamento di una leadership non violenta nè assertiva. E l’incontro con i valori della convivialità, del canto. «La scoperta del gregoriano - prosegue Rumiz - è stata destabilizzante per me, i canti sono propedeutici ad avvicinarsi alla componente invisibile della vita. In questo i monasteri, indipendenti da qualsiasi gerarchia ecclesiastica, sono rivoluzionari, danno stimoli che la chiesa non ha. La liturgia ti seduce dal punto di vista acustico, olfattivo, del gusto. Tutto è concertato per convincerti con mezzi non canonici. I barbari sono stati cristianizzati anche grazie al vino, al pane, alla birra, con l’incantamento del canto, non con una liturgia che non avrebbero capito».


Il filo è il network benedettino. Ma anche l’immagine di una suora che faceva la maglia, intravista da una porta semiaperta, nell’area claustrale dell’abbazia lombarda di Viboldone. «Quando vidi quest’anziana vergine - dice Rumiz - mi vennero in mente la parca, il filo di Arianna, il filo del destino, tutte metafore legate alle donne, e pensai all’Europa come a un qualcosa di femminile. Quando lo dissi alla badessa, lei mi accompagnò nella chiesa trecentesca del monastero: c’erano due rosoni decorati, uno con Benedetto, l’altro con sua sorella Scolastica, che teneva in mano il rocchetto e la lana. Allora ho capito che avevo toccato un punto importante della storia».

È necessario imparare di nuovo a narrare l’Europa in modo “credibile”. Questo il messaggio che Rumiz ha raccolto nel corso del viaggio. «Dobbiamo riattivare la memoria di quanto siamo stati capaci di infliggerci, per capire che l’Europa nasce quando ci si massacra di più. Ho chiesto alla badessa di Norcia, una donna con le mani distrutte dal giardinaggio, profondamente immersa nelle cose, se la situazione sia peggiore oggi o al tempo di Benedetto. Oggi, mi ha risposto, perchè abbiamo perso il contatto con l’invisibile. L’Europa non può fondarsi solo sull’idea del benessere».

sabato 18 novembre 2017

IL LIBRO

Paolo Rumiz e la Regina del silenzio


 


Una favola fatta per essere letta ad alta voce. E accompagnata, in sottofondo, da pagine di Grieg, Dvorák, Wagner, Beethoven, Mendelssohn, Mahler, Sibelius, Stravinskij. Perchè ne “La regina del silenzio” - il libro appena uscito di Paolo Rumiz (La Nave di Teseo), che sarà presentato dal giornalista il 19 novembre, alle 19.30, alla Galleria d’arte moderna di Milano nell’ambito di Bookcity, insieme a Moni Ovadia - parole e suoni sono i protagonisti.

Il Piccolo l’ha raccontato in anticipo un mese fa, in occasione della chiacchierata dell’autore a Gorizia, nella rassegna delle 18.03: “La Regina del Silenzio” è piena della musica che Paolo Rumiz ha frequentato assiduamente negli ultimi tre anni, ascoltando i giovani artisti della European Spirit of Youth Orchestra, i loro sogni e la loro passione, e accordando la sua voce di lettore a quella degli strumenti nei concerti in giro per l’Italia.



Paolo Rumiz


Ma nel racconto, che ha il ritmo e le suggestioni delle saghe nordiche, c’è anche il ricordo dell’amico Alfredo Lacosegliaz, scomparso un anno fa, il musicista che ha anticipato a Trieste l’interesse per i suoni balcanici e le contaminazioni con l’Oriente, e che ha composto la partitura per i reading de “La cotogna di Istanbul”, condividendo con lo scrittore chiacchierate, confronti e altri palcoscenici. È lui, in questa favola per grandi e piccoli, a suggerire il personaggio del bardo Tahir, suonatore della tambùriza, che nelle prime pagine accompagna con la sua melodia la morte dell’eroe Vadim. È lui, con codino biondo e baffi spioventi, uomo delle montagne con il fisico possente di un dalmata, che suona per Mila, la figlioletta di Vadim ancora nella pancia della mamma, in modo che impari la musica prima di nascere, come per lui aveva fatto suo nonno.


