MODA & MODI
L'inurbanità dell'urbana vestita da spiaggia
Con l’arrivo dell’estate la fauna urbana cambia pelle. Anzi, mostra la pelle. Sugli autobus diretti al mare si assiste a un’interessante e trasversale trasformazione antropologica: la scomparsa del freno inibitore. Paiono navette dedicate, come il treno che Harry Potter prendeva al binario 9 e 3/4, diretto solo a Hogwarts, dove non c’era di che sorprendersi se gli adolescenti indossavano un mantello e il cappello da mago.
Qui, su queste allegre tradotte balneari, ci si sente quasi a disagio, costrette negli abitucci da ufficio, davanti al festante irrompere delle maratonete dell’abbronzatura. Signore nella mezza età, che per tutto l’anno hanno spiato con ansia le “tendine” delle braccia, massacrandosi di pilates per sconfiggerne la progressiva discesa, si avventurano nella calca coperte solo da simil-parei annodati intorno al collo o da sedicenti “copricostume” che vengono meno alla loro più elementare funzione: coprire. Stakanoviste della forma fisica non vedono l’ora di esibire il risultato di cotanto impegno, strizzate in short inguinali e crop top (quelli che mostrano la pancia, per intenderci). Anziane ma inossidabili bagnanti, per tutto il resto dell’anno timorate di ogni forma di colore, fendono la folla con pinne, fucile ed occhiali, avviluppate in abbaglianti tende da circo. Ovunque spuntano lacci di bikini, si intravedono porzioni di mutanda e bambini lontani dall’età della ragione sono trascinati nel traffico già in costume con alette e paperelle.
Abbasso i dress code e ogni forma di regola e imposizione, soprattutto d’estate. Ma la fortuna di avere il mare in città (come da noi, a Trieste), di poter godere di una vacanza nello stesso perimetro urbano dove, in altri periodi dell’anno, si studia, si lavora, si seguono corsi e ci si dedica alle più svariate attività, suggerisce di mantenere separati gli spazi, proprio cominciando dal vestire. Ci vuol poco a nascondere il costume con un normalissimo abitino da città, semplice, fresco, non costrittivo (magari agée ma molto amato, per ridargli una seconda vita), evitando caftani e reperti da villaggio turistico. A giornata finita, il costume lascia il posto alla biancheria, ma t-shirt, camicie di lino e pantaloni leggeri possono dissimularlo senza dar l’impressione di essersi catapultate al supermercato direttamente dalla sdraio. Per niente urbano aggirarsi con gli aloni dei sottostanti slip o top bagnati o con le flip flop di gomma. E pure i bambini recalcitranti vanno rivestiti: mettere cosa e quando è una piccola disciplina che si impara, appunto, da piccoli.
twitter@boria_a
martedì 7 luglio 2015
giovedì 2 luglio 2015
IL LIBRO
Effie Gray e John Ruskin, matrimonio bianco
tra le ipocrisie vittoriane
Suzanne Fagence Cooper firma una minuziosa biografia che racconta anche pregiudizi, segreti e scandali della Londra di metà '800
Un matrimonio non consumato. Un triangolo amoroso che dà scandalo sociale. Un annullamento e un nuovo vincolo benedetto da molti figli, ma su cui si allunga l’ombra di divagazioni quasi pedofile. Al centro di questo intrigo sentimentale dai contorni ambigui, che scosse i rigidi codici della società inglese di metà ’800 e fornì ottimo gossip ai salotti della capitale, c’erano John Ruskin, critico d’arte tra i più famosi del suo tempo, e la giovane moglie Effie Gray, scappata dalla casa coniugale in una fredda mattina dell’aprile 1854 per far ritorno dai suoi, in Scozia, moglie ormai da sei anni e ancora illibata.
Perchè mai John, animo sensibile, inquieto, ardente, adorato dalla società colta della capitale dopo il suo tributo a William Turner pubblicato in “Pittori moderni” uscito nel 1843, si rifiutò di toccare la bellissima e delicata consorte? Perchè posticipò per anni l’amplesso e la costrinse, consumata nei nervi, prima ad abbandonare il tetto coniugale, con un pubblico scandalo che avrebbe potuto annientare la sua reputazione di critico, e poi a intraprendere un altrettanto trasgressivo processo per tornare libera e convolare a nuove nozze?
Di questo torbido feuilleton vittoriano, che ha avuto anche una versione cinematografica sceneggiata da Emma Thompson, si occupa Suzanne Fagence Cooper nel suo “Effie Gray” (pagg. 365, euro 17,50) pubblicato da Neri Pozza. Che l’autrice sia un’ex curatrice e ricercatrice del Victoria & Albert Museum di Londra, esperta di arte vittoriana e preraffaellita, si capisce perfettamente dal taglio dato alla storia: pur trattando materiale scabroso, almeno per i parametri dell’epoca, la vicenda è mantenuta in equilibrio tra il romanzo e il saggio divulgativo, azzeccando, soprattutto nella prima parte, relativa alla vedovanza bianca di Effie, piacevolezza narrativa e ricostruzione sociale e d’ambienti.
Ma chi era il terzo uomo del triangolo, poi secondo marito della protagonista? Effie, affascinante ma anche brillante, non dovette cercare lontano per risarcire cuore deluso e corpo ignorato. S’innamorò, infatti, di John Everett Millais, talento giovane e precoce di quella Confraternita di preraffaelliti che il critico Ruskin proteggeva e patrocinava e che l’aveva ritratta più volte, col consenso, anzi con la compiacenza del marito, quando vivevano tutti sotto lo stesso tetto, nel cottage vicino a Glenfinlas. Strano menage a trois, tra arte, tanti sospiri e niente sesso (al processo Effie risulterà vergine), che lasciava indifferente Ruskin, anche quando lei posava, languida e tutt’altro che passiva davanti all’adorante Millais. Attaccatissimo agli anziani genitori, da cui si trasferiva ogni mattina per scrivere, piantando in asso la moglie, Ruskin non poneva ostacoli alla vita mondana di lei e alle attenzioni maschili che la circondavano, considerandole quasi un indispensabile corollario al suo status sociale e alla sua fama.
Sul rifiuto a consumare il matrimonio, non ci fu mai una spiegazione sola. Il critico accampò scuse religiose, perchè l’atto avrebbe dovuto compiersi in periodo quaresimale, poi fastidio per eventuali figli e per lo sformarsi del corpo adolescenziale della moglie, che aveva conosciuto dodicenne e che tale, almeno fisicamente, voleva si conservasse. Infine disse di «essere rimasto disgustato dalla sua persona», quando l’aveva vista la prima notte di nozze: pare non si spinse nemmeno fino al pube e che bastarono i peli delle ascelle a schifarlo.
agence Cooper ha avuto accesso a un carteggio della famiglia Millais e ci racconta anche il “capitolo secondo” di Effie, dove il film non si addentra. Otto gravidanze, una vita domestica tormentata da lutti e malattie della prole, la cura e il sostegno alla carriera in ascesa del marito, che divenne presidente della Royal Academy. Venne presto il momento, però, in cui Everett la vide solo come una placida consorte e cominciò a ritrarre la cognata, Sophy, pre-adolescente. Un dipinto della ragazzina tredicenne, eseguito dal pittore a ventotto anni, nel 1857, fu tenuto celato fin dopo la sua morte e poi venduto in fretta e furia a un collezionista per l’eplicita carica erotica che faceva sospettare un rapporto tra i due non solo parentale. È l’aspetto più inquietante di questa minuziosa biografia. L’attenzione sessuale dell’età vittoriana verso i bambini, visti come oggetto di desiderio, che singolarmente attraversa la vita di Effie e dei suoi due mariti.
@boria_a
Effie Gray e John Ruskin, matrimonio bianco
tra le ipocrisie vittoriane
Suzanne Fagence Cooper firma una minuziosa biografia che racconta anche pregiudizi, segreti e scandali della Londra di metà '800
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| La copertina del libro di Suzanne Fagence Cooper (Neri Pozza) |
Perchè mai John, animo sensibile, inquieto, ardente, adorato dalla società colta della capitale dopo il suo tributo a William Turner pubblicato in “Pittori moderni” uscito nel 1843, si rifiutò di toccare la bellissima e delicata consorte? Perchè posticipò per anni l’amplesso e la costrinse, consumata nei nervi, prima ad abbandonare il tetto coniugale, con un pubblico scandalo che avrebbe potuto annientare la sua reputazione di critico, e poi a intraprendere un altrettanto trasgressivo processo per tornare libera e convolare a nuove nozze?
