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domenica 5 febbraio 2023

IL LIBRO

 

Berta e Marta, eredi acerbe di Petra Delicado 



 

 

Ce la faranno le giovani ispettrici Berta e Marta Miralles, fresche di diploma all’accademia di polizia, a sostituire nel cuore dei lettori l’amatissima collega Petra Delicado, che in Italia ha avuto anche una fortunata trasposizione televisiva con Paola Cortellesi e Andrea Pennacchi nei panni del fido Fermín? La scrittrice Alicia Giménez-Bartlett lancia una nuova serie gialla e raddoppia le protagoniste per compensare il vuoto lasciato dall’esuberante, scorretta, vitalissima Petra, che attraverso le sue indagini ha raccontato tante pieghe e piaghe della Spagna contemporanea. “La presidente” (Sellerio, pagg. 409, euro 16, traduzione di Maria Nicola) è subito balzata nella top ten delle vendite, con un attestato di fiducia non indifferente nei confronti dell’autrice, da sempre premiata dai lettori italiani.

 


Alicia Giménez-Bartlett (Foto Ana Jiménez/Archivio La Vanguardia)

 


Diciamolo subito: Petra ci manca. E tanto. Il suo intuito, la sua predisposizione ad aggirare le regole, la sua fame di cibo, uomini, incontri, la sua interazione con Fermín, la singolare famiglia allargata che finalmente, dopo matrimoni e relazioni sbilanciate, sembra averle regalato la stabilità e il senno della mezza età, fanno scomparire le volenterose sorelle Miralles, al paragone delle simpatiche sciacquette. Piene di entusiasmo e con una certa dose trasgressiva che fa ben sperare per il prosieguo del nuovo filone, ma ancora troppo acerbe per raccogliere un testimone così impegnativo. Per una singolare (o voluta) circostanza, peraltro, il cognome Miralles per gli spagnoli equivale a dire “indagine”, perchè è lo stesso della celeberrima commissaria Claudia di “Servir y Proteger”, serie televisiva quotidiana ambientata nel Distrito Sur della polizia madrilena, e appena conclusasi su Rtve, dopo sette stagioni e la bellezza di quasi milletrecento episodi.

Le Miralles di Giménez-Bartlett sono molto diverse tra loro: Berta, disciplinata e riflessiva, poliziotta per precoce vocazione, Marta irruente, entusiasta, diretta, forse più somigliante a una scalpitante Petra. Fresche di studi, quindi considerate inesperte e manovrabili, vengono incaricate di seguire un’indagine che i loro superiori, su su fino allo stesso ministro dell’Interno, vorrebbero al più presto affossare, liquidandola con una versione edulcorata.

Al centro del plot la strana morte di un personaggio scomodo. In un lussuoso hotel di Madrid viene trovata cadavere Vita Castellá, ex presidente della Comunità Valenciana, dispotica dispensatrice di favori e tessitrice di una rete di malaffare che ha pervaso comunità e regione. Un caffè al cianuro, sorbito in piena notte, la toglie di mezzo proprio alla vigilia della sua testimonianza nel processo per corruzione che porta alla sbarra uomini del suo partito. Per liquidare il decesso come un “naturale” infarto, l’indagine passa dalla capitale a Valencia e finisce sulle scrivanie delle novelline Miralles, fintamente incoraggiate a darsi da fare. Le due ispettrici, però, a dispetto della loro provenienza campagnola, sono tutt’altro che sprovvedute e, con testardaggine e tignosità, mettono in fila una serie di indizi e di legami che porta diretta a un crimine ancora più odioso del malaffare nella cosa pubblica. A far loro da spalla interviene “Boro” Badía, ex addetto stampa della defunta, messo ai margini dal partito per le sue scelte sessuali.


Tra fantasiosi resoconti al giudice, una libertà di manovra e orari davvero poco verosimili, le due neofite finiscono per sbattere in faccia ai superiori una scomoda verità. E la loro prima indagine va in archivio veloce e leggera, in attesa della prova di resistenza.

sabato 11 giugno 2022

IL LIBRO

 

Giampaolo Simi e il ritorno

del “nerista” Dario Corbo
nella campagna fiorentina
dove l’arte lascia una scia di morte




 

 

«Ma non aspettatevi un sequel», aveva scritto Giampaolo Simi sul suo blog nei giorni dell’uscita, nel giugno 2018, di “Come una famiglia”, il secondo romanzo - dopo “La ragazza sbagliata” del 2017 - con protagonista Dario Corbo. Invece, l’ex giornalista di nera, finito a lavorare alla Fondazione artistica della donna che molti anni prima con i suoi articoli aveva contribuito a far condannare, è tornato. E il titolo del nuovo noir della serie, “Senza dirci addio” (Sellerio, pagg. 389, euro 16), stuzzica indirettamente i lettori, conferma quello che leggiamo nelle ultime righe: Corbo continuerà a indagare, perché il crimine che è al centro di quest’ultima trama, un traffico di reperti archeologici provenienti da tombe etrusche, è ancora tutto da ricostruire nelle sue ramificazioni, dai depredatori ai destinatari, passando per qualche compiacente guru universitario.

 

 

Giampaolo Simi


A chi non ha detto addio Dario Corbo? Alla sua ex moglie Giulia, travolta da un’auto pirata in una zona collinare dispersa tra Firenze e Prato. Che ci faceva lì, in un - presunto - posto da scambisti, e che fine ha fatto il suo cellulare? L’intreccio prende le mosse da questa morte, ma come sempre nelle storie di Simi sono i paesaggi interiori dei personaggi, con smottamenti e abissi che sembrano sempre trovare una loro corrispondenza con quelli “fisici” dei luoghi, a scandire lo sviluppo degli eventi. 


Dario e il figlio Luca affrontano a modo loro la liturgia del distacco, l’uno, nella delicata posizione di “vedovo mancato”, quasi fosse titolato solo a un dolore minore, reagisce incaponendosi nell’indagine, si muove da nerista qual era. L’altro, ex promessa del calcio finito sotto processo per aver coperto una storiaccia di violenza sessuale dei compagni, si rifugia a dormire nella Smart della madre, tentando di trattenerla, di custodirne il profumo.
Giulia lavorava per una galleria d’arte gestita dalla spregiudicata e ricca Maddalena (Maddajena, per Dario) Currè, intorno alla quale si muove una fauna di strani personaggi: un luminare dell’arte antica, un marito broker con la passione del collezionismo, un padre che ha fatto i soldi col cemento, la nuova toygirl del genitore dal cervello limitato. E un artista misterioso, “Absentium”, i cui quadri sono in mostra nella galleria, incomprensibili croste che trasmettono allo spettatore un senso di ripulsa e che la “jena” riesce comunque a vendere a peso d’oro.


Dove è stata uccisa Giulia? Il luogo, più che equivoco, è sinistro: anni prima un casale della zona, chiamata “Case Marsi”, fu teatro dello sterminio di una famiglia - un maresciallo dei carabinieri, sua moglie ex ballerina di night e la figlioletta - mentre un altro cadavere venne ritrovato all’esterno, in auto, forse un testimone scomodo. “Case Marsi” risveglia l’istinto da cronista di Dario. Di lì a poco emergerà un legame inquietante tra Giulia e il giovane ammazzato: hanno avuto lo stesso docente di tecniche artistiche all’Università.
Impossibile rovinare il gusto di scoprire la trama, tante sono le sterzate, le digressioni temporali, gli incroci imprevedibili tra i personaggi, fino alla conclusione aperta che depone a favore del mantenimento di Corbo in attività. Anche perchè l’indagine sull’ex moglie morta sembra aver scalfito la corazza della sua datrice di lavoro, l’insondabile e sfuggente Nora Beckford, che Dario ama e non ha mai potuto toccare.


