mercoledì 23 settembre 2015

IL LIBRO

All'inferno non c'è glamour. Parola di Lucy Sykes e Jo Piazza

Il libro di Lucy Sykes e Jo Piazza edito da Piemme


Da una parte la caporedattrice fascinosa e di bella scrittura, sacerdotessa della carta patinata e stampata, col problema di essere un tirannosauro del web. Dall’altra la sua giovane assistente, carrierista e super-social, che twitta, whatsappa, posta ventiquattro ore al giorno ed è capace di aggiornare lo stato sui social anche prima di pronunciare il fatidico “sì”.
La prima, Imogen Tate, direttrice del magazine di moda “Glossy”, al suo ritorno dopo un anno di assenza dalla rivista (lei lo chiama “sabbatico”, in realtà ha dovuto affrontare un cancro al seno) scopre che la seconda, l’adrenalinica Eve, non solo ha piantato la suola rossa delle false Louboutin sulla sua scrivania ma intende mandare al macero la carta per trasformare il magazine in un sito in aggiornamento frenetico e incessante, dove si mostra e si vende di tutto. Uno store virtuale che rigetta ogni scritto “lungo” più di centoquaranta caratteri, il cui unico obiettivo è sfondare il muro di “condivisioni” social. Banditi i contenuti, i servizi scritti o fotografici che richiedano una pausa di riflessione, la parola d’ordine è “glitter, glam, glossy”! e al suo ritmo marcia un esercito di redattrici taglia 38, che dorme in redazione e pilucca tofu e quinoa, prima di schiantarsi ed essere sostituito da altre cavallette stakanoviste, pronte a immolarsi su Instagram e Facebook.
Chi lavora nei giornali di questi tempi sa bene che la storia di “All’inferno non c’è glamour” (Piemme, euro 18,50, pagg. 400) non è per niente lontana dalla realtà. Digital e print l’un contro l’altra armate, non importa se tra fashioniste si va alla guerra con gli stiletto. A raccontarcelo sono due esperte della materia, Lucy Sykes, ex fashion director di Marie Claire e Jo Piazza, managing editor di Yahoo Travel e collaboratrice di Wall Street Journal, New York Magazine, Glamour e Slate.
Non sveliamo la trama per non rovinare il divertimento a chi ama le diavolesse che si mettono fuori gioco a borsettate Chanel ed Hermès.

L’interrogativo che questo lieve divertissement pone, però, è tutt’altro che futile. Può il web sostituire la carta stampata? Può la generazione digitale rottamare le non native? Ci seppellirà un emoticon? Le autrici, celebrando la “sorellanza” generazionale (con una lieve propensione - ci è sembrato di intuire - per le redattrici della vecchia guardia...), puntano sull’integrazione di ambiti e abilità: sito in movimento, rivista per fermarsi a pensare. «Per le nostre lettrici niente può sostituire l’esperienza della carta stampata. È sbagliato cercare di duplicarla su Internet. Produrremo due versioni, entrambe ugualmente importanti e autonome», dice la giovane Aerin Chung, amministratrice delegata di Shoppit, la piattaforma di e-commerce che ingloberà il sito di Glossy. Ma a capo di tutto ci sarà Imogen, la dinosaura (nel frattempo alfabetizzata digitale...), capace di garantire classe sia ai "contributi" che bucheranno lo schermo sia a quelli che "balzeranno" dalle pagine del magazine.
Perchè in fondo, a noi dinosaure nella rete, piace pensare che dentro ogni app-girl si nasconda una bambina che ha scoperto di amare i vestiti prima sfogliando una rivista, poi cliccando una photogallery.

lunedì 14 settembre 2015

 MODA & MODI

Il gusto di farsi prendere per il collo

 
David Bowie è Ziggy Stardust

 Prese al laccio. Sottile, lunghissimo, a metà tra la cravatta e la sciarpa, è l’accessorio più facile e adattabile ripescato dagli anni Settanta. Segna inequivocabilmente il decennio che per la moda è un’inesauribile miniera di ripescaggi, ma lo fa con discrezione e un certo spirito sbarazzino. Insomma, la stringa da annodare e avvolgere intorno al collo, non è insidiosa come la zampa di elefante e ci riconcilia col citazionismo flower power delle ultime passerelle. Fa venire in mente una giovane Marianne Faithfull, fresca e radiosa, con la sciarpina e il cappello a falda larga, accanto a un altrettanto acerbo Mick Jagger, o David Bowie che si trasforma in Ziggy Stardust.
 