Quando Mila vede la luce, il popolo dei Burjaki, tiranneggiato dal malvagio re Urdal, vive nell’imposizione del silenzio: non si può suonare, cantare, modulare la voce. Da ogni parola sono cancellate le vocali per svuotarle di ogni musicalità e renderle scure e ferrigne. Quando anche Eco, il mago che suscita i suoni della terra, che genera rimandi e risposte sonore, viene fatto prigioniero, la grande landa (che Rumiz immagina al di là dei Carpazi, dove si stendono Ucraina, Bielorussia, Polonia) sprofonda nella cupezza.
Mila, però, ha conosciuto la musica prima che fosse vietata. Il bardo Tahir, col suo strumento gelosamente custodito e nascosto, suonava per lei, facendo della pancia di sua madre Tassìa una cassa armonica. L’uomo e la nascitura erano separati solo da una sottile membrana e, tra i due, le note creavano un flusso, una comunione indissolubile. Così, quando nacque, Mila non pianse ma cantò e continuò a farlo al di là di ogni divieto, privilegiando l’armonia alle parole, perchè la prigionia di Eco impediva alla sua fragile voce di diffondersi e suscitare la collera dei tiranni.


La musica come ponte tra i popoli, come strumento di dialogo e comprensione: questo è il messaggio della favola. E come Tahir-Lacosegliaz, anche la protagonista è stata ispirata da un incontro, quello con la violinista quindicenne Alexsandra Latinovic, serba, che Rumiz ha conosciuto nella giovane orchestra dallo “spirito europeo”, diretta da Igor Coretti-Kuret. Sarà Mila-Alexsandra a scendere il fiume Limantra (come il Limentra dove la famiglia Guccini ha il mulino...) e poi a risalire la Montagna Nera in cerca di Tahir. Insieme a lui, e a un “esercito” di musicisti, sconfiggerà senza combattere i signori del silenzio, annichiliti dalla potenza di suoni che non conoscono.


Li si vede in copertina, nell’illustrazione firmata da Cosimo Miorelli, figlio di Moreno, fondatore di Stazione Topolò. Le “cornici” dei capitoli sono invece del calligrafo Pietro Porro. Tutti, dice Rumiz, “uomini di confine”. Che, i confini, conoscono l’importanza di cancellarli, anche nei cuori.
@boria_a

mercoledì 18 ottobre 2017

IL LIBRO

Paolo Rumiz e la regina, da leggere e ascoltare 


Il bozzetto per la copertina del libro firmato da Cosimo Miorelli


Una favola piena di suoni contro la violenza del silenzio e del troppo rumore. Un invito ad ascoltare se stessi e gli altri e a non farsi tiranneggiare dal frastuono che ci assedia. È l’ultima avventura letteraria di Paolo Rumiz, che sarà in libreria il 16 novembre 2017 edita da La Nave di Teseo. S’intitola “La Regina del Silenzio” e l’autore ne darà qualche anticipazione giovedì 19 ottobre, a Gorizia, nella sala Apt, ospite della rassegna “Il libro delle 18.03”, in dialogo con la giornalista Martina Vocci.


Paolo Rumiz


Il libro è dedicato all’amico musicista triestino Alfredo Lacosegliaz, scomparso un anno fa, l’artista che anticipò l’interesse per la musica balcanica e le contaminazioni con i suoni che venivano dall’Oriente: su di lui e il suo codino grigio è modellato uno dei protagonisti della storia, il bardo Tahir, discendente di un popolo guerriero che canta la nostalgia e con la sua tambùriza seduce uomini e animali.
«Questa favola - racconta Rumiz - è stata scritta in due settimane, ma è nata oralmente, ascoltando le storie degli altri, raccogliendo briciole in giro per il mondo, rubando racconti. È una storia fatta per essere letta ad alta voce. Io ascolto sempre il suono di quello che scrivo. La letteratura può sopravvivere solo se immette più oralità nella scrittura».


“La Regina del Silenzio” ha avuto una gestazione lunga, forse inconsapevole nel suo stesso autore. Comincia a sedimentare circa otto anni fa, quando la musica è entrata fortemente nella vita di Paolo Rumiz. L’amicizia con Lacosegliaz, poi con Riccardo Muti, che gli suggerisce la forma della ballata per “La cotogna di Istanbul”, il romanzo-canzone pubblicato nel 2010, più volte riscritto e collaudato nelle letture in pubblico, di cui sta per uscire ora la versione definitiva in spagnolo. Infine, l’incontro con Igor Coretti-Kuret e con la sua European Spirit of Youth Orchestra, il complesso di novanta giovanissimi musicisti, di paesi diversi, che ogni anno si scioglie e l’anno dopo rinasce, con altri talenti in erba, sconosciuti gli uni agli altri. «Per me incontare quest’orchestra è stata un’epifania - dice Rumiz - ha fatto entrare l’armonia nella mia vita. Condividere i problemi dei ragazzi, ascoltarli, rispondere alle loro domande, mi ha dato una grande lezione di gioia. Abbiamo collaborato per tre anni, l’ultimo con una vera e propria tournée in tutta Italia, da Trento a Matera, dove ho visto giovani che provengono dalle pianure sconfinate dell’est Europa paralizzati dalla bellezza del luogo, dall’emozione di suonare su un burrone abitato».


