mercoledì 14 ottobre 2015


LA FICTION

"La verità di Anna", tutta a Trieste la nuova fiction di Carlo Lucarelli

TRIESTE Le riprese dureranno 96 giorni e sarà la produzione più lunga finora mai ospitata a Trieste. Arriverà nel gennaio 2016, con la firma di un autore di punta come Carlo Lucarelli. Le notizie sono ancora frammentarie, ma tra gli addetti ai lavori c’è già fermento per il nuovo set che sbarcherà in città appena quattro mesi dopo il colpaccio di “Gomorra La Serie” con le star Salvatore Esposito-Genny e Marco D’Amore-Ciro.



Lo scrittore Carlo Lucarelli a Pordenonelegge (foto Giulia Naitza per Pordenonelegge)

Di certo, oltre alla firma di Lucarelli, ci sono titolo e regista. Sarà “La verità di Anna” la fiction poliziesca in dodici puntate prodotto dalla romana Vela Film per la prima serata di Rai Uno che, dal gennaio prossimo, sarà completamente girata a Trieste. Dietro la macchina da presa il regista Carmine Elia, che ha alle spalle una lunga e solida esperienza di produzioni televisive, alcune di grande successo, sia per la Rai che per Mediaset: “Don Matteo” nel 2006, “Nati ieri” nel 2007 con Sebastiano Somma, “Ho sposato uno sbirro” con la coppia Fabio Insinna-Christiane Filangieri, e ancora la medical fiction “Terapia d’urgenza”, “Occhio a quei due” con Greggio e Iacchetti per Mediaset, “La strada dritta”, che nel 2014 celebrò su Rai 1 la realizzazione dell’Autostrada del Sole, fino all’ultima, “La dama velata”, serie in costume con Miriam Leone, un rotondo successo di audience di pochi mesi fa sempre su Rai Uno.
Per “La verità di Anna” Carmine Elia ha fatto un sopralluogo a Trieste di due giorni, accompagnato da Federico Poillucci presidente della Film Commission. Ma l’atmosfera e gli spazi li conosceva già perchè, nel 2004, lavorò qui come aiuto regista di Gianpaolo Tescari per la fiction “Gli occhi dell’altro” con Lucrezia Lante della Rovere.


Il regista de "La verità di Anna" sarà Carmine Elia

 A Trieste hanno fatto una puntata anche i collaboratori di Lucarelli, lo scrittore di polizieschi e sceneggiatore Giampiero Rigosi e la sceneggiatrice Sofia Assirelli. «L’ambientazione della fiction sarà dichiaratamente Trieste», precisa Poillucci. «Ecco il motivo di questa visita: riadattare la sceneggiatura alla città, dopo averne visitato i luoghi».
«La storia sarà poliziesca, ma non classica, più vicina alle serie americane, alla True Detective. E con qualche incursione nel materiale occulto», anticipa ancora Poillucci. Tra le location già selezionate c’è il Portovecchio dove, presumibilmente, verrà ambientata qualche sequenza di sparatorie. Da individuare anche l’edificio che fungerà da questura, magari - dicono alla Film Commission - con il coinvolgimento del Comune, che potrebbe mettere a disposizione qualche suo palazzo dismesso.
Per ora non ci sono altre notizie, anche perchè i protagonisti non sono stati ancora scelti e si conosceranno circa a metà dicembre, quando l’avanguardia della troupe sbarcherà a Trieste per i preparativi delle riprese. Molte comparse e ruoli minori, però, verranno scelti con casting locali. «Con una permanenza così lunga, calcoliamo che l’indotto per il territorio sarà nell’ordine di un milione e mezzo di euro, tenendosi bassi», dice Poillucci. «D’altro canto questa produzione ha ricevuto 200mila euro dal Film Fund regionale, la tranche massima, che viene proprio elargita in rapporto al rientro occupazionale ed economico del territorio».
“La verità di Anna”, infine, dovrebbe passare il testimone (o addirittura in parte sovrapporsi) a un’altra produzione già annunciata, il sequel del film “Il ragazzo invisibile”, che il regista Gabriele Salvatores girerà integralmente a Trieste e che è al momento in fase di scrittura da parte degli sceneggiatori del primo capitolo, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e Alessandro Fabbri.

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Gabriele Salvatores in Portovecchio a Trieste durante le riprese de "Il ragazzo invisibile" (foto per Il Piccolo)

 L'INTERVISTA

Matteo Collura:  lo scandalo della vecchiaia erotica



Scandalosa vecchiaia, che non si rassegna alla pace dei sensi. Che conosce ancora il desiderio, lo nutre di fantasie, vorrebbe soddisfarlo non fosse altro che per interposta persona. L’anziano Italo Gorini, ex docente di lettere, vissuto nella Libia pre-Gheddafi e tornato in Italia per sposare una signora benestante e ammanicata, che lo adora e gli ha propiziato una cattedra, è il protagonista dell’ultimo libro di Matteo Collura, “La badante” (Longanesi, pagg. 206, euro 17,60), che l’autore presenterà sabato 17 ottobre, alle 18, al Caffè San Marco di Trieste, introdotto da Alessandro Rocco.


