MODA & MODI
Il mollettone alla conquista del Rossetti
Il mollettone fermacapelli di plastica è sdoganato. Esce dalle docce, dalle palestre, dalle spiagge e marcia orgogliosamente alla conquista del Teatro Rossetti di Trieste, in una recente soirée di mondanità a chilometro zero. Chi l’ha detto che l’utile aggeggio debba restare confinato all’intimità domestica o al tempo libero? Avvistato nell’affollato parterre del Politeama, svettava senza timidezze su un abito fiammante e alla sommità di un capino platinato, rivendicando il suo posto tra stiletti, plateau e pochettine bonbon. Un caso isolato? Tutt’altro. Nella stessa giornata, all’Hotel Savoia, nel pomeriggio con relatore illustre che ha preceduto il gala in teatro, un altro mollettone, ingentilito da strass, passeggiava nell’uditorio ad altezza considerevole. Due nello stesso giorno non fanno temere l’epidemia, ma ce n’è abbastanza per registrare un inquietante “upgrade”.
Le orfane e le fan di Sex&TheCity ricorderanno lo “scrunchie”, quell’elastico di tessuto per capelli da insegnante di aerobica che Carrie, la protagonista della serie, bollava senza pietà come segno inequivocabile di provincialismo e gusto ordinario. Qualche anno fa l’elasticone visse un estemporaneo ritorno di fiamma, quando Hillary Clinton fu paparazzata in occasioni ufficiali all’estero con i capelli trattenuti da dischi di stoffa bianchi e neri. Contribuirono alla resurrezione anche un paio di attrici come Catherine Zeta-Jones e Sienna Miller, beccate a fare shopping con lo “scrunchie” abbinato alla pelliccia e agli occhiali da diva.
Fu un momento di gloria intenso, ma breve. In fondo si trattava solo del segretario di Stato americano, mica di un’influencer da milioni di follower su Instagram. Accettata la candidatura democratica alla Casa Bianca, cinque anni dopo, Hillary si tolse il grillo dalla testa e ricomparve in pubblico solo con la “political bob” o “pob”, mezza frangia per donne di potere, come la Merkel e Theresa May, che manuteneva a prezzi da capogiro. Dello scrunchie si perse ogni traccia.
Oggi, però, la moda la detta l’influencer.
Teniamo le dita incrociate: se un’azienda di mollettoni griffati ne regalerà una scorta alle Ferragni sparpagliate in tutto il mondo, anche il forchettone di plastica avrà di nuovo il suo meritato momento di gloria. E l’anonima signora triestina sarà stata un’involontaria e geniale anticipatrice di tendenza.
@boria_a
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lunedì 4 giugno 2018
sabato 2 giugno 2018
L'INTERVISTA
Vittorio Zucconi e l'accappatoio rubato a Trieste
La Lettera 22 su cui suo padre, giornalista, batteva furiosamente, fino all’alba. Il videoregistratore Betamax che gli permise, con moglie e figli piccoli, di non soccombere alla plumbea televisione sovietica, negli anni da corrispondente da Mosca. Il pacchetto di wafer divorato a Kuwait City, nel giorno della liberazione da Saddam, accanto a un’imbronciata Oriana Fallaci, che voleva essere la sola. E l’America percorsa in lungo e in largo dietro agli aspiranti presidenti, scoprendone i lati privati, le debolezze e le virtù.
La vita di un giornalista di razza come Vittorio Zucconi è fitta di incontri, personaggi, occasioni straordinarie. Di sapori, oggetti, auto, animali, trovati o lasciati da un capo all’altro del mondo. Cose e paesi che, nel suo ultimo libro, “Il lato fresco del cuscino” (Feltrinelli), gli permettono di ripercorrere un’eccezionale avventura di cronista, in un viaggio nella memoria condotto tra ironia e un po’ di nostalgia. Ne ha parlato a Trieste, in occasione del Premio Luchetta, e ha promesso di fare ammenda per un lontano "fattaccio".
Lei ha coperto per quattordici volte le campagne presidenziali americane. Ci racconta qualche presidente? Clinton, per esempio…
«Tra tutti quelli che ho seguito da vicino era il più grande candidato elettorale che abbia mai visto. Un mostro. Quando entrava in una sala, ci fossero 20 o 2000 persone, lui risucchiava tutta l’aria... anche se la parola risucchiare non è la più indicata, visti i precedenti... Aveva la capacità di trasformarsi nei suoi interlocutori: se parlava con una donna diventava donna, se parlava con un ricco diventava ricco, se parlava con un nero diventava nero. Era completamente zelighiano e ti dava l’impressione, che tu in quel momento fossi la persona più importante del mondo. Ecco perché era così bravo a sedurre le donne. L’altro grande candidato che ho visto all’opera è stato Ronald Reagan: simpatico, umano, spiritoso. Clinton non era spiritoso...».
L’ex attore che pochi prendevano sul serio… «Sì, dimenticando una cosa che avremmo poi tutti scoperto, anche in Italia, che ogni uomo o donna che voglia far fortuna in politica deve essere un po’ attore o attrice. Dopo gli anni ’60, dopo l’irruzione della televisione come elemento dominante, tutti devono saper recitare la loro parte. Reagan disse a un giovane deputato repubblicano che era andato a rendergli omaggio alla Casa Bianca: “Ricordati che in politica per avere successo devi essere sincero. Se riesci a sembrare sincero ce l’hai fatta”».
E Obama? «Un grande oratore, però con lo spartito. Non era bravo a improvvisare come Clinton, ma, come Reagan, aveva il copione e anche la battuta pronta. I presidenti ripetono cinque, sei, sette volte al giorno, in paesi e città diverse, sempre le stesse cose, ma quando le diceva Obama acquistavano vita. Aveva lo stesso problema che poi avrebbe avuto Hillary Clinton, quello di non sembrare troppo nero, di dare l’impressione che lui fosse un uomo qualsiasi, un candidato da votare indipendentemente dal colore della pelle, o, come sarebbe stato per Hillary, dal genere. Quindi non era bravo come gli altri, era bravissimo. In rapporto agli avversari, s’intende, perché la politica ha la stessa legge dello sport: non puoi battere qualcuno con nessuno. I suoi avversari erano dei nessuno, quindi ebbe buon gioco».