Il libro è fortemente legato a quest’esperienza, voluto per sostenere la Youth Orchestra, «che le istituzioni - si rammarica Rumiz - ignorano completamente». Ciascuno dei venti capitoli di cui si compone la favola è accompagnato dal suggerimento di un brano da ascoltare - Grieg, Dvorák, Wagner, Beethoven, Mendelssohn, Mahler, Sibelius, Stravinskij, solo per citare alcuni autori - e più della metà di queste pagine sono state eseguite nei concerti della European Spirit of Youth Orchestra, dove Rumiz si affiancava con la lettura.


La protagonista della “Regina del Silenzio” è Mila, una bimba che nasce quando suo padre, il guerriero Vadim, è già morto, ucciso in uno scontro con il bisonte dalle corna avvelenate della regina Ubidaga, la tiranna che ha imposto il silenzio degli strumenti e la cancellazione delle vocali, per schiavizzare un popolo privandolo di gioia e armonia. Ma Mila, quando era nella pancia della mamma, ha ascoltato la musica prima che fosse bandita, ha imparato la melodia della tambùrica di Tahir, il bardo che ha accompagnato con le sue note il momento del trapasso del padre. Mila vive nella proibizione della musica, ma sente dentro di sè la nostalgia di qualcosa che ha conosciuto e che la rende inquieta. Finchè il nonno Lev rompe l’omertà, raccontandole del bardo che ha suonato per sua madre incinta di lei, e la giovane decide di andare a cercarlo: insieme libereranno Eco, fatto prigioniero dalla tiranna, e restituiranno sonorità al paese. Lungo il cammino Mila incontra un maestro di violino e lei, che non ha mai suonato, ma per sei anni, prima di profferire parola, si è concentrata sull’ascolto di ogni suono intorno a sè, subito riesce a far vibrare le corde con l’archetto e a restituire la magia dei fruscii, degli scrosci, dei mormorii, dei sussurri che ha assimilato.



La violinista Aleksandra Latinovic


«La protagonista - racconta Rumiz - l’ha ispirata una giovane dell’orchestra, il primo violino Aleksandra Latinovic, quindici anni, serba. Anche lei non ha parlato fino ai cinque anni, ma ha fatto vibrare le corde del suo strumento prima delle vocali. È questo il segreto: nell’orchestra si insegna non a “performare” ma ad ascoltare, se stessi innanzitutto, poi gli altri. E quando torni a casa sei molto diverso da come sei arrivato».


Il libro, ci tiene a dire Rumiz, è frutto di una collaborazione tra “uomini di confine”. L’amico Piero Porro, calligrafo, ha creato le “cornici” dei capitoli in un alfabeto runico un po’ “latineggiante”, più vicino a noi, mentre la copertina e le illustrazioni sono firmate da Cosimo Miorelli, figlio di Moreno, fondatore del festival Stazione Topolò. «Cosimo - prosegue lo scrittore - che ora vive a Berlino, è cresciuto artisticamente a Topolò, dove ha visto arrivare artisti da tutta Europa. Da piccolo si è seduto sulle ginocchia di Peter Handke, ha respirato l’ambiente favolistico vicino alla frontiera. Gli ho chiesto di ispirarsi alle illustrazioni di due volumetti della sagra finnica Kalevala, che mi erano stati regalati da un amico di Monika Bulaj, durante il nostro viaggio, dalla Finlandia all’Ucraina, nel 2008, da cui è nato il mio libro “Trans Europa Express”. Ne abbiamo discusso e i disegni sono nati dai nostri dialoghi. Sulla copertina ci sono i musicisti che entrano nel regno del silenzio, illuminati da fiaccole, e lasciano stupefatti i soldati, che dopo tanti anni di silenzio sono incapaci di combattere».
 

Sulla copertina Miorelli ha disegnato anche la mappa del paese immaginario dove è ambientata la favola. È la terra dei Burjaki, la grande pianura oltre i Carpazi dove si stendono l’Ucraina, la Bielorussia, la Polonia. E dove, in assenza della cassa di risonanza naturale delle montagne, i popoli sono costretti a cantare per non deprimersi. Il Mare del Nord è il Baltico, Negroponto il Mar Nero, Ramadania un paese arabo d’oriente.
 