Matteo Collura, scrittore e giornalista

Vedovo da cinque anni, costretto su una sedia a rotelle, il vecchio professore passa le sue giornate confinato in una stanza, tiranneggiato dalla carne e dai suoi bisogni, che studi e letture passate non possono placare. Intorno a lui un figlio disoccupato, una sorella zitella e occhiuta, e la giovane badante Paula, l’oggetto del desiderio, l’obiettivo delle pulsioni e dei rimescolamenti della carne.

"La badante" (Longanesi)

Chiuso tra quattro pareti, l’anziano leone esiliato dal mondo e dalle sue attenzioni, si avvia alla fine senza che il presidio della cultura basti a metterlo al riparo dall’indecenza dei pensieri. La luna lo affascina come un novello Ciàula, ma non riesce a tenere a freno le mani verso la ragazza e la promessa di una vita ancora piena. È la quotidianità in tante case: anziani medicalizzati, assistenti familiari, domesticità allargata, nuovi contatti e solitudini. Ne parliamo con Matteo Collura che al suo protagonista, pur sprofondato nella malattia, concede una fine serena, in un nucleo di affetti trasformato in sintonia con i tempi.
Cinema, pubblicità, sfilate: i vecchi sono tornati di moda?
«Tornati no. Piuttosto, finalmente se ne parla. Fino a tempi recenti erano un tabù, vedere due anziani che si baciavano faceva scandalo. Il cinema ha affrontato il tema prima, pensiamo a “Quartet” di Dustin Hoffman, a “Ritorno al Marigold Hotel”. La letteratura italiana non ne ha mai parlato. In “Senilità” il protagonista non ha ancora quarant’anni».
Ora invece una scrittrice con Joan Didion fa la pubblicità di Céline...
«Gli anziani sono un gruppo di consumatori consistente, una forza potenzialmente in grado di spendere...».

 
La scrittrice Joan Didion testimonial di Céline



E sono anziani capaci di provare passioni e pulsioni.
«Certo, non soltanto di prendere medicine. La realtà è molto diversa da quella che si rappresentano quelli che vivono intorno all’anziano. Oggi ha sollecitazioni tipicamente giovanili che prima non esistevano. Se il cervello è vivo, le pulsioni non sono soltanto di natura sentimentale, ma anche sessuale. È la natura. Non si può combatterla».
Così è per il protagonista del suo libro, Italo. Che però la famiglia considera quasi già morto.
«Italo Gorini ha 83 anni e molta vita dietro le spalle. Non è stato un uomo sfortunato o emarginato, ma sempre coccolato e in una posizione di privilegio: in Libia era il bianco colonizzatore, a casa la moglie lo vedeva come un semidio. Per lui è dunque più difficile accettare di uscire di scena, a dispetto degli altri. Attraverso una serie di esperienze brutte, alla fine ritroverà se stesso e capirà che il cuore deve guidare le scelte, non solo la ragione. E che si ha il dovere, non solo il diritto, di essere felici, a volte anche a scapito di chi ti sta intorno. Accetterà di morire sazio di vita. Non è un credente, questo gli basta».
Il sesso per lui è un tarlo fisso. Non le pare troppo?
«Ho avuto tanti amici, dagli 85 ai 93 anni, con questo desiderio. Me ne parlavano apertamente. Noi non sappiamo nemmeno fino a che punto arrivino le pulsioni sessuali nelle persone anziane, ma bisogna tenerne conto. Il mio personaggio non le vuole mettere a tacere. Tenerle celate può stravolgere la vita».
Il suo libro nasce...
«Dall’esperienza indiretta. Ho settant’anni, mi avvicino alla vecchiaia e volevo saperne di più. Sono considerato vecchio, ho una pensione di vecchiaia, e di questa condizione non so nulla. Comincio a chiedermi: che succede ora? Alberto Savinio quando ha scritto la Nuova Enciclopedia ha detto: ero talmente scontento delle enciclopedie in circolazione, che ne ho scritta una per me. Siccome nella letteratura c’è un vuoto, il libro me lo sono scritto io. Per poi regalare agli altri questa esperienza».


 
Paul Giamatti ne "La versione di Barney" dal libro di Mordecai Richler


Alla fine il protagonista deve cedere all’Alzheimer.
«Altro tema che la letteratura non conosce. Il cinema sì. “La versione di Barney” di Richler è diventato un bel film con Paul Giamatti. “Still Alice” con Julianne Moore ha affrontato il problema, anche se la protagonista è nella mezza età. Mi sono serviti, come “La montagna incantata” di Thomas Mann. Perchè non c’è educazione alla vecchiaia».