Magistralmente Simi tira i fili, in un giallo che rimesta in una palude di affari, avidità, speculazioni, amoralità, ricchezze facili, ipocrisie. Una desertificazione umana che richiama il luogo dove tutto è cominciato, quel “Case Marsi” orfano di un centro commerciale bloccato, a due passi da lottizzazioni suburbane abortite, dove la vita nel cascinale è stata strappata via dalle radici e non è mai ricresciuta.

sabato 29 gennaio 2022

IL LIBRO

 

Yokomizo Seishi, la violenza di velluto
del maestro del giallo nipponico





 

Una dama velata si aggira nella gioielleria dei grandi magazzini Ebisuya di Osaka, allungando le sue mani guantate su spille e orecchini che le commesse devotamente le mostrano. Intasca i gioielli e si eclissa, senza che nessuno la fermi, attraversando eterea le sale del terzo piano del lussuoso centro commerciale. E nel lusso vivono anche i tanti nipoti di Tokiwa Matsuyo, matriarca e proprietaria dell’«Impero delle essenze», industria cosmetica che porta il suo nome. Regina di buona parte dei prodotti di bellezza venduti nel paese, la donna ha fatto fortuna durante la seconda guerra mondiale, producendo saponi e dentifrici, mentre i suoi due figli maschi cadevano sul campo e l’unica femmina restava sotto le bombe di Hiroshima, lasciandola a vegliare su una corte di rampolli.
Gioielli, ciprie. Ambienti vellutati dove maturano invidie e vendette, impregnati di essenze che nascondono odori di morte.

 

Questa volta il detective privato Kindaichi Kōsuke, il trasandato e stralunato personaggio uscito dalla penna di Yokomizo Seishi (1902-1981), si muove in negozi scintillanti e macchine costose, per far luce su una coppia di duplici omicidi. A poco più di tre anni dalla prima uscita, “Il detective Kindaichi” (2019), seguita da “La locanda del Gatto nero”, ai fan delle sospese e quasi soprannaturali atmosfere del maestro del thriller nipponico, Sellerio propone ora “Fragranze di morte” (pagg. 177, euro 14, traduzione di Francesco Vitucci), composto da due racconti brevi e incalzanti.


Chi è “L’Orchidea nera” nel titolo del primo giallo, la dama velata il cui ennesimo furto viene scoperto da una commessa appena assunta, innescando due morti in rapida successione dove la bella cleptomane appare la principale sospettata? Ed è veramente un omicidio-suicidio quello consumatosi in uno chalet nei pressi delle cascate di Senga, dove l’erede dell’«Impero delle essenze», il primo nipote, è stato trovato impiccato accanto al cadavere di una donna sposata, riversa sul tatami?


Kindaichi entra in azione ancora una volta affiancato dell’ispettore Todoroki, l’uno eccentrico e intuitivo, l’altro pratico e logico. Come sempre nei gialli di Yokomizo, grande confezionatore di enigmi “della camera chiusa”, sull’esempio dell’americano John Dickson Carr, non è tanto importante scoprire il colpevole, che fin dalle prime pagine entra nella trama, ma il “come” ha agito, il procedimento che ha portato l’assassino a compiere il delitto. E non sono il sangue, o la violenza dell’esecuzione, pure presenti in tutti i thriller, a stordire il lettore, ma la millimetrica e quasi perversa precisione con cui l’autore incastrata elementi all’apparenza insignificanti per poi stringerli intorno al colpevole come un cappio. Gli orari, le gerarchie tra i personaggi, la coreografia degli abiti e delle armi di un mondo antico, l’incombere delle convenzioni e delle differenze sociali, l’incidenza del momento storico, creano il riconoscibile contesto dove Yokomizo fa interagire i suoi personaggi, insinuando in una trama in apparenza immobile il dettaglio che sconvolge l’intero impianto. La violenza della morte ci arriva sempre attutita, quasi mediata dai codici di comportamento di un mondo dove ritualità e tradizioni giocano un ruolo chiave.

 

Yokomizo Seishi

 


È facile intuire allora che non sarà uno stiletto intriso di sangue ritrovato nella sua borsetta a fare dell’Orchidea nera un’assassina, nè la corda da cui penzola l’erede dell’«Impero dei profumi» un elemento sufficiente a considerarlo un suicida. Come per i nomi, sempre riportati in una indispensabile legenda all’inizio delle storie, per impedire al lettore di frastornarsi, nelle macchinazioni di Yokomizo bisogna tornare indietro e cercare di mettere a fuoco il particolare che inchioda l’assassino.

lunedì 22 marzo 2021

IL LIBRO

Rosa Elettrica e Cocìss, gli alieni in fuga

di Giampaolo Simi

 

 

Lui, capopiazza dello spaccio a diciott’anni neanche compiuti, si chiama Cocìss, come il cane che ha allevato nel terrore per mandarlo sul ring a farsi sbranare nei combattimenti. Lei Rosa, una laurea in filosofia interrotta prima della tesi, la bambina che credeva di avere i superpoteri, diventata poliziotta per caso e ora al suo primo incarico importante. Due alieni, che viaggiano insieme per un pugno di giorni, costretti prima a convivere e a trovare un codice comune per comprendersi, poi a fidarsi l’uno nell’altro in una fuga dove i nemici hanno volti ingannevoli e i buoni e i cattivi si scambiano i ruoli in un cortocircuito che frulla qualsiasi punto di riferimento.

 


 


A quattordici anni dalla prima pubblicazione, torna in libreria con Sellerio “Rosa elettrica” (pagg. 377, euro 15). E i fan dello scrittore e sceneggiatore di Viareggio Giampaolo Simi non ne rimarranno delusi, anzi. Perché la sua protagonista, che racconta in prima persona, ha anticipato con forza e credibilità molte investigatrici letterarie donne, oggi diventate di gran moda e piuttosto seriali. E perché la costruzione di questo romanzo, tra giallo e noir, i ritmi del dialogo e dell’azione, la compiutezza dei personaggi e la crudezza di molte pagine, in un crescendo sottile di tensione che prepara un finale imprevedibile e affatto consolatorio, non sembrano avvertire il peso degli anni.


Cocìss ha sparato all’impazzata in un regolamento di conti tra due clan criminali. Sul marciapiede sono rimasti il bersaglio dell’esecuzione, uno dei boss della zona, e due bambine innocenti, Nunzia e Caterina. Catturato, Cocìss ha scelto di collaborare con la giustizia per smantellare il sistema malavitoso incistato tra i cubi di cemento della 167, dove centomila persone vivono da invisibili, ma gli occhi sono dappertutto. Rosa deve proteggere questa “scoria umana”, questo delinquente bambino con la pelle di un vecchio e le gengive sanguinanti per la cocaina, feroce e perspicace, che non sa leggere ma è in grado di capire con uno sguardo se la scritta “polizia” su un’auto di servizio è taroccata.

 

 

Giampaolo Simi



È il tarocco, appunto, che capovolge i termini del rapporto e della convivenza tra Cocìss e Rosa. Uomini che li spiano, ma non sono guardoni o cacciatori. Divise finte. E la sensazione di una trappola tesa a entrambi, per togliere di mezzo il pentito approfittando dell’ingenuità della poliziotta. Così quello che doveva essere un breve tragitto per consegnare il ragazzo a chi gli avrebbe dato una nuova identità e assicurato protezione, si trasforma in fuga - dalla Toscana alla Germania ad Alderney, la più piccola delle isole della Manica - da una minaccia sempre più vicina, le cui proporzioni si dilatano, come ombre allungate sulle pareti. Una fuga in cui i due “alieni”, i due “orfani” - lei ha un padre ex imprenditore perso nella sua ossessione per le banche, la madre lontana; lui è figlio di una tossica e di un uomo che non l’ha cresciuto - troveranno dei punti di contatto, si “riconosceranno” nel loro bisogno d’affetto quasi fossero davvero il fratello e la sorella che devono fingersi, pur rimanendo sempre divisi dai ruoli e dalle provenienze.


Rosa deve portare a termine un compito, conservare una vita, per quanto sia quella di un mostro senza apparente redenzione. E Cocìss deve salvarsi da una vendetta implacabile, a costo di ingannare e usare anche chi gli ha offerto squarci di normalità. L’obiettivo comune non potrà che separare i loro destini. Entrambi saranno usati e pagheranno cara la fiducia accordata, ma per Cocìss (o Kocìss, come vuole chiamarsi lui quando Rosa gli insegna a scrivere qualche lettera, perché la K “sembra una punta che entra da qualche parte. Tipo un coltello”) non ci sarà appello. Rosa, invece, così ha promesso Simi, la ritroveremo presto.

domenica 14 febbraio 2021

IL LIBRO

 

Petra Delicado finisce in cella

e si confessa in un'autobiografia

 


 

 Chi era Petra Delicado prima di diventare l’ispettrice determinata, indipendente, libera e femminista della polizia di Barcellona? Il tredicesimo libro di Alicia Giménez-Bartlett s’intitola in originale “Sin muertos”, senza cadaveri, anche se di vera investigazione ancora una volta si tratta. Un lungo e dettagliato viaggio che la protagonista dei gialli dell’autrice spagnola, amatissima in Italia, dove puntualmente scala le classifiche, fa dentro se stessa, per disseppellire non corpi ma ricordi, scelte, svolte, decisioni, amori e dolori, dalla prima infanzia fino alla cella in un convento di suore della Galizia dove si è presa una settimana di pausa. Complice la pioggia, Petra si inoltra nella sua investigazione più intima e sincera, quella che lungo oltre quattrocento pagine fa scoprire al lettore quale percorso l’ha portata fin lì.