Di questo torbido feuilleton vittoriano, che ha avuto anche una versione cinematografica sceneggiata da Emma Thompson, si occupa Suzanne Fagence Cooper nel suo “Effie Gray” (pagg. 365, euro 17,50) pubblicato da Neri Pozza. Che l’autrice sia un’ex curatrice e ricercatrice del Victoria & Albert Museum di Londra, esperta di arte vittoriana e preraffaellita, si capisce perfettamente dal taglio dato alla storia: pur trattando materiale scabroso, almeno per i parametri dell’epoca, la vicenda è mantenuta in equilibrio tra il romanzo e il saggio divulgativo, azzeccando, soprattutto nella prima parte, relativa alla vedovanza bianca di Effie, piacevolezza narrativa e ricostruzione sociale e d’ambienti.
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| Dakota Fanning ed Emma Thompson in "Effie Gray" |
Ma chi era il terzo uomo del triangolo, poi secondo marito della protagonista? Effie, affascinante ma anche brillante, non dovette cercare lontano per risarcire cuore deluso e corpo ignorato. S’innamorò, infatti, di John Everett Millais, talento giovane e precoce di quella Confraternita di preraffaelliti che il critico Ruskin proteggeva e patrocinava e che l’aveva ritratta più volte, col consenso, anzi con la compiacenza del marito, quando vivevano tutti sotto lo stesso tetto, nel cottage vicino a Glenfinlas. Strano menage a trois, tra arte, tanti sospiri e niente sesso (al processo Effie risulterà vergine), che lasciava indifferente Ruskin, anche quando lei posava, languida e tutt’altro che passiva davanti all’adorante Millais. Attaccatissimo agli anziani genitori, da cui si trasferiva ogni mattina per scrivere, piantando in asso la moglie, Ruskin non poneva ostacoli alla vita mondana di lei e alle attenzioni maschili che la circondavano, considerandole quasi un indispensabile corollario al suo status sociale e alla sua fama.
Sul rifiuto a consumare il matrimonio, non ci fu mai una spiegazione sola. Il critico accampò scuse religiose, perchè l’atto avrebbe dovuto compiersi in periodo quaresimale, poi fastidio per eventuali figli e per lo sformarsi del corpo adolescenziale della moglie, che aveva conosciuto dodicenne e che tale, almeno fisicamente, voleva si conservasse. Infine disse di «essere rimasto disgustato dalla sua persona», quando l’aveva vista la prima notte di nozze: pare non si spinse nemmeno fino al pube e che bastarono i peli delle ascelle a schifarlo.
agence Cooper ha avuto accesso a un carteggio della famiglia Millais e ci racconta anche il “capitolo secondo” di Effie, dove il film non si addentra. Otto gravidanze, una vita domestica tormentata da lutti e malattie della prole, la cura e il sostegno alla carriera in ascesa del marito, che divenne presidente della Royal Academy. Venne presto il momento, però, in cui Everett la vide solo come una placida consorte e cominciò a ritrarre la cognata, Sophy, pre-adolescente. Un dipinto della ragazzina tredicenne, eseguito dal pittore a ventotto anni, nel 1857, fu tenuto celato fin dopo la sua morte e poi venduto in fretta e furia a un collezionista per l’eplicita carica erotica che faceva sospettare un rapporto tra i due non solo parentale. È l’aspetto più inquietante di questa minuziosa biografia. L’attenzione sessuale dell’età vittoriana verso i bambini, visti come oggetto di desiderio, che singolarmente attraversa la vita di Effie e dei suoi due mariti.
@boria_a
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| L'autrice Suzanne Fagence Cooper (f. The Press) |
venerdì 26 giugno 2015
LA MOSTRA
"FuturAnita" apre a Trieste
Alla Drogheria 28 gli anni futuristi della designer Anita Pittoni
Vorrebbe conoscere Christian Dior? Così scrive Salvatore Ferragamo in una lettera ad Anita Pittoni, dattiloscritta e datata 2 febbraio 1949. Ferragamo, il re delle scarpe, il calzolaio delle stelle di Hollywood, invita l'artigiana triestina a partecipare a una rassegna internazionale di moda a Firenze, la sollecita a prendere una decisione: vuole presentare e vendere i suoi prodotti, vuole incontrare Christian Dior?
Chissà che cosa sarebbe successo se Anita Pittoni avesse risposto di sì, chissà che incontro sarebbe stato quello tra la "pittrice dell'ago", come la definiva Anton Giulio Bragaglia, il calzolaio delle stelle di Hollywood, Ferragamo, e l'inventore del New Look, Christian Dior.
Ma il 1949 è un anno particolare per Anita. Il "genio della manualità", come la definiva il concittadino Tullio Kezich sul Corriere della Sera, si sta lasciando alle spalle la moda, e sta pensando di avventurarsi in un altro ambito. Alla composizione dei colori sostituisce la distillazione delle parole, alla sperimentazione con tessuti e materiali, il fruscio della carta, il gusto per la pubblicazione preziosa. Lo Studio d'arte decorativa appartiene ormai al passato, nascono le edizioni dello Zibaldone, il cui primo titolo uscirà nel settembre di quell'anno, sette mesi dopo l’invito di Ferragamo.
Questo interessante documento sui legami tra Anita Pittoni e i protagonisti internazionali della moda del suo tempo sarà in mostra, dal 27 giugno (vernice alle 17.30) al 17 luglio, alla libreria antiquaria Drogheria 28, parte di quel fondo di volumi, corrispondenze, depliant, riviste, "libri mastri" dello Studio d'arte decorativa, acquisito e ricomposto dal bibliofilo Simone Volpato. Una raccolta che ci restituisce gli anni dell'attività di moda e design di Anita, le sue fonti di ispirazione, le sue suggestioni, i suoi contatti, committenti e fornitori, l'attività quotidiana del laboratorio.
Tre gioielli di questo fondo firmati Giorgio Carmelich - un numero della rivista "Epeo", da lui fondata, sul bestseller la Sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, e due collage dedicati alla moda meccanica e a una scenografia orientale - saranno visibili per l'ultima volta a Trieste proprio in occasione di questa mostra, "FuturAnita", che anticipa e si collega al concorso internazionale per talenti del design ITS, in programma all'ex Pescheria di Trieste il 10 e 11 luglio. I tre Carmelich lasciano Trieste: li ha acquistati, infatti, la Fondazione Echaurren-Salaris di Roma, che, in trent’anni, ha messo insieme la più completa collezione di documenti, pubblicazioni, testimonianze sul futurismo.
La lettera di Ferragamo chiude idealmente quel lungo periodo, cominciato verso la fine degli anni Venti, di Anita Pittoni creatrice di moda e dello Studio di via Cassa di risparmio, che fu la sua soddisfazione e il suo cruccio, dove sperimentò e si confrontò con altri designer, progettò rassegne ed esposizioni, costruì rapporti con gli amici futuristi, pensò e realizzò i suoi pezzi sperimentali, anticipatori nei disegni e nei materiali.
Ed è proprio la minuta “contabilità” del laboratorio che ci offre informazioni interessanti sui percorsi, spesso imprevedibili, sicuramente anticipatori, che prendevano la fantasia, il gusto grafico, la manualità di Anita. I suoi biografi, i cultori della memoria e qualche collezionista appassionato, troveranno tra queste carte alcune tracce per completare il racconto di una triestina per certi versi geniale, ostica e ingiustamente dimenticata. Tracce preziose, anche se piccole, frammentarie, discontinue, che sollecitano un lavoro certosino e affettuoso di “cucitura”.
Le forniture, dunque. A Milano Pittoni acquistava filati metallici d’argento, fili d’oro in lamina, rocchetti di “piattina” d’oro: dieci cartoline con i relativi ordinativi, dal 1932 al 1937, sono indirizzate ad “Arte del ricamo”, un negozio di telerie, specializzato in filati di seta e lana. Sono gli anni intensi della partecipazione alle fiere: la prima Mostra femminile d’arte al Castello Sforzesco, con in giuria Mario Sironi e Adolfo Wildt, dove vinse la medaglia d’argento, la Fiera di Firenze dell’Ente nazionale per l’artigianato, che nel febbraio del ’32 le anticipò 500 lire per favorire la sua presenza, la Mostra dell’eleganza femminile di Trieste nel gennaio 1935, la VI Mostra nazionale della Moda di Torino nel settembre dello stesso anno. Infine, nel ’38, l’Esposizione internazionale dell’artigianato di Berlino, di cui emerge notizia, per la prima volta, da questo fondo.