 
Julianne Moore in "Still Alice"



La badante del titolo, Paula, protagonista o comprimaria?
«Le badanti sono sempre trattate da stampelle, da protesi. Non diventano personaggi, non ci si chiede mai che storia di sradicamento si portino dietro. Invece quando una badante entra in casa, comunque vada a finire qualcosa succede. È come una bomba innescata. Si altera l’equilibrio familiare, si determina una trasformazione che non è detto sia in peggio».
Eppure Italo la tratta come un oggetto, secondo i peggiori stereotipi.
«Perchè è un maschio egoista ed egotista e si comporta da tale. Urla il suo dovere alla felicità. Umano troppo umano, direbbe Nietzsche. Tratta la donna come farebbe la maggior parte degli uomini».
E il figlio di Italo, Desiderio?
«Un trentacinquenne laureato e disoccupato, che vive attaccato allo smartphone, convinto di avere per le mani una fatina. Suo padre ha una memoria, il figlio che cosa può ricordare? Affidare la propria vita a un telefonino e illudersi di essere in contatto con gli altri, è una realtà pazzesca, agghiacciante, che condanna a essere tremendamente soli».
Lei ha paura della vecchiaia?
«Non sono credente, ma non ho paura. Mi ci sto avvicinando e prefiguro la mia fine. Anch’io vorrei morire sazio di vita. Ho visto i miei amici che alla fine dicevano “basta”, ma senza rabbia, nè dolore o spavento. La natura ci aiuta, ci può educare alla vecchiaia»
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lunedì 12 ottobre 2015

 MODA & MODI

Fashion lost in translation 



Miranda Kerr: high-waisted and down-to-the-knee skirt, crop top (ph. Glamour)



Volete essere it, hot, cool per i prossimi mesi? Munitevi di una bibbia della moda, Vogue, tanto per fare un nome a caso, e di un vocabolario, prima di pensare a rinnovare il guardaroba. Perchè questa è l’unica certezza, in un mare di parole sinistre: ha bisogno di essere reloaded. E i vostri outfit upgraded. Non vorrete mica aggirarvi con uno stile normcore, quando tutto intorno a voi il mondo sta cambiando?
Cominciamo dai colori. Quei cappottini, o cappottoni rosa non vi convincono proprio? Sbagliate approccio. Anzi, attitude. Che non è rosa, il coloruccio insipido che vi fa una Barbara Cartland (reloaded, naturalmente) se siete da qualche parte negli “anta”, e una Barbie (wannabe, of course) se ancora tenete gli “enti” ed “enta”. Dovete ragionare pink, perchè pink (come l’orange) è “the new black”. Se poi avete delle indecisioni sugli abbinamenti, vi vengono in aiuto quelli già provati dalle star. Miranda Kerr, per esempio: che il suo pink coat con maxi rever, minimal style, l’ha accostato a un crop top, a una long skirt e a un paio di court shoes.

Stentate a raccapezzarvi? Traducete letteralmente, metodo versione nelle lingue morte: il cappotto rosa Miranda se lo mette con una maglietta corta che mostra l’ombelico, con una gonna a metà polpaccio e con un paio di scarpe che lasciano scoperto il collo del piede, quelle che, fino a poco tempo fa, erano le noiose décolleté della mamma. Vuoi mettere court shoes, questo binomio così misterioso e autorevole, che ti fa subito sentire inadeguata? Unica avvertenza sul crop top, consigliato alle molto skinny per non scoprire, oltre all’ombelico, i rotoletti michelin (e qui, davvero, bisognerebbe ricorrere a un termine straniero, l'evocativo spagnolo che le manigliette le chiama michelines...)
Ma non divaghiamo, stick to English. Per chi vuole osare: ankle boot open toe. Posologia: sono i tronchetti con buco in punta, da cui si affacciano un paio di dita del piede. Se poi sul cappotto-coat, mettete un collo peloso anche un po’ malridotto, eccovi calate nel mood della stagione. Brivido furry, che vale anche per quei quattro peli disseminati a peso d’oro sulle birkenstock (reloaded, again) e sui loafer, altresì detti mocassini.
Tocco finale? Le esperte vi consiglieranno una handbag, intraducibile in italiano con altrettanto glam. Borsetta fa zitella, una bag rende l’outfit più special.
A una cosa resistente, anche sotto tortura: i pantaloni flared. Va bene essere boho-chic ma non fino al punto da farsi schiacciare da una zampa di elefante. Anzi, da un elephant’s foot.