Marianne Faithfull e Mick Jagger


Non c’è niente di nuovo, da anni ormai i designer sperimentano collane e collari “a cravatta” (anche in materiali non convenzionali, in gomma o legno, come CollaNevrosi della triestina Lodovica Fusco) ma basta che Prada o Saint Laurent, Chloe o Marc Jacobs, li consacrino in passerella, e un paio di influencer se li mettano prontamente al collo su Instagram, che il lazo di stoffa diventa virale. C’è voluto un po’ di tempo perché la tendenza venisse metabolizzata e dalla passerella arrivasse alla strada, ma quando le sciarpe cominciano a comparire nei magazzini delle grandi catene, da Zara a H&M, il gioco è fatto, il nuovo accessorio è pronto per il guardaroba di tutte.
Il segreto sta nel nodo. Romantica? Il foulard si allaccia da una parte, con un piccolo fiocco, lasciando dondolare i due lati sul petto e sulla schiena, lunghi fin oltre le ginocchia, con un effetto “boho” come quello delle camicie in auge quest’anno per lei e per lui, senza colletto e chiuse dal fiocco. Più aggressiva? Un giro intorno al collo e poi si imita nodo della cravatta all’altezza del seno, meglio se con un gilet o pantaloni lunghi e un po’ scampanati, perfetto mood Seventies. Gran sera? Il foulard avvolge il collo e poi scivola sulla schiena, per non nascondere la scollatura o le decorazioni di un vestito importante. Dandy chic? La sciarpa diventa una cravatta plastron, fermata dalla spilla e da portare con una giacca corta e avvitata su pantaloni ampi.


Sciarpina-cravatta secondo Chloè (Getty Images)

Per essere una striscia di stoffa, nera o colorata che sia, le trasformazioni sono molte. L’unica controindicazione sta nelle proporzioni: la sciarpina è stretta ma lunghissima. E nella vita di tutti i giorni farsi prendere per il collo può essere fastidioso.
 twitter@boria_a

sabato 5 settembre 2015

L'INTERVISTA


Azza Filali: "Alla mia Tunisia hanno rubato i sogni"


Esce "Ouatann ombre sul mare" (Fazi) primo libro del medico-scrittrice tradotto in italiano



"Ouatann. Ombre sul mare" è il primo libro di Azza Filali tradotto in italiano da Maurizio Ferrara (Fazi editore)

Le storie di cinque personaggi ci restituiscono la Tunisia dei giorni nostri, un paese dove un’intera generazione vive senza sogni e la corruzione e il malaffare sono diventati metastasi in ogni ambiente. La villa sul mare in un villaggio poverissimo vicino a Biserta, è il crocevia di questi destini: l’avvocatessa divorziata Michkat, inquieta e tagliente, il piccolo funzionario Rached, pronto a barattere un incarico e una famiglia incolori per soldi, l’ingegnere Naceur, che porta sulla coscienza i morti legati ai suoi traffici e anela a una rigenerazione morale, il violento Monsour e Faiza, giovane appassionata e sfuggente come un’apparizione. Tutti cercano un futuro, una prospettiva, forse un amore, in una terra dove le differenze sociali, la mancanza di lavoro, le connivenze sinistre tra politica, istituzioni, autorità, hanno cancellato l’idea di comunità nazionale.