Giménez-Bartlett ha raccontato che è stata una lettrice, durante una presentazione, dicendosi sicura che dopo due fallimenti la “vera” poliziotta non sarebbe ricaduta in un terzo matrimonio, a suggerirle l’espediente letterario per l’“Autobiografia di Petra Delicado” (Sellerio, euro 15). Chi è davvero la mia Petra? si è chiesta allora la scrittrice. E ha ripreso in mano il personaggio, fingendo che su un quaderno a quadretti, nel silenzio della cella monacale, Petra ripercorra la sua vita: la prima infanzia in una famiglia repubblicana, il padre anticlericale e socialista professore di liceo, la madre femminista ma al tempo stesso rigida e invasiva nei confronti delle tre figlie, l’incontro con l’autorità ottusa nel collegio di suore dove comincia la scuola, che la allena subito alla contestazione e alla ribellione. E da cui naturalmente verrà espulsa per non aver celebrato il mese mariano sul giornalino scolastico, puntando piuttosto alla gioia pagana della primavera. Sullo sfondo la Spagna clericale e soffocante di Franco al tramonto.

 

Alicia Giménez-Bartlett

 


Proprio durante una manifestazione di protesta studentesca, la futura ispettrice conosce il primo dei suoi mariti, Hugo, che la convince a lasciare gli studi umanistici per la giurisprudenza e a diventare avvocato come lui, cucendole addosso un progetto di vita in cui si sente subito prigioniera (e da cui comincerà a pianificare la fuga concedendosi un paio di amanti).
Un dispetto, postumo, nei confronti di Hugo, farà però svoltare la sua vita. È la scelta di lasciare l’avvocatura per entrare alla scuola di polizia di Avila, dove, tra studi e allenamenti, Petra incontra un ragazzo molto più giovane, Pepe, futuro secondo marito, con cui, bruciata la passione, si ritrova confinata in un’altra relazione sbilanciata, quasi di accudimento materno.


E Fermín Garzón, il compagno di tante investigazioni, il partner per la birra a fine giornata e il destinatario delle punte di spillo sulla parità di genere, che al primo impatto descrive “grosso, vestito come un bifolco, con i capelli praticamente bianchi”? Petra confessa: “Non c’è stata tra noi la minima attrazione fisica, mai un accenno di galanteria e men che meno di seduzione. Eppure la sua figura emerge come quella di un gigante quando penso agli uomini che sono stati importanti per me”.


E ce ne sono di uomini, parecchi, durante le varie indagini (incluso il russo Aleksandr con cui copulerà nel mausoleo di Lenin), perchè a Petra piace l’arte del flirt: “Avvistamento, calcolo dell’indice di probabilità, prima incursione, lancio dei segnali, interpretazione dei segnali corrispondenti della controparte. Azione”. Almeno fino a quando abbandona il mordi e fuggi e si sistema col terzo marito, l’architetto Marcos, che le porta in dote (a lei, renitente a qualsiasi idea di maternità) quattro figli.


I lettori non si preoccupino. La settimana di Petra passa presto e Giménez-Bartlett sta già lavorando a “Food trucks”, l’omicidio di due ragazzi che gestivano un camion di cibo da strada. «L’idea di dover affrontare due morti ammazzati mi parve di colpo la cosa più innaturale del mondo». Dopo l’autoanalisi, sarà di nuovo la stessa Petra?

sabato 27 giugno 2020

IL LIBRO

La giornalista che vede le persone (assassini inclusi) attraverso i colori  










Romina, ventenne strangolata, è rosso sangue. Zefir, cantautore e presunto colpevole, è carta da zucchero, un colore «che si porta addosso molto passato». Iosif, caporedattore cultura, un rosso ocra. E poi c’è il misterioso uomo bicolore, un poliziotto che ha scoperto come passare dal rosa al verde bottiglia, una specie di Zelig delle tinte.

Un gioco? Tutt’altro. Si chiama sinestesia, figura retorica e anche disturbo neurologico che coinvolge i sensi e li fa scattare in modo dissociato: quando uno viene stimolato si scatena la reazione a livello di un altro. Viola, la protagonista di questa storia, preferisce chiarmarla “particolarità” piuttosto che “disturbo”. Giornalista televisiva di un’emittente internazionale, l’Adi, con tre sedi in Italia, trapiantata a Palermo da Roma, Viola associa a ogni persona che incontra, o che vede, un colore e questa palette cromatica le fornisce una personalissima tavolozza per leggere gli individui e per interpretare, magari a livello inconscio, le situazioni. Ha quarant’anni, ed è fragile, anche se in redazione riesce ancora a dissimulare. Da poco ha scoperto di avere “neuroni bucati”, un buio che le si allarga dentro e che aggredisce la vista, l’equilibro, la mobilità. «Non ho coraggio e non ho paura. Vivo e basta. Sinceramente, non vedo cos’altro potrei fare».


Aveva incrociato Romina per caso, una sera d’inverno, vestita di nero e con una bottiglia in mano: il suo era il colore scuro del vino che macchia le labbra, o del sangue su un labbro spaccato, il colore di chi gioca col fuoco e si ustiona a morte. Viola conosce anche Zefir, l’ultimo ad aver visto viva la vittima, l’artista finto impegnato che con la ragazza preferisce non impegnarsi, il giovane dall’azzurro polveroso di un bambino cresciuto bene in solitudine, mai davvero infelice, e neppure il contrario. Può quel colore che lo avvolge, «senza disperazione nè entusiasmo», essere quello dell’assassino?


Arruolata, con fiuto, da Sellerio nella squadra dei suoi giallisti, Simona Tanzini, giornalista romana (in forza alla Tgr Sicilia) che vive a Palermo, con “Conosci l’estate” firma il suo primo romanzo, che ha tutte le caratteristiche per avere un seguito. Che poi giallo veramente non è, perchè Viola non fa la detective (e sarebbe pure in ferie, ma da brava giornalista non ci va mai...) e perchè l’autrice dissemina subito più di un indizio univoco e concordante che spinge il lettore a concentrarsi su altro, al di là dell’omicidio.



Simona Tanzini


Romina, ragazza di buona famiglia uccisa. Zefir, il partner che non riesce a fidelizzare, nemmeno sbattendogli in faccia che ha un amante molto più vecchio. Gaetano, un tempo illustratore del quotidiano degli ex “settantasettini”, “Palermo Sera”, il fratello maggiore di Zefir che ha la ventura di abitare nell’appartamento a fianco a Viola, le loro terrazze divise da un armadio. E da lì che saltano fuori letterine e disegni del bambino color carta da zucchero e una foto seppiata di Gaetano dei tempi in cui lavorava al giornale, accumulava conquiste femminili, incassava rancori. Nessuno di loro due, nè Zefir nè Gaetano, è un artista, perchè sono vuoti: così li disprezza il “comunista” Iosif.


E poi Palermo. La città degli ossimori, che quando parla non usa il futuro. La città dove il sole pare tramonti in ogni angolo, feroce e aristocratica. Palermo con cui Viola sembra ingaggiare un corpo a corpo, trascinandosi nella morsa dello scirocco alla ricerca di un muretto per sedersi, maledicendo il caldo che toglie il fiato e amandola per San Domenico, lo Spasimo, la Cappella Palatina, per «tutta la bellezza che non conoscevo», che anch’essa ti viene addosso e toglie il fiato.


Così l’indagine sull’assassinio di Romina diventa il pretesto per accompagnare il lettore dentro una dimensione, che è insieme la città fisica e il passo di Viola nell’attraversarla. Con ironia e cinismo, con divertimento e inquietudine, con effervescenza e sofferenza, mai con rinuncia, come per la malattia che si porta addosso.