Hillary? «Due donne in assoluto contrasto tra di loro: c’era la Hillary pubblica, quella dei comizi, completamente rigida, chiusa nella sua bravura, nella sua intelligenza, nella sua preparazione. Straordinaria, però non sapeva comunicare. Poi c’era la Hillary privata, che ho avuto la fortuna di incontrare in alcune occasioni. Mi colpiva moltissimo come rideva. In pubblico aveva una risata da palcoscenico, fredda, artificiale. Quando era in privato rideva come una ragazza, risate spontanee, cristalline, anche un po’ “stupidine”. Sono stato tentato più volte di dirle: “Hillary ma perché non porti ai comizi questa donna? Butta via quell’altra. Parla dei nipoti, della figlia, della tua vita”. Le due Hillary che non si sono mai ricomposte, alla fine hanno creato una tragedia umana grandissima. Una donna che alle 8 di sera dell’8 novembre 2016 era presidente degli Stati Uniti, la prima donna presidente, e tre ore dopo era una donna qualsiasi».
Hillary ha sofferto la modaiola Michelle Obama? «Michelle non l’ha sofferta tanto personalmente, anche se dei rapporti tra le due abbiamo poche tracce, perché erano molto diverse. Hillary non avrebbe mai indossato jeans o zampettato per pomodori e peperoni in cortile. Michelle aveva il grande vantaggio che, essendo donna e non avendo un ruolo istituzionale, poteva non nascondere né la sua femminilità, che era prorompente, né il suo sangue di origine africana. I colori che indossava avevano chiaramente un sapore di Africa. Mentre Hillary con quel tailleur pantalone sembrava un soldatino di piombo. Erano assolutamente incompatibili, ma non credo che Hillary abbia sofferto direttamente il confronto... Il suo confronto era secondo me con il fantasma del marito, di Bill».
Aveva previsto la possibilità che Trump vincesse? «Non posso dire di averlo fatto, anche perché chi potevo essere io contro gli ultimi 158 sondaggi, dei quali 157 davano Hillary come sicura vincitrice? Sarebbe stato un po’ presuntuoso... Però avevo avvertito sia il giornale, sia attraverso twitter e i social network, che esisteva più di una possibilità che Trump ce la facesse. Perché sentivo arrivare il brontolio dal ventre dell’America. E soprattutto la non voglia di eleggere un altro Clinton alla Casa Bianca. In gergo americano si chiama la “Clinton fatigue”, la stanchezza: era pure buono, ma otto piatti di caviale no, datemi un pezzo di pane. Ho visto arrivare non tanto la vittoria di Trump quanto la sconfitta di Hillary».
Che ne pensa della first lady Melania? «Mi fa un po’ pena, mi sembra una farfalla inchiodata con uno spillo, come in certi musei di storia naturale. Bella, terrorizzata all’idea di invecchiare e lo si vede, perché è una donna che finora ha fatto della bellezza la sua forza. Vive un po’ prigioniera nella Casa Bianca, aggrappata a quel bellissimo bambino, Barron, che riesce a difendere come un’orsa coi cuccioli. Ha tentato qualche sortita in pubblico con delle iniziative, ma tutto molto artificiale. Michelle era notoriamente non contenta di stare alla Casa Bianca, però recitava la sua parte col massimo possibile della felicità. Melania mi sembra una prigioniera del castello: della funzione istituzionale, dell’imbarazzo di essere la prima first lady che parla con un fortissimo accento straniero. E poi vive all’ombra di un mostro, del gigante con la pannocchia in testa, che si mangia tutta la scena, che dice delle cose invereconde, che ha chiaramente un rapporto con le donne non proprio esemplare».
La passione per questo mestiere è nata con la famosa Lettera 22 di suo padre? «Beh sì, anche se nel libro racconto che rimasi completamente sedotto dalla prima visita in tipografia, dall’odore del piombo fuso. Mio padre lavorava credo al Popolo, che era l’edizione milanese del giornale della Democrazia cristiana. I miei fratelli e sorelle non provarono mai il desiderio di fare il giornalista, mentre a me affascinava l’idea da quando vidi mio padre partire per l’Ungheria nel ’56. Ero un bambino, la rivolta di Budapest, i carri armati... Mia madre piangeva, io provavo un’invidia divorante: mio padre va al centro della cosa di cui oggi tutti parlano... Ma ho visto anche l’altra faccia del mestiere di scrivere, cioè l’immensa fatica. Chi dice che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, è perché non l’ha mai fatto davvero».
Nel libro confessa un “reato”, commesso proprio a Trieste... «Mi vuole mettere in difficoltà perché ci devo tornare… Beh, sono stato affascinato da un meraviglioso accappatoio e l’ho rubato... Lo uso ancora a Washington, di un cotone fantastico, resistentissimo. E me lo sono insaccato in valigia. Una di quelle cose vergognose perché non è che non potessi permettermelo, quindi quando tornerò in quell’albergo (i Duchi, nel libro lo scrive, ndr) cercherò di pagarlo. Voglio saldare questo debito perché ho rubato solo due cose nella mia vita. La prima, un chiodo: una volta stavo piazzando dei quadri in casa e andai dal ferramenta lì a Washington. I chiodi li vendevano dentro delle grandi ceste, ma c’era la fila... io ne presi uno, me lo misi in tasca e uscii. Sono passati sedici anni e quel chiodo mi brucia in tasca da allora. E l’accappatoio, ogni volta che esco dalla doccia a Washington e me lo infilo, mi dà un brivido di colpa che cercherò di saldare tornando a Trieste».
Com’è l’Italia vista dall’America in questo momento? «È come l’Italia vista dall’Italia. Cioè un enigma avvolto in un mistero, si diceva una volta nell’Unione Sovietica. È inquietante per me vedere come questo paese stia tornando furiosamente indietro nel tempo e come si stia di nuovo dividendo in vari paesi, signorie, comuni. Abbiamo due Italie che non si parlano praticamente più e che vivono una vita parallela. E che rischiano soprattutto di staccarsi dall’Europa, l’ipotesi che mi preoccupa di più. È venuta in Italia mia figlia, una signora nei suoi anta, con delle amiche, e hanno deciso di andare a Roma. Ero spaventato un po’ all’idea, non tanto per mia figlia, ma per quelle signore di sobborgo americano col praticello verde, il golden retriver, lo steccato bianco, che arrivano nel merdaio romano… Invece, sono tornate con una cotta da ragazzine, entusiaste, drogate di pastasciutta, cacio e pepe. A volte forse noi siamo più severi nel giudicarci di quanto facciano gli altri. Stare a Roma cinque giorni non è come viverci, però abbiamo ancora una capacità di seduzione, nonostante tutto, che sottovalutiamo.