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mercoledì 7 ottobre 2015


L'INTERVISTA

Demna Gvasalia: dalla passerella di Trieste a Balenciaga
"Fully dressed with smile"




 
Demna Gvasalia nel luglio 2004 a Trieste, quando vinse la terza edizione di ITS


Undici anni dopo la sua vittoria a ITS Three, fashion contest di Trieste - all’epoca talento ventitreenne nato in Georgia e allievo dall’Accademia di Anversa - Demna Gvasalia è diventato il nuovo direttore artistico di Balenciaga, al posto del designer americano Alexander Wang, che già da mesi i rumors modaioli davano in partenza dalla storica maison francese. Nel 2004, sulla passerella del Salone degli Incanti a Trieste, Demna aveva fatto sfilare una collezione maschile di viaggiatori globali, ricercati nei dettagli ma non leziosi, intitolata "Fully dressed without a smile", che aveva conquistato la giuria, composta, tra gli altri, da Antonio Marras, Raf Simons, Ennio Capasa, Richard Buckley, Wilbert Das, all'epoca direttore creativo di Diesel.
Uomini, quelli di Demna, calati in giubbotti di pelle e lana, in trench e giacche lunghe su pantaloni o tute morbidi ai fianchi e affusolati ai polpaccio. Uno stile, il suo, fin dal debutto caratterizzato dallo stravolgimento delle proporzioni e dalla scomposizione di capi dell’abbigliamento classico per ricavarne pezzi nuovi, non tracciabili, destinati a un mercato giovane, internazionale, underground. Sono proprio queste le ragioni che hanno fatto cadere su di lui la scelta di Balenciaga, dopo averlo visto alla prova del mercato con il suo brand, “Vetements”, con base a Parigi, premiato dal mercato, soprattutto americano e coreano, dopo appena due anni di vita, osannato dalla stampa ed entrato nei gusti di celeb come Kanye West e Jared Leto.
«Volevamo proprio qualcuno con una visione, capace di sparigliare le carte» ha dichiarato alla rivista WWD l’amministratore delegato e presidente di Balenciaga, Isabelle Guichot, che ha paragonato l’approccio del designer georgiano a quello dello stesso Balenciaga, il grande spagnolo che approdò a Parigi nel 1937 imponendo il suo stile visionario e originale. «Gvasalia - ha proseguito Guichot - ha la stessa propensione a sfidare le convenzioni, mettendo in discussione i metodi standard dell’industria e scegliendo un approccio sociologico per analizzare che cosa innesca il desiderio del consumatore».
L’aveva anticipato lo stesso Demna, in un’intervista del luglio scorso al quotidiano di Trieste Il Piccolo, in occasione del suo ritorno a Trieste come giurato nella scorsa edizione di ITS e sull’onda del successo della collezione autunno-inverno 2015 di “Vetements”, sfilata nel sexy club gay Le Depot a Parigi: «Per me - aveva sottolineato il designer - la creatività è avere idee che eccitano e motivano lo sviluppo e il desiderio. È molto facile combinare creatività e business, quando le idee si combinano con il desiderio. La nostra squadra si basa sulla discussione e il confronto. Parliamo molto, lavoriamo con statistiche e facciamo ricerche teoriche su cosa piace indossare alla gente che ci piace e che prendiamo come punto di riferimento. Analizziamo come si veste e come possiamo intervenire su questi elementi per creare un prodotto nuovo».
Trentaquattro anni, una laurea in economia all’Università di Tbilisi, Demna Gvasalia, dopo il successo triestino e la laurea in fashion design ad Anversa nel 2006, ha collaborato con Walter van Beirendonck per la sua collezione maschile, quindi è passato alla maison Margiela con la responsabilità della collezione donna e, nel 2013, a Louis Vuitton, con l’incarico di senior designer per il prêt-à-porter donna, prima a fianco di Marc Jacobs poi di Nicolas Ghesquière. Ora prende le redini di un marchio del lusso che fa parte del gruppo Kering, con cui debutterà a marzo alla Parigi Fashion Week. Sotto la sua direzione, Balenciaga dovrà preparare due importanti anniversari nel 2017: i cent’anni di fondazione del marchio e gli ottanta dall’apertura del primo negozio sull’Avenue George V, vicino agli Champs-Èlysées.
«Sono estremamente onorato ed eccitato dell’opportunità di portare la mia visione creativa da Balenciaga - ha commentato Demna a WWD - una maison con una storia eccezionale, capace di superare i confini della modernità nella moda. Non vedo l’ora di espandere il dna di Balenciaga e scrivere insieme alla squadra un nuovo capitolo della sua storia».
Nel luglio scorso, al Piccolo, il designer aveva raccontato che il suo brand, Vetements (che continuerà a disegnare), era nato dall’esigenza di esprimere se stesso «senza condizionamenti e da un senso di liberazione». E, a proposito dei ritmi del fashion system, che marcia con nuove collezioni ogni quattro mesi: «Non mi piace il modo in cui impone le sue regole. Tutti le devono seguire. Semplicemente non ero d’accordo».