Il ritmo è quello veloce della cronista televisiva, con acidule divagazioni sulla deriva della professione che gli addetti ai lavori apprezzeranno. E se il meccanismo della trama è semplice, l’autrice alla sua Viola lascia qualche obiettivo in sospeso: c’è il capo della mobile da riuscire finalmente a intercettare, c’è da capire come Zelig cambia colore. Aspettiamo il seguito. O come dice Turi, operatore di lungo corso, che di giornalisti ne ha visti tanti e ne sa più di loro, davanti a un fondo bianco ancora da raccontare: «Quando vuoi».



twitter @boria_a

sabato 30 maggio 2020

IL LIBRO

Yokomizo e il cadavere senza volto
la mente diabolica del noir giapponese






I personaggi, anche se pochi, sono identificati con nome e qualifica nella prima pagina. Una scelta editoriale intelligente per aiutare il lettore a non perdersi nei diabolici intrecci del mondo di Yokomizo Seishi (1902-1981) e ritrovarsi a sfogliare all’indietro le pagine di questo breve, compatto e inquietante noir cercando di rimettere insieme ruoli e identità. Un cadavere di donna dal volto irriconoscibile per la putrefazione, una coppia di coniugi che gestisce la locanda del “Gatto nero” vicino al luogo del rinvenimento, l’amante di lui e quello di lei. Un giardino, un tempio, la periferia della città di G. che la guerra sino-giapponese ha riempito di fabbriche di munizioni e locali equivoci per stranieri, stravolgendone l’identità. Non sembra davvero una trama così complessa e popolata da rompersi la testa, ma bastano poche pagine per essere pervasi da un senso sottile di spaesamento e intuire che quel corpo nudo aggredito dai vermi, scoperto casualmente, o almeno così pare, da un bonzo, ci infilerà dritti dritti nei percorsi labirintici della mente dell’autore, da dove uscire non è operazione semplice.

A meno di un anno di distanza dalla pubblicazione de “Il detective Kindaichi”, Sellerio manda in libreria “La locanda del Gatto nero” del maestro del noir nipponico Yokomizo, originariamente uscito nel 1973, che oggi ci viene restituito con efficacia dalla traduzione di Francesco Vitucci. Ancora una volta, è il personaggio di Kindaichi Kōsuke, bizzaro investigatore, trasandato e balbuziente - da cui lo scrittore finge di aver ricevuto i documenti dell’indagine - a mandare in pezzi la scontata ricostruzione dei colleghi e a svelare il mistero dell’omicidio, che parte da lontano, dal ritorno in Giappone dalla Cina dei due protagonisti, Itojima Daigo, proprietario della locanda, e sua moglie Oshige, alla fine della guerra. Perchè il fondale storico, anche se accennato brevemente, è importante negli intrecci di Yokomizo, ammiratore e cultore della detective story all’occidentale, che “traghettò” nella cultura giapponese, impastandovi perfettamente il senso della tradizione, la vena splatter, le atmosfere e i riti della sua terra. Siamo nel 1947 e il Gatto nero, aperto un anno prima, è una delle tipiche taverne di malaffare che convivono accanto a templi secolari e cimiteri.



Yokomizo Seishi (1902-1981)




Dove sono finiti Itojima e Oshige, che hanno ceduto il loro locale poco tempo prima della scoperta del corpo? E di chi sono le macchie di sangue venute alla luce su una parete e sul tatami all’interno dell’edificio durante i lavori di ristrutturazione avviati dal nuovo proprietario? Che cosa significa la carcassa di un gatto nero mezzo decapitato rinvenuta poco lontano dalla donna assassinata?


“Il detective Kindaichi” si sviluppava intorno al meccanismo del “delitto della camera chiusa”, in questo nuovo caso, invece, si tratta di “delitto senza volto”. E quando non si può risalire alle fattezze originali del cadavere, ci spiega Yokomizo, «nella stragrande maggioranza dei casi si è portati a pensare che l’assassino abbia preso il posto della sua stessa preda. In altre parole, capita che un soggetto A - ritenuto fino a poco prima la vittima - non sia altro che l’assassino e che di B - ritenuto impropriamente l’aguzzino - si perdano le tracce. Ovviamente, ciò accade poichè è a B che appartiene il cadavere ritrovato e perchè è B la vera vittima».


La premessa non aiuta a orientarsi, ma certo fa capire che sarà sull’identità e sullo scambio che si gioca la partita. La coppia è doppia, infatti, perchè sia Itojima che Oshige hanno un amante, lui una giovane ballerina, Ayuko, truccata volgarmente e coi capelli corti, a differenza della moglie del locandiere, che porta kimono dalle tinte sobrie e l’acconciatura tradizionale, mentre Oshige si accompagna con l’imprenditore Kazama (capite la necessità della legenda dei personaggi?). Anche di Ayuko si sono perse le tracce e la signora Oshige è rimasta chiusa in camera per due settimane prima di andarsene, per un’eruzione cutanea da cerone scadente: che sia una di loro il corpo in disfacimento?


Se il teorema del “delitto senza volto” è corretto, chi pensiamo sia la vittima è in realtà il killer. Un gran burattinaio dalla mente brillante, che ha messo a punto un incastro perfetto per liberarsi del suo vero obiettivo. Ha compiuto solo un’ingenuità o forse un errore di onnipotenza. E un po’ onnipotente deve essersi sentito anche Yokomizo che, smontando il marchingegno, cita il maestro Poe e lo liquida come troppo prevedibile. 

twitter@boria_a

lunedì 27 maggio 2019

IL LIBRO

Yokomizo Seishi e il mistero degli sposi pugnalati la prima notte di nozze


 



Una coppia di sposi trovata morta, sul corpo di entrambi ferite di arma da taglio, nella loro prima notte di nozze. La camera della dependance di una vasta proprietà è chiusa dall’interno, le finestre sono sigillate, salvo una feritoia da cui nessun essere umano può avere accesso all’alcova. All’esterno una spada tradizionale giapponese.

È la fine del novembre del 1937, nel villaggio di Yamanodani, nella prefettura di Okayama. Lui è Kenzō Ichiyanagi, quarantenne colto e metodico, primogenito di una famiglia nobile, lei, Katsuko, un’insegnante molto più giovane, mal digerita dalla futura suocera: alla ragazza non perdona di essere di classe inferiore, figlia di suoi fittavoli arricchiti all’estero, e di non saper suonare l’antico strumento tradizionale a corde, il koto, come la consuetudine familiare impone alla promessa nel corso della cerimonia.


Intorno ai due cadaveri sgozzati, si muovono pochi personaggi: la vedova Itoko, madre dello sposo, due dei suoi fratelli, il giovanotto Saburō, sfaccendato amante dei gialli, e la diciassettenne Suzuko, affetta da ritardo mentale ma sublime suonatrice, il cugino Ryōsuke, che funge da amministratore della casa e ha occupato il posto del primo figlio, troppo impenetrabile e distante, nella fiducia della padrona di casa. Da parte della sposa, un unico invitato è intervenuto alla cerimonia, lo zio Ginzō, provvidenzialmente amico e benefattore di un giovane investigatore che aiuterà a risolvere il soffocante caso dei novelli sposi ammazzati.


Nei giorni prima delle nozze, uno strano personaggio, con tre dita e una cicatrice che gli devasta il volto, fa la sua comparsa nel villaggio, si ferma in una locanda per chiedere un bicchier d’acqua e informazioni sulla proprietà degli Ichiyanagy. Il colpevole perfetto, quando in casa vengono trovate impronte insanguinate di tre plettri, gli oggetti, simili a unghie, necessari per pizzicare le tredici corde del koto.


Se amate i gialli adrenalinici, i dialoghi serrati, i colpi di scena che accelerano la storia, “Il detective Kindaichi” (Sellerio, pagg. 208, euro 13), piccolo, raffinato noir di Yokomizo Seishi (1902-1981), uno dei massimi esponenti del crime nipponico - ammiratore dei maestri del genere “camera chiusa” come gli americani Carr e Van Dine, il francese Leroux, Conan Doyle e Agatha Christie citati esplicitamente - vi lascerà perplessi, a bocca asciutta.





Ma non è solo il mistero del duplice delitto nell’ambiente inaccessibile a creare l’atmosfera di soffocamento e sospetto che permea le pagine. È anche la circolarità dei personaggi, che si muovono in un ambiente ristretto alla proprietà della famiglia, sempre gli stessi, almeno fintantochè il giovane detective Kindaichi, grassoccio e trasandato, arriva in treno al villaggio e comincia a interrogare i parenti degli sposi, a osservare gli ambienti, a sommare i tanti, troppi indizi apparentemente univoci, a prendere iniziative incomprensibili che rivelano come già la strategia investigativa sia nella sua testa. 