Arrivava da Milano, e anche da Trieste, un’altra “texture” d’elezione per la Pittoni, la juta, che ordinava, insieme a fibre di lino e canapa, alla ditta “Adolfo Lamperti” nel capoluogo lombardo e allo “Jutificio triestino” di Campo Marzio. Il telaio era stato scelto a Torino: due cartoline, del 20 febbraio e del 15 marzo 1939, forniscono dettagli sul trasporto del macchinario, in legno modulare, completo di tutti i suoi accessori. Molto laboriosa era l’attività di tinteggiatura dei filati, che negli anni Quaranta aveva come referenti la ditta Giuseppe Gozzoli e la tintoria Cozzi di Milano, dove Anita ordinava i rossi, rossi violacei, punti di verde per arredo e confezioni, mentre lo stabilimento a vapore Tintoria Angelo di via Madonnina 18 a Trieste, aveva provveduto all’azzurro di una partita di canapa.
Anche la geografia delle relazioni commerciali con i negozi triestini permette di entrare nella vita dello Studio. Edoardo Velicogna in piazza della Borsa, tra il 1934 e il ’38, inviava ad Anita fatture per la fornitura di materiali dai nomi sognanti, cotone perlè, seta iride, seta splender, filo oro, cotone papagallo, marlit, etamin, lana Tizian, lana oriente, tortiglia nero. Per il crine vegetale, la corda e la canapa, il negozio di riferimento era “Alberto Bignami” in via Diaz 2, per il panno lenci “Silvio Rustia” di viale XX Settembre 31, per i bottoni di stoffa e i plissè “Ettore Ciotti” di via San Spiridione 10, per i ricami “M. Bomman. Casa fondata nel 1902”, che aveva sede al numero 12 di via Cavana. Il veneziano “Donaggio & Figli”, specializzato in forniture peschereccie e in reti a macchina e a mano, provvedeva a soddisfare gli ordinativi di refe canapa, refe lino candido, lino cremato, canapa greggio.
Le tende a rete di Anita erano pezzo d’arredo apprezzato alla fine degli anni Trenta. Piacevano in modo particolare al celebre tessutaio veneziano Rubelli, al negozio d’arredamento “La casa moderna” di via Defilippi a Milano, che le aveva viste in esposizione alla Mostra del tessile di Roma, puntando gli occhi sul tipo “Pescatore” per i suoi campionari, all’architetto milanese Giancarlo Palanti, una delle figure di punta del razionalismo milanese tra le due guerre, poi trasferitosi in Brasile, dove fu tra gli urbanisti della moderna San Paolo.
In una serie di cartoline tra febbraio e maggio 1936, lo Studio di architettura di Franco Albini chiedeva di vedere urgentemente la Pittoni per gli arredi dell’appartamento dell’ingegner Falck, mentre l’azienda Richard Ginori sollecitava le tovaglie su cui mettere in mostra i suoi servizi griffati. Più tardi, e siamo già nel 1947, a meno di due anni dalla decisione di Anita di chiudere il capitolo moda, la celebre galleria d’arte Il Milione di Milano la invitava a non lasciare in sospeso gli ordini per arredare i suoi ambienti.
Tra il ’42 e il ’43, il diario quotidiano dello Studio triestino era compilato da una delle lavoranti migliori, Nelly. Scopriamo così che tra i clienti c’erano Gabriella Economo, l’architetto Pulitzer, le famiglie Nordio, Segre, Nobile, Raiser, artisti come Timmel, Spacal, Righi. Lei, Anita, era a Miasino, dove viveva con l’architetto e critico d’arte Agnoldomenico Pica. Lontana da Trieste e anche dall’idea di diventare editrice.
twitter@boria_a
"FuturAnita" apre a Trieste
Alla Drogheria 28 gli anni futuristi della designer Anita Pittoni
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| La triestina Anita Pittoni (1901-1982) |
Chissà che cosa sarebbe successo se Anita Pittoni avesse risposto di sì, chissà che incontro sarebbe stato quello tra la "pittrice dell'ago", come la definiva Anton Giulio Bragaglia, il calzolaio delle stelle di Hollywood, Ferragamo, e l'inventore del New Look, Christian Dior.
Ma il 1949 è un anno particolare per Anita. Il "genio della manualità", come la definiva il concittadino Tullio Kezich sul Corriere della Sera, si sta lasciando alle spalle la moda, e sta pensando di avventurarsi in un altro ambito. Alla composizione dei colori sostituisce la distillazione delle parole, alla sperimentazione con tessuti e materiali, il fruscio della carta, il gusto per la pubblicazione preziosa. Lo Studio d'arte decorativa appartiene ormai al passato, nascono le edizioni dello Zibaldone, il cui primo titolo uscirà nel settembre di quell'anno, sette mesi dopo l’invito di Ferragamo.
Questo interessante documento sui legami tra Anita Pittoni e i protagonisti internazionali della moda del suo tempo sarà in mostra, dal 27 giugno (vernice alle 17.30) al 17 luglio, alla libreria antiquaria Drogheria 28, parte di quel fondo di volumi, corrispondenze, depliant, riviste, "libri mastri" dello Studio d'arte decorativa, acquisito e ricomposto dal bibliofilo Simone Volpato. Una raccolta che ci restituisce gli anni dell'attività di moda e design di Anita, le sue fonti di ispirazione, le sue suggestioni, i suoi contatti, committenti e fornitori, l'attività quotidiana del laboratorio.
Tre gioielli di questo fondo firmati Giorgio Carmelich - un numero della rivista "Epeo", da lui fondata, sul bestseller la Sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, e due collage dedicati alla moda meccanica e a una scenografia orientale - saranno visibili per l'ultima volta a Trieste proprio in occasione di questa mostra, "FuturAnita", che anticipa e si collega al concorso internazionale per talenti del design ITS, in programma all'ex Pescheria di Trieste il 10 e 11 luglio. I tre Carmelich lasciano Trieste: li ha acquistati, infatti, la Fondazione Echaurren-Salaris di Roma, che, in trent’anni, ha messo insieme la più completa collezione di documenti, pubblicazioni, testimonianze sul futurismo.
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| Collage di Giorgio Carmelich esposti alla Drogheria 28 di Trieste (foto di Andrea Lasorte per Il Piccolo) |
La lettera di Ferragamo chiude idealmente quel lungo periodo, cominciato verso la fine degli anni Venti, di Anita Pittoni creatrice di moda e dello Studio di via Cassa di risparmio, che fu la sua soddisfazione e il suo cruccio, dove sperimentò e si confrontò con altri designer, progettò rassegne ed esposizioni, costruì rapporti con gli amici futuristi, pensò e realizzò i suoi pezzi sperimentali, anticipatori nei disegni e nei materiali.
Ed è proprio la minuta “contabilità” del laboratorio che ci offre informazioni interessanti sui percorsi, spesso imprevedibili, sicuramente anticipatori, che prendevano la fantasia, il gusto grafico, la manualità di Anita. I suoi biografi, i cultori della memoria e qualche collezionista appassionato, troveranno tra queste carte alcune tracce per completare il racconto di una triestina per certi versi geniale, ostica e ingiustamente dimenticata. Tracce preziose, anche se piccole, frammentarie, discontinue, che sollecitano un lavoro certosino e affettuoso di “cucitura”.
Le forniture, dunque. A Milano Pittoni acquistava filati metallici d’argento, fili d’oro in lamina, rocchetti di “piattina” d’oro: dieci cartoline con i relativi ordinativi, dal 1932 al 1937, sono indirizzate ad “Arte del ricamo”, un negozio di telerie, specializzato in filati di seta e lana. Sono gli anni intensi della partecipazione alle fiere: la prima Mostra femminile d’arte al Castello Sforzesco, con in giuria Mario Sironi e Adolfo Wildt, dove vinse la medaglia d’argento, la Fiera di Firenze dell’Ente nazionale per l’artigianato, che nel febbraio del ’32 le anticipò 500 lire per favorire la sua presenza, la Mostra dell’eleganza femminile di Trieste nel gennaio 1935, la VI Mostra nazionale della Moda di Torino nel settembre dello stesso anno. Infine, nel ’38, l’Esposizione internazionale dell’artigianato di Berlino, di cui emerge notizia, per la prima volta, da questo fondo.