Ora, con Balenciaga, Demna si rimette in gioco.
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mercoledì 30 settembre 2015

IL LIBRO

Inseparabili tra Trieste e Lipsia, un'amicizia in lettere lunga 43 anni oltre la Cortina di ferro



Una storia già pronta per diventare sceneggiatura. E un’amicizia che ha attraversato la Storia, dalla Germania a Trieste. Hanno Speich e Manfred Haller sono due ragazzi nel dicembre del 1943, quando una bomba cade tra le loro case, a Lipsia, apre un cratere di sei metri e devasta le loro vite. Tre anni dopo, la famiglia Speich, papà tedesco, mamma Hedy, triestina di genitori viennesi, tre figli di cui il quattordicenne Hanno è il più grande, lascia rocambolescamente la città tedesca e arriva a Trieste.

 
Si scriveranno per quarantatrè anni, Hanno e Manfred, prima che la caduta del Muro consenta loro di telefonarsi e infine riabbracciarsi. Un carteggio lunghissimo che oggi è diventato un libro, “Inseparabili. Storia di un’amicizia oltre il muro” (Nuovadimensione, pagg. 336, euro 18,00).




La bomba caduta fra le case di Hanno e Manfred il 4 dicembrre 1943 lascia un cratere profondo sei metri. Sul fondo la casa di Manfred. La persona fotografata è Karl Heinz, fratello maggiore di Manfred

Trieste, all’epoca sotto il governo militare alleato, è la città della nuova vita della famiglia Speich. Trieste dove Hanno comincia faticosamente a studiare al liceo Oberdan, con poche parole d’italiano e nessuna in latino, dove suo padre sarà ricoverato a San Giovanni e subirà un trattamento terribile, dove, allo Yacht club Adriaco, imparerà a conoscere il mare e la vela. Trieste la città della laurea in Ingegneria e del grande amore, Fiora (con lui in una foto dell’estate 1956). Una storia che, lettera dopo lettera, racconta all’amico Manfred, rimasto a Lipsia a difendere dal regime comunista la fabbrica di famiglia, fondata nel 1897. 
Abbiamo chiesto ad Hanno Speich, dirigente in pensione di una multinazionale tedesca con sede a Milano, di ripercorrerla insieme a noi.
Tutto comincia... «Il 4 dicembre 1943 Lipsia fu bombardata a tappeto dagli inglesi. Venti minuti tremendi, mille morti, centocinquantamila persone senza più un tetto. Una bomba cadde tra le nostre case, la mia e quella di Manfred, avremmo potuto morire tutti. Quando la guerra finì, mio padre tornò subito a casa. Proveniva da un campo di prigionia americano in Cecoslovacchia, che chiuse due mesi dopo. Riprese il suo lavoro di prima, il commercialista, non era una persona che poteva destare sospetti: in Normandia, dopo lo sbarco alleato, guidava un’ambulanza della Croce rossa che portava i feriti negli ospedali da campo...».

 
Eppure qualcosa successe...«Fra i suoi clienti c’era un cementificio a partecipazione olandese. Mio padre fece il bilancio e lo mandò a tutti gli azionisti, ma questa spedizione fuori dalla Germania lo mise in difficoltà. I servizi segreti sovietici lo sospettarono di spionaggio economico. Sparì per settimane, mia madre non riusciva a sapere niente della sua sorte nè dalla polizia tedesca nè dal comandante russo della città di Lipsia, perchè i servizi operavano in completa autonomia. Quando riapparve era una persona diversa. L’avevano trattenuto nel carcere di Grimma e interrogato con metodi pesanti. Aveva il terrore di tutto e decise che saremmo fuggiti dalla Germania. Era il maggio 1948».



Uno degli ultimi incontri nella casa di Manfred con gli amici nel maggio 1948. Il primo a sinistra è Manfred e l'ultimo a destra è Hanno, solo pochi giorni dopo profugo e esule.
Ricorda quella fuga? «In ogni minimo dettaglio. Compimmo diversi tragitti in treno ma attraversavamo sempre i confini tra gli Stati a piedi, per i boschi. In Austria ci ricongiungemmo finalmente ai nonni materni. Erano viennesi ma risiedevano a Trieste fin dal 1920, prima come austriaci, poi anche con la cittadinanza italiana. Nonno Josci aveva una fiorente attività di import-export tra l’Austria e il porto di Trieste. Andavano ogni anno in vacanza a Bad Gastein, che era una località rinomata, ma a noi ci sistemarono in una pensioncina sul lago di Ossia, dove non facevano domande sui documenti».
E finalmente avete mangiato... «Dopo i brodi di patate della Germania, in Austria il corpo chiedeva incessantemente “volume” di cibo. Mangiavamo e mangiavamo, ma ci alzavamo da tavola ancora con fame. Dopo lo spostamento in un’altra pensione, in Carinzia, il nonno, nel frattempo rientrato a Trieste, trovò un amico per farci attraversare il confine vicino a Tarvisio. Quest’uomo era nervosissimo, finì che ci perdemmo e mia mamma si mise a gridare nei boschi col rischio di farci scoprire. Alla fine riuscimmo a prendere la corriera che da Tarvisio ci portò a Monfalcone. Questa era la parte più difficile del viaggio, perchè non avevamo i documenti per il Territorio libero di Trieste».