I personaggi li immaginiamo lenti e solenni nelle loro hakama, la gonna pantalone maschile, ai piedi gli geta, le calzature unisex rialzate sulla piattaforma e con la stringa che divide l’alluce dalle altre dita, muoversi tra pareti laccate di rosso, far scivolare le porte scorrevoli con lo scheletro di legno e l’anima di carta lucida, camminare sulla neve che ovatta i rumori, imbozzola la grande casa e, incredibilmente, nasconde alcune impronte e ne lascia evidenti altre. Possibile?


Un mondo di regole, di gerarchie sociali, di codici d’onore fa maturare il fatto di sangue. Kenzō, mai prima fidanzato, si è imposto sulla madre per sposare una donna di condizione inferiore, si è vergognato perchè è toccato alla sorella Suzuko sostituirla al koto, è irritato dal confronto col cugino, che minaccia il suo ruolo negli equilibri familiari. In Katsuko ha visto la gioventù, l’istruzione, la purezza, al punto da schierarsi contro tutti per lei. Chi, allora, poteva avere interesse a eliminare entrambi, quasi si trattasse di ricostituire un ordine violato?


La soluzione del giallo, come vogliono i codici di questo genere, è un perfetto meccanismo ingegneristico, cui concorrono più persone. Chi sia il colpevole è poco interessante, il pregio del noir è l’averci portato dentro la sua testa, la vera camera chiusa.

@boria_a

sabato 8 dicembre 2018

IL LIBRO

Il love menu per risvegliare i sensi
fa la fortuna dello chef tamil




Carne di pollastro cotta con cipolle, fieno greco, curcuma, da far riposare in un brodo di coriandolo, cumino e tamarindo: è il pathiya kari, un piatto femminile, cucinato per le madri che allattano. In tavola, l’arrendevolezza delle sue carni si sposa al churaa varai, il piatto maschile a base di squalo speziato, con semi di curry e senape saltati in padella per renderne ancor più battagliero il sapore. Maravan, giovane tamil dello Sri Lanka, fuggito dalla guerra nel suo paese, lavora in un ristorante di lusso di Zurigo come lavapiatti, ma nessuno come lui conosce i segreti dell’unione perfetta delle spezie, l’amplesso dei gusti e dei profumi che, scoppiando nel palato del commensale, accende i sensi e rinvigorisce scintille da tempo sopite.

Fin da bambino, al fianco della prozia Nangay, che “riscaldava”, con le sue speciali pietanze e molta discrezione, il letto di coppie con grande differenza d’età, Maravan ha imparato i segreti di una cucina per appagare carne e spirito. Siamo nel 2008, nello Sri Lanka infuria la guerra intestina tra il governo e le Tigri Tamil, ma a Zurigo, nel suo piccolo appartamento da immigrato, il giovane sguattero col sogno di diventare chef, continua instancabilmente a sperimentare nuovi e audaci accostamenti degli afrodisiaci ayurvedici. Basta il profumo delle foglie di curry messe a bollire a ricordargli la lezione dell’amata prozia, che continua a sostenere a distanza con soldi e medicine, e ad acuire la nostalgia della famiglia, anch’essa coinvolta da vicino nel conflitto.


“Il talento del cuoco” dello scrittore di Zurigo Martin Suter (pagg, 370, euro 14,00), riproposto da Sellerio a sei anni dalla prima edizione, è molto più di quello che Maravan manifesta tra i fornelli. Se ne accorge per prima la collega Andrea, che dopo una cena gli cade tra le braccia, nonostante i suoi gusti sessuali non siano etero. Da lì l’idea di mettere in piedi insieme un catering molto speciale, il “Love Food”, per restituire il fuoco della passione a coppie ammosciate dal tran tran.






Nella fredda e frigida Zurigo l’iniziativa ha subito successo. A dispetto della sua discrezione e della sua religiosità, Maravan non ha problemi con un lavoro che stimoli i sensi altrui: «Nel suo paese d’origine si venerava il principio femminile quale forza creatrice del mondo. Le divinità avevano falli, seni e vagine e le loro madri non erano vergini. No, non aveva nessuna difficoltà a rapportarsi col sesso. Era un elemento importante della sua cultura, della sua religione e delle sua medicina. Ma in Svizzera sì, aveva qualche problema. E credeva di sapere perchè. La verità era che sotto sotto, nonostante fosse onnipresente, il sesso era un problema per gli stessi svizzeri».


Il turbamento del giovane tamil ha un’altra origine. È l’entrare nell’intimità di gente che, fino a quel momento, aveva osservato solo a distanza, da “invisibile”, da “clandestino a bordo di una navicella spaziale extraterrestre”. Armeggiare nelle cucine, conoscere le debolezze di estranei, ingoiare la vergogna che i suoi piatti, nati da sapienze antiche, siano preparati per tradimenti o giochi erotici montati come arma di ricatto. Confezionare “love menu” per bisogno di denaro, senza sospettare che davanti ai “falli gelatinizzati” o alle “passerine glassate di zenzero e pepe” (come Andrea ha ribattezzato asparagi e cuori di ceci) si concludano affari che portano i carri armati dismessi dalla Svizzera all’esercito con cui lo Sri Lanka massacra la sua gente. La storia di Maravan si conclude nell’aprile 2009, un mese prima della resa delle Tigri Tamil.


Con levità, Suter utilizza la metafora della cucina - asettica sotto le campane copripiatto del lussuoso ristorante dove Maravan lavora, avvolgente quella della sua tradizione - per dipingere una società che ci è familiare, con chiusure, ipocrisie, affari sporchi coperti dal segreto bancario e lauti guadagni sulla pelle degli ultimi arrivati. La Svizzera, e l’Europa, delle differenze di classe, dell’emarginazione, della facciata immacolata dietro cui proliferano traffici immondi. Il cibo diventa così uno straordinario ponte di condivisione e conoscenza, in grado di sciogliere pregiudizi e barriere, anche quelli che si perpetuano nelle comunità di immigrati, ostacolando l’integrazione in nome di una mal interpretata appartenenza. «Ecco perchè sono diventato cuoco. Sono affascinato da tutto ciò che è trasformazione», spiega Maravan. La sua è cucina di scambi, non solo di sensi, che Suter, con le complicate ricette riportate a fine libro, ci sfida a provare. 

@boria_a

sabato 28 aprile 2018

IL LIBRO

 L'ultima volta che vidi mia madre





Una pausa dallo studio per concedersi un gelato, in un pomeriggio assolato di luglio a Mondello, tra lo scritto e l’orale della maturità, quando, come in quell’estate del ’78, tra una prova e l’altra dell’esame, passava un tempo variabile, determinato dall’estrazione di una lettera. Roberto percorre qualche metro della stradina dove si trova la sua casa delle vacanze, gli amici lo lasciano andare avanti, mettono distanza tra lui e loro per concedergli uno spazio di discrezione, perchè seduta sul marciapiede c’è una donna che lo aspetta: sua madre Elena.

Come possiamo sapere quando prenderemo commiato, per sempre, da una persona? Quando sarà l’ultima volta di un contatto, uno sguardo, due parole? Il distacco da suo padre Vittorio, per Roberto adulto, durerà dieci anni, il tempo lungo del dilagare della malattia, da un primo ictus alla morte. Un commiato sempre sul punto di accadere, come il muoversi lento di un treno, quando l’addio si prolunga e alla fine non vedi l’ora che parta per fermare l’altalena dei sentimenti.
Come vanno gli studi? E la data dell’esame?, gli chiede Elena, la madre quarantaduenne che da due anni non vive più in famiglia. Lei si ripara gli occhi dal sole con la mano a paletta, lui sente lo sguardo dei compagni incollato alla schiena, entrambi, per ragioni diverse, bloccati. L’ultima volta. Come poteva saperlo, quel ragazzino che prepara la maturità?


È un’indagine intensa, toccante, quella in cui ci coinvolge Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, ne “L’estate del ’78” (Sellerio, pagg. 173, euro 15,00), la ricostruzione di quanto accadde a sua madre prima di quell’inconsapevole congedo a Mondello e, procedendo per indizi, nei tre mesi successivi. I ricordi del bambino, poi dell’adolescente, l’oggi dell’uomo adulto, a sua volta padre di Arturo, le foto di famiglia sulla copertina e nel libro: un racconto così personale, sincero, scoperto che potrebbe sembrare impudico, se l’autore non lo governasse col registro della delicatezza, con tratti di humour un po’ nero. 