@boria_a
Vittorio Zucconi e l'accappatoio rubato a Trieste
La Lettera 22 su cui suo padre, giornalista, batteva furiosamente, fino all’alba. Il videoregistratore Betamax che gli permise, con moglie e figli piccoli, di non soccombere alla plumbea televisione sovietica, negli anni da corrispondente da Mosca. Il pacchetto di wafer divorato a Kuwait City, nel giorno della liberazione da Saddam, accanto a un’imbronciata Oriana Fallaci, che voleva essere la sola. E l’America percorsa in lungo e in largo dietro agli aspiranti presidenti, scoprendone i lati privati, le debolezze e le virtù.
La vita di un giornalista di razza come Vittorio Zucconi è fitta di incontri, personaggi, occasioni straordinarie. Di sapori, oggetti, auto, animali, trovati o lasciati da un capo all’altro del mondo. Cose e paesi che, nel suo ultimo libro, “Il lato fresco del cuscino” (Feltrinelli), gli permettono di ripercorrere un’eccezionale avventura di cronista, in un viaggio nella memoria condotto tra ironia e un po’ di nostalgia. Ne ha parlato a Trieste, in occasione del Premio Luchetta, e ha promesso di fare ammenda per un lontano "fattaccio".
Lei ha coperto per quattordici volte le campagne presidenziali americane. Ci racconta qualche presidente? Clinton, per esempio…
«Tra tutti quelli che ho seguito da vicino era il più grande candidato elettorale che abbia mai visto. Un mostro. Quando entrava in una sala, ci fossero 20 o 2000 persone, lui risucchiava tutta l’aria... anche se la parola risucchiare non è la più indicata, visti i precedenti... Aveva la capacità di trasformarsi nei suoi interlocutori: se parlava con una donna diventava donna, se parlava con un ricco diventava ricco, se parlava con un nero diventava nero. Era completamente zelighiano e ti dava l’impressione, che tu in quel momento fossi la persona più importante del mondo. Ecco perché era così bravo a sedurre le donne. L’altro grande candidato che ho visto all’opera è stato Ronald Reagan: simpatico, umano, spiritoso. Clinton non era spiritoso...».
L’ex attore che pochi prendevano sul serio… «Sì, dimenticando una cosa che avremmo poi tutti scoperto, anche in Italia, che ogni uomo o donna che voglia far fortuna in politica deve essere un po’ attore o attrice. Dopo gli anni ’60, dopo l’irruzione della televisione come elemento dominante, tutti devono saper recitare la loro parte. Reagan disse a un giovane deputato repubblicano che era andato a rendergli omaggio alla Casa Bianca: “Ricordati che in politica per avere successo devi essere sincero. Se riesci a sembrare sincero ce l’hai fatta”».
E Obama? «Un grande oratore, però con lo spartito. Non era bravo a improvvisare come Clinton, ma, come Reagan, aveva il copione e anche la battuta pronta. I presidenti ripetono cinque, sei, sette volte al giorno, in paesi e città diverse, sempre le stesse cose, ma quando le diceva Obama acquistavano vita. Aveva lo stesso problema che poi avrebbe avuto Hillary Clinton, quello di non sembrare troppo nero, di dare l’impressione che lui fosse un uomo qualsiasi, un candidato da votare indipendentemente dal colore della pelle, o, come sarebbe stato per Hillary, dal genere. Quindi non era bravo come gli altri, era bravissimo. In rapporto agli avversari, s’intende, perché la politica ha la stessa legge dello sport: non puoi battere qualcuno con nessuno. I suoi avversari erano dei nessuno, quindi ebbe buon gioco».
Hillary? «Due donne in assoluto contrasto tra di loro: c’era la Hillary pubblica, quella dei comizi, completamente rigida, chiusa nella sua bravura, nella sua intelligenza, nella sua preparazione. Straordinaria, però non sapeva comunicare. Poi c’era la Hillary privata, che ho avuto la fortuna di incontrare in alcune occasioni. Mi colpiva moltissimo come rideva. In pubblico aveva una risata da palcoscenico, fredda, artificiale. Quando era in privato rideva come una ragazza, risate spontanee, cristalline, anche un po’ “stupidine”. Sono stato tentato più volte di dirle: “Hillary ma perché non porti ai comizi questa donna? Butta via quell’altra. Parla dei nipoti, della figlia, della tua vita”. Le due Hillary che non si sono mai ricomposte, alla fine hanno creato una tragedia umana grandissima. Una donna che alle 8 di sera dell’8 novembre 2016 era presidente degli Stati Uniti, la prima donna presidente, e tre ore dopo era una donna qualsiasi».
Hillary ha sofferto la modaiola Michelle Obama? «Michelle non l’ha sofferta tanto personalmente, anche se dei rapporti tra le due abbiamo poche tracce, perché erano molto diverse. Hillary non avrebbe mai indossato jeans o zampettato per pomodori e peperoni in cortile. Michelle aveva il grande vantaggio che, essendo donna e non avendo un ruolo istituzionale, poteva non nascondere né la sua femminilità, che era prorompente, né il suo sangue di origine africana. I colori che indossava avevano chiaramente un sapore di Africa. Mentre Hillary con quel tailleur pantalone sembrava un soldatino di piombo. Erano assolutamente incompatibili, ma non credo che Hillary abbia sofferto direttamente il confronto... Il suo confronto era secondo me con il fantasma del marito, di Bill».
Aveva previsto la possibilità che Trump vincesse? «Non posso dire di averlo fatto, anche perché chi potevo essere io contro gli ultimi 158 sondaggi, dei quali 157 davano Hillary come sicura vincitrice? Sarebbe stato un po’ presuntuoso... Però avevo avvertito sia il giornale, sia attraverso twitter e i social network, che esisteva più di una possibilità che Trump ce la facesse. Perché sentivo arrivare il brontolio dal ventre dell’America. E soprattutto la non voglia di eleggere un altro Clinton alla Casa Bianca. In gergo americano si chiama la “Clinton fatigue”, la stanchezza: era pure buono, ma otto piatti di caviale no, datemi un pezzo di pane. Ho visto arrivare non tanto la vittoria di Trump quanto la sconfitta di Hillary».