Arrivava da Milano, e anche da Trieste, un’altra “texture” d’elezione per la Pittoni, la juta, che ordinava, insieme a fibre di lino e canapa, alla ditta “Adolfo Lamperti” nel capoluogo lombardo e allo “Jutificio triestino” di Campo Marzio. Il telaio era stato scelto a Torino: due cartoline, del 20 febbraio e del 15 marzo 1939, forniscono dettagli sul trasporto del macchinario, in legno modulare, completo di tutti i suoi accessori. Molto laboriosa era l’attività di tinteggiatura dei filati, che negli anni Quaranta aveva come referenti la ditta Giuseppe Gozzoli e la tintoria Cozzi di Milano, dove Anita ordinava i rossi, rossi violacei, punti di verde per arredo e confezioni, mentre lo stabilimento a vapore Tintoria Angelo di via Madonnina 18 a Trieste, aveva provveduto all’azzurro di una partita di canapa.
Anche la geografia delle relazioni commerciali con i negozi triestini permette di entrare nella vita dello Studio. Edoardo Velicogna in piazza della Borsa, tra il 1934 e il ’38, inviava ad Anita fatture per la fornitura di materiali dai nomi sognanti, cotone perlè, seta iride, seta splender, filo oro, cotone papagallo, marlit, etamin, lana Tizian, lana oriente, tortiglia nero. Per il crine vegetale, la corda e la canapa, il negozio di riferimento era “Alberto Bignami” in via Diaz 2, per il panno lenci “Silvio Rustia” di viale XX Settembre 31, per i bottoni di stoffa e i plissè “Ettore Ciotti” di via San Spiridione 10, per i ricami “M. Bomman. Casa fondata nel 1902”, che aveva sede al numero 12 di via Cavana. Il veneziano “Donaggio & Figli”, specializzato in forniture peschereccie e in reti a macchina e a mano, provvedeva a soddisfare gli ordinativi di refe canapa, refe lino candido, lino cremato, canapa greggio.
Le tende a rete di Anita erano pezzo d’arredo apprezzato alla fine degli anni Trenta. Piacevano in modo particolare al celebre tessutaio veneziano Rubelli, al negozio d’arredamento “La casa moderna” di via Defilippi a Milano, che le aveva viste in esposizione alla Mostra del tessile di Roma, puntando gli occhi sul tipo “Pescatore” per i suoi campionari, all’architetto milanese Giancarlo Palanti, una delle figure di punta del razionalismo milanese tra le due guerre, poi trasferitosi in Brasile, dove fu tra gli urbanisti della moderna San Paolo.
In una serie di cartoline tra febbraio e maggio 1936, lo Studio di architettura di Franco Albini chiedeva di vedere urgentemente la Pittoni per gli arredi dell’appartamento dell’ingegner Falck, mentre l’azienda Richard Ginori sollecitava le tovaglie su cui mettere in mostra i suoi servizi griffati. Più tardi, e siamo già nel 1947, a meno di due anni dalla decisione di Anita di chiudere il capitolo moda, la celebre galleria d’arte Il Milione di Milano la invitava a non lasciare in sospeso gli ordini per arredare i suoi ambienti.
Tra il ’42 e il ’43, il diario quotidiano dello Studio triestino era compilato da una delle lavoranti migliori, Nelly. Scopriamo così che tra i clienti c’erano Gabriella Economo, l’architetto Pulitzer, le famiglie Nordio, Segre, Nobile, Raiser, artisti come Timmel, Spacal, Righi. Lei, Anita, era a Miasino, dove viveva con l’architetto e critico d’arte Agnoldomenico Pica. Lontana da Trieste e anche dall’idea di diventare editrice.
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| La lettera di Salvatore Ferragamo ad Anita Pittoni del 2 febbraio 1949 |
martedì 23 giugno 2015
MODA & MODI
Stivali ogm: gli infra-boots
Ha sempre stupito anche voi la ragguardevole longevità degli stivali da ranchero in versione estiva? Vi chiedete da anni perché mai, arrivata la stagione della libertà podologica, ci sia una consistente pattuglia di fedelissime che si ostina a costringere le proprie estremità in quei boots da texano inurbato, col tacco squadrato e le decorazioni sul cuoio antitraspirante? La struttura ortodossa, dotata di punta affilata, che in verità richiede una dedizione alla causa che sconfina nel masochismo, è stata negli anni affiancata da versioni più light, indirizzate a un pubblico di country girl flessibile: al posto degli stivali, "tronchetti" da mandriano, alti quel tanto da ingessare solo la caviglia, o più morbidi stivali e stivaletti in camoscio da squaw, entrambe le opzioni accessoriate da borchie o frange, perché più ammenicoli penzolanti o sbrilluccicanti ci sono, più queste calzature sembrano diventare in egual proporzione pesanti e interessanti.
Perché rabbrividire, allora (sensazione salutare, visto l'accessorio in questione...), davanti all'ultima versione, al mandriano 2.0, che pur di non rinunciare all'amato stivale in qualsiasi stagione, arriva a sacrificarne un pezzo? La rete ha viralizzato subito l'invenzione, che non poteva che essere concepita tra le vacche e i cowboy dell'estate del Missouri: gli stivali infradito.
È un tale signor Scott Franklin di Springfield ad aver lanciato sul mercato i Redneck Cowboy Boots pare salutati da un certo successo commerciale. Ha spiegato lui stesso l'origine del bizzarro prototipo, dove si incontrano tutte le qualità che il mercato richiede oggi ai nuovi prodotti: praticità, portabilità, creatività. Il cow-designer dice di aver sentito l'esigenza di essere più libero e fresco, di andare in spiaggia o a bordo piscina ma senza dover scrostare dall'epidermide i suoi affezionati stivali. Ecco allora rispettate le due caratteristiche originali dell'articolo: il tacco zoccolante e il cuoio inciso che decora il polpaccio, largo abbastanza per infilarci il jeans. Scompare solo una fetta di pelle ed ecco che metatarso e dita del piede escono in libertà dalla loro prigione.
Dopo le sporty ciabatte (da piscina ma riconvertite all'urbanità, grazie anche ai cervelloni della Silicon Valley che le adorano), le birkenstock furry o ribattezzate field sandal (sempre birkenstock ma impellicciate e con un po' di make up), i cow-infra-stivali rivendicano orgogliosamente il loro ruolo: new entry nella galleria delle scarpe ogm.
Stivali ogm: gli infra-boots
Ha sempre stupito anche voi la ragguardevole longevità degli stivali da ranchero in versione estiva? Vi chiedete da anni perché mai, arrivata la stagione della libertà podologica, ci sia una consistente pattuglia di fedelissime che si ostina a costringere le proprie estremità in quei boots da texano inurbato, col tacco squadrato e le decorazioni sul cuoio antitraspirante? La struttura ortodossa, dotata di punta affilata, che in verità richiede una dedizione alla causa che sconfina nel masochismo, è stata negli anni affiancata da versioni più light, indirizzate a un pubblico di country girl flessibile: al posto degli stivali, "tronchetti" da mandriano, alti quel tanto da ingessare solo la caviglia, o più morbidi stivali e stivaletti in camoscio da squaw, entrambe le opzioni accessoriate da borchie o frange, perché più ammenicoli penzolanti o sbrilluccicanti ci sono, più queste calzature sembrano diventare in egual proporzione pesanti e interessanti.
Perché rabbrividire, allora (sensazione salutare, visto l'accessorio in questione...), davanti all'ultima versione, al mandriano 2.0, che pur di non rinunciare all'amato stivale in qualsiasi stagione, arriva a sacrificarne un pezzo? La rete ha viralizzato subito l'invenzione, che non poteva che essere concepita tra le vacche e i cowboy dell'estate del Missouri: gli stivali infradito.