Roberto Alajmo, giornalista e scrittore


Estate 1968, alle falde del Monte Gallo, un’escursione con i figli Roberto e Marcello. Vittorio, seduto, cinge col braccio la gamba della moglie Elena, in piedi. Lui guarda altrove, lei non sorride, sembra si siano messi in posa, vicini eppure già divergenti. È lì che comincia la fine di una storia? Di quell’amore che quindici anni prima viaggiava tra Palermo e Casale Monferrato, dove Vittorio era militare, in lettere che restituiscono la tenerezza dei vezzeggiativi - Pilipicca, Pilipicco - delle allusioni al sesso - fare zigt-zigt - l’ansia del ricongiungersi. «Il ritratto di un amore - scrive Roberto - dal quale fa un bell’effetto essere stati concepiti».


Un farmaco, lo Spasmo Oberon, appanna il sorriso di Elena. Lo prende per combattere acuti mal di testa, ma ne diventa schiava. Il barbiturico sarà bandito dal mercato per decreto solo nel 1986, dopo aver popolato le case italiane degli anni Settanta di «madri di famiglia rincoglionite e tossicodipendenti, e nessuno lo sa».
L’effetto che ha sulla giovane donna si fissa nelle immagini. La madre tenera, che gioca con i figli sul letto nelle sere del Rischiatutto, la maestra “alternativa” che segue don Milani, la pittrice con qualche velleità espositiva, indurisce i lineamenti, gli occhi si velano, finirà col mettere parrucche per non tingersi più i capelli. Cominciano le discussioni notturne, le porte sbattute, gli sciacquoni tirati per far scomparire i blister delle pastiglie, che restano in superficie, ostinatamente, come la “psiconevrosi” che le hanno diagnosticato. Ricoveri ogni sei mesi, poi l’elettroshock, in pratica l’equivalente del calcio alla lavatrice rotta: o riparte o si sfascia del tutto. 


A sfasciarsi è lei, col matrimonio. Figli affidati al padre, un’annotazione agghiacciante nel diario del più piccolo, Marcello, allora quindicenne: la soddisfazione per la legge che proibisce di comprare farmaci senza ricetta. Elena lascia la casa, ma la dipendenza tracima nel lavoro: prima le assenze prolungate, poi l’abbandono della classe e la furia della direttrice compressa tra le righe dei richiami formali. “Resto ancora perchè Roberto mi vuole e Marcello è un cucciolo”, scrive Elena in un biglietto. E per “resto”, intende al mondo.


Il 31 ottobre 1978, mentre è con la sua ragazza nella casa di Mondello, Roberto è attraversato da una folata, si affloscia. Un altro congedo, l’ennesimo? Pochi giorni dopo sua madre viene ritrovata. Sul comodino un messaggio indecifrabile, pasticciato col rossetto: se è un addio nessuno lo comprende. In una lettera precedente, da aprirsi, secondo le sue istruzioni, solo dopo la sua morte, aveva scritto: “voglio che tutti sappiano CHE HO SCELTO IO IL MOMENTO. È l’ultima verità di pavesiana memoria. Roberto mi capirà”.
A quarant’anni da quel lascito ingombrante, Alajmo dice di non sapere se, nello scrivere, ha trovato la catarsi che cercava. Ma col lettore ha condiviso un racconto familiare indimenticabile e una donna che, in quello stampatello, forse chiedeva di essere ricordata.

@boria_a

sabato 12 agosto 2017

IL LIBRO

1993, l'anno della ragazza sbagliata





Giampaolo Simi


La Versilia di Giampaolo Simi ha sempre qualcosa di ferino. In “Cosa resta di noi” (Sellerio, 2015), vincitore del premio Scerbanenco, erano i muri degli stabilimenti balneari, spossati dall’erosione silenziosa e inesorabile dell’inverno, come i legami tra i protagonisti, condannati a morire di sfinimento. Nel nuovo noir, “La ragazza sbagliata” (pagg. 386, euro 15,00, Sellerio), la Versilia è quella “verticale” delle miniere di piombo argentifero abbandonate da cinquant’anni e delle cave che si aprono come orbite secche dove i castagneti si diradano, tra macchie d’ossido che sembrano pozze di sangue e binari mangiati dalla ruggine.

È quassù, lontano dal mare modaiolo e lussuoso ma non troppo da non sentirne l’eco, che nel 1993 venne ritrovato il cadavere di una diciottenne, Irene Calamai, studentessa modello appena diplomata, scomparsa da una settimana. Il suo corpo ormai decomposto, scoperto per caso, restituì intatta la brutalità dell’assassino: tagli, ferite, unghie scorticate fino alla pelle viva. Un “cold case” di cui ritorna a occuparsi, ventitrè anni dopo, il giornalista Dario Corbo, all’epoca dei fatti praticante col sacro fuoco della professione, i cui pezzi inchiodarono, prima ancora del tribunale, Nora Beckford, giovane inglese figlia di un noto scultore, condannata a diciannove anni per omicidio. Sullo sfondo, la gelosia per un ragazzo e le chiacchiere di provincia intorno alla “straniera” - desiderata e ambigua, una “sorella minore di Uma Thurman”, promiscua, drogata - la colpevole perfetta per un pm agli esordi e carabinieri con l’urgenza di placare genitori straziati e opinione pubblica.


Due decenni dopo, i destini di Nora e Dario si incrociano di nuovo. Lei, scontata la pena e tornata a vivere in Versilia, sta organizzando una mostra sull’opera del padre, ma il paese non le perdona nè il passato nè lo sfregio alla memoria della vittima. Lui, licenziato dal nuovo proprietario del suo giornale (logiche editoriali: si compra e poi si chiude per liberarsi di un concorrente) e con moglie separata e figlio da mantenere, accetta di riaprire con un istant book l’assassinio di Irene. Ha bisogno di soldi, ma non solo. Per la prima volta ha conosciuto Nora, ha incontrato la donna di cui scrisse a freddo vent’anni prima ed è rimasto agganciato dal suo mistero. Tra di loro il trait d’union è uno strano magistrato, Lavinia Monforti, “destrorsa” con un passato da musicista metallara, che ha fatto trasferire Nora dal carcere dopo un tentativo di suicidio e ora spinge Dario a riscrivere il caso, suggerendogli indizi trascurati, favorendogli l’accesso agli incartamenti.


È il 1993, non a caso. L’anno dell’autobomba in via dei Georgofili a Firenze, della strage di via Palestro a Milano, degli attentati a Roma. L’anno in cui al giardino dei Boboli venne trovato un proiettile di artiglieria. La storia sanguinosa della sfida della mafia allo Stato si infila anche qui, tra le ville lussuose della Versilia, e sfiora quella di una ragazzina risucchiata in un destino che si compie altrove. È il 1993 delle schede telefoniche, dei primi cellulari grandi come valigette, dei teledrin per cronisti ansiosi di fare il salto, così ansiosi da non farsi troppe domande se qualcosa non collima nella verità scritta da altri. L’epoca prima di facebook e whatsapp, della non connessione, quando nei fatti di “nera” per stabilire la verità, o quel che più le si avvicinava, pesavano le parole dei testimoni e anche quelle scritte dai giornalisti.


La verità, appunto. Che ora Dario deve correre il rischio di cercare e accettare, smontando e ricostruendo ogni tassello di quel primo caso che ha determinato scelte e cambiamenti, scatenato ambizioni e fatto tagliare ponti, e alla fine l’ha condotto proprio dov’è ora, a una sorta di capolinea personale e professionale. La verità che Nora deve riuscire a vedere, dissipando i black out della sua mente, come anche Lavinia, che pure la cerca con ostinazione, quasi con un sinistro presentimento.


Tra vecchi e nuovi indizi, in un intersecarsi di passato e presente, il puzzle dell’omicidio di Irene si ricompone. E, come sempre accade nelle storie di Simi, nel disegno concluso ciascuno dei protagonisti scopre in sè un lato oscuro, uno scartamento, un abisso insondabile. Una verticalità, come quella della Versilia, da percorrere fino in fondo per ricominciare.