Che senso ha, allora, il sacrificio di chi è morto per la libertà? Con un registro lieve, poetico, a tratti ironico, Azza Filali racconta la Tunisia di oggi in un noir che avviluppa il lettore e gli mostra le trasformazioni, le piaghe, il disorientamento di un paese sgranati nell’animo dei personaggi.
Ouatann. Ombre sul mare (Fazi, pagg. 320, euro 17,50) è il primo libro di Azza Filali tradotto in italiano e sarà presentato, in anteprima nazionale, il 18 settembre a Pordenonelegge (Vendramini, ore 15) in un colloquio tra l’autrice e la giornalista Camilla Baresani. Tunisina, medico di professione e scrittrice per vocazione, un master in Filosofia all’Università Paris-1, Filali è una delle voci più intense del Maghreb, donna di lettere e di scienza, già pluripremiata autrice di saggi, racconti e sei romanzi. Ecco che cosa ci ha anticipato.
Azza Filali, medico e scrittrice (courtesy Fazi editore)
Che cosa vuol dire “Ouatann”?
«Questa parola comprende in sè molti significati. Il più comune è “patria”, ma si estende anche a “casa” e, per me, anche all’interiorità delle persone, quello spazio profondo che c’è tra qualcuno e se stesso, una parte del suo animo. È un termine davvero complesso, molto ricco di significati, essenzialmente irrazionali».
Corruzione, diffidenza verso le istituzioni pubbliche, differenze sociali, povertà: sono queste le “ombre” sul mare?
«Proprio così. Le difficoltà sociali nel mio paese sono comuni fin dalla fine del periodo del presidente Bourguiba. Con il presidente Ben Ali è proseguita la disparità tra la regione a est, lungo il mar Mediterraneo, che aveva una relativa prosperità, e la regione a ovest, vicino al confine con l’Algeria, dove il livello di povertà era critico. È accaduto così che la reale situazione delle regioni più interne sia stata “scoperta” dai tunisini dopo la rivoluzione. In realtà le ombre sul mare esistono da decenni. Ma erano nascoste e i turisti che arrivavano in Tunisia venivano accolti con “slogan” del tipo: “sorridete, siete in Tunisia, la Svizzera del Nord Africa”».
Nel libro lei descrive la perdita del senso di appartenenza a una comunità nazionale come una delle patologie della società tunisina.
«Dopo la rivoluzione del 2011, i tunisini hanno scoperto di appartenere a una nazione autonoma. Questo sentimento è andato gradualmente scemando quando le richieste sociali non sono state soddisfatte dai governi successivi. Oggi, la società tunisina è un patchwork di identità. Negli strati sociali più svantaggiati, il senso di appartenenza alla nazione tunisina è molto debole, perchè la gente ha priorità elementari: un lavoro, una casa dove vivere, o semplicemente trovare il modo di sfamare la famiglia. Questo spiega in parte la massiccia immigrazione illegale verso l’Italia di giovani più preoccupati del loro futuro che del futuro della nazione. Ma il fenomeno non riguarda solo i tunisini. Sono convinta che il senso di appartenenza alla comunità nazionale sia diminuito da noi come altrove nel mondo. La crescita dell’individualismo, l’importanza attribuita ai problemi personali, sono tutti fattori che hanno contribuito a questo smarrimento».
La corruzione è il problema principale in Tunisia?
«Come in altri paesi. La differenza è che, dalla rivoluzione in poi, le sacche di corruzione sono state rese pubbliche, mentre le autorità precedenti le occultavano».


Aza Filali
Michkat, la protagonista di “Ouatann”, alla fine decide di rimanere. Perchè?
«Questo personaggio è una metafora del paese. E il messaggio essenziale che trasmette è la sua appartenenza alla Tunisia, anche se non ha una vita semplice per la sua condizione di donna libera e autonoma».
Per tutte le donne del suo libro il sesso non è mai gratificante, a volte brutale. Lei è un medico, oltre che una scrittrice: qual è la sua esperienza?
«Quello della sessualità femminile in Tunisia è un problema complicato. I progressi di cui oggi godono le donne, libertà nella scelta del marito, libertà di decisione, libertà di decidere se avere un figlio o no, hanno modificato l’atteggiamento nei confronti del proprio corpo. Tuttavia anche questa generazione di donne soffre di scarsa informazione sui temi sessuali, perchè le madri appartengono invece a quella precedente e per loro questi argomenti non erano oggetto di discussione fra madri e figlie».
Nel libro lei cita Lampedusa e il Canada, dove si è trasferito il fratello di Michkat. Ma si ha la sensazione che emigrare non sia nemmeno un sogno, semplicemente un ripiego...
«Non è così. Quello dell’emigrazione è un fenomeno che tocca i giovani, che non trovano condizioni sociali di vita accettabili in Tunisia. È considerata l’unica soluzione, malgrado tutti i pericoli cui si espongono. Ma è anche un sogno: andare in un altro posto, conoscere altri modi di vivere, cambiare atmosfera. Per tanti giovani uomini tunisini, che non hanno mai lasciato la loro piccola città, è l’unico modo per tagliare i ponti con un modo di vivere che considerano una prigione».
Eppure nel suo libro proprio uno di questi giovani uomini, Abderrazak, dice “Non voglio che mio figlio diventi italiano”...
«Sono convinta che se molti giovani tunisini trovassero condizioni sociali e professionali per avere una vita dignitosa in Tunisia, non si sentirebbero così attratti dall’idea di scappare. Il personaggio di Abderrazak incarna questo atteggiamento e queste aspettative: rifiuta che suo figlio cresca in Italia e va a riprenderselo».