 
Come siete entrati in città? «Il passaggio via terra era escluso. Il nonno però era socio del club Adriaco, dove aveva una barca e andava a giocare a bridge ogni pomeriggio. Era molto stimato in quell’ambiente. Così due soci, Giorgio e Laura Hauser, proprietari di una fabbrica di sapone, accettarono di portarci clandestinamente a Trieste sulla loro barca da regata di 12 metri, il “Liebling”, costruita a Pola. Appena saliti ci “travestirono” da marinai e ci nascosero sottocoperta. Fuori dal canale di Monfalcone fummo anche inseguiti da una motovedetta della Guardia di finanza italiana, che ci intimò l’alt ma poi fortunatamente restò in panne per una sciroccata. Arrivammo nel porticciolo di Sistiana e ci fermammo a mangiare al ristorante Castelreggio. Spaghetti che si scioglievano sulla lingua, ma dovevo concentrarmi su come girare la forchetta».



Hanno con nonno Josci, nel 1939, attraversano il golfo davanti al Porto vecchio di Trieste
Che ricordo ha del primo contatto con Trieste? «Era uscita la bora e Hauser mi ha dato il timone. Ho cominciato a sentire il gioco tra le raffiche e la barca che avanzava, come un cavaliere sente il cavallo attraverso le redini. C’era il sole che illuminava questa splendida città, mi sono emozionato. I nonni ci aspettavano all’Adriaco, abbiamo fatto festa. A Trieste prima ci siamo sistemati in una pensione vicino alla chiesa di Sant’Antonio Nuovo, poi in un appartamentino in via dei Capuano, con vista sulla scala degli Armeni. Era malconcio, mi ricordo che quando abbiamo cominciato a riscaldare sono uscite dappertutto le cimici. Il nonno ci aveva aiutato, ma ora i commerci internazionali cominciavano a normalizzarsi e certi suoi affari perdevano consistenza. Dovevamo fare economia su tutto».
 
E la scuola? «Mamma e io andammo a parlare col preside del liceo scientifico Oberdan, Lazzarini. Lesse con attenzione la mia pagella del Karl Marx Gymanasium e poi commentò: “Ma senza latino come si fa?”. Mi disse che ci voleva un anno di lezioni di italiano e latino, per poi sostenere l’esame in tutte le materie e iscrivermi a scuola nel settembre 1949, al secondo anno. Fu Lazzarini a indicarmi il professore che mi avrebbe seguito, si chiamava Tagliapietra, un suo amico già in pensione. Tutti i giorni, sabati e domeniche compresi, andavo a casa sua in via Tor San Lorenzo. Avevo una paura tremenda dell’esame. Però già quando eravamo in Austria mia mamma ci aveva comprato una grammatica, lei aveva una grande sensibilità per l’italiano e ci trasferì il suo entusiamo. Scoprii che questa lingua con tante vocali a poco a poco mi entrava. Passai l’esame e mi iscrissi al liceo».

 
Com’è riuscito a farsi degli amici? «Il nonno mi iscrisse al corso allievi all’Adriaco. Lì era ben conosciuto e io non ero certo un “profugo”. Presi il suo cognome, Péntek, che in ungherese vuol dire venerdì, e Hanno si trasformò in Giovanni, com’è riportato sul mio diploma di maturità. All’Adriaco diventai amico di Sciarelli, una personalità straordinaria, che poi è venuto anche al mio matrimonio. Quando capirono che mi ero appassionato mi affidarono una jole olimpica, si chiamava “Axum”».

 
La sua futura moglie invece... «Un compagno di classe mi aveva parlato di Fiora, ma lei aveva altri pretendenti. Fu secca: “Non telefonarmi più”, poi se ne andò due anni negli Stati Uniti. Dieci anni dopo il nostro incontro, quando lavoravo a Milano, le telefonai e lei accettò di uscire. Mi presentai in via Tiepolo a Trieste con un’Alfa coupè bianca col clacson bitonale. Quando suonai si aprirono tutte le finestre, devono aver pensato che ero un bel maleducato. Ci siamo sposati dopo pochi mesi e siamo insieme da 53 anni».