Che ne pensa della first lady Melania? «Mi fa un po’ pena, mi sembra una farfalla inchiodata con uno spillo, come in certi musei di storia naturale. Bella, terrorizzata all’idea di invecchiare e lo si vede, perché è una donna che finora ha fatto della bellezza la sua forza. Vive un po’ prigioniera nella Casa Bianca, aggrappata a quel bellissimo bambino, Barron, che riesce a difendere come un’orsa coi cuccioli. Ha tentato qualche sortita in pubblico con delle iniziative, ma tutto molto artificiale. Michelle era notoriamente non contenta di stare alla Casa Bianca, però recitava la sua parte col massimo possibile della felicità. Melania mi sembra una prigioniera del castello: della funzione istituzionale, dell’imbarazzo di essere la prima first lady che parla con un fortissimo accento straniero. E poi vive all’ombra di un mostro, del gigante con la pannocchia in testa, che si mangia tutta la scena, che dice delle cose invereconde, che ha chiaramente un rapporto con le donne non proprio esemplare».
La passione per questo mestiere è nata con la famosa Lettera 22 di suo padre? «Beh sì, anche se nel libro racconto che rimasi completamente sedotto dalla prima visita in tipografia, dall’odore del piombo fuso. Mio padre lavorava credo al Popolo, che era l’edizione milanese del giornale della Democrazia cristiana. I miei fratelli e sorelle non provarono mai il desiderio di fare il giornalista, mentre a me affascinava l’idea da quando vidi mio padre partire per l’Ungheria nel ’56. Ero un bambino, la rivolta di Budapest, i carri armati... Mia madre piangeva, io provavo un’invidia divorante: mio padre va al centro della cosa di cui oggi tutti parlano... Ma ho visto anche l’altra faccia del mestiere di scrivere, cioè l’immensa fatica. Chi dice che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, è perché non l’ha mai fatto davvero».
Nel libro confessa un “reato”, commesso proprio a Trieste... «Mi vuole mettere in difficoltà perché ci devo tornare… Beh, sono stato affascinato da un meraviglioso accappatoio e l’ho rubato... Lo uso ancora a Washington, di un cotone fantastico, resistentissimo. E me lo sono insaccato in valigia. Una di quelle cose vergognose perché non è che non potessi permettermelo, quindi quando tornerò in quell’albergo (i Duchi, nel libro lo scrive, ndr) cercherò di pagarlo. Voglio saldare questo debito perché ho rubato solo due cose nella mia vita. La prima, un chiodo: una volta stavo piazzando dei quadri in casa e andai dal ferramenta lì a Washington. I chiodi li vendevano dentro delle grandi ceste, ma c’era la fila... io ne presi uno, me lo misi in tasca e uscii. Sono passati sedici anni e quel chiodo mi brucia in tasca da allora. E l’accappatoio, ogni volta che esco dalla doccia a Washington e me lo infilo, mi dà un brivido di colpa che cercherò di saldare tornando a Trieste».
Com’è l’Italia vista dall’America in questo momento? «È come l’Italia vista dall’Italia. Cioè un enigma avvolto in un mistero, si diceva una volta nell’Unione Sovietica. È inquietante per me vedere come questo paese stia tornando furiosamente indietro nel tempo e come si stia di nuovo dividendo in vari paesi, signorie, comuni. Abbiamo due Italie che non si parlano praticamente più e che vivono una vita parallela. E che rischiano soprattutto di staccarsi dall’Europa, l’ipotesi che mi preoccupa di più. È venuta in Italia mia figlia, una signora nei suoi anta, con delle amiche, e hanno deciso di andare a Roma. Ero spaventato un po’ all’idea, non tanto per mia figlia, ma per quelle signore di sobborgo americano col praticello verde, il golden retriver, lo steccato bianco, che arrivano nel merdaio romano… Invece, sono tornate con una cotta da ragazzine, entusiaste, drogate di pastasciutta, cacio e pepe. A volte forse noi siamo più severi nel giudicarci di quanto facciano gli altri. Stare a Roma cinque giorni non è come viverci, però abbiamo ancora una capacità di seduzione, nonostante tutto, che sottovalutiamo.
@boria_a
venerdì 22 aprile 2016
IL FESTIVAL
Link a Trieste, Giovanni Floris primo testimonial del "buon giornalismo"
Link nel nome di JM Lopez, il fotografo spagnolo premiato l’anno scorso a Trieste e rapito due giorni dopo in Siria dall’Isis, la cui sorte è ancora un mistero. Un applauso accoglie l’annuncio di Giovanni Marzini, dal palco del grande tendone di piazza della Borsa, che fino a lunedì 25 aprile ospiterà i dibattiti e i confronti del “Premio Luchetta incontra”. Una dedica e subito dopo un ricordo, quello di Fabio Amodeo, il collega triestino scomparso nei giorni scorsi. Un professionista - ancora le parole di Marzini - «che ha insegnato il mestiere a tutti noi».
Si è aperto così, questo pomeriggio, in un contenitore affollatissimo e, per la prima volta, anche animato da una giovane “redazione” di studenti del liceo Petrarca, il primo dei quattro giorni dell’anteprima del Premio Luchetta (www.premioluchetta.it), la cui serata finale è già in scaletta per il 30 giugno. Un mini-festival di “buon giornalismo”, all’insegna dell’intelligenza, della serietà, della modestia, le qualità che Daniela Luchetta, anche lei sul palco per fare gli onori di casa, ha sottolineato nel marito Marco e nei colleghi che hanno perso la vita sul campo e ai quali oggi sono intitolati sia il Premio, sia la Fondazione per le piccole vittime di tutte le guerre. Due iniziative, secondo Beppe Giulietti, presidente della Fnsi, che rendono «fortunata» Trieste, per aver saputo fare della memoria non un monumento fine a se stesso, ma un riconoscimento ai colleghi il cui lavoro illumina i luoghi bui, le periferie del mondo, e un’occasione viva di incontro e di aiuto ai bambini travolti dai conflitti.