Azza Filali ospite di Pordenonelegge 2015 (courtesy Fazi editore)
Pensa che dietro gli attacchi terroristici al museo del Bardo e sulla spiaggia di Susa ci sia solo fanatismo religioso?
«Gli attacchi portano la firma di gente che appartiene a gruppi islamici estremisti, ma sono convinta che le motivazioni siano complesse. La più evidente, e semplice, è “odio per gli stranieri che non sono musulmani”. Ma ce n’è un’altra importante: distruggere la stagione turistica in Tunisia e contribuire al disastro economico che ora affonda il paese. Penso che i terroristi fossero il braccio armato di altri gruppi mossi da intrinseche ragioni economiche».
Secondo lei perchè ragazzi e ragazze, magari con una vita apparentemente normale in paesi stranieri, accettano di immolarsi per la causa del Califfato?
«Questi giovani vivono una condizione psicologica particolare: come tutti i loro coetanei, sono entusiasti, hanno bisogno di dare un significato alla loro vita e di essere parte di un movimento. Spesso, però, non trovano un substrato: le loro condizioni di vita sono povere e vuote di grandi significati. Sono suggestionabili ed è facile convincerli a entrare in un gruppo islamico estremista. L’assassino di Susa, per esempio, era uno studente che amava la break dance. Quando suo fratello morì e, proprio nello stesso periodo, il responsabile della regione decise di chiudere il posto dove lui insegnava break dance, si è trovato in una situazione di vuoto e depressione che certo ha contribuito a spingerlo a seguire lezione islamiche e a aderire a un gruppo estremista».


Seifeddine Rezgui, l'attentatore di Susa (www.ilpost.it)
Cosa deve fare l’Europa sulla tragedia dei migranti?
«Non è una questione facile. La prima difficoltà sta nel fatto che non tutti i paesi europei hanno lo stesso atteggiamento politico sulla questione. Secondo: la posizione geografica è diversa. In Italia il problema dell’immigrazione illegale è urgente per la sua frequenza e le sue dimensioni. Ma non ha le stesse caratteristiche in paesi come la Germania o perfino la Francia. Le posizioni non omogenee sono l’ostacolo maggiore».
Il personaggio più affascinante del suo libro è Naceur, l’ingegnere corrotto. Anche a lei sembra piacere molto...
«La vita non è un’autostrada dritta e il valore del destino individuale spesso sta nei cambiamenti che influiscono sugli eventi e sulla psicologia. Quello che dà significato alla storia di un individuo sono “les chemins de traverse”, come le chiamiamo in Francia, le strade impervie, che portano una persona lontano da dove era abituata a stare e le permettono di diventare molto diversa da quella che era prima. Accade a Naceur: la sua strada è frammentata, ecco perchè è così importante nella costruzione della storia».
Lei racconta i problemi gravi del suo paese e della sua gente con un registro poetico, talora ironico...
«L’ironia mi viene spontanea. Tendo sempre ad attenuare il dramma di ogni singola vita. Dietro ogni “serio” evento della vita c’è sempre un dettaglio che distrugge l’eccesso di gravità e apre la strada al sorriso».
twitter@boria_a