 Hanno Speich e Fiora Cuppo nell'estate 1956 sulla barca sociale "Carlo Strena" dell'Adriaco
 
Suo padre a Trieste ebbe un’esperienza terribile... «Non riuscì mai a superare lo scoglio della lingua. Eravamo in città da anni e ancora utilizzava la grammatica che avevamo comprato in Austria. Un mio professore di inglese, Bocciai, che aveva capito che ce la passavamo male, gli trovò un posto alla “Rinaldi Vini”, un’azienda vinicola vicino all’Adriaco. Partì con entusiasmo, ma non andò bene, in Germania i grossisti di vino avevano già i loro fornitori abituali. Mio padre cadde in una depressione gravissima, fu ricoverato a San Giovanni e curato con l’elettroshock. Dopo il primo trattamento andai a trovarlo, lui mi afferrò il braccio e mi disse: «Hanno, portami via di qui». L’esperienza lo segnò per sempre, diceva che gli avevano bruciato il cervello, che gli si era ristretto il vocabolario. Tornò alla “Rinaldi Vini”, ma ormai era considerato “matto”, una persona da evitare. È morto suicida, a Pforzheim, vicino alla Foresta Nera, dove anni dopo era rientrata tutta la famiglia fuorchè io, che stavo per laurearmi a Trieste. Per me fu terribile, mia madre, invece, fu fortissima. Alle soglie dei 50 anni, rispolverando il diploma al Tartini, trovò lavoro in un negozio di musica classica».
Hanno e Fiora  con le figlie Sabrina e Marina davanti al Castello di Miramare nell'aprile 1970

Com’è stato rivedere il suo amico Manfred? «Noi tedeschi siamo romantici. Ci siamo scritti per 43 anni, ma io ci ho messo tanto tempo prima di decidermi ad andare a trovarlo. Prima ci siamo telefonati, perchè appena riunificata la Germania, la Deutsche Telecom ha esteso la rete dei cellulari a Est. Poi, la prima volta, mi sono fermato a Berlino. “Chissà se avremo qualcosa da dirci”, mi chiedevo. E invece è stato come se ci fossimo lasciati il giorno prima». 
@boria_a



Hanno e Fiora oggi fotografati allo Yacht club Adriaco da Massimo Silvano per Il Piccolo

lunedì 28 settembre 2015

MODA & MODI

Per gli uomini la misura non conta 

 

Pinocchietti: rispettano il dress code delle istituzioni?



Gli addetti alla portineria del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, magari involontariamente, hanno stabilito un assioma: i pinocchietti non costituiscono un pantalone “decoroso”. I fatti sono noti, risalgono a qualche giorno fa e riguardano il corretto dress code nelle sedi istituzionali.

Si presenta in piazza Oberdan a Trieste l’ennesimo visitatore in bermuda e viene messo cordialmente alla porta. In suo soccorso, però, si precipita Bruno Marini, consigliere regionale di atavico corso, che attende l’ospite, e, risolta la faccenda con gli uscieri, lo introduce personalmente nelle sale. Quale la motivazione del politico che ha fatto capitolare i portinai? I pantaloni in questione sarebbero stati più che “decenti” e adeguati all’ammissione nel pensatoio regionale perchè erano sì bermuda, ma “coprivano il ginocchio”.

Il nostro paladino del guardaroba politically correct - che, a memoria d’uomo, per sè medesimo non si è mai avventurato oltre monastiche braghe lunghe blu e grigie, nascoste d’inverno sotto un loden, d’estate abbinate a imperdonabili camicie con le maniche corte - si è armato metaforicamente di un metro e ha stabilito: se la rotula maschile non si vede, le porte del palazzo si aprono.

 
È comprensibile: i custodi delle chiavi si sono rimessi alla volontà dell’amministratore che, sotto sua personale responsabilità e con spregio del ridicolo, ha interpretato su due piedi il cerimoniale vestimentario del consiglio. Ma è un gran peccato che abbiano rinunciato a difendere la loro epidermica e felicissima intuizione: il decoro nei calzoni maschili non è affatto questione di centimetri. Anzi, è l’esatto contrario. Non funziona come in chiesa per le signore, che, ragioni di rispetto e pudicizia invitano a celare le ginocchia agli sguardi.

Se il bermuda si allunga è diventato un pinocchietto, ovvero quel pantalone incompiuto, irrisolto, lievemente scampanato o stretto da elastici come tiranti, che si ferma scientificamente a metà polpaccio, lasciando scoperta una porzione di gamba irsuta (o depilata alla ciclista) prima del carroarmato da ginnastica con fantasmino, nei più temerari del sandalo. Un bragone informe da cui escono zampette da gallina o polpaccioni da mediano di spinta, quasi mai caviglie flautate.
 