Spazio, allora, al primo interprete del giornalismo virtuoso, Giovanni Floris, e al suo ultimo libro “La prima regola degli Shardana”, che l’ex conduttore di Ballarò, oggi al timone “DiMartedì” su La 7, ha raccontato con grande verve, incalzato dallo stesso Giulietti e da Andrea Filippi, direttore de “La Nuova Sardegna”. Presto detta la storia, con qualche spunto autobiografico nella figura del giornalista famoso e celebrato, ma stanco di ripetitività e rinunce: tre amici, al giro di boa della mezza età, si riconciliano con la vita cercando di rimettere in piedi una squadra di calcio, affidandosi al primo comandamento del fiero popolo sardo degli Shardana, ovvero “non pisciare controvento”. In sostanza “fare squadra”, non lasciare che l’individualismo seppellisca il collettivo, segreto che Floris rivendica alla base del successo dei suoi talk show, tutti partiti in salita e poi esplosi nell’audience. «Perchè - ha detto, fornendo la sua ricetta - noi mettiamo in crisi le sicurezze di chi viene ospite. Giornalismo è fare domande».
Divertente il racconto del Floris papà di calciatori in erba, coinvolto suo malgrado nel temuto “torneo dei padri”, cui accetta di partecipare dopo molti rovelli («sono sovrappeso, se mi fotografano sarò perseguitato tutta la vita...»). Una volta sceso in campo, però, l’amara sorpresa. Nessuno degli altri genitori ha la più pallida idea di chi sia nè lo ha mai visto in tivù (di qui un’altra “para” da vip ignorato...) e quando, causa un infortunio, il mister si decide finalmente a utilizzarlo, lo apostrofa con un sonoro «Giuseppe, va in campo!». E Giuseppe, il carneade Floris, resterà anche nei cori che lo accompagnano fuori dal campo, dopo il clamoroso goal della vittoria segnato al prezzo di un colpo della strega.
Morale? Perdendo un po’ di egocentrismo, vince la squadra. «Il tempo in cui si vive è quello migliore - ha detto il conduttore rispondendo a una sollecitazione di Filippi - ma non accetto il completo dissolvimento di quello che non è legato alla singola persona».
Dopo un brillante excursus che tocca le elezioni romane, il duello Totti-Spalletti e un aneddoto su Franco Selvaggi, campione del mondo nell’82 senza aver mai giocato e nemmeno essere sceso in panchina (con Renzi, l’unico personaggio che nel libro è citato per intero), Floris si congeda con un tweet, social che detesta, come gli hanno chiesto di fare gli studenti: «La chiave del riscatto? Seguite la prima regola degli Shardana».
All’anchorwoman Daniela Ferletta, il compito di introdurre il secondo “salotto”, ospiti gli scrittori Veit Heinichen e Pino Roveredo che, stimolati dal giornalista Pietro Spirito, si sono confrontati sul tema della Trieste di frontiera: per il primo la città prototipo di quelle europee, con mescolanze e devianze, in cui si muove il commissario Proteo Laurenti, protagonista dei suoi noir; per il secondo la città degli «ultimi e dei penultimi», quella vista «di schiena», che ha imparato a descrivere - ha detto - «con la pazienza e l’attenzione degli occhi», grazie ai genitori sordomuti e alla sua prima lingua, quella dei segni. Roveredo ha un libro fresco, “Mastica e sputa”, Heinichen ne ha uno appena consegnato all’editore, “La giornalaia”, su cui - nonostante gli sforzi di Spirito - non fa anticipazioni, se non un vago accenno al tema della «manipolazione delle notizie». Lancia invece un’idea: un festival a Trieste di letteratura internazionale, un evento «che rispecchi la specificità della città». «Perchè Trieste - ha concluso - è sempre protagonista nelle lingue degli altri».
twitter@boria_a
Link a Trieste, Giovanni Floris primo testimonial del "buon giornalismo"
Link nel nome di JM Lopez, il fotografo spagnolo premiato l’anno scorso a Trieste e rapito due giorni dopo in Siria dall’Isis, la cui sorte è ancora un mistero. Un applauso accoglie l’annuncio di Giovanni Marzini, dal palco del grande tendone di piazza della Borsa, che fino a lunedì 25 aprile ospiterà i dibattiti e i confronti del “Premio Luchetta incontra”. Una dedica e subito dopo un ricordo, quello di Fabio Amodeo, il collega triestino scomparso nei giorni scorsi. Un professionista - ancora le parole di Marzini - «che ha insegnato il mestiere a tutti noi».
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| Il pubblico nella tensostruttura di Link (f. Francesco Bruni per Il Piccolo) |
Si è aperto così, questo pomeriggio, in un contenitore affollatissimo e, per la prima volta, anche animato da una giovane “redazione” di studenti del liceo Petrarca, il primo dei quattro giorni dell’anteprima del Premio Luchetta (www.premioluchetta.it), la cui serata finale è già in scaletta per il 30 giugno. Un mini-festival di “buon giornalismo”, all’insegna dell’intelligenza, della serietà, della modestia, le qualità che Daniela Luchetta, anche lei sul palco per fare gli onori di casa, ha sottolineato nel marito Marco e nei colleghi che hanno perso la vita sul campo e ai quali oggi sono intitolati sia il Premio, sia la Fondazione per le piccole vittime di tutte le guerre. Due iniziative, secondo Beppe Giulietti, presidente della Fnsi, che rendono «fortunata» Trieste, per aver saputo fare della memoria non un monumento fine a se stesso, ma un riconoscimento ai colleghi il cui lavoro illumina i luoghi bui, le periferie del mondo, e un’occasione viva di incontro e di aiuto ai bambini travolti dai conflitti.
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| Giovanni Floris a Trieste per Link (foto Francesco Bruni per Il Piccolo) |
Spazio, allora, al primo interprete del giornalismo virtuoso, Giovanni Floris, e al suo ultimo libro “La prima regola degli Shardana”, che l’ex conduttore di Ballarò, oggi al timone “DiMartedì” su La 7, ha raccontato con grande verve, incalzato dallo stesso Giulietti e da Andrea Filippi, direttore de “La Nuova Sardegna”. Presto detta la storia, con qualche spunto autobiografico nella figura del giornalista famoso e celebrato, ma stanco di ripetitività e rinunce: tre amici, al giro di boa della mezza età, si riconciliano con la vita cercando di rimettere in piedi una squadra di calcio, affidandosi al primo comandamento del fiero popolo sardo degli Shardana, ovvero “non pisciare controvento”. In sostanza “fare squadra”, non lasciare che l’individualismo seppellisca il collettivo, segreto che Floris rivendica alla base del successo dei suoi talk show, tutti partiti in salita e poi esplosi nell’audience. «Perchè - ha detto, fornendo la sua ricetta - noi mettiamo in crisi le sicurezze di chi viene ospite. Giornalismo è fare domande».