martedì 1 settembre 2015

LA STAGIONE

La Contrada a Trieste spariglia le carte: apre Cancun e Miramar finisce in coda

  Il nuovo cartellone della Contrada comincia rovesciando una certezza: il primo spettacolo della stagione non sarà in triestino. “Ritorno a Miramar”, di e con l’irriverente comico Alessandro Fullin affiancato dalla beniamina di casa, Ariella Reggio, sarà lo spettacolo di congedo, in aprile 2016. Una novità, che però cade in un anniversario speciale e gli regala una sfumatura affettiva: proprio in aprile, infatti, quarant’anni fa, la Contrada nasceva.
Il dialetto in coda alla programmazione è solo uno dei tanti cambiamenti di quest’anno, come hanno raccontato nella presentazione di ieri la presidente Livia Amabilino, affiancata dal direttore organizzativo Diego Matuchina e da Matteo Oleotto. Quest’ultimo, il papà del cinematografico Zoran, firma con la Contrada la sua prima stagione da direttore artistico e pure la sua prima regia teatrale, “Vipere”, dal testo del friulano Carlo Tolazzi.
Si rinsalda, inoltre, una collaborazione storica, quella col Dramma italiano di Fiume che, insieme alla Contrada e con una compagnia di attori mista, darà vita a “Zoran e il cane di porcellana”, versione teatrale del film pluripremiato di Oleotto. Non sarà lui, però, a curare la regia («Zoran me lo sono sognato per un sacco di tempo - ha ammesso - alla fine non facevo altro. Sarò un felicissimo spettatore...»), ma Andrea Collavino, ieri ospite al teatro Bobbio insieme a un’emozionata Leonora Surian, da un anno direttrice del Dramma italiano di Fiume, che, tra le prime iniziative, ha voluto appunto riallacciare i rapporti con i colleghi triestini e coinvolgerli nel progetto del “nipote scemo” in versione prosa, una sorta di prequel della pellicola.
Quanto a scambi e intrecci, insomma, la nuova stagione non si fa mancare niente. Ma la reciprocità più “piccante” ha per protagonista la stessa Reggio che, prima di tornare a calcare il “suo” palcoscenico di via del Ghirlandaio, sarà in scena, («un po’ vestita e un po’ no», ha ridacchiato) al teatro Rossetti, nel cast di Calendar girl con Angela Finocchiaro e Laura Curino, storia di signore agée («vecie, insomma») che si producono in uno spogliarello domestico per beneficenza.


Ariella Reggio protagonista di "Ritorno a Miramar" di Alessandro Fullin (courtesy La Contrada)

Per par condicio, la Contrada ospita per la prima volta gli Oblivion, di solito di casa al Politeama, con il nuovo spettacolo “The human jukebox” (dal 19 febbraio), poi in partenza per il Sistina di Roma. «Chiediamo al pubblico di inserire in un’urna il nome del cantante preferito - hanno spiegato ieri il triestino Davide Calabrese e Fabio Vagnarelli degli Oblivion, in un fulminante corto circuito di battute - noi lo prendiamo e lo distruggiamo. Ogni sera lo show sarà diverso e ugualmente inutile. Proprio inutile, ve lo diciamo subito, noi non vendiamo fumo, ancora...».


Gli Oblivion porteranno al teatro Bobbio "The human jukebox" (ph. courtesy La Contrada)