Quanto alla scelta dell’editore, Rumiz precisa che l’idea del libro è nata in un ristorante triestino insieme a Elisabetta Sgarbi. Lui le racconta dell’orchestra giovanile che gli sta a cuore, lei si dà da fare per sostenerla e suggerisce l’idea della fiaba. E così, con la Nave di Teseo, lo scrittore-camminatore firma la sua prima storia di pura invenzione. «Se non fossi diventato nonno - conclude Rumiz - questa macchina fiabesca forse non si sarebbe messa in moto». Per addormentare i suoi figli, quando gli veniva sonno e non sapeva più cosa inventare, scandiva i numeri col ritmo del verso. Ma dai due nipotini, non può permettersi di essere colto narrativamente impreparato.
@boria_a

mercoledì 28 settembre 2016

IL LIBRO




 Lungo il miglio dei profughi, tra Grecia e Macedonia




È un popolo in cammino quello che Luigi Ottani ha fotografato lungo i binari tra Idomeni, in Grecia, e la cadente stazione di Gevgelija, in Macedonia. Scatti in bianco e nero, potenti e fuori dal tempo, di un’umanità in marcia al passo delle traversine lungo il miglio che la separa dal confine tra i due paesi, realizzati tra il 20 e il 27 agosto 2015. Sono del popolo che ce l’ha fatta a proseguire verso il cuore dell’Europa, prima che un muro spinato interrompesse la rotta balcanica proprio qui e allontanasse all’infinito la tappa successiva, Preševo, al confine serbo, rovesciando su Idomeni l’urto di migliaia di disperati.

Queste foto, al contrario, trasmettono un’incrollabile determinazione, una serenità lacera ma inscalfibile, nei grandi e nei piccoli, nei vecchi e nei mutilati: ci sono uomini colti dall’obbiettivo nell’attimo di piegarsi sul tappeto della preghiera, davanti all’ossatura di un treno, famiglie che avanzano tra i binari con i neonati in braccio e il passato nei sacchi della spazzatura, occhi scuri di bambini impigliati nei gomitoli di filo spinato, stampelle appoggiate tra zaini e sporte, una marea accovacciata sotto i muri scrostati, quasi sospesa in uno spazio altro, in attesa di salire su uno dei due treni giornalieri, o su un pullman, un taxi, a seconda dei soldi salvati.



"Dal libro dell'esodo", foto di Luigi Ottani (Piemme)


Le immagini di Ottani sono state raccolte nel volume “Dal libro dell’esodo” (Piemme, euro 17,50), curato dall’attrice e documentarista Roberta Biagiarelli, che l’ha accompagnato sul confine greco-macedone, e con i contributi dello scrittore e giornalista Paolo Rumiz, di Cécile Kyenge, ministro per l’Integrazione sotto il governo Letta, e ancora di Michele Nardelli, Carlo Saletti e Ismail Fayad, amici incontrati dall’autrice in tempi diversi sullo stesso confine.


Biagiarelli e Ottani erano, in quella settimana di agosto 2015, gli unici italiani presenti nell’imbuto ferrato in cui i profughi dovevano per forza procedere a piedi, per dichiararsi alle autorità macedoni. «Senza alcuna esitazione - scrive la donna negli appunti presi sul tablet - siamo entrati nelle loro scarpe, chi le aveva ancora le scarpe, sbrindellate, sfondate, divorate dai chilometri percorsi, in tanti le avevano perse lungo il tragitto... Io sono diventata un orecchio, Luigi un occhio». E dalle parole dei profughi raccolte da Biagiarelli, dai loro visi riflessi nell’obbiettivo di Ottani, è nato questo libro, che è, al tempo stesso, testimonianza forte, documento e denuncia della cecità dell’Europa. Scrive Rumiz, nel saggio introduttivo: «La chiusura di fronte ai nuovi venuti può mandare in pezzi l’Europa assai più in fretta della spinta migratoria e di un’aggressione militare dall’esterno. Ma una parte di colpa in questa ostilità di fondo - destinata a crescere - sta nella mancanza di ascolto da parte della politica».


Il mondo è di chi cammina, avverte Rumiz. E l’esodo non si arresterà. L’Europa, al contrario, è stritolata in un paradosso. «Manifesta non la paura dell’Isis, ma delle sue vittime. Non sente i pericoli reali, ma le paranoie. Fa il gioco - conclude - di tagliagole che crede lontani, mentre sono prossimi a sbarcare a Marsiglia o in piazza San Marco».