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| Floris racconta "La prima regola degli Shardana" (foto Francesco Bruni per Il Piccolo) |
Divertente il racconto del Floris papà di calciatori in erba, coinvolto suo malgrado nel temuto “torneo dei padri”, cui accetta di partecipare dopo molti rovelli («sono sovrappeso, se mi fotografano sarò perseguitato tutta la vita...»). Una volta sceso in campo, però, l’amara sorpresa. Nessuno degli altri genitori ha la più pallida idea di chi sia nè lo ha mai visto in tivù (di qui un’altra “para” da vip ignorato...) e quando, causa un infortunio, il mister si decide finalmente a utilizzarlo, lo apostrofa con un sonoro «Giuseppe, va in campo!». E Giuseppe, il carneade Floris, resterà anche nei cori che lo accompagnano fuori dal campo, dopo il clamoroso goal della vittoria segnato al prezzo di un colpo della strega.
Morale? Perdendo un po’ di egocentrismo, vince la squadra. «Il tempo in cui si vive è quello migliore - ha detto il conduttore rispondendo a una sollecitazione di Filippi - ma non accetto il completo dissolvimento di quello che non è legato alla singola persona».
Dopo un brillante excursus che tocca le elezioni romane, il duello Totti-Spalletti e un aneddoto su Franco Selvaggi, campione del mondo nell’82 senza aver mai giocato e nemmeno essere sceso in panchina (con Renzi, l’unico personaggio che nel libro è citato per intero), Floris si congeda con un tweet, social che detesta, come gli hanno chiesto di fare gli studenti: «La chiave del riscatto? Seguite la prima regola degli Shardana».
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| Pino Roveredo durante il dibattito a Link (foto F. Bruni per Il Piccolo) |
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| Lo scrittore tedesco, triestino d'adozione, Veit Heinichen |
All’anchorwoman Daniela Ferletta, il compito di introdurre il secondo “salotto”, ospiti gli scrittori Veit Heinichen e Pino Roveredo che, stimolati dal giornalista Pietro Spirito, si sono confrontati sul tema della Trieste di frontiera: per il primo la città prototipo di quelle europee, con mescolanze e devianze, in cui si muove il commissario Proteo Laurenti, protagonista dei suoi noir; per il secondo la città degli «ultimi e dei penultimi», quella vista «di schiena», che ha imparato a descrivere - ha detto - «con la pazienza e l’attenzione degli occhi», grazie ai genitori sordomuti e alla sua prima lingua, quella dei segni. Roveredo ha un libro fresco, “Mastica e sputa”, Heinichen ne ha uno appena consegnato all’editore, “La giornalaia”, su cui - nonostante gli sforzi di Spirito - non fa anticipazioni, se non un vago accenno al tema della «manipolazione delle notizie». Lancia invece un’idea: un festival a Trieste di letteratura internazionale, un evento «che rispecchi la specificità della città». «Perchè Trieste - ha concluso - è sempre protagonista nelle lingue degli altri».
twitter@boria_a
venerdì 19 giugno 2015
L'INTERVISTA
Giovanna Botteri, corrispondente Rai dagli Usa: E Curzi mi disse, "Vai a Mosca"
e racconta quello che vedi come a una persona cara...
È stata testimone, e ha raccontato, l’assedio a Sarajevo durante la guerra in Bosnia dal ’92 al ’96, l’incendio della Biblioteca nazionale, la strage del pane, il genocidio dei musulmani a Srebrenica l’11 luglio 1995. Con occhi pieni di curiosità, passione, professionalità, con penna e telecamera, è stata in Algeria, Sudafrica, Iran, Albania, dove ha seguito la ribellione a Valona nel 1997, per poi passare al conflitto in Kosovo ed entrare a Pec' insieme all’esercito italiano nel 1999.
La triestina Giovanna Botteri, dal 2007 corrispondente Rai dagli Stati Uniti, è uno dei volti più noti della televisione italiana. Dagli anni Novanta, non c’è scenario di guerra, teatro “caldo” del mondo, che non l’abbia vista protagonista, con impegno, umanità e quell’inconfondibile energia che sempre trasmette dal video, nel documentare fatti e testimoniarci storie di uomini: nel ’91 il crollo dell’Urss, poi la guerra d’indipendenza in Croazia, l’Afghanistan dei talebani, l’inizio dei bombardamenti a Baghdad il 20 marzo 2003, che ha filmato in esclusiva mondiale con Guido Cravero, l’arrivo dei carri armati statunitensi il 9 aprile. Una carriera internazionale lunga e prestigiosa, cui va quest’anno il Premio speciale Marco Luchetta, che la giornalista riceverà al Politeama Rossetti il 2 luglio. Una sorta di premio alla carriera, dalla sua città. Come si sente, Giovanna?
«Magari dovrei rispondere semplicemente “vecchia”, pensando ai tempi in cui con Marco Luchetta dividevamo i corridoi del Dante, al tempo che è passato, a tutte le cose fatte, viste. Invece l’unica cosa che mi viene in mente è: “viva”. Sopravvissuta a quella terribile guerra in Bosnia che ha ucciso i miei amici, i miei colleghi, e assieme a loro città, famiglie. Alle altre che hanno devastato e continuano a devastare la vita e i sogni di migliaia di bambini e di civili. Ma anche a quella guerra sorda e sotterranea che ti rende cinica, fa dimenticare quello che è importante, il tuo dovere di raccontare, ed essere onesto. “Viva”, e contentissima di ricevere il Premio».
Giovanna Botteri ha sempre voluto fare la giornalista o aveva altri sogni?
«Non volevo fare la giornalista. Lo era già mio papà, non avrei mai osato un confronto con lui. Mi stavo laureando in filosofia, ero a Parigi a preparare la tesi, e leggevo i romanzi di Danilo Kiš. Avrei dato qualsiasi cosa pur di incontrarlo. Così gli scrivo attraverso la sua casa editrice italiana, e invento che voglio fargli un’intervista. Lui mi riceve, e io, con un registratore vecchissimo, gli chiedo tutto quello che posso... Euforica, trascrivo tutto, e trovo anche chi mi pubblica l’intervista! E capisco che non può esistere un mestiere più bello al mondo. Incontri gente straordinaria, attraversi come un viaggiatore le storie della gente e dei paesi, e ti pagano per farlo…»
Qual è stato l’incontro, o l’occasione, che ha dato una svolta alla sua carriera?