Dodici spettacoli in cartellone, quattro produzioni firmate dalla Contrada, la conferma dei circuiti “Danza” e “Comici”, entrambi con tre titoli, cui si aggiunge il nuovo “Family Show” per grandi e piccini, con il musical del Principe Ranocchio, il live show “Masha e Orso” e, in marzo, la poesia del corpo interpretata dagli svizzeri Mummenshanz. «Una stagione di cui siamo orgogliosi: ricca, valida, piena di novità», ha detto Amabilino, ringraziando il pubblico per la solidarietà e l’attaccamento al teatro, e le istituzioni pubbliche, Regione in testa, per aver integrato il buco lasciato dal taglio del Fus, che ha minacciato la stessa esistenza in vita della Contrada. «L’anno scorso abbiamo aumentato gli abbonati del 7 per cento. Speriamo di fare ancora meglio...».
Su il sipario il 23 ottobre, con la prima produzione, “Cancun” del catalano Jordi Galceràn, che vedrà Mariangela D’Abbraccio e Blas Roca Rey in una storia, dai tratti comici e surreali, sulle relazioni e i desideri inconfessabili dell’amore coniugale. Dal 6 novembre “Zoran e il cane di porcellana”, scritto da Aram Kian e diretto da Collavino, seguito, dal 4 dicembre, da “Vipere”, nell’interpretazione di Gualtiero Giorgini, Roberta Colacino e Massimiliano Borghesi.
Ambientato nelle Alpi Carniche e basato su lettere autentiche dei soldati, il testo - commissionato dalla Contrada - racconta, strappando anche qualche risata, l’ottusità e l’assurdità della guerra in una chiave originale e universale. Un soldato punto da una vipera ha davanti a sè una demenziale alternativa: morirà prima per il veleno o per una condanna militare?
«Amo molto camminare in montagna - ha esordito l’autore, Tolazzi - la scorsa domenica l’ho fatto per cinque ore in mezzo all’erba, alle pietre e sotto il sole, proprio l’ambiente adatto alle vipere. Camminavo con le mani in tasca, ma chi va in montagna non cammina con le mani in tasca... La verità è che facevo il più antico gesto apotropaico del mondo. Sono molto in ansia per questo spettacolo», ha scherzato ancora. «Mi ero ripromesso di non toccare il tema della guerra, di cui si è già parlato molto, ma ho trovato lo spunto delle lettere irresistibile. È la mia prima regia, potete immaginare l’emozione», gli ha fatto eco Oleotto che, per uno dei singolari intrecci di cui sopra, ha affidato le scene ad Anton Špacapan, già nella squadra del film Zoran e da cui ha “mutuato” sia il cognome che il modo di parlare del ragazzo.
Nomi di richiamo, attori e registi, per gli spettacoli ospiti, che aprono il 20 novembre con un grande classico, “Sarto per signora” di Feydeau, regia di Valerio Binasco e protagonista Emilio Solfrizzi. Dall’8 gennaio sarà la volta dei “Tradimenti” di Harold Pinter nell’interpretazione di Ambra Angiolini e Francesco Scianna diretti da Michele Placido. Ancora un attore televisivo molto amato, Francesco Pannofino, reciterà accanto ad Emanuela Rossi, dal 29 gennaio, ne “I suoceri albanesi” per la regia di Gianni Clementi, cui seguirà, dal 4 marzo, “L’amico del cuore”, scritto e diretto da Vincenzo Salemme, nell’interpretazione di Biagio Izzo.



Emilio Solfrizzi in "Sarto per signora" di Feydeau (ph. courtesy  La Contrada)




Emanuela Rossi e Francesco Pannofino ne "I suoceri albanesi" (ph. courtesy La Contrada)

 Dal 18 marzo sarà in scena uno spettacolo su cui Amabilino e Matuchina hanno richiamato l’attenzione, “Il mondo non mi deve nulla” di Massimo Carlotto, con Pamela Villoresi e Claudio Casadio, che vede tra i co-produttori il Css-Teatro stabile d’innovazione di Udine, «altra eccellenza regionale». Per concludere, dall’1 aprile, la compagnia Attori & Tecnici, specialista in Agatha Christie, torna in scena con “Assassinio sul Nilo” e, dall’8 aprile, spazio alla commedia “Ieri è un altro giorno!” con Gianluca Ramazzotti, Antonio Cornacchione e Milena Miconi, prima della chiusura triestinissima del “Ritorno a Miramar”, cui Fullin minaccia di aggiungere altre trovate.
Parterre de rois alla presentazione, aperta dai saluti del sindaco Cosolini e dall’assessore regionale Torrenti, chiamati sulla scena a ricevere i ringraziamenti per il sostegno alla Contrada nel delicato momento della riforma. «Spero che la stagione vada bene per tutti i teatri triestini, perchè ce lo meritiamo», ha sintetizzato Ariella Reggio. «È un anno in cui succedono strane cose...».
twitter@boria_a