È un tale signor Scott Franklin di Springfield ad aver lanciato sul mercato i Redneck Cowboy Boots pare salutati da un certo successo commerciale. Ha spiegato lui stesso l'origine del bizzarro prototipo, dove si incontrano tutte le qualità che il mercato richiede oggi ai nuovi prodotti: praticità, portabilità, creatività. Il cow-designer dice di aver sentito l'esigenza di essere più libero e fresco, di andare in spiaggia o a bordo piscina ma senza dover scrostare dall'epidermide i suoi affezionati stivali. Ecco allora rispettate le due caratteristiche originali dell'articolo: il tacco zoccolante e il cuoio inciso che decora il polpaccio, largo abbastanza per infilarci il jeans. Scompare solo una fetta di pelle ed ecco che metatarso e dita del piede escono in libertà dalla loro prigione.
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| Gli infra-boots da mandriano Redneck Cowboy Boots |
Dopo le sporty ciabatte (da piscina ma riconvertite all'urbanità, grazie anche ai cervelloni della Silicon Valley che le adorano), le birkenstock furry o ribattezzate field sandal (sempre birkenstock ma impellicciate e con un po' di make up), i cow-infra-stivali rivendicano orgogliosamente il loro ruolo: new entry nella galleria delle scarpe ogm.
venerdì 19 giugno 2015
L'INTERVISTA
Giovanna Botteri, corrispondente Rai dagli Usa: E Curzi mi disse, "Vai a Mosca"
e racconta quello che vedi come a una persona cara...
È stata testimone, e ha raccontato, l’assedio a Sarajevo durante la guerra in Bosnia dal ’92 al ’96, l’incendio della Biblioteca nazionale, la strage del pane, il genocidio dei musulmani a Srebrenica l’11 luglio 1995. Con occhi pieni di curiosità, passione, professionalità, con penna e telecamera, è stata in Algeria, Sudafrica, Iran, Albania, dove ha seguito la ribellione a Valona nel 1997, per poi passare al conflitto in Kosovo ed entrare a Pec' insieme all’esercito italiano nel 1999.
La triestina Giovanna Botteri, dal 2007 corrispondente Rai dagli Stati Uniti, è uno dei volti più noti della televisione italiana. Dagli anni Novanta, non c’è scenario di guerra, teatro “caldo” del mondo, che non l’abbia vista protagonista, con impegno, umanità e quell’inconfondibile energia che sempre trasmette dal video, nel documentare fatti e testimoniarci storie di uomini: nel ’91 il crollo dell’Urss, poi la guerra d’indipendenza in Croazia, l’Afghanistan dei talebani, l’inizio dei bombardamenti a Baghdad il 20 marzo 2003, che ha filmato in esclusiva mondiale con Guido Cravero, l’arrivo dei carri armati statunitensi il 9 aprile. Una carriera internazionale lunga e prestigiosa, cui va quest’anno il Premio speciale Marco Luchetta, che la giornalista riceverà al Politeama Rossetti il 2 luglio. Una sorta di premio alla carriera, dalla sua città. Come si sente, Giovanna?
«Magari dovrei rispondere semplicemente “vecchia”, pensando ai tempi in cui con Marco Luchetta dividevamo i corridoi del Dante, al tempo che è passato, a tutte le cose fatte, viste. Invece l’unica cosa che mi viene in mente è: “viva”. Sopravvissuta a quella terribile guerra in Bosnia che ha ucciso i miei amici, i miei colleghi, e assieme a loro città, famiglie. Alle altre che hanno devastato e continuano a devastare la vita e i sogni di migliaia di bambini e di civili. Ma anche a quella guerra sorda e sotterranea che ti rende cinica, fa dimenticare quello che è importante, il tuo dovere di raccontare, ed essere onesto. “Viva”, e contentissima di ricevere il Premio».
Giovanna Botteri ha sempre voluto fare la giornalista o aveva altri sogni?
«Non volevo fare la giornalista. Lo era già mio papà, non avrei mai osato un confronto con lui. Mi stavo laureando in filosofia, ero a Parigi a preparare la tesi, e leggevo i romanzi di Danilo Kiš. Avrei dato qualsiasi cosa pur di incontrarlo. Così gli scrivo attraverso la sua casa editrice italiana, e invento che voglio fargli un’intervista. Lui mi riceve, e io, con un registratore vecchissimo, gli chiedo tutto quello che posso... Euforica, trascrivo tutto, e trovo anche chi mi pubblica l’intervista! E capisco che non può esistere un mestiere più bello al mondo. Incontri gente straordinaria, attraversi come un viaggiatore le storie della gente e dei paesi, e ti pagano per farlo…»
Qual è stato l’incontro, o l’occasione, che ha dato una svolta alla sua carriera?
«Quando sono arrivata al tg3, Alessandro Curzi mi ha fatto fare la gavetta. Federica Sciarelli faceva la praticante al politico, Michele Santoro era viceredattore capo alla cultura. Cinque righe di notizia e un po’ di immagini a riporto. Poi mi manda a Mosca, dove Demetrio Volcic’ era il grande corrispondente in capo, per imparare. E io faccio la ragazzetta di bottega, le riunioni del mattino, una telefonata alla Tass per capire la versione ufficiale, una telefonata a quelli dell’opposizione per sentire altre fonti, e alla fine il confronto con i colleghi di Bbc e della Reuters prima della verifica sul posto. Il mondo è in ebollizione, e quando scoppia anche la Jugoslavia, Curzi mi manda a Sarajevo. Che cosa devo fare, che pezzi volete?, gli chiedo. E lui mi dice solo… “racconta”. Racconta quello che succede come stessi parlando a qualcuno a cui tieni. Non lo dimenticherò mai».
Ex Jugoslavia, Algeria, Iran, Albania, Afghanistan, Iraq: qual è l’esperienza che l’ha più coinvolta o dove ha avuto paura per la sua vita?
«A Sarajevo mi hanno insegnato a non vergognarsi della paura. Aver paura serve a essere prudenti, a pensar bene prima di commettere imprudenze, a non sottovalutare i rischi. Il panico, quello è pericoloso, perché non sei più lucido. Ho avuto paura tante volte, tante. Una volta siamo andati con uno dei battaglioni che difendeva Sarajevo sulla prima linea del monte Trebevi„, nelle trincee. Se l’artiglieria centra la tua trincea, finisci sepolto dalla terra, soffocato. Avevo un giubbotto antiproiettile, inutile, ma la notte mi ha aiutato a dormire».
Lei è all’ufficio di corrispondenza forse più invidiato del mondo. Dopo gli Stati Uniti, ha ancora un sogno da realizzare?
«Mi piacerebbe moltissimo lavorare a un programma di reportages, riprendere a girare e montare come una volta, con tempo e cura, raccontando le storie con le pause, i sospiri, il silenzio».
Le sarà capitato spesso di occuparsi di infanzia violata quando era inviata in teatri di guerra. C’è una storia che le è rimasta nel cuore?
«A Baghdad dopo i primi giorni di bombardamento e guerra, le madri non riuscivano più a tenere a casa i bambini. I ragazzini scappavano in strada, anche se le scuole erano chiuse, per giocare a pallone con gli amici. Era così che morivano, colpiti dalle schegge dell’esplosione, diventate come pugnali appuntiti. Allora le madri li riempivano di valium, perché stessero calmi, per poterli tenere in casa. La guerra è terribile, e lascia ferite che non guariscono mai».
Ma oggi il mondo della rete, dei “social”, ha moltiplicato le forme di abuso sui minori anche lontano da guerre o degrado sociale...
«Penso che internet sia un grande strumento. Di libertà e di democrazia, oppure di violenza gratuita e vigliacca. Dipende da chi lo usa».
Che bambina era Giovanna Botteri?
«Classica. Grembiule bianco, cartella rigida sulle spalle, macchie di inchiostro sulle dita, cicciottella, non la prima della classe ma neanche l’ultima, spettinata, già allora».
Aveva dei miti, o dei modelli a cui voleva assomigliare?
«Da piccola, esistevano solo i miei. Mia mamma era perfetta. Era magra, elegante, parlava l’inglese benissimo. Mio papà sapeva tutto, sapeva dove stava il bene e il male. Così quando sono diventata un’adolescente, ho pensato solo a scappare…».
Qual è il servizio più frivolo che ha firmato?
«Non esistono servizi o notizie “frivole”. Tutto racconta la società in cui viviamo, i suoi gusti, le sue debolezze. I pezzi di società sono divertenti, e ti fanno capire con leggerezza quello che succede vicino o lontano da noi».