«Quando sono arrivata al tg3, Alessandro Curzi mi ha fatto fare la gavetta. Federica Sciarelli faceva la praticante al politico, Michele Santoro era viceredattore capo alla cultura. Cinque righe di notizia e un po’ di immagini a riporto. Poi mi manda a Mosca, dove Demetrio Volcic’ era il grande corrispondente in capo, per imparare. E io faccio la ragazzetta di bottega, le riunioni del mattino, una telefonata alla Tass per capire la versione ufficiale, una telefonata a quelli dell’opposizione per sentire altre fonti, e alla fine il confronto con i colleghi di Bbc e della Reuters prima della verifica sul posto. Il mondo è in ebollizione, e quando scoppia anche la Jugoslavia, Curzi mi manda a Sarajevo. Che cosa devo fare, che pezzi volete?, gli chiedo. E lui mi dice solo… “racconta”. Racconta quello che succede come stessi parlando a qualcuno a cui tieni. Non lo dimenticherò mai».
Ex Jugoslavia, Algeria, Iran, Albania, Afghanistan, Iraq: qual è l’esperienza che l’ha più coinvolta o dove ha avuto paura per la sua vita?
«A Sarajevo mi hanno insegnato a non vergognarsi della paura. Aver paura serve a essere prudenti, a pensar bene prima di commettere imprudenze, a non sottovalutare i rischi. Il panico, quello è pericoloso, perché non sei più lucido. Ho avuto paura tante volte, tante. Una volta siamo andati con uno dei battaglioni che difendeva Sarajevo sulla prima linea del monte Trebevi„, nelle trincee. Se l’artiglieria centra la tua trincea, finisci sepolto dalla terra, soffocato. Avevo un giubbotto antiproiettile, inutile, ma la notte mi ha aiutato a dormire».
Lei è all’ufficio di corrispondenza forse più invidiato del mondo. Dopo gli Stati Uniti, ha ancora un sogno da realizzare?
«Mi piacerebbe moltissimo lavorare a un programma di reportages, riprendere a girare e montare come una volta, con tempo e cura, raccontando le storie con le pause, i sospiri, il silenzio».
Le sarà capitato spesso di occuparsi di infanzia violata quando era inviata in teatri di guerra. C’è una storia che le è rimasta nel cuore?
«A Baghdad dopo i primi giorni di bombardamento e guerra, le madri non riuscivano più a tenere a casa i bambini. I ragazzini scappavano in strada, anche se le scuole erano chiuse, per giocare a pallone con gli amici. Era così che morivano, colpiti dalle schegge dell’esplosione, diventate come pugnali appuntiti. Allora le madri li riempivano di valium, perché stessero calmi, per poterli tenere in casa. La guerra è terribile, e lascia ferite che non guariscono mai».
Ma oggi il mondo della rete, dei “social”, ha moltiplicato le forme di abuso sui minori anche lontano da guerre o degrado sociale...
«Penso che internet sia un grande strumento. Di libertà e di democrazia, oppure di violenza gratuita e vigliacca. Dipende da chi lo usa».
Che bambina era Giovanna Botteri?
«Classica. Grembiule bianco, cartella rigida sulle spalle, macchie di inchiostro sulle dita, cicciottella, non la prima della classe ma neanche l’ultima, spettinata, già allora».
Aveva dei miti, o dei modelli a cui voleva assomigliare?
«Da piccola, esistevano solo i miei. Mia mamma era perfetta. Era magra, elegante, parlava l’inglese benissimo. Mio papà sapeva tutto, sapeva dove stava il bene e il male. Così quando sono diventata un’adolescente, ho pensato solo a scappare…».
Qual è il servizio più frivolo che ha firmato?
«Non esistono servizi o notizie “frivole”. Tutto racconta la società in cui viviamo, i suoi gusti, le sue debolezze. I pezzi di società sono divertenti, e ti fanno capire con leggerezza quello che succede vicino o lontano da noi».
Iniziare ora a fare il giornalista è un’impresa difficile, ovunque. Se la sente di dare un suggerimento?
«Adesso è veramente difficile. Sempre meno spazi, e meno soldi. Chi comincia adesso deve avere davvero tanta forza, coraggio e determinazione. Crederci veramente, e non mollare».
Come vede la sua città, Trieste, dal suo osservatorio internazionale?
«No tuti quei che xe mati xe dentro, e no tuti quei che xe dentro xe mati, avevano scritto su un muro di San Giovanni. Mi è sempre sembrato un buon punto di vista, per Trieste e per la vita»
Ha un libro suo nel cassetto?
«Son piena di libri, ovunque, cassetti, scrivanie, in cucina e in bagno. Mi piace più leggere che scrivere"
@boria_a
Giovanna Botteri, corrispondente Rai dagli Usa: E Curzi mi disse, "Vai a Mosca"
e racconta quello che vedi come a una persona cara...
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| Giovanna Botteri, corrispondente Rai dagli Stati Uniti |
È stata testimone, e ha raccontato, l’assedio a Sarajevo durante la guerra in Bosnia dal ’92 al ’96, l’incendio della Biblioteca nazionale, la strage del pane, il genocidio dei musulmani a Srebrenica l’11 luglio 1995. Con occhi pieni di curiosità, passione, professionalità, con penna e telecamera, è stata in Algeria, Sudafrica, Iran, Albania, dove ha seguito la ribellione a Valona nel 1997, per poi passare al conflitto in Kosovo ed entrare a Pec' insieme all’esercito italiano nel 1999.
La triestina Giovanna Botteri, dal 2007 corrispondente Rai dagli Stati Uniti, è uno dei volti più noti della televisione italiana. Dagli anni Novanta, non c’è scenario di guerra, teatro “caldo” del mondo, che non l’abbia vista protagonista, con impegno, umanità e quell’inconfondibile energia che sempre trasmette dal video, nel documentare fatti e testimoniarci storie di uomini: nel ’91 il crollo dell’Urss, poi la guerra d’indipendenza in Croazia, l’Afghanistan dei talebani, l’inizio dei bombardamenti a Baghdad il 20 marzo 2003, che ha filmato in esclusiva mondiale con Guido Cravero, l’arrivo dei carri armati statunitensi il 9 aprile. Una carriera internazionale lunga e prestigiosa, cui va quest’anno il Premio speciale Marco Luchetta, che la giornalista riceverà al Politeama Rossetti il 2 luglio. Una sorta di premio alla carriera, dalla sua città. Come si sente, Giovanna?