È pensabile mettere alla porta del consiglio regionale un ospite in giacca e bermuda sopra il ginocchio - secondo l’interpretazione del completo maschile sulle passerelle nelle ultime tre stagioni - e ammetterne un altro insalsicciato nel respingente pinocchietto? Viva gli uscieri: la misura (ma non sono sempre gli uomini a dirlo???) in questo caso  proprio non conta.
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giovedì 24 settembre 2015



 IL LIBRO

Claudia Serrano, Mai più così vicina


 
Giunti pubblica l'esordio letterario della barese Claudia Serrano


Lui, Vittorio, l'editore brillante e colto, bello e playboy di default, la chiama la "cosa". Non una storia, non un rapporto, nemmeno un sostantivo ondivago e incolore come relazione. Quella con Antonia è la "cosa".  E se le parole definiscono le "cose", assegnano loro un contorno, un'identità, un posto nel mondo, quella "cosa" ,che gli esce dalla bocca sempre preceduta dai puntini di sospensione, da un'esitazione, una riluttanza anche solo verbale, e'  una cosa inevitabilmente monca, sbilanciata, singhiozzante.

Si intitola Mai più così vicina l'esordio letterario di Claudia Serrano, giovane barese laureata in Filologia romanza e di professione libraia, di cui Giunti ha appena pubblicato la prima opera (pagg. 224, euro 12,00). La trama e' leggera, una storia d'amore a senso unico tra l'uomo fascinoso e socialite e la giovane che dal meridione sbarca a Milano per scrivere il suo romanzo e finisce per sentirsi un'estranea nella città che ti toglie la sedia da dietro se hai la tentazione di accasciarti, dove, tra happening e apericena, si impara a sorridere più di quanto si è contenti. Antonia è quella che mette i tacchi anche per fare la spesa, che resta ai bordi delle conversazioni salottiere, che ai convegni porta i vestiti più eleganti, ma mai dell'eleganza giusta, casualmente ricercata e ricercatamente casuale,  per essere una di "loro", degli "altri".

L'epilogo lo conosciamo fin dalle prime righe, che raccontano di un'Antonia sveglia nel letto a contare e ricontare i trentanove nei sulla schiena di Vittorio, senza toccarlo, senza nemmeno sfiorargli la pelle, perchè quel contatto trascinerebbe con sè domande, richieste, la perimetrazione della "cosa". E le sue parole risuonano nelle orecchie: "Comincia a renderti felice da sola. Credere alla felicità che possono darti gli altri è una follia".

 
Claudia Serrano, barese (ph. courtesy Giunti)


Quel che colpisce non è l'intreccio, ma la desolazione, la lucida disperazione di cui è impastata ogni riga, il dolore lancinante, come un morso contro un dente sensibile, con cui l'autrice registra lo srotolarsi inesorabile dei fatti verso la loro fine naturale. "Non fargli sentire il peso delle tue aspettative. Non disturbare, ma ricordagli che ci sei. Ricordagli che ci sei, ma senza disturbare. Sii leggera e sii sostanziale. Muoviti come un ospite nella sua vita, nelle vite degli altri si entra in punta di piedi. Bussa al suo cuore, ma fallo lievemente e a lunghi intervalli". Più lei accetta di stravolgere vita e progetti per far posto al sentimento, più lui ne è spaventato, spiazzato, infastidito, e si ritrae nella roccaforte delle abitudini.

Anche Silvia, la ragazzina down protagonista del romanzo che Antonia sta scrivendo, "Il mandorlo perfetto", scopre quanto farsi invadere dall'amore renda fiduciosi di sè e ostinati davanti a qualsiasi sfida, fino a quella più disperata: farsi carico delle assenze, delle mancanze, delle insufficienze, pensare che sia possibile amare per entrambi, supplire l'altro. Ma Vittorio segna i confini, senza remissione: "Quello non è amore, Antonia, è una continua aspettativa sulla testa di chi è oggetto di quel sentimento. Donarsi totalmente può essere romantico, commovente, senz'altro. Ma impoverisce sia chi prova quel sentimento sia chi ne è oggetto...Io so cosa penso io: per me non è auspicabile essere amati così. Ed è disonesto amare così ".

Il viaggio dentro la "cosa" chiamata amore dura dieci giorni, gli stessi che servono per fare il dolce di Padre Pio, una specie di catena gastronomica che Antonia riceve in dono perchè si prenda cura di qualcosa e intanto impari a "ricomporre" il dolore in rassegnazione. Che si tratti di autobiografia è quasi una certezza, ce lo suggeriscono i versi del poeta friulano Pierluigi Cappello, scelti come introduzione: "scrivere come sai dimenticare, scrivere e dimenticare".
Finale consolatorio, ed è l'unica pecca. Davanti all'impasto informe che cresce in forno, le due protagoniste, Antonia e Silvia, guardano la normalità che continua, quasi fosse una magia.


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