Iniziare ora a fare il giornalista è un’impresa difficile, ovunque. Se la sente di dare un suggerimento?
«Adesso è veramente difficile. Sempre meno spazi, e meno soldi. Chi comincia adesso deve avere davvero tanta forza, coraggio e determinazione. Crederci veramente, e non mollare».
Come vede la sua città, Trieste, dal suo osservatorio internazionale?
«No tuti quei che xe mati xe dentro, e no tuti quei che xe dentro xe mati, avevano scritto su un muro di San Giovanni. Mi è sempre sembrato un buon punto di vista, per Trieste e per la vita»
Ha un libro suo nel cassetto?
«Son piena di libri, ovunque, cassetti, scrivanie, in cucina e in bagno. Mi piace più leggere che scrivere"
@boria_a
Giovanna Botteri, corrispondente Rai dagli Usa: E Curzi mi disse, "Vai a Mosca"
e racconta quello che vedi come a una persona cara...
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| Giovanna Botteri, corrispondente Rai dagli Stati Uniti |
È stata testimone, e ha raccontato, l’assedio a Sarajevo durante la guerra in Bosnia dal ’92 al ’96, l’incendio della Biblioteca nazionale, la strage del pane, il genocidio dei musulmani a Srebrenica l’11 luglio 1995. Con occhi pieni di curiosità, passione, professionalità, con penna e telecamera, è stata in Algeria, Sudafrica, Iran, Albania, dove ha seguito la ribellione a Valona nel 1997, per poi passare al conflitto in Kosovo ed entrare a Pec' insieme all’esercito italiano nel 1999.
La triestina Giovanna Botteri, dal 2007 corrispondente Rai dagli Stati Uniti, è uno dei volti più noti della televisione italiana. Dagli anni Novanta, non c’è scenario di guerra, teatro “caldo” del mondo, che non l’abbia vista protagonista, con impegno, umanità e quell’inconfondibile energia che sempre trasmette dal video, nel documentare fatti e testimoniarci storie di uomini: nel ’91 il crollo dell’Urss, poi la guerra d’indipendenza in Croazia, l’Afghanistan dei talebani, l’inizio dei bombardamenti a Baghdad il 20 marzo 2003, che ha filmato in esclusiva mondiale con Guido Cravero, l’arrivo dei carri armati statunitensi il 9 aprile. Una carriera internazionale lunga e prestigiosa, cui va quest’anno il Premio speciale Marco Luchetta, che la giornalista riceverà al Politeama Rossetti il 2 luglio. Una sorta di premio alla carriera, dalla sua città. Come si sente, Giovanna?
«Magari dovrei rispondere semplicemente “vecchia”, pensando ai tempi in cui con Marco Luchetta dividevamo i corridoi del Dante, al tempo che è passato, a tutte le cose fatte, viste. Invece l’unica cosa che mi viene in mente è: “viva”. Sopravvissuta a quella terribile guerra in Bosnia che ha ucciso i miei amici, i miei colleghi, e assieme a loro città, famiglie. Alle altre che hanno devastato e continuano a devastare la vita e i sogni di migliaia di bambini e di civili. Ma anche a quella guerra sorda e sotterranea che ti rende cinica, fa dimenticare quello che è importante, il tuo dovere di raccontare, ed essere onesto. “Viva”, e contentissima di ricevere il Premio».
Giovanna Botteri ha sempre voluto fare la giornalista o aveva altri sogni?
«Non volevo fare la giornalista. Lo era già mio papà, non avrei mai osato un confronto con lui. Mi stavo laureando in filosofia, ero a Parigi a preparare la tesi, e leggevo i romanzi di Danilo Kiš. Avrei dato qualsiasi cosa pur di incontrarlo. Così gli scrivo attraverso la sua casa editrice italiana, e invento che voglio fargli un’intervista. Lui mi riceve, e io, con un registratore vecchissimo, gli chiedo tutto quello che posso... Euforica, trascrivo tutto, e trovo anche chi mi pubblica l’intervista! E capisco che non può esistere un mestiere più bello al mondo. Incontri gente straordinaria, attraversi come un viaggiatore le storie della gente e dei paesi, e ti pagano per farlo…»
Qual è stato l’incontro, o l’occasione, che ha dato una svolta alla sua carriera?
«Quando sono arrivata al tg3, Alessandro Curzi mi ha fatto fare la gavetta. Federica Sciarelli faceva la praticante al politico, Michele Santoro era viceredattore capo alla cultura. Cinque righe di notizia e un po’ di immagini a riporto. Poi mi manda a Mosca, dove Demetrio Volcic’ era il grande corrispondente in capo, per imparare. E io faccio la ragazzetta di bottega, le riunioni del mattino, una telefonata alla Tass per capire la versione ufficiale, una telefonata a quelli dell’opposizione per sentire altre fonti, e alla fine il confronto con i colleghi di Bbc e della Reuters prima della verifica sul posto. Il mondo è in ebollizione, e quando scoppia anche la Jugoslavia, Curzi mi manda a Sarajevo. Che cosa devo fare, che pezzi volete?, gli chiedo. E lui mi dice solo… “racconta”. Racconta quello che succede come stessi parlando a qualcuno a cui tieni. Non lo dimenticherò mai».
Ex Jugoslavia, Algeria, Iran, Albania, Afghanistan, Iraq: qual è l’esperienza che l’ha più coinvolta o dove ha avuto paura per la sua vita?
«A Sarajevo mi hanno insegnato a non vergognarsi della paura. Aver paura serve a essere prudenti, a pensar bene prima di commettere imprudenze, a non sottovalutare i rischi. Il panico, quello è pericoloso, perché non sei più lucido. Ho avuto paura tante volte, tante. Una volta siamo andati con uno dei battaglioni che difendeva Sarajevo sulla prima linea del monte Trebevi„, nelle trincee. Se l’artiglieria centra la tua trincea, finisci sepolto dalla terra, soffocato. Avevo un giubbotto antiproiettile, inutile, ma la notte mi ha aiutato a dormire».
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| Un bimbo gioca durante l'assedio di Sarajevo il 22 aprile 1996 (foto AFP) |
«Mi piacerebbe moltissimo lavorare a un programma di reportages, riprendere a girare e montare come una volta, con tempo e cura, raccontando le storie con le pause, i sospiri, il silenzio».
Le sarà capitato spesso di occuparsi di infanzia violata quando era inviata in teatri di guerra. C’è una storia che le è rimasta nel cuore?
«A Baghdad dopo i primi giorni di bombardamento e guerra, le madri non riuscivano più a tenere a casa i bambini. I ragazzini scappavano in strada, anche se le scuole erano chiuse, per giocare a pallone con gli amici. Era così che morivano, colpiti dalle schegge dell’esplosione, diventate come pugnali appuntiti. Allora le madri li riempivano di valium, perché stessero calmi, per poterli tenere in casa. La guerra è terribile, e lascia ferite che non guariscono mai».
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| Il bombardamento di Baghdad nel 2003: Botteri lo filmò con Guido Cravero in esclusiva mondiale |
Ma oggi il mondo della rete, dei “social”, ha moltiplicato le forme di abuso sui minori anche lontano da guerre o degrado sociale...
«Penso che internet sia un grande strumento. Di libertà e di democrazia, oppure di violenza gratuita e vigliacca. Dipende da chi lo usa».
Che bambina era Giovanna Botteri?
«Classica. Grembiule bianco, cartella rigida sulle spalle, macchie di inchiostro sulle dita, cicciottella, non la prima della classe ma neanche l’ultima, spettinata, già allora».
Aveva dei miti, o dei modelli a cui voleva assomigliare?
«Da piccola, esistevano solo i miei. Mia mamma era perfetta. Era magra, elegante, parlava l’inglese benissimo. Mio papà sapeva tutto, sapeva dove stava il bene e il male. Così quando sono diventata un’adolescente, ho pensato solo a scappare…».
Qual è il servizio più frivolo che ha firmato?
«Non esistono servizi o notizie “frivole”. Tutto racconta la società in cui viviamo, i suoi gusti, le sue debolezze. I pezzi di società sono divertenti, e ti fanno capire con leggerezza quello che succede vicino o lontano da noi».
Iniziare ora a fare il giornalista è un’impresa difficile, ovunque. Se la sente di dare un suggerimento?