«Magari dovrei rispondere semplicemente “vecchia”, pensando ai tempi in cui con Marco Luchetta dividevamo i corridoi del Dante, al tempo che è passato, a tutte le cose fatte, viste. Invece l’unica cosa che mi viene in mente è: “viva”. Sopravvissuta a quella terribile guerra in Bosnia che ha ucciso i miei amici, i miei colleghi, e assieme a loro città, famiglie. Alle altre che hanno devastato e continuano a devastare la vita e i sogni di migliaia di bambini e di civili. Ma anche a quella guerra sorda e sotterranea che ti rende cinica, fa dimenticare quello che è importante, il tuo dovere di raccontare, ed essere onesto. “Viva”, e contentissima di ricevere il Premio».
Giovanna Botteri ha sempre voluto fare la giornalista o aveva altri sogni?
«Non volevo fare la giornalista. Lo era già mio papà, non avrei mai osato un confronto con lui. Mi stavo laureando in filosofia, ero a Parigi a preparare la tesi, e leggevo i romanzi di Danilo Kiš. Avrei dato qualsiasi cosa pur di incontrarlo. Così gli scrivo attraverso la sua casa editrice italiana, e invento che voglio fargli un’intervista. Lui mi riceve, e io, con un registratore vecchissimo, gli chiedo tutto quello che posso... Euforica, trascrivo tutto, e trovo anche chi mi pubblica l’intervista! E capisco che non può esistere un mestiere più bello al mondo. Incontri gente straordinaria, attraversi come un viaggiatore le storie della gente e dei paesi, e ti pagano per farlo…»
Qual è stato l’incontro, o l’occasione, che ha dato una svolta alla sua carriera?
«Quando sono arrivata al tg3, Alessandro Curzi mi ha fatto fare la gavetta. Federica Sciarelli faceva la praticante al politico, Michele Santoro era viceredattore capo alla cultura. Cinque righe di notizia e un po’ di immagini a riporto. Poi mi manda a Mosca, dove Demetrio Volcic’ era il grande corrispondente in capo, per imparare. E io faccio la ragazzetta di bottega, le riunioni del mattino, una telefonata alla Tass per capire la versione ufficiale, una telefonata a quelli dell’opposizione per sentire altre fonti, e alla fine il confronto con i colleghi di Bbc e della Reuters prima della verifica sul posto. Il mondo è in ebollizione, e quando scoppia anche la Jugoslavia, Curzi mi manda a Sarajevo. Che cosa devo fare, che pezzi volete?, gli chiedo. E lui mi dice solo… “racconta”. Racconta quello che succede come stessi parlando a qualcuno a cui tieni. Non lo dimenticherò mai».
Ex Jugoslavia, Algeria, Iran, Albania, Afghanistan, Iraq: qual è l’esperienza che l’ha più coinvolta o dove ha avuto paura per la sua vita?
«A Sarajevo mi hanno insegnato a non vergognarsi della paura. Aver paura serve a essere prudenti, a pensar bene prima di commettere imprudenze, a non sottovalutare i rischi. Il panico, quello è pericoloso, perché non sei più lucido. Ho avuto paura tante volte, tante. Una volta siamo andati con uno dei battaglioni che difendeva Sarajevo sulla prima linea del monte Trebevi„, nelle trincee. Se l’artiglieria centra la tua trincea, finisci sepolto dalla terra, soffocato. Avevo un giubbotto antiproiettile, inutile, ma la notte mi ha aiutato a dormire».
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| Un bimbo gioca durante l'assedio di Sarajevo il 22 aprile 1996 (foto AFP) |
«Mi piacerebbe moltissimo lavorare a un programma di reportages, riprendere a girare e montare come una volta, con tempo e cura, raccontando le storie con le pause, i sospiri, il silenzio».
Le sarà capitato spesso di occuparsi di infanzia violata quando era inviata in teatri di guerra. C’è una storia che le è rimasta nel cuore?
«A Baghdad dopo i primi giorni di bombardamento e guerra, le madri non riuscivano più a tenere a casa i bambini. I ragazzini scappavano in strada, anche se le scuole erano chiuse, per giocare a pallone con gli amici. Era così che morivano, colpiti dalle schegge dell’esplosione, diventate come pugnali appuntiti. Allora le madri li riempivano di valium, perché stessero calmi, per poterli tenere in casa. La guerra è terribile, e lascia ferite che non guariscono mai».
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| Il bombardamento di Baghdad nel 2003: Botteri lo filmò con Guido Cravero in esclusiva mondiale |
Ma oggi il mondo della rete, dei “social”, ha moltiplicato le forme di abuso sui minori anche lontano da guerre o degrado sociale...
«Penso che internet sia un grande strumento. Di libertà e di democrazia, oppure di violenza gratuita e vigliacca. Dipende da chi lo usa».
Che bambina era Giovanna Botteri?
«Classica. Grembiule bianco, cartella rigida sulle spalle, macchie di inchiostro sulle dita, cicciottella, non la prima della classe ma neanche l’ultima, spettinata, già allora».
Aveva dei miti, o dei modelli a cui voleva assomigliare?
«Da piccola, esistevano solo i miei. Mia mamma era perfetta. Era magra, elegante, parlava l’inglese benissimo. Mio papà sapeva tutto, sapeva dove stava il bene e il male. Così quando sono diventata un’adolescente, ho pensato solo a scappare…».
Qual è il servizio più frivolo che ha firmato?
«Non esistono servizi o notizie “frivole”. Tutto racconta la società in cui viviamo, i suoi gusti, le sue debolezze. I pezzi di società sono divertenti, e ti fanno capire con leggerezza quello che succede vicino o lontano da noi».
Iniziare ora a fare il giornalista è un’impresa difficile, ovunque. Se la sente di dare un suggerimento?
«Adesso è veramente difficile. Sempre meno spazi, e meno soldi. Chi comincia adesso deve avere davvero tanta forza, coraggio e determinazione. Crederci veramente, e non mollare».
Come vede la sua città, Trieste, dal suo osservatorio internazionale?
«No tuti quei che xe mati xe dentro, e no tuti quei che xe dentro xe mati, avevano scritto su un muro di San Giovanni. Mi è sempre sembrato un buon punto di vista, per Trieste e per la vita»
Ha un libro suo nel cassetto?
«Son piena di libri, ovunque, cassetti, scrivanie, in cucina e in bagno. Mi piace più leggere che scrivere"
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