domenica 30 agosto 2015

 MODA & MODI
Quest'inverno è lei a portare i pantaloni

Il power dress femminile porta i pantaloni. Dimenticatevi le spalle quadrate, le pencil skirt e i polpacci perennemente stressati sopra i tacchi ad ago della donna in carriera da stereotipo cinematografico. Ma anche le più blande donne con le gonne che cantava Vecchioni, senza Freud o briefing per la testa.
Le gambe che lei stende, e accavalla, metaforicamente sopra la scrivania non sono velatissime e ammiccanti, comunque a vista, ma disegnate, avviluppate o tatuate da uno dei tanti, diversi pantaloni dell’inverno 2015. Formali o sensuali, classici o un po’ irriverenti, si sono liberati dal luogo comune di essere un capo maschio per eccellenza e quindi vietato alla donna che voglia giocarsela alla pari. 
Distinguersi è d’obbligo, ma non è un obbligo farlo nei codici dell’abbigliamento. Anzi, qualcuno, come Alessandro Michele per Gucci, ha disegnato pantaloni identici, gender-intercambiabili, che a uomo e donna danno un’andatura neutra, ugualmente e mollemente “disossata”. Messaggio intuibile: per tracciare le gerarchie, o i rapporti di forza, o solo per distinguere tra i sessi si deve guardare altrove, non alle gambe del soggetto in questione.

Gucci autunno-inverno 2015-16 (ph. Harper's Bazaar)

Corti alla caviglia, dipinti su cosce e polpacci, a vita alta, nella rieditata zampa di elefante o amplissimi e fluidi, i pantaloni della stagione fredda hanno tutti una personalità forte, anche se non tutti sono facili da indossare. I più freschi sono quelli corti alla caviglia, che si aprono con una lieve scampanatura, o minuti e aderenti. La lunghezza “indecisa” permette di sbizzarrirsi con le scarpe: stivaletti, ankle boots o tronchetti che siano (cercando di evitare di mostrare troppa calza o calzettone e quindi segare la gamba con tre misure diverse...), oppure scarpe piatte, stringate e maschili. O ancora le euforiche Mary Jane di stagione, colorate come lecca-lecca e con il tacco squadrato.



La proposta di Prada per l'autunno inverno 2015-'16





 

 
Mary Jane di Prada rosa e geranio






La vita alta si spreca, sia per gli skinny sia per i pantaloni ampi e importanti, che si avvolgono intorno alle gambe quasi come una gonna lunga. Questi ultimi sono riservati alle alte e longilinee, ma entrambi, quando si allungano sopra l’ombelico, si portano con la camicia infilata o un pull minuscolo, per non cancellare il punto vita e scongiurare l’effetto fagotto.
Tra le novità, i pantaloni di lana sferruzzati o tricottati uguali al maglione. Se vi fate tentare, guardatevi subito il sedere, dove spesso tendono ad afflosciarsi a mo’ di pannolone. In genere, su propozioni non da top model, questo total look fa correre tre rischi: sembrare in pigiama, uno yeti, un würstel. E allora addio power dress.


Total look tricot di Celine 2014-2015

giovedì 20 agosto 2015

IL LIBRO

Simi: c'è il vuoto sotto la neve sul mare




L’avvio depista. L’ennesimo tentativo fallito di fecondazione assistita, fa pensare che quella di Giampaolo Simi sia la storia prevedibile di una maternità negata e dell’annientamento della coppia che la insegue. “Cosa resta di noi” (Sellerio, pagg. 300, euro 14,00) è questo, certo, il diario di una privazione portata all’epilogo immaginabile, ma non solo. All’autore interessano gli incroci, i misteri, le casualità, i personaggi attraverso cui la distruzione si compie, che ne fanno una storia di sgretolamento corale, come i muri degli stabilimenti balneari della Versilia dov’è ambientata, esposti alla furia di una mareggiata ma ancor più all’erosione quieta e implacabile dell’inverno. Un noir amaro, ironico e crudele, che aggancia il lettore alla pagina con il suo andamento lento, carico di segnali. La strana nevicata sul mare nasconde qualcosa e qualcos’altro rivela.
Quella vita mai iniziata, quel “lutto all’incontrario”, è solo il pretesto per allargare il campo su altri mancati concepimenti nella vita di Edo e Guia e tutt’intorno a loro. Lei è una scrittrice talentuosa, ricca, brillante, a caccia di un editore per il secondo libro. Lui il bagnino aitante diventato gestore dello stabilimento balneare dei suoceri, l’Antaura, università disertata alle spalle e un presente di sdraio da manutenere, all’ombra della bella moglie che frequenta i salotti e al mare non si vede mai. Si amano, ma l’amore fisico segue i tempi delle ovulazioni e si smaglia.
Un giorno entra in scena Anna, rappresentante di pavimenti in cotto, grezza e diretta, tipo da animalier e borse sgargianti, che si trascina dietro l’amore sbagliato per Giangi, un comico spompato diventato stalker. Edo, quasi per inerzia, cede al placido gioco di seduzione della donna e si fa coinvolgere nei suoi problemi, finchè, proprio nel giorno della surreale neve versiliana, a San Valentino, Anna scompare per non tornare più.
La dissoluzione genera devastazione. Le indagini innescano il circo del dolore, i programmi tivù lacrimosi, le comparsate che ridanno un’identità mediatica al buffone Giangi, principale sospettato, ma regalano anche a Guia, sua intervistatrice di fiducia e confidente, un protagonismo mai prima conosciuto.
Quando la neve si scioglie, solo Edo vedrà la verità sulla sparizione di Anna. Ma nemmeno lui, il narratore con cui istintivamente simpatizziamo, vorrà assumersi la responsabilità di un atto che dissipi il vuoto, riempia l’assenza.