@boria_a

sabato 19 novembre 2016

 IL LIBRO

Ilie, orfano bianco di mamma badante







A pochi giorni dallo sbarco in tivù del vicequestore Rocco Schiavone, che, con il volto di Marco Giallini ha bissato negli ascolti il successo dei libri (Sellerio), Antonio Manzini esce con un nuovo romanzo “Orfani bianchi” (Chiarelettere, pagg. 240, euro 16,00). Chi ama il poliziotto ferito e scontroso, trasferito da Roma ad Aosta per le sue pratiche spregiudicate, si troverà in un mondo e tra voci completamente diverse, dove però non è difficile riconoscere l’autore e la sua straordinaria capacità di entrare nell’animo dei personaggi e di metterlo a nudo, fino in fondo ma con una sorta di pudicizia, fermandosi prima che tutto sia svelato e violato. 


Antonio Manzini


Oltre cinquant’anni fa le “vedove bianche” erano le mogli dei nostri immigrati, che rimanevano a casa, sole anche per interi anni, mentre i mariti lavoravano lontano. Oggi gli “orfani bianchi” sono i figli delle badanti straniere, lasciati in patria con i familiari, o, se nessun parente è disponibile, “internati” negli istituti, dove capita che gli orfani veri siano meno della metà. “Internat” si chiama appunto l’orfanatrofio dove la protagonista della storia, la moldava Mirta, è costretta ad abbandonare il figlioletto dodicenne Ilie. Una stufa difettosa ha mandato a fuoco la povera casa della nonna, l’anziana è morta nel rogo e nessuno può occuparsi del bambino, mentre la mamma sgobba a Roma lavando scale nei palazzoni e poi, in una ricca casa dell’Aventino, si prende cura di Eleonora, un’anziana incattivita e pressochè allettata.


«È inutile che ti dica che mamma avrebbe voluto un’italiana, ma non se ne trovano. Vada per una bulgara, romena o africana» le dà il benvenuto la nuora dell’inferma. «Come se fossimo la stessa cosa», pensa Mirta. Ma se lo tiene per sè. Perchè quel lavoro pesante, schifoso, ma ben retribuito è quello che le serve per portare Ilie finalmente in Italia, per strapparlo alla prigione per bambini dagli occhi vuoti dell’Internat. Per ottenerlo, quel lavoro, Mirta ha mentito e rubato e ora è disposta a mandar giù le umiliazioni di chi la considera a priori una delinquente necessaria da tenersi in casa e le “perimetra” gli spazi dove muoversi, come se fosse pronta solo ad allungare le mani, le dice in quale frigorifero tenere il suo cibo, in quali stanze non entrare, cosa toccare o non toccare.


La storia è tutta qui. Storia di distanze e silenzi, entrambi abissali. Quelli che dividono Mirta e Ilie, colmati dalle mail con i racconti della mamma, dai pacchi con i videogiochi confiscati dalla direttrice dell’orfanotrofio, dalle telefonate destinate a rimanere mute perchè il bambino sta mangiando, sta guardando un film, sta giocando con gli altri... Ilie non parla e non scrive, ma è come se lo vedessimo sprofondare a poco a poco nella disperazione degli ambienti lividi dell’Internat, soffocato dagli odori di cibi malcotti e dalla solitudine.


E distanze e silenzi inevitabili crescono anche tra Mirta ed Eleonora. Entrambe prigioniere, l’una della malattia, l’altra del bisogno. Entrambe annullate dalla reciproca dipendenza. La convivenza nella galera dorata dell’anziana è scandita dai tempi delle medicine, degli omogenizzati, del cambio di posizione, per evitare le piaghe da decubito in un corpo già martoriato dagli anni e dalle iniezioni. I tempi di Mirta sono fitti di istruzioni e posologie, tempestati dalla sveglia che le ricorda il momento di far rotolare Eleonora dall’altra parte del letto, complicati dall’odio feroce della vecchia che si sporca e si bagna per dispetto. E Mirta, a sua volta, le nega il programma preferito in tivù, la insacca in un grembiule, senza biancheria intima, e la pianta sulla carrozzella davanti allo schermo opaco. 


È il resoconto crudo e serrato di una settimana, in cui fra quattro pareti si combatte una guerra di resistenza. Entrambe hanno uno scopo da raggiungere, a qualsiasi prezzo. Finchè le due disperazioni si riconoscono, misurano la loro identica profondità. E dal corpo avvizzito di Eleonora esce un soffio di voce: «Voglio morire».
Mirta non può eseguire quest’ultima richiesta. Non può uccidere o, semplicemente, come le dice la signora, «accelerare la decomposizione». Anche lei ha un obiettivo: basta resistere ancora qualche mese, poi suo figlio la raggiungerà e con Pavel, l’uomo che potrebbe imparare ad amare, costruiranno una famiglia. Ma la storia corre ugualmente verso un esito di morte, in un finale precipitoso che non lascia margini di riscatto. Resta una domanda, nel bisbiglio di Eleonora: perchè man mano che cresce la ricchezza aumentano i muri dentro casa (e dentro di noi)?

@boria_a

sabato 25 giugno 2016

L'INTERVISTA


Andrea Camilleri, Montalbano e la pax nel piatto


 
Lo scrittore Andrea Camilleri




C’è qualcosa di speciale nell’ultimo giallo di Andrea Camilleri. Prima di tutto per lo scrittore siciliano che, a 91 anni, con “L’altro capo del filo” (Sellerio, pagg. 298, euro 14,00), taglia l’incredibile traguardo dei cento libri, un record battuto solo dal suo amato Simenon. Ma anche per il Friuli Venezia Giulia, che entra subito nella storia, fin dalle prime pagine, e diventa meta di una delle non frequenti trasferte del commissario Montalbano.

Che cosa spinge dalle parti di Udine il riottoso detective siculo, strappandolo a Vigata e ai piatti della fida Adelina? Questa volta, per restare in tema, un concorso di colpa: la richiesta dell’eterna fidanzata e un caso da risolvere, l’oscuro omicidio di una sarta di Vigata, una vedova garbata e discreta, per venire a capo del quale Montalbano dovrà suo malgrado salire su un aereo a Trapani-Birgi e atterrare, con qualche batticuore, al “Savorgnan di Brazzà” di Ronchi dei Legionari.





A levare il “pititto” al commissario, però, è il motivo principale della puntata in Friuli, ovvero il “rinnovo della promessa di matrimonio” di una coppia di amici di Livia che, arrivati al giro di boa delle nozze d’argento, vogliono ritornare in chiesa, con tutto il contorno di fedi, amici, parenti e pure figli al seguito, per ripetere il giuramento di fedeltà.


«Rinnovo? Come per il tagliando della machina? Come la tessera per il circolo», tenta invano di sottrarsi Montalbano, salvo poi scoprire, nelle ultime pagine del romanzo, che nel fantasioso paesino di Bellosguardo, in terra friulana, c’è una trattoria dal nome che dà “sicurizza”, Al Leon d’Oro, dove, prima di districare il giallo, ci si può consolare sbafandosi con granni soddisfazioni cipuddra, burro, patate, crauti. Una koinè di sapori di tutto gradimento, quasi quanto i celebri arancini.


«La prima trasferta di Montalbano in Friuli Venezia Giulia? Ricordate male», corregge sorridendo Andrea Camilleri. «Il commissario è già venuto dalle vostre parti. È andato anche in Trieste, in un racconto, se non sbaglio in vettura letto». Quella volta, però, nella raccolta “Un mese con Montalbano” (1998), fu il commissario a essere vittima di un episodio di microcriminalità. Sceso in stazione ripetendo versi di Virgilio Giotti, stordito dall’aria e dal mare, fu alleggerito del portafoglio, ma se ne fece presto una ragione davanti a tagliolini all’astice, guatti sfilettati e una bottiglia di terrano. E un po' di Trieste è entrata anche ne "Le inchieste del commissario Collura" (2002, Libreria dell'Orso) dove il protagonista Cecè, uomo di terra in crociera per convalescenza, risolve piccoli misteri aiutato dall'assistente triestino Scipio Premuda.


Camilleri, come mai questa volta ha scelto Udine? «E chi lo sa. Forse perché ricordavo il libro “Il Castello di Udine” di Carlo Emilio Gadda».


Montalbano scova un “ristoranti casaligno” dove servono la triestinissima jota e il friulanissimo frico. Lei ha realizzato una pax che non è mai riuscita a nessun amministratore della regione...«Nella fantasia può succedere».


Molto più “filologica” la triestina Angelica Cosulich de “Il sorriso di Angelica”, che è bellissima, come le triestine hanno fama di essere, e con un cognome che più triestino non si può... «Ho lavorato a lungo a Trieste, tanto alla radio per la regia di alcune opere di Fulvio Tomizza e anche per una ripresa televisiva del Teatro Stabile. È una città che amo assai e che ricordo anche da lontano attraverso i versi di Saba».