«Adesso è veramente difficile. Sempre meno spazi, e meno soldi. Chi comincia adesso deve avere davvero tanta forza, coraggio e determinazione. Crederci veramente, e non mollare».
Come vede la sua città, Trieste, dal suo osservatorio internazionale?
«No tuti quei che xe mati xe dentro, e no tuti quei che xe dentro xe mati, avevano scritto su un muro di San Giovanni. Mi è sempre sembrato un buon punto di vista, per Trieste e per la vita»
Ha un libro suo nel cassetto?
«Son piena di libri, ovunque, cassetti, scrivanie, in cucina e in bagno. Mi piace più leggere che scrivere"
@boria_a
lunedì 15 giugno 2015
LA MOSTRA
Fashion in Motion a Lubiana
Moda e glamour dalla Dolce Vita in poi
Moda italiana versus moda slovena? Messa così la questione, sembrerebbe un confronto con poco stile, quantomeno impari e sproporzionato. La mostra Fashion in motion, che si inaugura il 16 giugno alle 19 al Museo etnografico sloveno di Lubiana (dove sarà visitabile fino all'8 novembre), ha invece un obiettivo diverso. Basta leggere il “sottotitolo” per capire gli ordini di grandezza. Nessun paragone, la moda italiana è la protagonista, ma l’allestimento si propone allo stesso tempo di mettere a fuoco il contesto storico-politico nell’ex Jugoslavia nei suoi riflessi sull’abbigliamento proprio negli stessi anni in cui nasceva il made in Italy.
“Fashion in motion”, dunque, vuole essere una mostra interdiscipliare, in una duplice prospettiva. “Italian style 1951-1990” abbraccia una stagione lunghissima, prima il debutto della moda italiana e il suo affermarsi negli anni della “dolce vita” e della Hollywood sul Tevere, poi lo sviluppo di un prêt-à-porter altrettanto originale e di qualità. Dall’altro punto di vista, quello sloveno, ci sono solo “glimpses”, colpi d’occhio, piccoli ma significativi, dalla fine degli anni ’50 in poi, attraverso immagini e spezzoni di film che testimoniano l’identità e l’evoluzione del mondo di vestire dai tempi della Jugoslavia alla società dell’immagine degli anni Ottanta.
La mostra, che aprirà alla presenza dell’ambasciatrice italiana in Slovenia, Rossella Franchini Sherifis e dal ministro della Cultura della Repubblica slovena, Julijana Bizjak Mlakar, è stata curata da Nina Zdravic Polic del Museo etnografico, in collaborazione con esperti di istituzioni italiane e slovene, tra cui Raffaella Sgubin, sovrintendente del Museo della moda di Gorizia e Mateja Benedetti, stilista e docente alla Facoltà di design dell’Università di Lubiana.
Allestimento di grande effetto, complici le gigantografie delle foto di Federico Garolla, il reporter che ha colto e documentato il “glamour” degli anni Sessanta, con le indossatrici immortalate in solenni scorci urbani, sotto gli occhi ipnotizzati dei passanti. Su un enorme monitor scorrono le immagini di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nella fontana di Trevi, la sequenza de “La dolce vita” di Fellini che, meglio di chiunque altra, ha raccontato ed esportato nel mondo il fascino di un’epoca. Dalle Teche Rai provengono i video sulle origini del made in Italy: la prima sfilata a Villa Torrigiani, a Firenze, magione del geniale marchese Giovan Battista Giorgini, che convinse le sartorie italiane a fare fronte comune e a presentarsi ai compratori americani con le loro collezioni. Era il 12 febbraio 1951: la sfilata dei nove atelier - tra cui le Sorelle Fontana e Schuberth, presenti nella mostra di Lubiana - fu un successo, l’anticamera delle sfilate alla Sala Bianca di Firenze, dove, dal 1952 fino agli anni Sessanta, la moda italiana si mise in vetrina, sempre meno “couture” e sempre più prêt-à-porter. Colorato, perfettamente tagliato, fresco, pratico, elegante.
Al centro del percorso, su una pedana a più livelli, gli abiti di una ventina di stilisti, nella maggior parte provenienti dalla raccolta della Fondazione Sartirana Arte (Pavia), oltre a due modelli di Roberto Capucci, prestati dall’omonima Fondazione, e ad altri due provenienti dalla collezione Quinto Tinarelli. Le Sorelle Fontana (quasi un omaggio a Micol, l’ultima, che se n’è andata venerdì scorso a 101 anni), Emilio Schuberth, Valentino, Irene Galitzine, Emilio Pucci, Gianfranco Ferrè, Krizia, Missoni, Versace sono un’antologia delle origini della moda nazionale che si affranca dalla scopiazzatura francese e, attraverso i decenni, va alla conquista del mondo con i suoi tagli, i suoi materiali pregiati, il suo estro, la sua squisita artigianalità, la capacità di rinnovarsi. In un altro spazio del percorso, è stato allestito l’«atelier di uno stilista»: grucce appese a un binario in movimento propongono trompe l’oeil di Roberta di Camerino, cappottini di Capucci, le inconfondibili stampe di Pucci.
A rappresentare l’attuale moda slovena ci sono alcuni modelli di Mateja Benedetti, designer di un’eco-couture dal taglio “scenografico” (non a caso è un’apprezzata costumista teatrale) che utilizza solo fibre e tinture naturali, prodotte a chilometro zero, e poi di Urška Drofenik, Maja Ferme, Maja Štamol Droljc, Svetlana Visintin.
I loro “outfit” sono il raccordo tra passato e presente. Una video installazione con spezzoni provenienti dagli archivi della tv slovena ci porta indietro nel tempo: gli anni ’50 quando la moda era lavoro, pagato e tutelato dai diritti, i ’60 con l’apertura dei grandi magazzini Modna hiša a Lubiana e il messaggio forte che la modernizzazione del paese passa attraverso il mercato, gli anni ’70 con la dicotomia nello sviluppo tra città e campagna, gli anni ’80 delle crisi economiche, dei prestiti internazionali e la consapevolezza che l’abito nasce lontano dai propri confini e vive di immagini, affascinanti ma anche ingannevoli.
Fashion in Motion a Lubiana
Moda e glamour dalla Dolce Vita in poi
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| Abito da sera firmato Sorelle Fontana, 1953-1955, della collezione Quinto e Tinarelli |
Moda italiana versus moda slovena? Messa così la questione, sembrerebbe un confronto con poco stile, quantomeno impari e sproporzionato. La mostra Fashion in motion, che si inaugura il 16 giugno alle 19 al Museo etnografico sloveno di Lubiana (dove sarà visitabile fino all'8 novembre), ha invece un obiettivo diverso. Basta leggere il “sottotitolo” per capire gli ordini di grandezza. Nessun paragone, la moda italiana è la protagonista, ma l’allestimento si propone allo stesso tempo di mettere a fuoco il contesto storico-politico nell’ex Jugoslavia nei suoi riflessi sull’abbigliamento proprio negli stessi anni in cui nasceva il made in Italy.
“Fashion in motion”, dunque, vuole essere una mostra interdiscipliare, in una duplice prospettiva. “Italian style 1951-1990” abbraccia una stagione lunghissima, prima il debutto della moda italiana e il suo affermarsi negli anni della “dolce vita” e della Hollywood sul Tevere, poi lo sviluppo di un prêt-à-porter altrettanto originale e di qualità. Dall’altro punto di vista, quello sloveno, ci sono solo “glimpses”, colpi d’occhio, piccoli ma significativi, dalla fine degli anni ’50 in poi, attraverso immagini e spezzoni di film che testimoniano l’identità e l’evoluzione del mondo di vestire dai tempi della Jugoslavia alla società dell’immagine degli anni Ottanta.
La mostra, che aprirà alla presenza dell’ambasciatrice italiana in Slovenia, Rossella Franchini Sherifis e dal ministro della Cultura della Repubblica slovena, Julijana Bizjak Mlakar, è stata curata da Nina Zdravic Polic del Museo etnografico, in collaborazione con esperti di istituzioni italiane e slovene, tra cui Raffaella Sgubin, sovrintendente del Museo della moda di Gorizia e Mateja Benedetti, stilista e docente alla Facoltà di design dell’Università di Lubiana.