lunedì 17 agosto 2015

 MODA & MODI

Abiti e accessori risalgono, come un vecchio post


Tra capi “must have” e accessori sempre “it” e “hot”, il web comincia a surriscaldarsi con la moda dei prossimi mesi freddi. Non c’è spazio virtuale (e pure cartaceo) che non inalberi la parola più abusata: tendenza. Il tanto vituperato “look” è quasi scomparso dal vocabolario, rimpiazzato da legioni di instagramers che viralizzano all’istante le loro scorribande nel guardaroba, alzando stormi di cuoricini sul display e rendendo inutile perder tempo con le descrizioni verbali. Ma la tendenza, o meglio il trend, in sostanza il “mai più senza” della stagione in arrivo, resiste implacabile. Anche il trend è di poche parole, con buona pace dei nostalgici delle cronache di moda di una volta, tutte descrizioni e forbitezze linguistiche, perchè c’era quasi solo la penna a materializzare l’immagine. Nell’era “istant” quel che ci vuole è l’esatto contrario: una vagonata di foto dalle sfilate dei mesi precedenti, sopra e sotto, sulla e fuori passerella, per visualizzare senza perdersi in chiacchiere quale colore indosseremo, illuminarci sulla diatriba tra capospalla e piumino, mostrare le ultimissime in fatto di borse, cappelli, stivali, guanti.
Ebbene? La tendenza dell’inverno 2015 è che non c’è tendenza. “Surfate” per credere, se volete certezze fashioniste la navigazione in rete sarà poco illuminante. Partiamo dai colori. Che il marsala sarà di punta lo sappiamo almeno da un anno (è la tinta lanciata da Pantone), in buona compagnia del verde muschio, del blu che ormai per definizione è “the new black”, del black black e del rosso fuoco. Da un lato all’altro della palette, affronteremo i rigori coperte di rosa e azzurro baby come un ghiacciolo o brandendo l’arancio e il blu psichedelici degli anni ’80.
La palette ghiacciolo di Prada 2015
Per pitonate e panterate c’è una conferma: rettili e dintorni resistono e diventano acidi e fluo. Ma si possono pure rieditare i fiori anni ’70 (gli abitucci flower power ora sono boho-chic), le geometrie colorate, l’optical bianco e nero, far tappezzeria incartate in una fantasia copridivano o giocare alla soldatessa urbana con mantelle e alamari. E se, tra gli animali di ritorno, si rintraccia il montone, la pelle gothic punk non arretra, mentre i dettagli di pelliccia, eco o autentica, si sparpagliano dappertutto, dai tacchi ai cappelli.


Miniabito e sandali di pelliccia nell'autunno inverno 2015 firmato Blumarine
La tendenza è far saltare l’ordine cronologico. Mischiare, recuperare. Come nelle condivisioni social dove basta un “mi piace” per far risalire un vecchio post, tutto si riaggiorna continuamente. E siamo noi le influencer di noi stesse, con a disposizione un guardaroba illimitato.


Cappotto con mantella di Valentino 2015