Lo scrittore Fulvio Tomizza (1935-1999)


Lei ha detto che dalla sua imponente biblioteca qualche volta “scompare” qualche libro e l’ultimo, quasi un segno del destino, è proprio “La coscienza di Zeno” di Svevo. Perchè voleva rileggere il finale? «In realtà si tratta di una storia che risale a una quarantina di anni fa. Ricordo confusamente che mi interessavano le righe sulla fine del mondo perché in un racconto parallelo, che stavo scrivendo, volevo anche io ambientare un mondo deserto di uomini e di cose». 


Al traguardo dei cento libri, ce n’è uno che si rammarica di non avere scritto ancora? «Più di uno, ma so che non ne avrei più il tempo e forse, un pochino, la voglia». 


Ma se Camilleri non avesse incontrato sulla sua strada Montalbano, chi sarebbe stato? «Avrei continuato a scrivere i romanzi che ho scritto e che continuo a scrivere anche con le incursioni di Montalbano. Sarei uno scrittore, magari non di successo, ma con una dignitosa posizione. È riduttivo considerarmi solo uno scrittore di romanzi polizieschi». 


Per Camilleri oggi è più difficile scrivere dettando, o non poter leggere? «Assai più non poter leggere. È sicuramente la cosa che mi manca di più».


Immaginiamo che ci sia qualcuno che legge per lei. Che autore contemporaneo legge Camilleri? E che classici si fa rileggere? «L’ultimo classico che mi sono fatto rileggere è “I promessi sposi”. Di contemporaneo mi faccio leggere ogni tanto alcuni capitoli per tenermi aggiornato sulla produzione. Volti e immagini non ho bisogno di farmeli raccontare, per fortuna sono ancora ben presenti e operanti». 


Lei prima di diventare scrittore ha fatto lo sceneggiatore. Le piace la televisione di oggi? «No. Io appartengo all’epoca dei grandi romanzi sceneggiati, delle grandi commedie che si presentavano ogni venerdì. Era una televisione completamente diversa e ne sono un po’ nostalgico». 


Cos’è la vecchiaia? «Sono state scritte milioni di righe sulla vecchiaia, da De Senectute in poi. La vecchiaia è un’età della vita come tutte le altre, con molte limitazioni ma anche con molte libertà».


E la felicità? «Per me la felicità è scrivere una bella pagina, una pagina che mi soddisfi». 


E che cos’è il successo? Un successo planetario come il suo?
«A me il successo non mi ha spostato di un millimetro, né nel mio modo di pensare e né nel mio modo di vivere. Mi ha portato però una ricchezza incommensurabile, il calore e l’affetto dei lettori».


Qual è il complimento che in assoluto, lungo tutti i suoi cento libri, le ha fatto più piacere e di chi? «Direi quando Sebastiano Vassalli scrisse che non c’era bisogno di costruire un ponte sullo Stretto perché io ne stavo costruendo uno di carta, e che funzionava piuttosto bene».


La fa arrabbiare l’Italia di oggi? «Non mi fa arrabbiare l’Italia, casomai quelli che la governano».


Ne “La concessione del telefono” c’è la fotografia del nostro paese oggi. Concorda? «Tutti i miei romanzi si calano sulle posizioni italiane contemporanee. Altrimenti che li scriverei a fare? Solo per il gusto di raccontare un episodio del passato?».


Nel libro n. 100 Montalbano affronta il problema migranti. Come si sta comportando l’Europa? «L’Europa malissimo, l’Italia meglio. Soprattutto perché gli italiani sanno cos’è la migrazione». 


Il commissario fa segnare numeri da record anche in televisione, alla seconda, terza replica. Ha incollato al video milioni di persone che già conoscono il finale. Perchè piace tanto? «Perché è un prodotto ottimamente realizzato di alto livello televisivo». 


E a lei piace sempre Montalbano? «Certe volte sì e altre meno. Talvolta la sua presenza è troppo ossessiva». 


È vero che è già pronto il romanzo in cui Montalbano muore? «E chi gliel’ha detto che muore? Comunque l’ultimo romanzo della serie l’ho scritto». 


Se le chiedessero di esprimere un desiderio... «Continuare a scrivere, a lavorare, finché mi sarà possibile».

twitter@boria_a

giovedì 11 febbraio 2016

 IL LIBRO

 Diavolo di una frivolezza, che ci fa accumulare oggetti e abiti


 
Gertrude Stein



Gertrude Stein gelosa, che regala alla compagna Alice Toklas un ingombrante anello di diamanti non come pegno di fedeltà, ma per ostacolare il baciamano degli uomini. La marchesa Casati che, per ogni evenienza, nasconde una dose d’assenzio nel pomo del suo bastone d’argento, mentre Virginia Woolf pianta il suo sulla riva del fiume, l’ultima traccia lasciata dalla scrittrice sulla terra prima di suicidarsi. E il cappello? Marinetti inneggia alla praticità della paglia nel suo manifesto futurista del copricapo, ma in realtà preferisce la bombetta, proprio come De Amicis, Eliot, Waugh, Vitaliano Brancati che, secondo Montanelli, compie un atto di silenzioso eroismo nel portarla quando il fascismo la mette fuori moda. Il doppiopetto, invece, genera uno scambio gustoso di battute negli afosi giardini di Princeton tra due Premi Nobel: Albert Einstein chiede a Pirandello, chiuso nell’eterno doppiopetto grigio, “Pirandello, perchè non ti togli la giacca?”, e lui, di rimando, “Grazie, ma non soffro il caldo”.
Anello, bastone, cappello. E ancora: profumo, scarpe, sigaro, vestaglia, flirt e fellatio, letto e tradimento e molte altre voci, in un dizionario di oggetti, atti e luoghi della geografia del frivolo e del superfluo. D’altro canto lo dice proprio Einstein: “La prima necessità dell’uomo è il superfluo”. “La nostra sola necessità”, lo definisce, ancora più tranchant, Oscar Wilde. E un ventenne Jean Cocteau scrive sul muro della sua camera “Il troppo è appena abbastanza per me”.


 
Luigi Pirandello


Ancora una volta, come già nel “Dizionario del dandy” o ne “I piaceri dei grandi”, Giuseppe Scaraffia ci racconta, in un instancabile, raffinato e avviluppante gioco di aneddoti e citazioni, la dittatura delle cose nella vita e nell’opera dei maestri della letteratura, dell’arte, del pensiero. È “Il demone della frivolezza” (Sellerio, pagg. 226, euro 14,00), quello che, secondo Burgess, possiede i contemporanei. Che non assomigliano per niente agli asceti, ma, ne sono l’immagine rovesciata: il teschio e il crocifisso dei padri del deserto, illuminano il vuoto dell’esistenza, mentre la marea di oggetti di cui si circondano gli uomini di oggi ha il compito di testimoniare che la vita ha senso, il piacere è a portata di mano e la morte si può allontanare. «Il mio rispetto per le cose irrilevanti sta assumendo proporzioni gigantesche» ammetteva Karl Kraus, e D’Annunzio, attestando il trionfo della quantità sulla qualità, «Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi, non ho mai tregua».
Dice Scaraffia: nell’eclissi dell’ideologia, il pensiero, per non smarrirsi nel vuoto, ha bisogno di appoggiarsi all’unica concretezza rimasta, quella degli oggetti. Si spiega così anche l’attenzione in crescita abnorme per la moda: gli abiti parlano al posto delle idee, il look è l’erede delle convinzioni. André Gide sintetizzava: «Bisogna prestare un’attenzione particolare alle calzature, da cui si riconoscono le persone più sicuramente e intimamente che dal resto dell’abbigliamento e dai tratti del viso».


 
Giuseppe Scaraffia


Nelle favole si svegliano i giocattoli, oggi sono gli oggetti a destarsi e a parlarci, a raccontarci il nostro tempo, le sue idiosincrasie, le sue manie, i suoi malesseri. Pensiamo alla vestaglia, che l’autore definisce la tenuta più appropriata per la più privata delle cerimonie: il suicidio. La pittrice Dora Carrington, dopo la morte dell’amatissimo Lytton Strachey, disse addio al mondo in una vestaglia di seta gialla del defunto. Lo scrittore Romain Gary incaricava la segretaria di comprargli le vestaglie nei migliori negozi, ma, prima di spararsi in bocca, si recò personalmente da un rinomato tessutaio inglese per acquistarne una rossa, così da attenutare l’effetto del sangue.

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