Allestimento di grande effetto, complici le gigantografie delle foto di Federico Garolla, il reporter che ha colto e documentato il “glamour” degli anni Sessanta, con le indossatrici immortalate in solenni scorci urbani, sotto gli occhi ipnotizzati dei passanti. Su un enorme monitor scorrono le immagini di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nella fontana di Trevi, la sequenza de “La dolce vita” di Fellini che, meglio di chiunque altra, ha raccontato ed esportato nel mondo il fascino di un’epoca. Dalle Teche Rai provengono i video sulle origini del made in Italy: la prima sfilata a Villa Torrigiani, a Firenze, magione del geniale marchese Giovan Battista Giorgini, che convinse le sartorie italiane a fare fronte comune e a presentarsi ai compratori americani con le loro collezioni. Era il 12 febbraio 1951: la sfilata dei nove atelier - tra cui le Sorelle Fontana e Schuberth, presenti nella mostra di Lubiana - fu un successo, l’anticamera delle sfilate alla Sala Bianca di Firenze, dove, dal 1952 fino agli anni Sessanta, la moda italiana si mise in vetrina, sempre meno “couture” e sempre più prêt-à-porter. Colorato, perfettamente tagliato, fresco, pratico, elegante.
Al centro del percorso, su una pedana a più livelli, gli abiti di una ventina di stilisti, nella maggior parte provenienti dalla raccolta della Fondazione Sartirana Arte (Pavia), oltre a due modelli di Roberto Capucci, prestati dall’omonima Fondazione, e ad altri due provenienti dalla collezione Quinto Tinarelli. Le Sorelle Fontana (quasi un omaggio a Micol, l’ultima, che se n’è andata venerdì scorso a 101 anni), Emilio Schuberth, Valentino, Irene Galitzine, Emilio Pucci, Gianfranco Ferrè, Krizia, Missoni, Versace sono un’antologia delle origini della moda nazionale che si affranca dalla scopiazzatura francese e, attraverso i decenni, va alla conquista del mondo con i suoi tagli, i suoi materiali pregiati, il suo estro, la sua squisita artigianalità, la capacità di rinnovarsi. In un altro spazio del percorso, è stato allestito l’«atelier di uno stilista»: grucce appese a un binario in movimento propongono trompe l’oeil di Roberta di Camerino, cappottini di Capucci, le inconfondibili stampe di Pucci.
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| Abito "Arancio" di Roberto Capucci, 1982 (foto Claudia Primangeli) |
A rappresentare l’attuale moda slovena ci sono alcuni modelli di Mateja Benedetti, designer di un’eco-couture dal taglio “scenografico” (non a caso è un’apprezzata costumista teatrale) che utilizza solo fibre e tinture naturali, prodotte a chilometro zero, e poi di Urška Drofenik, Maja Ferme, Maja Štamol Droljc, Svetlana Visintin.
I loro “outfit” sono il raccordo tra passato e presente. Una video installazione con spezzoni provenienti dagli archivi della tv slovena ci porta indietro nel tempo: gli anni ’50 quando la moda era lavoro, pagato e tutelato dai diritti, i ’60 con l’apertura dei grandi magazzini Modna hiša a Lubiana e il messaggio forte che la modernizzazione del paese passa attraverso il mercato, gli anni ’70 con la dicotomia nello sviluppo tra città e campagna, gli anni ’80 delle crisi economiche, dei prestiti internazionali e la consapevolezza che l’abito nasce lontano dai propri confini e vive di immagini, affascinanti ma anche ingannevoli.
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| Abito "Violoncello" di Roberto Capucci, 1982 (foto Amedeo Volpe) |
venerdì 12 giugno 2015
IL PERSONAGGIO
Addio Micol Fontana, ultima signora della moda
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| Micol Fontana festeggia i cent'anni |
Con lei si chiude un capitolo della grande storia della moda italiana, e non solo.
Se n’è andata oggi a Roma, a 101 anni, Micol Fontana, l’ultima delle tre sorelle partite da Traversetolo, in provincia di Parma, per un’avventura straordinaria di stile, fantasia e manualità che le porterà a vestire le stelle di Hollywood e le signore di sangue blu di mezzo mondo.
Nata nel 1913, all’età di dieci anni Micol comincia a prendere confidenza con il cucito nella sartoria di mamma Amabile, insieme alle sorelle Zoe, la più grande, e Giovanna, la più piccola. Ago e filo, una passione e una perizia che le unisce per tutta la vita, fin da quando, poco più che ventenni, nel 1936, decidono di lasciare il paese per trasferirsi a Roma, dove, tra le quattro mura di un appartamento in affitto, cuciono fino a notte fonda abiti semplici ma di ottimo taglio e gusto per i conoscenti e i primi clienti. Cominciano a farsi un nome Zoe, Micol e Giovanna, e i loro modelli diventano sempre più ricercati e preziosi, guadagnandosi l’attenzione dell’alta borghesia romana, a cominciare da Gioia Marconi, tra le loro prime estimatrici.
C’era un tempo in cui l’atelier era un mondo a parte, con le sue regole e i suoi segreti. Le signore dell’aristocrazia e del jet set, le attrici affermate e le stelline in carriera, vi si ritrovavano come in un salotto discreto.
In quello delle Sorelle Fontana, all’inizio aperto in via Liguria, nasce il vestito da sposa che Audrey Hepburn, nella capitale per girare “Vacanze romane” e fidanzata con il nobile inglese James Hanson, non indosserà mai. L’attrice prende il volo prima della prova finale, a due settimane dalla cerimonia, forse perchè già innamorata di Mel Ferrer, a cui dirà “sì” un paio di anni più tardi. Con un vestito griffato Fontana salgono all’altare Maria Pia di Savoia e Margaret Truman, figlia del presidente degli Stati Uniti, che si fa confezionare anche il guardaroba per il viaggio di nozze, più tardi, a metà degli anni ’60, le sceglierà Janet Auchincloss, sorellastra di Jackie Kennedy.
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| Margaret Truman e Micol Fontana nel 1955 |
La celebrazione arriva con il matrimonio hollywoodiano di Linda Christian e Tyrone Power, il 28 gennaio 1949: l’attrice, “the anatomic bomb”, finisce sulle copertine di mezzo mondo avvolta in una nuvola di seta bianca, con merletti fatti a mano e centinaia di perle, consegnando alla storia della moda i cinque metri di strascico e le tre sorelle di Traversetolo a una fama internazionale.
Si aprono per loro le porte di Hollywood, se le contendono attrici come Joan Collins, Liz Taylor e Grace Kelly, first lady come Jackie e Soraya, signore del bel mondo alla Marella Agnelli. Tra le clienti più assidue c’è Ava Gardner, che veste Fontana nei film “La contessa scalza”, "Il sole sorgerà ancora” e "L'ultima spiaggia”, tra il ’54 e il ’59. Sempre per la Gardner creano l’«Abito Pretino», piuttosto trasgressivo nella Roma dell’aristrocrazia nera papalina, che viene poi ripreso per Anita Ekberg ne “La dolce vita” di Fellini.
Nel 1951, alla Sala Bianca di Firenze, le Sorelle Fontana sono protagoniste della nascita della moda italiana, nella storica sfilata organizzata dal marchese Giovan Battista Giorgini. «Non sapevo una parola di inglese, ma per noi parlavano le collezioni. Le americane ci amavano per la nostra sobrietà pratica e l’eleganza pacata», disse Micol qualche anno fa, ricordando le sorelle Zoe e Giovanna, scomparse nel 1998 e nel 2004. Insieme sfidarono Dior e Balmain e riscattarono la moda italiana dalla sudditanza ai francesi.
Nel 1994 nasce la Fondazione Micol Fontana, che raccoglie tutte le creazioni firmate con le sorelle, messo a disposizione dei giovani designer. Nell’archivio è custodito un patrimonio di oltre 200 abiti dal 1940 al 1990, oltre a una vasta raccolta di figurini, ricami ed accessori, biblioteca, emeroteca, fondo fotografico. La memoria straordinaria di una stagione in cui la moda italiana era creatività e qualità, gusto e stili inconfondibili. Fagocitata da costi e concorrenza, l’alta moda che facevano Micol e le sue sorelle è un lusso, di tempo e di attenzioni, che ha fatto la storia e non esiste più. Orgogliosamente si sono definite sempre "sarte", mai stiliste.
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